La guerra infiamma il fronte orientale, i russi fanno valere la potenza di fuoco nel Donbass, per la resistenza sono ore difficili. Ma c’è un altro settore dove ci sono sviluppi interessanti, quello di Odessa, la città simbolo che sembrava essere il target prezioso per il Cremlino. Gli ucraini hanno mostrato le immagini dei primi Harpoon forniti dai paesi Nato, sistemi anti-nave destinati ad ampliare la difesa costiera. Con un raggio di circa 140 chilometri, rappresentano un’insidia per gli invasori: la Flotta del Mar Nero mantiene infatti le unità di superficie a distanza di sicurezza e si affida soprattutto ai sommergibili classe Kilo, piattaforme di lancio per i cruise Kalibr.

Kiev ha iniziato il conflitto contando solo su pochi esemplari di Neptune, ordigni prodotti localmente e in pochi esemplari, in grado di coprire una distanza di 280 chilometri. E con questo arsenale minimo hanno conseguito un risultato massimo affondando l’ammiraglia Moskva: un colpo a sorpresa che ha inciso parzialmente sulle operazioni marittime di Mosca. La task force di navi da sbarco che per giorni faceva il pendolo davanti a Odessa si è spostata verso acque più sicure per il timore di essere il target di altri tiri. La perdita dell’incrociatore e di un paio di piccole vedette (oltre ad un’unità appoggio esplosa nel porto di Berdyansk) non ha comunque impedito ai russi di continuare a sostenere l’Isola dei Serpenti, l’avamposto occupato nei primi giorni dell’invasione e teatro di duelli. I russi hanno rinforzato le postazioni anti-aeree dopo che il nemico era riuscito a distruggerne alcune e, in apparenza, sono riusciti a sventare alcune incursioni grazie ad una superiorità parziale della loro aeronautica.

Ora devono mettere in conto che, oltre ai Neptune, ci sono gli Harpoon, quindi ordigni ceduti dalla Norvegia e altri arrivati dalla Gran Bretagna. Sono frecce che possono provocare danni, rendono più robusto lo scudo, creano comunque un principio di deterrenza. È interessante che la Marina russa abbia deciso di piazzare su una corvetta classe Vasily Bykov un lanciatore anti-aereo Tor di solito usato a terra. Sono soluzioni provvisorie adottate anche da altri Paesi che non sempre rappresentano la scelta migliore: secondo gli esperti rischiano di soffrire per la salinità dell’aria e sono pensati per operare in un teatro ben diverso, dunque non sono da escludere inconvenienti tecnici. Tuttavia siamo nel campo delle ipotesi, in ogni guerra i protagonisti si adattano, adeguano tattiche e mezzi alle necessità.

C’è poi il fronte commerciale, al centro delle inconcludenti trattative di mercoledì ad Ankara, in Turchia. Il blocco marittimo imposto dai russi nel Mar Nero ha fermato nei porti ucraini grano e altri prodotti agricoli (23 milioni di tonnellate, ma potrebbero diventare 75 entro l’autunno dice Zelensky), innescando una crisi alimentare globale che colpisce in particolare sui Paesi più poveri dell’Africa e del Medio Oriente. In questa partita, però, Mosca recita la parte della vittima, sostenendo che il blocco sia causato dalle sanzioni occidentali e dalle migliaia di mine galleggianti seminate dagli ucraini lungo la costa per impedire un attacco anfibio su Odessa.

«La Federazione Russa non sta creando nessuno ostacolo al passaggio delle navi», ha detto il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ad Ankara, evitando di menzionare che l’Armata — oltre a fermare le rotte commerciali — ha distrutto il porto di Mariupol e bloccato quello di Mykolaiv. La Russia è pronta a garantire corridoi commerciali nel Mar Nero, ha chiarito Lavrov, con i mercantili che potranno salpare dai porti ucraini accompagnate da navi da guerra di Paesi neutrali, ma solo se Kiev sminerà le sue coste. «La palla è nel loro campo», ha detto il ministro russo. Peccato che, ha replicato il viceministro dell’Economia ucraino Taras Kachka, il problema non sono le minefondamentali per proteggere Odessa: gli ucraini non si fidano — ma le navi da guerra russe che ostacolano le esportazioni.

Già a marzo, però, un mercantile estone è affondato dopo averne urtato una, mentre altre sono state rinvenute lungo le coste della Turchia e della Romania: secondo l’International Maritime Organization, al 20 aprile c’erano 84 imbarcazioni e 500 membri di equipaggi bloccati nei porti ucraini, e i premi delle assicurazioni per chi ha in programma di navigare nell’area sono proibitivi. Anche se si dovesse raggiungere un (improbabile) accordo, ha spiegato però il ministero dell’agricoltura di Kiev, ci vorrebbero almeno sei mesi per ripulire le coste: servirebbero attrezzature specializzate per setacciare le acque in mare aperto, e difficilmente si riuscirebbe a ripulire il Mar Nero prima della fine dell’anno.

Corriere della Sera, 10 giugno 2022 (pag 6 dell’11 giugno)

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