Il ponte Antonivskyi, nel settore meridionale di Kherson, ha subito danni pesanti. La struttura sul Dnipro, in mano ai russi, è stata centrata una dozzina di volte dagli ucraini. L’episodio porta a due aspetti del conflitto: la capacità della resistenza di ostacolare la logistica avversaria — il ponte è una delle due vie di comunicazione che collegano Kherson, l’unica città conquistata dall’Armata a ovest del Dnipro, con la parte orientale del Paese — e la gestione degli armamenti, non priva di difficoltà.

Altri Himars

I colpi inferti al passaggio sul fiume sono stati attribuiti dagli stessi russi ai razzi sparati dagli Himars, l’arma più citata da fine giugno da entrambi i «duellanti» con finalità diverse. Mercoledì il capo della diplomazia Sergei Lavrov ha affermato che, se la Nato continuerà a fornirli, Mosca estenderà i suoi obiettivi strategici oltre il Donbass. La frase minacciosa conferma quanto i russi considerino pericoloso questo sistema lanciarazzi a lunga gittata. Il ministro della Difesa ucraino ha infatti auspicato di poterne avere almeno 100 mentre Washington, secondo indiscrezioni, si appresta a mandarne altri 4 aumentando il parco a disposizione ad un totale di 12. Parigi, a sua volta, ha annunciato l’invio di altri 6 cannoni semoventi Caesar, giudicati positivamente dopo la prova sul campo di battaglia. Sono aiuti tangibili, però sempre contenuti. Non ci si distacca da un’assistenza a velocità progressiva.

La Babele degli aiuti

I tasselli citati combaciano con un’analisi del Wall Street Journal che rilancia una questione spesso tralasciata. L’esercito di Zelensky ha tra le mani una massa di materiale diverso e il nodo diventa sempre più intricato. Quali sono i punti critici della Babele delle armi? La manutenzione dell’artiglieria sofisticata di provenienza non omogena: pezzi da Stati Uniti, Francia, Polonia, Germania, Olanda, Canada, Svezia, solo per citare alcuni degli Stati. Le munizioni, d’origine «sovietica» e Nato. I blindati, anche questi spediti da molti governi: ognuno ha trasferito ciò che aveva. Il quotidiano ricorda come alcuni dei mezzi — più anziani — si possono aggiustare quasi sul posto mentre quelli moderni, con apparati tecnologici avanzati, richiedono un training specifico, strumenti adeguati, tempi lunghi, non di rado trasferimenti nelle retrovie. Alla lista va aggiunta la gestione delle parti di ricambio: ci sono attese, in certi casi i meccanici devono cannibalizzare mezzi danneggiati, si aggiustano con il mestiere. Lavori da svolgere sotto il rischio delle bombe: le rotte e i depositi sono bersagliati dai raid missilistici dell’Armata. Alcuni Stati si sono offerti di dare assistenza proprio per rimettere in servizio tank e veicoli, ma questo costringe ad ulteriori transiti. Servono treni, camion in grado di trasportare carichi verso il fronte o in direzione contraria.

Piloti futuri

Arrivano poi nuovi segnali. Il capo di Stato Maggiore della Us Air Force Charles Brown ha rivelato durante una conferenza ad Aspen, Colorado, che il Pentagono sta esaminando insieme ai partner occidentali la possibilità di addestrare in futuro piloti di caccia ucraini. Non ha indicato date o termini, solo descritto un progetto in discussione e sostenuto, indirettamente, da un pacchetto di 100 milioni di dollari approvato della Camera americana ma in attesa della luce verde presidenziale. Preparare un pilota a volare su F16 — uno degli aerei citati — potrebbe richiedere dai due ai quattro mesi. La sensazione è che a Washington vogliano preparano il terreno per questo possibile passo o comunque cerchino di avere una cornice già pronta nel caso arrivi l’ordine di eseguire il piano.

I controlli

Nei giorni scorsi si sono levate voci — in Europa e negli Stati Uniti — sulla necessità di verificare, controllare e seguire il flusso di armamenti garantiti all’Ucraina. Un «appello» legato al timore di traffici, dirottamento di equipaggiamenti in mani sbagliate, giri strani, corruzione. Kiev ha risposto creando un comitato di monitoraggio: è un tentativo di rassicurare la coalizione di volenterosi che dalla fine di febbraio puntella la lotta contro l’invasione.

Corriere della Sera, 20 luglio 2022

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