Il capitano Andrey Ivanov, comandante di una compagnia di fanti di marina, è stato insignito del titolo di Eroe di Russia. Alla memoria. L’ufficiale è caduto durante l’attraversamento del Siverskiy Donets nel Donbass. L’episodio ricorda lo scontro avvenuto ai primi di maggio nel settore di Bilohorivka, quando un’operazione analoga è costata agli invasori centinaia di morti. Il guado è diventato una trappola perché l’intelligence avversaria ha anticipato le mosse e lo Stato Maggiore non ha studiato a dovere il piano. Ora lo scenario si ripete in più punti con il fiume nel ruolo di trincea, di linea d’arresto naturale con la quale gli ucraini tentano di rallentare la spinta di Putin.

Il corso d’acqua svolge questo ruolo a Severodonetsk in quanto separa la località da Lysychansk: qui è attestata l’artiglieria ucraina, sovrastata però da quella russa. L’ultimo ponte che permetteva il transito dei rifornimenti è andato distrutto e ne resta in piedi solo uno, danneggiato e non adatto al traffico pesante. A nord di Sloviansk gli invasori hanno cercato negli ultimi giorni di attraversare il Siverkiy in aree diverse, ma avrebbero lasciato sul terreno uomini e mezzi. L’Armata cerca le sponde più agevoli dove poggiare i pontoni mobili trasportati dai camion: sono manovre complesse che non passano inosservate, i rischi sono alti.

Di sicuro tenteranno dei diversivi, disturberanno i droni con i sistemi elettronici, manderanno commandos, ma una volta dall’altro lato devono essere in grado di proteggere la testa di ponte. Un ruolo affidato all’aviazione (quando può agire) e soprattutto ai lunghi calibri, alle salve di razzi capaci di devastare un triangolo di terra con centinaia di esplosioni nell’arco di pochi minuti.

Zhidko e Dvornikov, i due generali alla testa dell’offensiva, sono consapevoli dei costi. Insieme ai tentativi ripetuti di guadare a nord di Severodonetsk stanno cercando infatti di avanzare da sud, dalla regione di Popasna. Una manovra d’accerchiamento per evitare l’attraversamento di quello che sembra diventare una sorta di Piave ucraino. L’intelligence britannica — sempre sbilanciata in favore di Kiev — arriva a scrivere che il destino del conflitto sarà deciso dalla battaglia del fiume su un asse lungo 90 chilometri: le truppe dello «Zar» superano il bastione oppure lo aggirano.

Il conflitto però vive di fasi, con vittorie e sconfitte intermedie: per questo molti invitano ad aspettare le prossime settimane prima di sbilanciarsi. Le prospettive cambiano in base a ciò che avviene sul campo. All’inizio dell’operazione speciale gli analisti occidentali, prevedendo una marcia più veloce della Russia, sostenevano che i difensori avrebbero dovuto attestarsi molto più a ovest, sulla riva del Dnipro, considerato in principio il limite massimo occidentale verso cui potevano spingersi le truppe russe. Questo per evitare di farsi chiudere in una morsa. Il passo degli aggressori, invece, è diventato lento. Con una tabella di marcia condizionata dalle perdite pesanti, dai nodi logistici e — ovviamente — dalla tenuta degli avversari.

Putin ha rimescolato le carte, ha ridisegnato la mappa dell’assalto, ha fatto concentrare i Battaglioni in un arco ridotto. Zelensky non ha ordinato il ripiegamento ma ha accettato il duello con un arsenale inferiore. Il russo è come un pugile con il braccio più lungo e pesante, non importa se accurato nel portare i colpi. L’importante è sfiancare i nemici che lamentano tre lacune: i rimpiazzi sono poco addestrati (non c’è tempo per farlo), i sistemi bellici occidentali non sono ancora tutti disponibili e molti sono inceneriti nei depositi prima ancora dell’impiego, scarseggiano le munizioni.

Immagini sul web mostrano tank poggiati su rampe per effettuare il tiro indiretto e persino cannoni senza rinculo, concepiti per uno sparo «diretto», impiegati quasi che fossero mortai. Adattamenti che non possono certo ridurre la sproporzione di forze, ribadita ogni secondo da Kiev. Un consigliere di Zelensky ha osservato che, per terminare la guerra, è necessaria una parità di armi pesanti: su Twitter ha postato una richiesta che comprende 1.000 pezzi da 155 millimetri, 500 tank, 300 lanciarazzi a lunga portata, auspicando che sia esaminata alla riunione Nato del 15 giugno. Numeri irraggiungibili.

Corriere della Sera, 13 giugno 2022 (pag 19 del 14 giugno)

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