Sembra di essere tornati all’inizio dell’operazione militare «speciale» di Vladimir Putin, quando i russi avanzavano — seppur lentamente — mentre gli ucraini erano in difficoltà e sostenevano di non avere abbastanza armi. Tre mesi e mezzo più tardi, il fronte è molto più ristretto — la battaglia feroce è limitata all’area di Severodonetsk — e i due schieramenti portano avanti una guerra d’attrito, che ha fiaccato le truppe, combattuta a colpi d’artiglieria. In questo campo l’Armata sovrasta la resistenza: i russi sparano 50/60 mila colpi al giorno, e martellano gli obiettivi militari e civili senza fare troppa distinzione. «Sparano così tanto che non sentiamo la nostra», ha detto nei giorni scorsi un soldato della resistenza dislocato a Bakhmut. Gli ucraini ne sparano 5/6 mila, dice il capo dell’intelligence militare di Kiev Vadym Skibitsky, ma hanno quasi finito le munizioni per i sistemi di concezione sovietica. «Le abbiamo usate quasi tutte», ha detto, una carenza che gli ucraini non nascondono, anche per dare un messaggio d’urgenza agli Alleati, e che sottolineano contemporaneamente sia il New York Times che il Washington Post. Probabilmente non per caso.

L’esercito di Kiev nella fase iniziale si era rivolto alla «fiera dell’Est», Paesi come Bulgaria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Macedonia del Nord che hanno sistemi compatibili: questa filiera, ha spiegato però il Pentagono, si è esaurita — anche perché spesso si trattava di pezzi vecchi e mal funzionanti — e Washington ha dovuto cambiare strategia. «Già a marzo — ha confermato il ministro della Difesa Oleksiy Reznikov — sapevamo che affidarci solo alle armi sovietiche sarebbe stata una strategia perdente». È stato per questo che al vertice di Ramstein del 28 aprile è stata decisa una transizione verso i prodotti Nato, così da poter facilitare i rifornimenti: l’esercito ucraino ha cominciato quindi a sostituire i vecchi armamenti «sovietici» con quelli occidentali, un’integrazione che permetterà a Kiev, pur non entrando nella Nato, di usarne l’arsenale grazie all’acquisizione di pezzi, all’addestramento e, anche, alla produzione.

Solo che — mentre infuria la battaglia — i soldati di Zelensky non stanno ricevendo abbastanza armi per poter respingere l’offensiva russa in Donbass, né abbastanza in fretta. L’Occidente ha promesso e inviato pezzi d’artiglieria, sistemi lanciarazzi multipli: dagli Stati Uniti sono arrivati 220 mila proiettili — sufficienti per pochi giorni, ai ritmi attuali — e 90 cannoni M777, la maggior parte dei quali sono già sul campo. Per consegnarli e renderli operativi ci vuole però del tempo, anche perché è necessario addestrare i soldati all’uso dei nuovi mezzi. Il Pentagono ha velocizzato il training, e i soldati ucraini vengono dichiarati pronti all’uso molto prima dei colleghi americani. Però non basta. Mentre questo processo si compie, gli ucraini sono costretti a dare fondo alle scorte: da tempo le testimonianze che arrivano dal fronte parlano di truppe costrette a risparmiare sul tiro di reazione, incapaci di ribattere al fuoco nemico per non rischiare di rimanere a corto, obbligate ad adattarsi.

Racconta il New York Times che, un paio di giorni fa, alcuni soldati ucraini al fronte nel Donbass sono stati bersagliati da una pioggia di cannonate. Quando i droni hanno scoperto la posizione delle truppe di Mosca, i soldati della resistenza hanno posizionato gli obici da 122mm di concezione sovietica, hanno preso la mira e hanno sparato: se qualche settimana fa avrebbero saturato le posizioni russe, venerdì hanno replicato con appena due colpi perché devono limitarsi a obiettivi specifici.

Questa situazione ha portato Kiev davanti a un dilemma. Da un lato è a corto di munizioni per i vecchi armamenti già presenti nell’arsenale. Dall’altro, ha ricevuto quelle occidentali — ha chiarito Mariana Bezugla, vicepresidente dalla commissione per la sicurezza nazionale, la difesa e l’intelligence del parlamento ucraino — ma non ha ancora abbastanza batterie per poterle utilizzare. La difesa del Donbass, sostengono gli analisti, a cominciare da Michael Kofman, dipende proprio dal quante ne arriveranno, e quanto in fretta. «Questa è una guerra d’attrito combattuta con lunghi calibri, più che di manovra», ha detto il direttore degli Studi russi del Cna. «E ciò significa che un fattore decisivo sarà chi riuscirà ad alimentarli in modo adeguato».

Corriere della Sera, 11 giugno 2022 (pag 8 e pag 9 del 12 giugno)

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