«Tanto acciaio, pochi soldati», è la definizione scelta dagli esperti Rob Lee e Michael Kofman per descrivere lo stato dell’Armata. Ovvero molti corazzati e blindati, senza però disporre di soldati sufficienti: una situazione vista anche in Cecenia nel 1995. Le diverse riforme introdotte dalla Difesa russa hanno puntato a creare una forza adatta a campagne intense e di breve durata, sorrette — ovviamente — dalla «regina di fuoco», l’artiglieria. Le conseguenze sono state unità con effettivi ridotti. Una brigata che dovrebbe avere sui 3.500 uomini ne schiera 2.500 e di questi — tenendo conto di un 30% di coscritti — vuol dire che solo 1.700 sono ben preparati. Documenti trovati dagli ucraini hanno rivelato che i celebri Battaglioni tattici che sulla carta disponevano di 700-900 militari in realtà ne schierano la metà: molti blindati avevano 3 membri d’equipaggio, ma erano privi di militari.

Questo spiega perché spesso i tank sono stati mandati al fronte senza il necessario «accompagnamento» dei plotoni appiedati, quota indispensabile per aumentare l’efficacia e contrastare il nemico. Sempre per la carenza di «braccia», i generali hanno impiegato fino al limite parà, commandos e truppe da sbarco in ruoli di solito affidati alla fanteria, successivamente è cresciuto il ruolo dei privati della Wagner. Esiste un problema di rotazione, di sostituzioni, di preparazione. Ecco perché, non volendo ricorrere alla mobilitazione generale, lo Stato Maggiore prova a coinvolgere veterani (con età più alta) offrendo loro un nuovo contratto, con un salario maggiore.

Gli ucraini hanno usato in tandem la Territoriale e l’esercito. Attorno a Kiev la prima componente ha dimostrato grande abilità, così come in altre zone dove contava molto la mobilità. La pressione dell’invasore a Est ha costretto il comando a spostare riservisti e territoriali al fianco del contingente «professionale»: non tutti — come si evince da racconti usciti dalle trincee — erano pronti per quel tipo di scontro dove sono stati sottoposti ad un bombardamento massiccio. A volte non avevano e non hanno mezzi per replicare con la stessa intensità — le munizioni sono poche —, alcuni erano più adatti a battersi in difesa della propria terra, in senso letterale: nella zona di Leopoli ci sono state proteste delle famiglie, contrarie al trasferimento verso Oriente.

Nelle regioni contese di Donetsk e Lugansk, del resto, la situazione è drammatica: lo stesso Zelensky ha ammesso che le perdite ammontano a 60-100 soldati al giorno, un’enormità, ed è difficili sostituirli. Per ogni soldato ucraino, ha precisato il presidente, ce ne sono 7 russi. Severodonetsk è sotto assedio, le forze ucraine resistono nonostante la pioggia dell’artiglieria nemica cada incessantemente, ma sono state costrette a ripiegare verso posizioni più difendibili. Lo Stato maggiore spera che le armi in arrivo dall’Occidente cambino il corso dei combattimenti, permettendo di ricacciare indietro il nemico come già successo al Nord e a Kharkiv. I problemi non si limitano però all’avanzata russa e ai rifornimenti: in particolare è stato evidenziato uno scarso coordinamento fra l’esercito regolare e i volontari della Territoriale, che in alcuni casi hanno denunciato una differenza di trattamento da parte di Kiev.

Rispetto alla prima fase della guerra, è cambiato anche un altro aspetto: il morale. In principio, la ferrea volontà ucraina di difendere la patria si contrapponeva a un umore deficitario fra le truppe russe, in gran parte giovani coscritti spediti al fronte senza preavviso e senza neanche sapere che sarebbero finiti in guerra, che non obbedivano agli ordini o finivano per sabotare i propri mezzi. Questo «squilibrio psicologico» fra le forze in campo — unito agli aiuti fondamentali ricevuti dall’Occidente, che rinfrancavano le scorte militari ma anche lo spirito — aveva aiutato l’esercito di Zelensky a respingere l’offensiva in alcune aree del Paese e a tenere testa all’invasore. Ora che la guerra è diventata d’attrito, che i russi bombardano incessantemente obiettivi militari e civili logorando la psiche della resistenza, che l’Armata ha trovato la strada per avanzare nel Donbass, questo «squilibrio morale» si è in qualche modo livellato.

«La guerra in Ucraina ha confermato quello che i soldati sanno da secoli», hanno scritto John Spencer e Lionel Beehner sul Kyiv Post: il morale delle truppe è più importante di qualsiasi arma o dottrina militare, porta con sé motivazioni, fiducia, coraggio, coesione, un senso di controllo del proprio destino. I soldati che per quasi tre mesi hanno combattuto nei tunnel dell’acciaieria Azovstal a Mariupol ne sono stati un simbolo e hanno ispirato la resistenza. «Seppur vitale, però, il morale è un ingrediente sfuggente e quasi impossibile da misurare: tutti i bravi leader provano a coltivarlo, non tutti ci riescono», affermano Spencer e Beehner.

Il fattore umano coinvolge anche le leadership. Kiev e Mosca hanno cambiato alcuni dei comandanti, perché era venuta meno la fiducia, per tentare una svolta, per imporre nuove linee. Compito non facile per gli ufficiali, stretti tra responsabilità personali, pressioni del vertice politico, ostacoli sul campo. A metà maggio, subito prima della caduta di Mariupol, Zelensky ha sostituito ad esempio il capo della Territoriale Yuri Halushkin con Ihor Tantsiura, mossa che ha aperto parecchi interrogativi. Sul fronte russo, tornano invece le voci di una sostituzione del generale Dvornikov: il suo posto sarebbe stato preso dal viceministro della Difesa Gennady Zhidko. Non pochi hanno inoltre pagato con la vita, compresi i generali russi Andrei Sukhovetsky, Vladimir Frolov, Kanamat Botashev, per citare i casi accertati. Tuttavia, notano sul New York Times lo stesso Kofman e Andrea Kendall-Taylor, un’analista del Center for a New American Security, «le apparenze possono ingannare».

Gran parte dei fallimenti iniziali dell’Armata erano dovuti alla convinzione — errata — di Putin che la guerra sarebbe stata breve: le truppe russe, spiegano i due analisti, non erano preparate né organizzate per una campagna seria. Nelle ultime settimane, però, l’esercito di Mosca si è adattato e ha corretto parte degli errori, mettendo in evidenza la condizione precaria della resistenza ucraina in alcune aeree. Soprattutto, però, la forza distruttiva dell’Armata non è stata intaccata dalla guerra: i sottomarini, i sistemi missilistici integrati, la capacità elettronica e l’arsenale nucleare. È questo a preoccupare più di tutto la Nato e gli Stati Uniti, sostengono Kofman e Kendall-Taylor, che avvertono: attenti a sottovalutare i russi.

Corriere della Sera, 3 giugno 2022

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