Siamo nel pieno della guerra d’attrito: un giorno si guadagna un chilometro e il successivo lo si perde. Nel Donbass i russi avanzavano con un ritmo lento ma costante, avevano aggiustato parte degli errori che li avevano frenati nella prima fase e, almeno fino a venerdì, sembravano aver ormai preso buona parte di Severodonetsk. Già sabato mattina, però, la situazione era notevolmente mutata: gli ucraini hanno lanciato dei contrattacchi e sostengono di aver ripreso parte della città industriale.

La progressione dell’invasore ha subito un brusco rallentamento qui e in altre località. I duri combattimenti strada per strada potrebbero anche aver limitato la potenza di fuoco di Mosca: è devastante in campo aperto ma, accorciandosi le distanze, lascerebbe agli ucraini una maggiore capacità di manovra. Inoltre i difensori sono su posizioni più elevate e dunque avrebbero un punto a loro vantaggio. Fonti separatiste aggiungono che gli ucraini avrebbero impiegato anche volontari stranieri, ben addestrati, mentre altri osservatori parlano di perdite pesanti tra ceceni e compagnia Wagner. È tuttavia fondamentale che i difensori riescano a tenere aperta la via dei rifornimenti, in modo da alimentare la loro azione.

La dinamica ad elastico ha scatenato molte interpretazioni. L’esperto americano Trent Telenko è arrivato a ipotizzare che l’Armata abbia raggiunto il «culmination point», il limite delle proprie capacità, e dovrà ora sospendere l’offensiva: se gli ucraini hanno riconquistato parti di Severodonetsk dove Mosca schierava 25 Battaglioni tattici — benché più sguarniti di quel che si pensava — allora, afferma, tutto il Paese è a portata di mano. Appena due giorni fa, il governatore della regione Sergey Gaidai sosteneva che i russi avessero ormai in pugno il 70% della città, ma già nella notte fra venerdì e sabato quella percentuale è calata al 50% grazie alla controffensiva.

Proprio il tipo di conflitto in corso invita alla cautela, è prematuro affermare che vi sia una svolta positiva in favore di Kiev. Molte certezze sono state messe in discussione fin dall’inizio dell’invasione: spesso non è facile avere un quadro preciso, in quanto le notizie sono mescolate a propaganda e segnali confusi. Da un paio di settimane, il presidente Zelensky aveva invertito narrativa avvertendo che la situazione nella regione era difficile, che le sue truppe perdevano fra i 60 e i 100 uomini al giorno e contavano centinaia di feriti. I soldati schierati a difesa di Severodonetsk erano con le spalle al muro, tanto che il governatore Gaidai aveva suggerito una ritirata tattica.

Sembrava, insomma, che la caduta fosse ormai imminente. Persino l’intelligence britannica — sempre ottimista nei suoi bollettini pro-Kiev — ammoniva che l’intera regione di Lugansk, già per il 90% in mano russa, sarebbe stata conquistata entro metà giugno: dopo Severodonetsk, a Mosca mancherebbe soltanto la vicina Lysyschansk, sull’altra sponda del fiume Siverskyi Donets, per avere il pieno controllo della regione.

Invece, ha scritto il consigliere presidenziale Aleksey Arestovich, si trattava di una trappola: l’esercito ucraino avrebbe attirato gli invasori nelle zone abitate fingendo un ripiegamento. La mossa, sostiene, avrebbe spiazzato lo Stato maggiore russo che si trova ora a fronteggiare una missione ad alto rischio. «I difensori dell’Ucraina stanno liquidando i commilitoni russi», afferma il consigliere presidenziale, camminando su quella linea sottile che separa realtà e propaganda. Dall’altro lato Mosca ribatte: abbiamo aperto vuoti importanti nei ranghi nemici, fino al 90% in alcune unità.

È impossibile, per ora, stabilire chi dica la verità. Di certo, però, il duello evidenzia l’importanza strategica e simbolica della città: se i russi la dovessero prendere, sarebbero vicini alla «liberazione del Donbass» promessa da Putin; se gli ucraini dovessero respingere il nemico, si tratterebbe invece di una vittoria che darebbe ancora più morale e coraggio.

Corriere della Sera, 4 giugno 2022 (pag 3 del 5 giugno)

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