Gli ucraini hanno segnalato bombardamenti russi da oltreconfine sui villaggi nel nordest del Paese, con delle vittime. Anche i russi hanno spesso accusato gli avversari di condurre attacchi nelle zone frontaliere: l’ultimo sarebbe ieri avvenuto nel villaggio di Solokhi, a 10 chilometri dal confine, sempre nella regione di Belgorod colpita più volte da attacchi mai rivendicati ufficialmente da Kiev. Per la prima volta dall’inizio dell’operazione militare «speciale», ha denunciato il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, questi bombardamenti transfrontalieri avrebbero però ucciso un civile russo. «La popolazione del villaggio di Solokhi sarà portata in un luogo sicuro sotto la guida del capo del distretto, Vladimir Pertsev, e del capo del ministero regionale per le situazioni di emergenza, Sergey Potapov», ha detto Gladkov, commentando l’attacco. Questi scambi di colpi — da una parte all’altra della frontiera — potrebbero ora diventare una costante delle operazioni, con possibili contraccolpi internazionali, visto il supporto Nato all’Ucraina.

L’intelligence

Secondo le nuove regole stabilite dagli Stati Uniti per il sostegno a Kiev, ha scritto però il Washington Post, l’intelligence non fornirà più dati per eventuali attacchi degli ucraini sul territorio russo, né per colpire i leader di Mosca come il capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, segnalato spesso al fronte e sfuggito di poco ad un bombardamento un paio di settimane fa a Izyum. Washington, naturalmente, non pone alcun veto se le forze di Volodymyr Zelensky condurranno operazioni in modo autonomo in quanto è un loro diritto scegliere come difendersi o agire. L’articolo del quotidiano americano è tuttavia un evidente segnale rivolto al Cremlino, specie dopo le rivelazioni del New York Times che qualche giorno fa avevano scatenato la rabbia di Mosca: gli americani — per quanto possibile — vogliono evitare risposte dure.

L’Uber dell’artiglieria

Non avendo pezzi e munizioni a sufficienza, almeno in questi primi due mesi, la resistenza ha puntato sull’inventiva. L’ufficiale Yaroslav Shertusk — ha spiegato un esperto americano — ha ideato un software ribattezzato l’Uber dell’artiglieria. Mappa le posizioni dei «pezzi» russi tenendo conto di tattiche storiche, movimenti su strada, ricognizione, quindi è in grado di passare i dati alle unità della difesa più vicine e in grado di agire: possono essere altre batterie, mortai, droni d’attacco, ma anche forze speciali. In questo modo possono colpire e allontanarsi sottraendosi ad un eventuale fuoco di reazione, hanno maggiore mobilità, usano in modo vantaggioso le risorse (non sempre ampie) a disposizione. I soldati riconoscono come gli invasori stiano usando con efficacia contromisure elettroniche. A proposito di rapidità, pare che gli ucraini abbiano ricevuto alcune moto elettriche per gli «esploratori» che effettuano le ricognizioni sul campo. Il capo di una formazione di volontari georgiani, intervistato da War Zone, si è augurato di averne molte per favorire gli spostamenti dei suoi tiratori scelti. Le due ruote sono protagoniste in tante crisi, dal Medio Oriente all’Africa, usate da eserciti e guerriglieri.

Il mito dei Javelin

Il missile anticarro è uno dei sistemi più citati: è certamente utile alla causa di Kiev, ma gli vengono attribuiti spesso successi che non gli appartengono. Un interessante articolo su Defense One sostiene che molti dei missili sono arrivati in Ucraina senza i kit per l’addestramento, privi delle batterie indispensabili per l’uso e altre mancanze. Questo avviene perché le componenti «viaggiano» separate e non sempre sono «insieme», dunque l’arma non può essere usata oppure nascono problemi. Sul training, quando sono emerse le prime notizie su quest’aspetto, il Pentagono ha provato a giustificarsi: non avevano fatto richiesta specifica. Al tempo stesso era prevedibile che l’assistenza massiccia garantita dalla Nato comporti complicazioni logistiche: non tutti i mezzi sono compatibili, i modelli diversi e il tempo a disposizione per chi li riceve è limitato. E a proposito di sostegno, non è ancora chiaro se gli Switchblade 600 (la versione più potente e anti-tank dei droni-kamikaze) sia già pienamente operativa al fronte: come sempre, resta uno spazio tra annunci e realtà.

La torretta dei carri armati

Una certezza viene offerta dalle foto, numerose, con le torrette dei carri armati separate dallo scafo dopo essere state centrate dall’avversario. Resti di battaglie disseminati in villaggi, cittadine, zone di campagna. C’è un video registrato per caso da una tv cinese: mostra un’esplosione gigantesca e la torretta del tank proiettata verso l’alto, per metri, come fosse un fuscello. Questo avviene per le caratteristiche del corazzato T -72 usato da entrambi gli schieramenti, ma anche per il T -80: i proiettili sono stoccati, senza alcuna protezione specifica, proprio sotto la torretta e quando il mezzo è colpito può innescarsi la reazione a catena. Le condizioni all’interno, inoltre, sono giudicate inferiori rispetto ai mezzi occidentali. Del resto, anche se alcune strumentazioni sono aggiornate, parliamo di una «macchina» di concezione non proprio recente: di progettazione sovietica, il T-72 è entrato in servizio nel 1973, il T-80 tre anni dopo.

Corriere della Sera, 12 maggio 2022

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