La resistenza ucraina sta affrontando enormi difficoltà nell’est. Dopo aver respinto l’invasore a nord e aver combattuto per quasi tre mesi nel sud, dove la città di Mariupol è diventata un simbolo di coraggio e tenacia, nel Donbass sta subendo l’avanzata dell’Armata russa e sembra aver perso slancio anche dal punto di vista del morale. La Russia ha progressivamente ridotto i propri obiettivi, ha aggiustato in parte gli errori che avevano rallentato l’operazione militare «speciale» e ora attacca su un fronte ridotto, ampio appena 120 chilometri, che le ha permesso di concentrare le forze e accorciare la linea dei rifornimenti: l’Armata procede con piccoli accerchiamenti delle forze schierate a difesa delle regioni contese di Donetsk e Lugansk — della quale ha occupato il 95% del territorio, ha ammesso il capo dell’amministrazione militare regionale Serhiy Gaidai — e punta Severodonetsk, la città più a est ancora sotto controllo ucraino, diventata l’obiettivo principale dello Stato maggiore russo. La città è sotto il fuoco continuo dell’artiglieria e accerchiata su tre lati, è rimasta senz’acqua né elettricità, il 90% degli edifici sarebbe ormai distrutto e la popolazione asserragliata nei rifugi sotterranei. L’esercito di Kiev ammette le difficoltà e dichiara che «le truppe russe stanno riprendendo l’offensiva su Sloviansk e conducendo massicci bombardamenti dei centri abitati»: nelle due regioni contese — dicono — Mosca ha attaccato 40 città, fra cui Kramatorsk e Lysyschansk. L’Armata avrebbe raggiunto anche una superiorità aerea nella regione, ammettono le forze armate ucraine. «Ci sono segnali di un’escalation» della Russia, ha detto la viceministra della Difesa Hanna Malyar, ci aspetta un periodo «estremamente difficile e lungo». Segnali negativi bilanciati da alcuni contrattacchi della resistenza coronati da successo, a conferma di un quadro sempre fluido.

Le armi

Il presidente Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti nuovi apparati bellici, insiste per i lanciarazzi a lungo raggio, vuole droni più potenti. Le risposte sono state parziali. Die Welt ha scritto che la Nato non vorrebbe fornire suoi carri armati moderni e caccia, avalla in questa categoria solo il trasferimento di mezzi di seconda mano. Gli ucraini si sono lamentati che alcuni dei «pezzi» arrivati sono malandati, per certi aspetti sono nelle stesse condizioni di quelli russi. A questo proposito, sono appena uscite notizie sugli anziani T-62 spediti da Mosca, forse destinati ai miliziani del Donbass, arnesi degli anni ‘60. La cautela occidentale nell’alzare la qualità dell’aiuto sarebbe legata al desiderio di non accrescere il contrasto con Putin: temono che Kiev inizi a bombardare oltre confine. Gli esperti replicano: certi sistemi sono fondamentali per ingaggiare le artiglierie dell’Armata. A tutto questo si aggiungono la necessità dell’addestramento, la logistica (i carichi da Ovest devono raggiungere la parte opposta del Paese, bersagliati dai russi), i tempi mai brevi. Le vie delle armi sono infinite, magari passa del materiale senza che si sappia e non sarebbe una sorpresa se gli alleati decidessero di accontentare gli ucraini, perché l’invasore incalza. Infatti secondo la Cnn la Casa Bianca potrebbe sbloccare invio dei missili a lungo raggio. Foto dal campo hanno rivelato intanto la presenza di cannoni FH70, probabilmente spediti dall’Italia.

Gli obiettivi

Le difficoltà ucraine si riflettono anche sugli obiettivi della resistenza. Nel suo quotidiano discorso al Paese, Zelensky ha respinto qualsiasi ipotesi di cessione territoriale in cambio della pace, come ha suggerito l’ex segretario di Stato Henry Kissinger. «In alcuni media occidentali cominciano ad apparire degli editoriali rivelatori, in cui si afferma che l’Ucraina deve accettare dei cosiddetti difficili compromessi rinunciando a dei territori in cambio della pace», ha affermato, spiegando che gli autori di questi articoli non hanno visto le persone comuni «che vivono nei territori che propongono di scambiare per ottenere una pace illusoria». Lo stesso messaggio è stato ripetuto dalla viceministra della Difesa Hanna Malyar, secondo la quale l’Ucraina «si batterà per la completa liberazione dei suoi territori entro i confini internazionalmente riconosciuti». La realtà del campo — e dei negoziati, da tempo sospesi — è però decisamente più complessa: da tre mesi il presidente ucraino sta cercando di trovare un equilibrio, di capire a cosa è disposto a rinunciare per arrivare alla pace. Se pubblicamente dice di voler riconquistare l’integrità territoriale del suo Paese, Crimea compresa, in privato affronta un dilemma morale: da un lato ci sono le atrocità di una guerra che più va avanti e più avvantaggia Mosca; dall’altro le concessioni che sarà costretto a fare per fermare i combattimenti.

La propaganda

Anche la narrazione dei difensori si è inceppata. Nei primi tre mesi di guerra è stata formidabile, sempre un passo avanti a quella russa, abile a gonfiare le perdite altrui — ora sarebbero quasi 30 mila, sostengono — e nascondere le proprie, capace di dettare ogni notte la linea per le notizie del giorno successivo. Gli ostacoli, il bazar sulle armi e il dilemma sul futuro hanno rallentato la locomotiva della comunicazione: lo stesso Zelensky ha cambiato tono, ammette i colpi subiti, afferma che nell’est le forze ucraine «perdono 50-100 soldati ogni giorno». Questa guerra ci ha insegnato, però, che gli ucraini sono riusciti a riemergere nei momenti critici, più tenaci degli invasori.

Corriere della Sera, 26 maggio 2022

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