Odessa è stata soltanto sfiorata dalla guerra, ma il suo porto — il più importante del Mar Nero — è stato bloccato dai russi dall’inizio dell’operazione militare «speciale» di Vladimir Putin: le navi ferme nei porti impediscono le esportazioni di grano e altri prodotti agricoli, soffocano l’economia ucraina, ma soprattutto rischiano di provocare una crisi alimentare globale che si ripercuote in particolare sui Paesi più poveri. «Il governo russo sembra pensare che usando il cibo come arma possa ottenere il risultato che non ha raggiunto con la sua invasione: spezzare lo spirito del popoli ucraino», ha detto giovedì il segretario di Stato americano Antony Blinken in un discorso alle Nazioni Unite. «Le scorte di cibo per milioni di ucraini e di persone in tutto il mondo — ha proseguito — sono letteralmente in ostaggio».

L’accusa è stata respinta da Mosca, dove l’ex presidente Dmitri Medvedev — ora a capo del Consiglio di sicurezza — ha affermato che i russi «non sono idioti» e non esporteranno cibo finché sono soggetti a dure sanzioni: una smentita che, di fatto, conferma le parole di Blinken. «Non esistono crisi», ha sostenuto Medvedev su Telegram. «La Russia sa come produrre raccolti, che richiedono persone specializzate, attrezzature e fertilizzanti: abbiamo la capacità di assicurare cibo ad altri Paesi, solo che ce lo impediscono». Russia e Ucraina producono insieme un terzo del grano mondiale, da Kiev nel 2019 partiva il 9% delle esportazioni globali, ma anche il 16% di quelle di mais, il 10% dell’orzo e il 42% dell’olio di girasole. Dalla Russia e dalla Bielorussia — spalla fedele del Cremlino — arriva invece il 40% della potassa, un fertilizzante.

Da quando le truppe russe hanno varcato il confine la notte del 24 febbraio, il costo di tutti questi prodotti ha cominciato a crescere, insieme a quello della benzina: anche nei supermercati italiani non è difficile imbattersi in cartelli che limitano i prodotti a base di olio di semi di girasole acquistabili dai clienti. La Russia sostiene che gli ucraini blocchino le navi straniere nei propri porti, che abbiano minato le acque territoriali, mentre per Blinken la decisione di «utilizzare il cibo come arma dipende solo e soltanto» da Mosca: «Ci sono 20 milioni di tonnellate di grano inutilizzate che giacciono nei silos ucraini mentre le scorte globali diminuiscono e i prezzi schizzano», ha detto all’Onu, dove il Segretario generale Antonio Guterres sta cercando di mediare un accordo che permetta all’Ucraina di riprendere le esportazioni e alla Russia di riavviare la produzione di cibo e fertilizzanti per i mercati globali.

Dall’inizio della guerra 8 navi mercantili sono state colpite, una — la Helt — è affondata al largo di Odessa dopo aver probabilmente urtato una mina: secondo all’International Maritime Organization, al 20 aprile c’erano 84 imbarcazioni e 500 membri di equipaggi bloccati nei porti ucraini, mentre i premi delle assicurazioni per chi ha in programma di navigare nell’area sono proibitivi.

La battaglia navale si combatte quindi anche sulle rotte commerciali e, mentre la seconda fase della guerra si avvia alla conclusione, le grandi potenze marittime potrebbero spingersi a rompere il blocco imposto dai russi, sostiene il professore britannico Lawrence Freedman. Se sul campo l’Armata ha spostato l’obiettivo sul Donbass, in mare la situazione è più complessa e sta mutando. Inizialmente la Flotta del Mar Nero russa ha ottenuto rapidi successi, conquistando il 25 febbraio l’Isola dei Serpenti, al largo di Odessa, e affondando la nave Sloviansk a inizio marzo.

Gli ucraini si sono vendicati affondando l’incrociatore Moskva con due missili Neptune a metà aprile, un rovescio colossale che ha cementato la fiducia della resistenza e instillato cautela negli avversari. Da allora Kiev ha provato con diversi raid a riconquistare l’isola dei Serpenti, un avamposto roccioso a 35 chilometri dalle coste che ha un grande valore strategico: secondo il diritto marittimo, la terra regna sul mare e chi controlla quell’isolotto controlla anche le 12 miglia nautiche che lo circondano, un corridoio che permetterebbe di riattivare le rotte commerciali che i russi hanno soffocato.

Una volta chiuso lo stretto di Kerch — che collega il Mar d’Azov e il Mar Nero — e posizionato navi e sottomarini davanti a Odessa e agli altri porti, infatti i russi hanno impedito di uscire ai mercantili, imponendo di fatto un blocco marittimo, che dura dalle prime fasi del conflitto. Per settimane si è anche temuto un assalto anfibio su Odessa, che però non si è mai verificato anche perché nel frattempo gli ucraini avevano seminato mine galleggianti lungo la costa. Fregate e sottomarini degli invasori hanno intanto continuato a bersagliare le città ucraine con missili da crociera, armi per distruggere siti militari, ma anche per terrorizzare i civili.

La Russia non è riuscita però a consolidare le proprie posizioni, anche perché la Turchia — appellandosi alla convenzione di Montreux del 1936, che le permette di chiudere i suoi stretti a Paesi in guerra — ha impedito il passaggio alle navi della Federazione dislocate nei porti siriani e prevenuto la rotazione degli asset navali: un divieto che la Russia starebbe aggirando utilizzando cargo civili.

Corriere della Sera, 22 maggio 2022 (pag 8)

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