La sera del 14 gennaio 1905, la ricchissima e crudele signora Jane Stanford si trovava nella sua magione di 50 stanze a San Francisco quando, dopo aver bevuto un sorso d’acqua da una bottiglia lasciata accanto al suo letto da un’assistente, cominciò a vomitare violentemente. Era un’acqua molto amara, disse, e — dopo essersi ripresa — chiese un’analisi chimica del liquido, scoprendo che nella bottiglia qualcuno aveva messo della stricnina, una delle sostanze più amare che esistono, ma soprattutto un veleno potentissimo che causa spasmi, convulsioni e la paralisi dei muscoli respiratori. Invece di chiamare la polizia, la signora Stanford si affidò al fratello, che contattò l’avvocato di famiglia che, a sua volta, assunse un investigatore privato. Consapevole che qualcuno avesse tentato di ucciderla, e terrorizzata dal fatto che potesse riprovarci, qualche settimana dopo la signora Stanford salpò per Honolulu, alle Hawaii, insieme a due dei suoi assistenti più fidati. Il 28 febbraio, nella sua stanza al Moana Hotel, la storia di ripeté: bevve un po’ d’acqua e bicarbonato e cominciò a vomitare. I suoi assistenti chiamarono il dottore dell’albergo, che arrivò in pochi minuti ma non poté fare nulla: la signora Stanford morì quella notte a 76 anni fra atroci sofferenze, l’autopsia stabilì che era stata avvelenata con la stricnina, ma nessuno fu incriminato per l’omicidio.

Jane Elizabeth Lathrop era nata ad Albany nel 1828, seconda dei sei figli del negoziante Dyer Lathrop. Nella capitale dello Stato di New York conobbe il giovane avvocato Leland Stanford, di quattro anni più grande di lei, il figlio di un facoltoso imprenditore agricolo della zona che era appena entrato nello studio legale Wheaton, Doolittle and Hadley di Albany: si sposarono nel 1850 e si trasferirono a Port Washington, nel Wisconsin, dove si diceva che il giovane avvocato avesse portato la più importante libreria legale a nord di Milwaukee, un regalo del padre che andò in cenere durante un incendio. Nel 1852 gli Stanford si separarono, almeno fisicamente: lei tornò ad Albany dai genitori, lui si unì alla corsa all’oro e raggiunse i cinque fratelli in California. Si ricongiunsero nello Stato di New York tre anni dopo, ma — racconta Meryl Gordon sul New York Times per il rampante Leland la vita della costa orientale era diventata ormai troppo lenta, specie se paragonata all’entusiasmo travolgente che dominava in California. E così nel 1956 decise di attraversare nuovamente il Paese, stavolta portando con sé la moglie Jane.

Cominciò così la straordinaria ascesa di Leland Stanford, imprenditore mercantile, magnate, filantropo, membro dei Big Four che fondarono nel 1861 la Central Pacific Railroad, la ferrovia che collegò la capitale californiana Sacramento al fiume Missouri, nel cuore dell’America, costruendo il tratto occidentale della First Transcontinental Railroad che attraversava il Paese. La prima locomotiva della nuova compagnia fu chiamava Gov. Stanford, in suo onore: dopo aver perso le elezioni nel 1859, l’ex avvocato di provincia ci riprovò proprio nel 1861, venendo eletto con il partito repubblicano e diventando così l’ottavo governatore della California mentre l’America stava entrando nell’età dell’oro. Finita la guerra civile nel 1865, l’industrializzazione, lo sviluppo della ferrovia e le miniere di carbone trascinarono il Paese verso un periodo di straordinaria crescita economica, con gli stipendi che aumentavano vertiginosamente attirando dall’Europa milioni di immigrati in cerca di fortuna. In questo contesto, la storia di Leland Stanford si incrocia e sovrappone a quella dell’America del tempo.

È una storia di successo ma anche di sfruttamento brutale dei dipendenti, di corruzione, di abusi e pratiche sleali, tanto da renderlo un simbolo dei «robber baron», i capitalisti senza scrupoli raccontati nel 1934 dal giornalista Matthew Josephson nell’omonimo libro, che ammassavano grandi quantità di denaro schivando la legge. Ormai ricchissimo e potentissimo, Stanford rimase in carica due anni come governatore, così voleva la legge dell’epoca, per poi tornare al mondo degli affari e aumentare ulteriormente la propria influenza. Nel maggio del 1868, uno dopo l’altro, si verificarono tre eventi che ne avrebbero segnato la vita: con alcuni soci creò la Pacific Union Express Company, che due anni più tardi si fuse con la società finanziaria Wells Fargo and Company, di cui divenne direttore; fondò la Pacific Mutual Life Insurance Company, una compagnia assicurativa che guidò fino al 1876; e divenne padre.

Quando nacque il piccolo Leland DeWitt Stanford, Jane aveva 39 anni e lui 44, un’età avanzatissima per l’epoca. In quello stesso periodo, assunse il controllo della Southern Pacific Railroad di cui rimase presidente fino al 1890, quando fu cacciato da Collis Huntington, suo socio e membro dei Big Four, furioso perché Stanford era stato eletto in Senato nel 1885 sconfiggendo il suo amico Aaron Sargent, l’uomo che aveva da poco introdotto il 19esimo emendamento della costituzione americana che estendeva il voto alle donne.

