Quello messo in atto dalla Russia è un «urbanicidio», la distruzione sistematica di infrastrutture, ferrovie, aree abitate, siti industriali, ospedali. Aaron Clements-Hunt su Newsline Magazine fa un drammatico elenco dei danni che peseranno sul futuro dell’Ucraina, chiunque sarà il vincitore. Le devastazioni sono una conseguenza della tattica «storica» dei russi: terra bruciata, livellamento di qualsiasi ostacolo, punizione per tutti. Mosca ha sparato oltre 2 mila missili a lungo raggio contro target militari e civili, messi insieme sotto un martello pesante. Al tempo stesso la resistenza ha scelto di trasformare alcune delle sue città in roccaforti, per un’esigenza bellica ma anche politica: lasciarle in mano all’invasore sarebbe un premio all’aggressione. Secondo l’esperto Tom Cooper, il generale Alexandr Dvornikov mantiene un ruolo primario, ma c’è anche — forse in posizione subordinata nonostante sia vice ministro — il generale Gennady Zhidko, con compiti di riorganizzatore/coordinatore. Il sentiero di guerra è consueto: ricognizione di droni, tiro di sbarramento non importa quanto preciso, progressione modesta di Battaglioni a ranghi incompleti una volta che l’area designata è stata indebolita (o si pensa che lo sia). Ciò spiega i tempi lenti sui quali incide la capacità del nemico, tosto però fiaccato. I racconti dalle trincee ucraine danno il senso della sofferenza. Parlano di un alto numero di militari uccisi o feriti, della necessità di ruotare ogni tre giorni i fanti per impedire che abbiano un tracollo psico-fisico, della mancanza di sostituzioni adeguate. Nei primi 100 giorni la battaglia si è portata via chi era più addestrato, ora — spiegano — sono mobilitate le seconde schiere, civili che coraggiosamente devono indossare una divisa. Alcune unità sono state spazzate via, anche fra gli invasori. Il comando di Zelensky deve mantenere l’equilibrio di un dispositivo impegnato sui quattro punti cardinali: a sud/sud est, dove c’è il cuore del confronto; a nord c’è una vigilanza attiva al confine bielorusso, anche se Lukashenko non sembra pronto a intervenire direttamente; la tutela della capitale Kiev e la difesa di Odessa; le retrovie, con la gestione degli aiuti Nato. Il neo-zar ha invece la possibilità di scegliere dove applicare la massima potenza, scelta che attenua parzialmente i guai logistici e la carenza di truppe. I mezzi, poi, alla Russia non mancano.

Corriere della Sera, 10 giugno 2022 (pag 5)

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