La guerra è una maratona feroce, fatta di conquiste e rovesci non definitivi: lo è almeno in questa lunga fase, con il cambiamento di obiettivi da parte di Vladimir Putin. Le sue truppe sono in una posizione nettamente favorevole nel settore di Severodonetsk. Pur con perdite, hanno obbligato il dispositivo ucraino a sgombrare posizioni. Se la spinta dovesse proseguire e chiudersi, alcune migliaia di soldati rischiano di essere accerchiati. È una manovra che risponde alla previsione di chi ha ipotizzato una tattica per passi: lenti, costosi, ma che portano in una direzione. Gli ucraini negano qualsiasi sfondamento, affermano che sono arrivati i rinforzi. È prematuro dire se il neo-zar riuscirà ad avere un successo minimo o massimo: voleva Kiev e la testa di Zelensky, ma è stato costretto a concentrarsi sul Donbass con risultati alternanti. Lo rivelano le mappe del prima e dopo (nella foto in alto, quelle del 1° marzo e dell’8 maggio).

Nella regione di Kharkiv sono stati gli invasori a dover abbandonare i villaggi. È stato detto che nell’arco di un paio di settimane i difensori potrebbero persino liberare il quadrante e ripiantare le bandiere sui confini nazionali, fino a minacciare una linea di rifornimento. L’Armata, però, avrebbe concentrato 19 Battaglioni nella retrovia di Belgorod. In teoria hanno circa 700-1.000 uomini ognuno, non sono note però le loro condizioni (qualità, preparazione): un dubbio che concerne anche le riserve della resistenza. I due «fuochi» — Severodonetsk e Kharkiv — possono influenzarsi l’uno con l’altro e certamente condizionano le scelte dei comandanti. Così come conta la battaglia a sud di Izyum, i ponti distrutti e quelli creati con pontoni sul fiume Donets.

Dal Pentagono arrivano alcuni dettagli. I progressi nel Donbass sono rallentati dal fatto che la fanteria non prende rischi e aspetta che l’artiglieria svolga la sua missione: c’è fango nei campi a far da ostacolo e la logistica sempre insufficiente. Inoltre, alcuni reparti si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini mentre alcuni ufficiali sono lenti nell’eseguirli.

Sono informazioni (di parte) che richiamano le debolezze di Mosca. Riassumiamo per punti. Poca abitudine a operazioni ampie e prolungate: gli interventi in Georgia e Siria hanno coinvolto solo numeri ridotti. Le maxi esercitazioni condotte negli anni passati non erano sufficienti e solo sulla carta avevano coinvolto reparti completi. Corruzione nei ranghi, mancanza di sotto-ufficiali e ufficiali con esperienza, centralismo delle gerarchie, soprattutto una logistica disastrosa. L’intelligence ha fallito a livello strategico — credendo che una parte dell’Ucraina li avrebbe accolti come liberatori — e tattico, non informando adeguatamente i reparti. Poco incisivo il ruolo dell’aviazione: l’arma aerea non ha imposto la sua supremazia nonostante l’abbondanza di velivoli: dipende da cattiva organizzazione, poca abitudine a interagire con altre componenti, training non sufficiente. I generali si sono affidati — sempre nella prima fase — a tecniche obsolete, esponendo le colonne alle trappole di nemici ben addestrati.

Per entrambi gli schieramenti contano le scorte, i mezzi, i soldati e l’organizzazione. Gli ucraini, a oggi, sono apparsi più determinati, oltre che preparati. Ma quanto ha inciso su di loro lo sforzo? Qualche giorno fa un alto funzionario di Kiev lo ha ammesso in modo trasversale: loro hanno perdite, ma noi non siamo Superman. Sfuggono però alla censura le notizie non positive sul loro status. Nel duello propagandistico, Kiev dice di aver eliminato circa 25 mila nemici, Mosca replica di aver ucciso un numero quasi analogo. E poi ci sono migliaia di mezzi distrutti.

La resistenza spera nei rifornimenti alleati, il Cremlino dei depositi ancora pieni di «pezzi» oltre che nei 97 Battaglioni (in origine erano 120) che ha impegnato, numeri sufficienti per una campagna d’attrito. L’intelligence britannica insiste: i russi hanno sempre meno sistemi di precisione, i report dal campo segnalano l’uso di vecchie bombe da parte dei caccia. Però i proiettili cadono comunque e aprono vuoti. E la flotta, pur avendo subito lo schiaffo dell’affondamento dell’ammiraglia Moskva, continua a lanciare missili cruise. Gli ultimi dati confermano la presenza di una formazione di 6 navi e due sottomarini dotati di questi sistemi a lungo raggio. L’insistere nel descrivere i guai dei russi non può tuttavia tramutarsi in una sottovalutazione dell’Armata, altrimenti si cadrebbe nello stesso errore compiuto dalla Russia.

Il leader del Cremlino ha evitato per ora la mobilitazione generale, tuttavia potrebbe cercare comunque di mettere insieme reparti. E c’è chi non si fida dei toni usati nel discorso alla parata: può essere una mossa di logoramento verso la Nato, rivolta a quanti in Occidente credono che Putin abbia solo reagito a delle provocazioni.

Corriere della Sera, 9 maggio 2022 (prima pagina del 10 maggio, pag 9)

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