Steve Wynn sarebbe un agente che lavora per il governo cinese. O perlomeno è ciò che sostiene il dipartimento di Giustizia americano, che accusa il magnate dei casinò di aver portato numerose richieste di Pechino alle orecchie di Donald Trump quando era presidente: per questo ora lo ha citato in giudizio, invitandolo a registrarsi come agente straniero. Secondo gli atti, nel 2017 — quando era direttore finanziario del partito repubblicano, nominato direttamente da Trump — Wynn cercò in tutti i modi di convincere l’allora presidente a rimpatriare un imprenditore cinese che aveva cercato asilo politico negli Stati Uniti: per mesi, sostiene il dipartimento di Giustizia, il magnate ripropose la questione a Trump nel corso di cene, incontri privati e telefonate, senza tuttavia ottenere risultati.

Wynn — che aveva forti interessi a Macao, la regione cinese dei casinò, ma nel frattempo si è dimesso dalla sua compagnia per comportamenti sessuali inappropriati — è stato invitato più volte dal dipartimento di Giustizia a registrarsi come agente straniero, rispettando il Foreign Agents Registration Act: nel 2018, nel 2021 e ad aprile di quest’anno, ma si è sempre rifiutato. «Ovviamente non sono d’accordo con il dipartimento di Giustizia», ha replicato con un messaggio al New York Times. «Per questo non mi sono registrato».

La legge obbliga le persone che fanno attività di lobby per governi stranieri a notificare il dipartimento di Giustizia dei propri rapporti, ma non veniva impugnata da oltre trent’anni. Stando agli atti, l’allora vicepremier cinese per la sicurezza pubblica Sun Lijun avrebbe contattato tre persone a maggio del 2017, avanzando la richiesta di cancellare il visto per un imprenditore cinese: due delle tre persone coinvolte si sono già dichiarate colpevoli nel 2020, e una – Elliott Broidy – è stata graziata da Trump negli ultimi giorni della sua presidenza.

Sarebbe stato proprio Broidy a passare la richiesta del vicepremier Sun a Wynn, che poi avrebbe intrattenuto un rapporto diretto con il politico cinese anche per preservare i propri interessi nella repubblica popolare. Il nome dell’uomo nel mirino di Pechino non è menzionato negli atti, ma secondo i giornali americani si tratterebbe di Guo Wengui, un imprenditore immobiliare miliardario che nel 2014, prima di essere accusato — per vendetta, sostiene: si era espresso negativamente sul partito-Stato — di corruzione, lasciò la Cina e si rifugiò negli Stati Uniti, stringendo un solido legame con Steve Bannon, lo stratega che aveva portato Trump alla Casa Bianca.

Corriere della Sera, 18 maggio 2022 (newsletter AmericaCina)

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