Un anno prima di quell’elezione, però, la vita degli Stanford era stata sconvolta dalla morte improvvisa del figlio Leland Jr., appena 15enne, colpito da febbre tifoide ad Atene durante un Grand Tour dell’Europa con i genitori: corsero in Italia per curarlo, ma il ragazzo morì a Firenze dopo alcune settimane di malattia. Distrutti dal dolore, i genitori decisero di rendere omaggio al figlio e di usare la propria fortuna per creare la Leland Stanford Junior University, la celebre università di Stanford che aprì nel 1891 e dove — ancora oggi — si trova il mausoleo dei fondatori. «I figli della California saranno i nostri figli», disse il magnate alla moglie, almeno stando alla leggenda tramandata dall’ateneo, donando 40 milioni di dollari dell’epoca — l’equivalente di 1,2 miliardi di dollari odierni — e decidendo di trasformare la fattoria di famiglia a Palo Alto in un’istituzione capace di «fornire un’istruzione pragmatica e multiculturale», aperta a uomini e donne di ogni ceto sociale, un’alternativa alle università d’élite della costa orientale.

Il senatore Stanford non ebbe però il tempo di vedere davvero il memoriale che aveva realizzato per il figlio: appena due anni dopo che il primo studente varcò la soglia dell’ateneo — era Herbert Hoover, un orfano che nel 1929 sarebbe diventato il 31esimo presidente degli Stati Uniti — il magnate morì per insufficienza cardiaca, lasciando la sua immensa fortuna alla moglie Jane, insieme al controllo dell’università. La signora Stanford si ritrovò però stritolata nella morsa di Collis Huntington, che voleva i suoi soldi per ripagare i debiti della Southern Pacific, e del ministero di Giustizia americano, che pretendeva 15 milioni di dollari dell’epoca in tasse non pagate: richieste che avrebbero mandato in bancarotta la vedova Stanford e l’omonima università. Ma la signora, per perfidia, non era da meno dal marito: era tirannica verso i dipendenti e la servitù, scaltra nei rapporti interpersonali, senza scrupoli negli affari. Mise in vendita i cavalli del marito, chiuse una distilleria, licenziò i dipendenti che non erano disposti a ridursi lo stipendio e assunse immigrati irregolari cinesi e giapponesi sottopagati.

Soprattutto, riuscì a sopravvivere ai creditori, sconfisse il fisco in tribunale e salvò l’ateneo: con la scusa di fornire istruzione di alto livello per la «gente comune», avviò un’intensa attività di riciclaggio del denaro guadagnato illegalmente, intromettendosi nelle questioni accademiche e scontrandosi con il presidente dell’università David Starr Jordan. «Agli occhi della legge, i professori dell’università erano servitori personali della signora Stanford», scrisse Jordan nel libro The Story of a Good Woman, riferendosi al fatto che i dipendenti dell’ateneo venivano pagati — per ordine del tribunale — con gli stessi soldi destinati ai domestici. Lo scontro fra i due deflagrò a causa del professore Edward Ross, docente di economia che sosteneva cause populiste e che invocava — fra le altre cose — un bando all’immigrazione giapponese. Furiosa per l’attacco alle pratiche capitaliste della famiglia Stanford, la vedova ne pretese la testa e a nulla valse la mediazione del presidente, che chiedeva di rispettare la libertà di parola: Ross si dimise, mentre a Jordan toccò assumersi la responsabilità di quello scandalo e difendere la fondatrice, pur di salvare — senza successo — la reputazione dell’ateneo.

Quando la sera del 28 febbraio 1905 bevve l’acqua avvelenata nella sua stanza di Honolulu, la signora Stanford aveva dunque innumerevoli nemici disposti a ucciderla o a insabbiare il caso: fra loro c’erano ovviamente Jordan, che sarebbe stato licenziato al ritorno dalle Hawaii, ma anche la sua assistente Bertha Berner, un’immigrata tedesca che scrisse la prima biografia della vedova descrivendola come una donna molto amata, dedita alle azioni benefiche, che morì in modo accidentale a causa di un’indigestione. Quella versione fu smentita nel 2003 dal neurologo Robert W.P. Cutler, autore di The Mysterious Death of Jane Stanford, che analizzando i dati medici arrivò alla conclusione che si trattasse di un omicidio. Ora, a distanza di 117 anni dalla morte della donna e quasi 20 dall’opera di Cutler, un nuovo libro prova a individuare il colpevole: in Who Killed Jane Stanford?, appena uscito negli Stati Uniti, il professore emerito dell’università di Stanford Richard White unisce il proprio rigore di storico all’abilità da giallista del fratello Stephen per risolvere il caso, mettendo in fila le prove e arrivando alla conclusione che a inserire la stricnina nella bottiglia d’acqua fu Bertha Berner, che odiava la sua dispotica datrice di lavoro, coperta dal presidente Jordan, che invece voleva preservare l’onore dell’università.

Sette, 22 luglio 2022 (pag 36, pag 37, pag 38, pag 39)

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