Il conflitto è scivolato in una fase d’attrito, spezzata soltanto dai missili russi, dai raid ucraini, dalla narrazione occidentale che parla di un’imminente controffensiva su Kherson e sulle regioni meridionali del Paese. Sul taccuino militare di oggi restano droni, trafficanti d’armi, forniture occidentali.

Washington, Kiev e Varsavia stanno creando in Polonia una «valle dei droni», un laboratorio regionale di tecnologia e innovazione per un settore in grande espansione, che vale già 11 miliardi di dollari e può arrivare a 17 entro il 2028. Ne hanno discusso al Drone Summit di Varsavia appena concluso funzionari di governo, militari, investitori e imprenditori del settore come Bernard Hudson, ex direttore del controterrorismo alla Cia e ora amministratore delegato di Looking Glass — azienda specializzata con sede in Virginia — che ha organizzato la conferenza in collaborazione con il ministero per la Trasformazione digitale di Kiev e la locale ambasciata ucraina. La ricerca non sarà limitata soltanto ai droni, ma anche a software e tecnologie necessarie per la ricognizione, per l’analisi e l’integrazione dei dati, per l’elaborazione delle informazioni.

Il conflitto in Ucraina, del resto, ha mostrato l’efficacia dei droni nella guerra moderna, sia in combattimento che nella ricognizione. L’ultimo episodio risale a un paio di giorni fa, quando i russi hanno denunciato l’attacco di un drone alla base navale di Sebastopoli, in Crimea, dove ha sede la flotta del Mar Nero: il colpo — mai confermato ufficialmente da Kiev — avrebbe causato 5 feriti e portato all’annullamento della festa della Marina. Con i droni — quelli americani, come gli Swtichblade, o i turchi Bayraktar Tb-2 — gli ucraini hanno sicuramente tenuto sotto pressione l’Isola dei Serpenti, riuscendo infine a cacciare gli invasori, e hanno spesso colpito dietro le linee nemiche centrando mezzi, posizioni, depositi di munizioni e persino obiettivi in territorio russo.

Grazie agli «unmanned aerial vehicle» — gli aerei pilotati da remoto, appunto — la resistenza ha steso con l’aiuto della Nato una rete da pesca che si allunga dal Baltico al Mar Nero e che le permette di spiare il nemico, capendo in anticipo le mosse, le direzioni, gli ordini impartiti dai generali dell’Armata. Anche i russi, specie in quest’ultima fase del conflitto, hanno fatto ricorso ai droni da ricognizione Orlan 10, usati per assistere il fuoco dell’artiglieria: sono velivoli a basso costo, numerosi, che superano le difese e aiutano a correggere la mira. Mosca ha anche chiesto droni all’Iran: i pasdaran si sono specializzati nel settore, ormai cruciale nei conflitti convenzionali e in quelli asimmetrici, ma non è ancora chiaro se li forniranno al Cremlino.

Fra i misteri di questa guerra, c’è l’esplosione che nei giorni scorsi ha danneggiato un deposito di munizioni a Karnobat, Bulgaria. Lo ha denunciato il proprietario della compagnia Emilian Gebrev sostenendo che il materiale era stato ordinato ma non era stato ancora pagato, quanto all’acquirente ha preferito mantenere il riserbo. Ora la storia ha una sua cornice intrigante. L’uomo d’affari è stato al centro di un possibile avvelenamento nel 2015, mentre suoi impianti sarebbero stati il bersaglio di sabotaggi. Azioni che hanno sollevato sospetti su un possibile coinvolgimento dei servizi segreti russi, in particolare dell’Unità 29155 del Gru, l’intelligence militare. I team hanno condotto operazioni clandestine per ostacolare le forniture di armi all’Ucraina, in alcuni casi invece si sono limitati a minacce e avvertimenti.

Sono manovre determinate dalla grande necessità di avere scorte a sufficienza per sostenere i duelli d’artiglieria. Ieri, nel nuovo pacchetto di aiuti Usa, oltre ai «soliti» Himars c’erano due voci importanti: un numero non precisato di munizioni per i lanciarazzi a lungo raggio e 75 mila proiettili per i cannoni da 155 millimetri. Qualche settimana fa, secondo i calcoli dei funzionari americani, gli ucraini sparavano 3 mila colpi d’artiglieria al giorno: se mantenessero questo ritmo, l’ultima fornitura si esaurirebbe in 25 giorni.

Corriere della Sera, 2 agosto 2022

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