Gli alleati occidentali allungano il braccio militare di Zelensky e, al tempo stesso, mandano un messaggio politico a Putin. L’amministrazione Biden si prepara a inviare all’Ucraina sistemi lanciarazzi a lungo raggio, gli Mlrs (Multiple Launch Rocket System) che il leader di Kiev chiedeva da tempo e con insistenza, ma che Washington aveva resistito a fornire per paura di irritare il Cremlino: il Consiglio per la sicurezza nazionale temeva che potessero essere usati per colpire obiettivi in Russia, come successo in particolare nella regione di Belgorod. La Casa Bianca aveva fatto la stessa valutazione sui caccia, i Mig-29 di progettazione sovietica che dovevano essere forniti dalla Polonia in cambio di nuovi jet americani, un giro che alla fine è saltato proprio per evitare che gli ucraini potessero portare la guerra in Russia.

Secondo le indiscrezioni pubblicate da Cnn, invece, la prossima settimana gli Stati Uniti dovrebbero approvare un nuovo pacchetto di aiuti che comprenderebbe anche gli Mlrs, con i quali la resistenza può ingaggiare obiettivi da lunga distanza e con precisione. Sono sistemi composti da 12 tubi che sparano razzi da 300 chilogrammi. La gittata massima — dipende dalle munizioni — può arrivare a 300 chilometri, ben più ampia di qualunque mezzo attualmente in dotazione agli ucraini. Il governo di Kiev chiede però anche i sistemi Himars (High Mobility Artillery Rocket System), che sparano razzi simili ma sono più leggeri e manovrabili. È un’arma devastante contro concentrazioni di truppe e mezzi: essendo mobile, spara e si sposta rapidamente sottraendosi al fuoco nemico.

«L’Mlrs permetterebbe agli ucraini di difendersi contro la brutale artiglieria russa, ed è dove il mondo deve andare», ha affermato il premier britannico Boris Johnson in un’intervista a Bloomberg, paragonando Putin a un «coccodrillo che sta mangiando la gamba sinistra dell’Ucraina» e di cui non si può fidare. Dopo tre mesi di combattimenti intensi, la resistenza è in grande difficoltà nell’est del Paese, dove i russi — aggiustate tattiche e obiettivi — stanno avendo la meglio: procedono in modo lento ma costante, e martellano da lontano con l’artiglieria. Così hanno preso Lyman e circondato Severodonetsk. Proprio questi rovesci hanno convinto gli Stati Uniti a compiere un nuovo passo in avanti nell’invio di armi.

In sostanza si è ripetuto uno schema, con gli Usa che reagiscono in base alla realtà incombente. All’inizio dell’invasione la Casa Bianca pensava che Kiev sarebbe caduta in pochi giorni ed aveva persino offerto a Zelensky una fuga all’estero. Quando la resistenza ha tenuto testa al nemico sono passati al gradino superiore di assistenza: ecco le spedizioni di missili anti-carro e anti-aereo portatili, come i 5.500 Javelin e i 1.400 Stinger che si sparano da spalla e hanno bisogno di un addestramento breve. Numeri ai quali si aggiungono i pezzi garantiti dalla Nato.

La prima «ondata» di armi ha permesso un «contenimento», ha provocato perdite tra i russi ma non poteva certo imprimere una svolta. Così, a metà marzo, gli americani sono passati ai droni-kamikaze Switchblade: pesano 3 chilogrammi, sono trasportabili in uno zaino, hanno un costo relativamente basso — 6 mila dollari — e un raggio d’azione di 11 chilometri. Prima il modello 300, in seguito il più potente 600, adatto a neutralizzare i tank. Parallelamente gli alleati hanno dirottato verso Kiev gli anti-aerei SA-8 di fabbricazione sovietica e gli S-300 «offerti» da partner dell’Est Europa. Sono utili contro caccia o elicotteri a quote più alte, inoltre sono già in uso all’esercito di Zelensky e ciò fa guadagnare tempo. Neppure questo sforzo ha placato però gli appelli della resistenza.

Gli ucraini hanno sollecitato una mossa ulteriore: carri armati, aerei, armi pesanti per provare a riconquistare territorio. Gli Stati Uniti hanno risposto nei primi giorni d’aprile, dopo che la resistenza aveva respinto gli invasori nell’area di Kiev e Chernihiv. Di nuovo si è scelta la triangolazione: Polonia, Slovacchia e altri hanno tirato fuori modelli simili a quelli usati dagli ucraini, come i T-72 e i Pt-91. Quando lo scontro è diventato più intenso nel Donbass è arrivato il gradino successivo: i primi elicotteri pesanti Mi-17, oltre 90 cannoni M777 da 155 millimetri con 183 mila munizioni, che possono colpire un bersaglio a circa 30 chilometri e sono necessari per contrastare l’artiglieria russa. Se i soldati sono bene addestrati possono tirare 4 colpi al minuto. Nell’arsenale di Kiev sono confluite batterie messe a disposizione da numerosi stati occidentali, Italia inclusa. I treni hanno trasferito semoventi corazzati, mortai, blindati subito avviati verso il fronte. Insieme a scudo e lancia il supporto cruciale dell’intelligence.

Tra la fine di aprile e metà maggio c’è stato un altro momento importante, proiettato verso il futuro. Al vertice di Ramstein, in Germania, i Paesi donatori hanno deciso una transizione dell’esercito ucraino verso i prodotti Nato, che permetterà di fornire armi e soprattutto munizioni — di cui c’è continua necessità — senza doverle racimolare alla «fiera» dell’Est Europa, per ora irrinunciabile: si racconta di caccia arrivati «smontati» o presentati come pezzi di ricambio. A cementare il tutto una decisione per dare continuità. Il 10 maggio gli Stati Uniti hanno approvato lo Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of 2022, una legge per velocizzare le spedizioni di aiuti bellici a Kiev grazie a una procedura semplificata: una cornice larga, che potrebbe contenere sistemi oggi non inclusi nei «pacchetti». La loro concessione dipenderà dal potere politico e dall’andamento della guerra.

Corriere della Sera, 27 maggio 2022

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