Sono trascorsi soltanto sei mesi, ma sembra molto di più, tanto che la guerra è diventata un’abitudine e nomi come Kramatorsk, Zaporizhzhia, Kharkiv o Bucha sono stati assimilati e poi quasi dimenticati sulle spiagge dell’estate. Eppure, accadeva in quell’alba fredda del 24 febbraio scorso: l’impensabile, le corse dei tank che sparavano sulle case, i missili, l’attacco diretto contro Kiev, i bombardamenti su una grande città europea. In nome della «denazificazione», con slogan tanto irreali quanto pretestuosi, una dittatura brutale imponeva manu militari la legge del più forte, come fossimo ripiombati all’improvviso negli anni più bui del «secolo breve». Era stata aggredita una democrazia che da anni cercava sempre più di legarsi a Bruxelles.

E dire che l’intelligence anglo-americana aveva lanciato l’allarme almeno quattro mesi prima. Ma pochissimi avevano ascoltato. Lo stesso Volodymyr Zelensky era restato scettico, al peggio il governo ucraino aveva valutato che ci sarebbe stato un temporaneo inasprimento dei combattimenti nell’est, come del resto accadeva periodicamente dal tempo dell’invasione russa nel 2014 con l’annessione della Crimea e parte del Donbass. Vladimir Putin parlava di «grandi manovre» che includevano la Bielorussia, negava di voler invadere, sbeffeggiava quegli stessi americani «guerrafondai» che avevano sbagliato tutto in Iraq, in Libia, sino alla debacle afghana. Come potevano adesso avere ragione? Fu solo nelle ultime ore che Putin cambiò registro, parlò della necessita di attaccare e riprese pubblicamente i toni di quel suo articolo del luglio 2021, in cui aveva teorizzato «l’unità storica tra Russia e Ucraina» in nome del Russkiy Mir. Alle dichiarazioni seguirono i fatti: Putin voleva eliminare Zelensky subito e prendere tutta l’Ucraina. E mirava ad un blitz veloce.

Arrivando a Kiev in quei giorni di fine febbraio, con le colonne di tank russi ormai attestate alle periferie nel villaggio di Irpin, veniva da non credere agli ucraini che sostenevano di avere fermato l’avanzata. In tre o quattro incroci, uno dei quali a soltanto un chilometro dai palazzi presidenziali e da Maidan, c’erano segni di battaglia urbana: mezzi bruciati, tracce di proiettili di mitragliatrici e colpi anticarro sui muri delle case. I militari davano la caccia ai «collaborazionisti». Gli americani proposero di mandare un commando per salvare Zelensky e portarlo all’estero. Allora capitò qualche cosa che in Europa occidentale si faticò a comprendere. «Resto qui, sono pronto a morire, piuttosto mandateci armi», disse il presidente barricato nel suo bunker in centro città: la scelta cambiò il corso della guerra.

Il movimento di volontari ucraini rafforzato dall’avvio del flusso di armi occidentali, diventarono decisivi. La sconfitta russa iniziò proprio in quel momento. Da allora i comandi di Mosca sono stati costretti ripetutamente e rivedere i loro piani, sono cadute una dopo l’altra le teste dei generali, un esercito illuso dalla vittoria lampo fatica a riprendere l’iniziativa. Gli ucraini resistono, già a metà marzo ricacciano indietro i nemici: la minaccia su Kiev si esaurisce a fine mese, nello stesso periodo riescono a liberare anche Kharkiv e parte del nordest. Le uniche vittorie russe sono nel sud, dove prendono Mariupol e dalla Crimea conquistano la provincia di Kherson per arrivare sino al reattore nucleare di Zaporizhzhia.

Prima fase: il quadro militare

I russi hanno schierato i commandos Spetsnaz, i parà ma anche molti reparti della Guardia. Un lungo drago in direzione di Kiev e delle altre località. Scarso l’appoggio dell’aviazione, insufficiente la ricognizione, i mezzi non adeguati e talvolta malmessi. Una macchina poderosa sulla carta, ma lenta. Speravano di inquadrare i nemici con le artiglierie, ma la resistenza si è dispersa. Bene informata dagli Usa sui piani d’attacco — compreso l’assalto alla base di Hostomel — ha sparpagliato le unità per sottrarle al colpo di maglio ed ha reagito con agilità. Di quei giorni di febbraio e marzo restano due «immagini»: i trattori dei contadini che trainavano i tank invasori danneggiati e i Javelin, i missili americani che li avevano messi fuori uso.

L’Ucraina ha puntato su una guerra di movimento, nuclei che si infilavano alle spalle e ai lati dello schieramento, quindi alcuni punti di arresto. La Nato li ha aiutati con un invio intenso di molti sistemi anticarro (tedeschi, svedesi, polacchi, britannici sommatisi agli Stugnas locali) e le informazioni dell’intelligence passate attraverso un canale rapido. Fondamentali i satelliti, da quelli statunitensi alla rete di Elon Musk, così come i voli spia occidentali con Rc135, Global Hawk e altri aerei in pattugliamento elettronico dal Baltico fino al Mar Nero. Gli aggressori sapevano poco — fin dall’inizio — di cosa ci fosse davanti a loro, mentre gli uomini di Zelensky erano ben informati. All’epoca l’arsenale degli ucraini — per quanto insufficiente — ha permesso di «tenere», di rallentare, di far sanguinare chi avanzava.

