Sul taccuino militare le analisi belliche accompagnano quelle più politiche, è questo il doppio binario della crisi in attesa che l’Armata dia concretezza alle disposizioni del Cremlino.

Le armi

Nell’arco di 48 ore il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha ordinato per due volte di concentrare l’azione sui sistemi d’artiglieria a lunga gittata ucraini. Una conferma evidente di come gli Himars — appena dodici esemplari in dotazione a Kiev — e alcune armi analoghe stiano incidendo sulle operazioni. Non cambiano l’assetto strategico però, come prevedibile, complicano la missione degli invasori. Per le seguenti ragioni: distruggono siti importanti (depositi, snodi logistici); costringono gli invasori a spostare i centri per le munizioni lontano dalla linea ferroviaria e a ricorrere a trasferimenti con i camion, quindi maggiore sforzo e tempi più lungi; accrescono l’insicurezza nelle retrovie. Ripercussioni vi sarebbero anche sul fronte navale. Fonti da Odessa sostengono che numerose unità della Flotta del Mar Nero hanno lasciato la base russa di Sebastopoli per trasferirsi più a oriente. Una mossa legata alla minaccia dei missili ucraini, mezzi con un raggio d’azione più ampio.

Le forniture

L’Ucraina ha appena 12 Himars, a questi si aggiungono alcuni lanciarazzi M270. Davvero pochi. I collaboratori di Zelensky ne avevano chiesto 300, analisti hanno replicato che avrebbero potuto accontentarsi di una sessantina. Tutto ciò rientra nel tema delle forniture. Washington è stata molto generosa tuttavia non è chiaro perché non abbia garantito un numero maggiore di pezzi, riemerge quindi l’impressione di un supporto esteso quanto «controllato», giustificato da alcuni come un tentativo di non creare tensioni aggiuntive con il Cremlino.

Interessante che Kathy Warden, presidente della Northtrop Grumman, una delle società leader nel settore armamenti, abbia sollecitato indicazioni precise su scorte, necessità di produzione, su cosa sia prioritario mettere a disposizione. Richiami a non rallentare la solidarietà sono stati rivolti da Svezia e Finlandia, due Stati decisi a contrastare le mosse di Putin e per questo disposti a garantire un flusso continuo di materiale in favore di Kiev. L’Ue ha risposto indirettamente stanziando lunedì altri 500 milioni di euro. L’impressione è che vi sia il timore di un calo di «entusiasmo» da parte di alcuni partner atlantici nel supporto agli ucraini.

La fiducia

In questa cornice può diventare ragione di allarme l’epurazione dei vertici dell’intelligence ordinata dal presidente Zelensky. Da settimane c’erano notizie di sospetti e profonda insoddisfazione verso settori della sicurezza, critiche taciute quando le cose andavano bene, ma poi riemerse dopo i successi russi nel Donbass. Conti vecchi e nuovi. Una storia con numerose implicazioni:

1. Il cambio coinvolge persone ritenute di grande fiducia come Ivan Bakanov, capo dei servizi.

2. È una frattura — quali che siano le motivazioni reali — nei ranghi, rischia di innescare tensioni.

3. Non è ben chiaro se siano accusati di tradimento o piuttosto di errori nella gestione della crisi. Un portavoce ha spiegato che i provvedimenti non sono definiti, ma sospesi in attesa delle conclusioni dell’inchiesta. Una frenata forse dovuta a valutazioni più politiche.

4. Rilancia comunque il pericolo dell’infiltrazione. Mosca probabilmente sperava che simpatizzanti e collaborazionisti ad alto livello facilitassero un cambio di potere senza dover ricorrere ad una vera invasione.

Corriere della Sera, 18 luglio 2022 (pag 11 del 19 luglio)

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