I russi hanno deciso di lasciare l’Isola dei Serpenti, l’avamposto strategico al largo di Odessa che avevano conquistato nelle prime ore del conflitto, e che permetteva loro di mantenere il blocco navale nel Mar Nero.

Dopo l’affondamento dell’incrociatore Moskva, colpito nella notte fra il 13 e il 14 aprile da due missili Neptune ucraini, l’Armata aveva faticato a difendere l’isola, bersaglio delle incursioni della resistenza. Nelle ultime settimane gli attacchi aerei e con i droni degli ucraini si erano intensificati e — ha ammesso lo stesso ministero della Difesa russo su Telegram — erano diventati difficili da respingere. Mosca aveva quindi spostato sistemi di difesa aerea Tor e Pantsir a protezione dell’isola, ma per difenderla venivano impiegate parecchie risorse e hanno pensato che fosse ormai meglio prevenire le perdite. Anche perché, sostengono, quello scoglio nel Mar Nero, a 35 chilometri dalla foce del Danubio, aveva ormai svolto la sua funzione.

Secondo i russi, quindi, la ritirata strategica non pregiudicherebbe il controllo sull’area, ma sarebbe un gesto di «buona volontà» per impedire agli ucraini di «speculare» sulla crisi alimentare globale. Per gli analisti, però, la mossa potrebbe invece permettere agli ucraini di aprire una breccia nel blocco navale e di riprendere — almeno parzialmente e non senza pericoli: nell’area restano sottomarini e navi da guerra russe — le esportazioni di grano e prodotti agricoli verso l’Europa.

Di certo, in questa storia, c’è che un Paese senza flotta è riuscito a tenere testa nella battaglia navale a una grande potenza, insidiandone le posizioni. Il colpo, inoltre, conferma che le armi a lungo raggio fornite dagli alleati occidentali hanno avuto un effetto concreto e immediato sui combattimenti: hanno permesso agli ucraini di ampliare il proprio arsenale e reso relativamente più semplice centrare l’isola. Gli esperti hanno indicato il possibile uso degli Himars, degli Harpoon anti-nave, di munizionamento speciale per i cannoni. Kiev ha invece dato parte del merito al semovente «locale» Bohdana da 155 mm (anche se ne hanno pochi esemplari, forse appena uno) quasi a voler enfatizzare il contributo «nazionale». Con pochi mezzi, gli ucraini hanno creato una sua deterrenza, hanno costretto la task force nemica a restare al largo, hanno allontanato i pericoli di uno sbarco anfibio a Odessa. Il successo è militare, ma anche propagandistico in un momento duro per i difensori.

La decisione russa di abbandonare Zmiyinyy è stata comunque una sorpresa e, data l’importanza strategica, non deve essere stata semplice da prendere, spiega l’esperto HI Sutton. Non è chiaro, tuttavia, se gli ucraini riusciranno a occuparla, anche perché poi si ritroveranno con gli stessi problemi di difesa riscontrati dagli invasori. E c’è persino chi teme una trappola da parte degli invasori. Come ricorda l’analista Michael Kofman, direttore degli studi russi al Cna di Washington, i conflitti non hanno quasi mai un andamento lineare, esistono variabili. Per questo è difficile fare previsioni sul futuro, tanto più quando i contendenti si stanno logorando a vicenda nei combattimenti nel Donbass.

Corriere della Sera, 30 giugno 2022 (pag 13 del 1 luglio)

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