Il vento della guerra è cambiato. Kiev continua a mantenere l’iniziativa, sceglie per ora le mosse e costringe l’avversario a «inseguire». Al punto che il presidente Volodymyr Zelensky è arrivato a dichiarare che le forze armate ucraine, dal 1° settembre, hanno liberato 1.000 chilometri quadrati di territorio. È una situazione di vantaggio che dovrà essere consolidata con rinforzi e rifornimenti.

I movimenti

L’avanzata ucraina nella regione di Kharkiv è al centro di analisi e speculazioni. Sintetizzando, i russi avevano forze ridotte, poche riserve per tamponare la breccia, unità di standard non elevato su posizioni di difesa scarse, un’aviazione poco attiva a causa della contraerea efficace. Il fattore sorpresa ha pesato, come anche il trasferimento di truppe russe a sud per parare l’azione su Kherson. I generali di Zelensky, negli ultimi mesi, hanno puntato su agilità, logoramento del dispositivo nemico, ricorso a nuove armi a lungo raggio. Gli ucraini erano inoltre bene informati sui punti deboli del nemico, merito della loro intelligence e di quella alleata che garantisce una visione di profondità. Himars, artiglieria pesante con munizionamento preciso, missili per neutralizzare i radar e quelli anti-aerei hanno portato risultati. Attenzione, però: sono gli stessi soldati di Kiev a descrivere che spesso i mezzi a disposizione nel settore meridionale non erano sufficienti.

Le critiche

Alcuni osservatori insistono sull’incompetenza dello Stato maggiore di Mosca, danno la colpa alla micro-gestione dello stesso Putin che imporrebbe scelte catastrofiche ai sottoposti. La decisione di puntellare in modo massiccio Kherson — scrive Tom Cooper — sarebbe stata imposta per ragioni politiche: città simbolo, progetto di annessione. L’esperto Mick Martin, a sua volta, fornisce un’altra chiave di lettura: anche Zelensky ha in mente Kherson e l’assalto nella regione di Kharkiv gli porta risultati quasi insperati, minaccia le vie di rifornimento sull’asse Kupiansk-Izyum e costringe di nuovo i russi a cambiare priorità. È come un pendolo che obbliga i generali a scegliere usando rincalzi incompleti. Valutazioni che hanno sostanza e risentono, naturalmente, di «simpatie».

Si torna a parlare di «culmine» della capacità degli invasori, limite raggiunto dopo i successi innegabili nel Donbass, dove peraltro tentano ancora di incidere. In inverno e in primavera il tema era stato messo sul tavolo: la progressione a est costerà molto — dicevano — e potrebbe compromettere le mosse future. Gli osservatori più prudenti non si stancano di sottolineare come ogni conflitto abbia le sue fasi, il vento può mutare direzione. A questo proposito il capo di Stato maggiore americano Mark Milley ha riconosciuto i successi «tangibili», però ha messo in guardia sul fatto che ci saranno prove difficili. Anche perché l’occupante sta cercando di mobilitare i battaglioni del nuovo Terzo Corpo. È un momento critico: sabato il Cremlino non ha risposto alle domande sui rovesci invitando i giornalisti a rivolgersi alla Difesa, più sinceri i dirigenti filorussi che hanno ammesso la frattura nel dispositivo.

Il giudizio

Duro il giudizio del direttore della Cia William Burns, diplomatico di carriera con grande conoscenza della Russia: l’invasione decisa da Vladimir Putin è stato un fallimento progressivo, il Paese affronta uno sforzo economico e umano altissimo, le conseguenze saranno profonde. Ricordiamo che il capo dell’intelligence si era recato personalmente a Mosca per scongiurare l’attacco ed aveva fatto capire agli interlocutori quanto gli Usa «sapessero» e li avevano messi in guardia.

Corriere della Sera, 9 settembre 2022

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