Da Mariupol al Donbass

In aprile per gli ucraini tutto si fa più complicato. I successi delle prime settimane si arrestano nel lungo assedio di Mariupol. Le unità migliori dell’esercito attestate nel Donbass rischiano l’accerchiamento con l’esercito russo posizionato a chiudere la tenaglia da Izium verso Mariupol. Il 20 maggio si arrendono gli ultimi 2.500 combattenti che resistevano nelle acciaierie Azovstal: hanno rovinato la festa del 9 maggio a Putin, ma adesso per loro si apre l’incognita della prigionia. Mosca punta a vincere la guerra sul medio periodo. L’economia ucraina è in ginocchio, il grano resta bloccato nei silos, l’export crolla ai minimi termini, occorre sostenere un Paese che ha quasi 7 milioni di profughi scappati all’estero e tanti sfollati interni. I russi bombardano le infrastrutture, i nodi ferroviari, ponti e strade, il traffico navale nel Mar Nero è fermo.

Intanto i negoziati diplomatici languono. Grazie alla mediazione turca, Kiev e Mosca si erano parlate sin da fine febbraio. Il 10 marzo s’incontrano ad Antalya i due ministri degli Esteri Dmytro Kuleba e Sergey Lavrov, ma senza risultati. Il 16 marzo Zelensky presenta un piano di 15 punti per raggiungere il cessate il fuoco che contempla tra l’altro l’offerta di «congelare» lo status di Donbass e Crimea in cambio del ritorno ai confini del 23 febbraio. Putin rifiuta. Da allora è il gelo, alimentato dalla scelta russa di continuare ad avanzare dove possibile e adesso dalla nuova condizione ucraina di tornare alle frontiere del 1991. Il 25 maggio Zelensky sostiene pubblicamente che Donbass e Crimea non sono più negoziabili. Mosca intanto progetta un referendum l’11 settembre per l’annessione delle zone conquistate, specie nella regione di Kherson (sul modello di quello tenuto in Crimea dopo l’occupazione del 2014). Kiev replica che, se ciò dovesse avvenire, ogni via diplomatica sarebbe cancellata.

Seconda fase: dalla guerriglia ai duelli d’artiglieria

Gli esperti lo avevano predetto, nel Donbass le condizioni del terreno si adattano meglio alla tattica dell’Armata. E così è stato. Mosca ha messo in linea carri T-72, T-80, T-90, ha usato per la prima volta il blindato Terminator, ma soprattutto ha impiegato la «regina», l’artiglieria pesante. Cannoni da 152 mm, i semoventi da 203 mm Malka, i «mortai» Pion, i lanciarazzi tipo Katyuscia, gli ordigni termobarici e pezzi tirati fuori dai depositi lontani, centinaia di esemplari vetusti, sufficienti però per bersagliare le trincee: un dispositivo che ha dato una superiorità di 3 a 1, bocche da fuoco gestite in modo centralizzato in grado di sparare oltre 20 mila colpi al giorno contro i 6 mila degli ucraini. Pochi giorni fa hanno portato il dato a 60 mila colpi quotidiani. Numeri approssimativi, che spiegano un dettaglio: i difensori non potevano replicare con efficacia. Non avevano abbastanza munizioni ed erano pochi i loro cannoni.

Il fronte ristretto ha dato modo ai russi di concentrare le incursioni dell’aviazione, sempre sotto le attese, con armi «intelligenti» contate, però attive. In parallelo, lanci di cruise, dai moderni Kalibr imbarcati sulle unità in Mar Nero a vettori Kh22. Per aumentare la cadenza Mosca ha utilizzato missili antinave e antiaerei per prendere di mira bersagli terrestri. In primavera l’Armata di Putin ha conquistato territori a est, ha demolito città e villaggi. Una progressione fatti di piccoli passi, costosa, ma comunque sempre una progressione. Importante l’impatto dei mercenari della Wagner. Disastroso invece per loro il bilancio sul mare. La Russia ha perso l’ammiraglia Moskva, la sua task force da sbarco è rimasta lontana da Odessa ed è stata costretta ad abbandonare l’Isola dei Serpenti. Gli ucraini ci sono riusciti, con risorse minime, a creare deterrenza. A loro disposizione qualche missile antinave Harpoon, Neptune locali e i droni turchi TB2. Da non dimenticare le azioni di forze speciali su battelli veloci.

