Il Washington Post ha sospeso per un mese e senza stipendio Dave Weigel, corrispondente politico e autore della newsletter The Trailer, colpevole di aver retwittato — e poi cancellato, scusandosi — una battuta misogina e neanche divertente: «Tutte le donne sono bi. Devi solo capire se bisessuali o bipolari». Una pena tutto sommato moderata, considerando i tempi: l’imputato non ha commentato, ma la sua email ha una risposta automatica che annuncia il ritorno al lavoro per il 5 luglio, mentre questa notte la sua newsletter è stata inviata da Amber Phillips, collega di dispacci politici con il 5-minute Fix che ha liquidato la questione con un «David Weigel is away», senza aggiungere dettagli.

Peccato che la storia di dettagli ne abbia parecchi, e che si intrecci con alcuni degli scandali redazionali più fragorosi degli ultimi anni. A sollecitarne il linciaggio nel tribunale sommario dei social è stata Felicia Sonmez che, dopo aver redarguito il collega al riparo da occhi indiscreti nella chat redazionale, lo ha attaccato pubblicamente su Twitter, insieme al suo stesso giornale: «È fantastico lavorare in un giornale in cui sono ammessi retweet come questi», ha scritto Sonmez, avviando uno scambio di colpi con i colleghi, schierati da un lato o dall’altro della trincea. «Ho appena rimosso il retweet di una battuta offensiva», ha commentato poco dopo Weigel. «Mi scuso e non volevo ferire nessuno».

Nella contesa è entrato prima un collega, Jose Del Real, che pur condannando l’errore di Weigel — «terribile e inaccettabile» — ha invitato Sonmez a evitare il linciaggio pubblico. «Felicia, tutti abbiamo sbagliato almeno una volta», le ha scritto, ottenendo un’altra mitragliata. «Protestare contro il sessismo non è linciaggio», ha risposto Sonmez, tirando in mezzo la direzione del giornale di Jeff Bezos. La reporter non si è fermata per giorni e, nel weekend, è intervenuta la direttrice del Post, Sally Buzbee, che ha inviato un memo ai suoi giornalisti chiedendo di «trattarsi a vicenda con rispetto e gentilezza».

Le scuse non sono bastate, e Weigel è stato sospeso. Già nel 2010 Weigel fu costretto a dimettersi dal Post dopo aver inviato mail denigratorie verso i conservatori — aveva definito bigotti gli oppositori dei matrimoni gay e fatto commenti negativi su alcuni repubblicani, diventandone bersaglio — ed era tornato nel 2015, dopo un passaggio a Slate e Bloomberg. Anche Sonmez era stata a sua volta sospesa dopo la morte di Kobe Bryant, nel 2020, quando — con il cadavere ancora caldoaveva ritirato fuori le vecchie accuse di stupro al giocatore, sostenendo che i colleghi glorificassero un molestatore.

Soprattutto, però, Sonmez ha appena perso una causa per discriminazione intentata contro il giornale che le impediva di coprire — in quanto in passato vittima di molestie, ma soprattutto per «l’atteggiamento attivista» — le storie di violenza sessuale. Nel 2018, appena arrivata al Post, Sonmez aveva denunciato per molestie il corrispondente del Los Angeles Times a Pechino Jonathan Kaiman, accusandolo di averla baciata ed essersi denudato da ubriaco dopo una festa del club dei corrispondenti, e di averle fatto pressione per fare sesso.

Le accuse erano state rilanciate da un’ex compagna di università e coinquilina di Kaiman, che aveva subito lo stesso trattamento nel 2013. Kaiman si era difeso dicendo di ricordare una storia «fondamentalmente diversa», si era scusato, aveva specificato di considerare Sonmez «una buona amica», ma era stato costretto a dimettersi. « S ono radioattivo», aveva raccontato un anno dopo, spiegando che nessuno lo faceva più lavorare e che era costretto a vivere nel basement dei genitori a Phoenix. Oggi — sono passati 4 anni — studia legge a Ucla, in California, e su Twitter si definisce «ex giornalista».

Corriere della Sera, 8 giugno 2022

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