I piccoli droni mandati in ricognizione cadono. Le immagini dei loro video sono «torbide». Le comunicazioni radio non funzionano. È impossibile avvistare una colonna di tank che avanza, complicato impartire ordini e riceverli. I soldati sono «ciechi» e «sordi», mentre sulle loro teste sta per rovesciarsi l’inferno. Sono le conseguenze sul campo di battaglia della guerra elettronica, che colpisce comunicazioni e sistemi di guida, l’artiglieria, i caccia, i droni o i missili cruise. Mosca, nell’ora X dell’invasione, ha sferrato un’ampia azione cyber che però è stata «incassata» con conseguenze minori da Kiev. Nelle settimane successive i russi ne hanno fatto un uso moderato, forse perché non volevano esporre più di tanto i propri sistemi, temevano che alcuni dei mezzi potessero cadere in mano nemica. In effetti gli ucraini hanno catturato — secondo l’Associated Press che ha dedicato un’analisi a questo fronte — un Krasukha 4 (concepito per interferire su segnali satellitari e radar) e un Borisoglebsk 2, esemplare tra i più avanzati, studiato in chiave anti-drone.

Il quadro è cambiato in modo netto in parallelo all’offensiva nel Donbass. Il conflitto tradizionale, ripetono gli esperti, richiede massima integrazione tra componenti diverse chiamate ad agire in cielo, terra, mare in modo coordinato. Per questo era fondamentale che lo Stato Maggiore accrescesse il ruolo «EW», ossia la guerra elettronica. I rapporti dall’Est segnalano problemi crescenti per la resistenza, a causa di questa attività da parte del nemico. «Creano interferenze ovunque possono», ha spiegato un funzionario dell’Aerorozvidka ucraina, un’unità di ricognizione aerea. «Non possiamo dire che dominino, ma ci ostacolano enormemente». I russi hanno intensificato la presenza di apparati appaiandola a colpi mirati.

Il 26 maggio un portavoce della Difesa russa ha annunciato la distruzione di un centro per l’intelligence ucraina a Dniprovske, regione meridionale di Mykolaiv: secondo la fonte moscovita, sarebbero stati uccisi 11 elementi locali e 15 consiglieri stranieri. Non ci sono conferme indipendenti, ma potrebbe essere vero e comunque anche la sola notizia — specifica — è una conferma dell’intensità dello scontro in questo settore, che si basa su tre elementi chiave:

1) Individuare il segnale avversario.

2) Cercare di degradare il sistema nemico (radio, cellulari, radar anti-artiglieria e anti-aerei).

3) Confondere, ingannare.

È evidente che la sfida è tanto più cruciale nell’attuale fase, dove ci sono posizioni fisse, duelli di cannoni, movimenti ridotti a pochi chilometri, necessità di colpire a distanza. Gli artiglieri rischiano di essere meno precisi, i piccoli velivoli mandati in avanscoperta come scout non trasmettono più. Anche l’Ucraina usa le stesse armi e può contare sull’appoggio — anche qui — della Nato: gli aerei dell’Alleanza volando lungo i confini occidentali e in Mar Nero tracciano i «segni», contribuiscono a identificare le minacce possibili. La rete privata di satelliti garantita da Elon Musk ha aggiunto una risorsa importante, a tratti decisiva per le incursioni di forze speciali: sono 2.200 e forniscono connessione a circa 150 mila stazioni terrestri. Ma è solo un lato dell’arena, serve molto di più vicino alla linea del fuoco.

La resistenza ha ricevuto forniture turche e occidentali, è stata addestrata sempre dagli Stati Uniti dopo che nella crisi del 2014 si è trovata esposta all’equipaggiamento e alla tattica dei russi. Così ha adeguato le proprie capacità, anche se ha di fronte quelle della Russia, molto esperta. Lo si è visto in Siria, dove il contingente mandato dal Cremlino a proteggere il regime ha impiegato massicciamente il disturbo elettronico con riflessi sui Gps: lo hanno sottolineato gli americani, lo hanno confermato gli israeliani che hanno però continuato condurre blitz contro target iraniani sul territorio siriano. È una corsa infinita, per non soccombere devi trovare il meglio.

Corriere della Sera, 12 giugno 2022 (pag 19 del 13 giugno)

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