Kherson e Crimea

A metà giugno sono proprio le nuove armi americane e degli alleati occidentali che aiutano l’esercito ucraino a riprendere l’iniziativa. I russi avanzano nel Donbass, catturano l’intero Lugansk dopo le battaglie di Severodonetsk e Lysychansk per completare la presa di tutto il Donetsk. Ma a questo punto le artiglierie ucraine rispondo a tono. Un mese dopo la sfida del Donbass si è trasformata per lo più in guerra di posizione. Aiuta la decisione di Zelensky di lanciare una controffensiva per liberare Kherson e bloccare il piano del referendum russo: Mosca è costretta a spostare uomini e mezzi, diminuendo la pressione nel Donbass.

Il 22 luglio si apre uno spiraglio diplomatico. Recep Tayyip Erdogan e Antonio Guterres riescono a mediare un compromesso per riavviare l’export dei prodotti agricoli ucraini dai porti della zona di Odessa attraverso le rotte del Mar Nero. L’accordo tiene e ad inizio agosto la partenza dei primi cargo col grano ucraino sembra destinata ad alleviare il problema della fame nel mondo. Il presidente turco assurge così al ruolo di mediatore principale in grado di comunicare facilmente con Putin. Ci riprova a metà agosto per risolvere la crisi della centrale di Zaporizhzhia, dove i duelli tra le artiglierie avversarie rischiano di colpire i sei reattori e innescare un incidente nucleare con conseguenze catastrofiche. La diplomazia però non sembra ancora in grado di negoziare il cessate il fuoco comprensivo. In agosto gli ucraini, grazie a droni e missili, riescono a colpire alcune basi russe in Crimea. Pare che unità scelte sostenute da partigiani locali abbiano creato una rete operativa importante. La stessa flotta russa del Mar Nero ne subisce gravi conseguenze. La guerra sta adesso rimettendo in dubbio la presenza russa in Crimea, che Putin da otto anni dava per assodata.

La prospettiva di un conflitto prolungato riaccende i riflettori sulle sue terribili conseguenze. Le organizzazioni dell’Onu segnalano al 15 agosto oltre 5.500 morti e circa 7.700 feriti tra i civili ucraini, oltre ai dispersi. Crescono anche le vittime nelle zone filorusse del Donbass. Molto più gravi appaiono i bilanci dei caduti nei due eserciti. Mancano cifre ufficiali attendibili. I comandi Nato stimano sino a 80.000 soldati russi feriti o uccisi, quelli ucraini potrebbero superare i 50.000. In giugno Zelensky aveva dichiarato perdite comprese «tra i 100 e 200 uomini al giorno», ma era nel periodo in cui chiedeva con insistenza armi agli alleati: ieri i vertici militari di Kiev hanno ammesso — dopo mesi di silenziola morte di quasi 9 mila soldati.

Terza fase: gli Himars

Anche chi non è esperto ha imparato a conoscere una parola: Himars, lanciarazzi statunitensi con un raggio di 80 chilometri. Washington ne ha forniti appena 16, quindi altri 4, poi sono arrivati alcuni M270 (molto simili) e in crescendo artiglierie d’ogni tipo e genere: M777 americani, PzH tedeschi, pezzi polacchi, gli M109 di paesi Nato, i Zuzana slovacchi, una lista variegata, una Babele bellica che presenta difficoltà logistiche non da poco per gli ucraini (manutenzione, training). Nei pacchetti d’assistenza poi altri blindati, droni d’attacco (Switchblade, Ghost Phoenix, ordigni antiradar), proiettili e ricambi per tenere in volo l’aviazione, mai scomparsa dai cieli nonostante l’inferiorità. L’insieme ha dato la possibilità alla resistenza di colpire in profondità, ha allungato il braccio. Il munizionamento moderno ha garantito maggiore precisione.

Zelensky vorrebbe più Himars perché incidono, sono altamente mobili (così sfuggono al fuoco di reazione) e accurati. Ma nella sua lista dei desideri ci sono i proiettili Atacms che raggiungono un target fino a 300 chilometri e tank più moderni rispetto ai T-72 pescati in Est Europa. I russi hanno continuato sul loro percorso, il solito: treni hanno portato cannoni e carri che erano tenuti in naftalina, nel sud si sono rivisti persino i T-62, semoventi al limite dell’operabilità ma sempre sufficienti per la missione. Il neo-zar può contare ancora su scorte notevoli. Stime sostengono che la Russia possedeva, all’inizio della crisi, quasi 15 milioni di proiettili per artiglieria, mentre la sua capacità di produzione è di 1,5 milioni all’anno.

Intenso in entrambi i campi il ricorso a piccoli droni nati per fini commerciali e riadattati a scopi bellici. Spesso sono cinesi, costano poche migliaia di euro, portano delle granate da sganciare su una postazione o su un veicolo. Servono anche per azioni dimostrative, come è avvenuto per due volte nella base di Sebastopoli. Importanti per la ricognizione e per aggiustare la mira. Sono un niente rispetto al Kinzhal, la nuova arma ipersonica usata dai russi su Odessa, però fanno la loro parte. In mano ai combattenti sono comparse poi le mitragliatrici nate nel primo conflitto mondiale e reliquie come i fucili Mosin Nagant. La prova che in guerra non si butta niente.

Corriere della Sera, 23 agosto 2022 (prima pagina, pag. 14, pag 15)

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