Generali e ammiragli russi silurati, continui mutamenti. I nomi degli ufficiali si sono intrecciati alle speculazioni, e ora emerge uno scenario che mette al centro Yevgeny Prigozhin, il responsabile della Wagner.

Gli analisti di Institute for the Study of War ipotizzano che l’alto funzionario, definito spesso come «lo chef di Putin» per via delle sue attività nel settore della ristorazione, possa diventare il gestore della campagna in Ucraina. A suo favore ha tre punti: è legatissimo al leader, ha creato la compagnia di sicurezza militare trasformandola in uno strumento prezioso per le missioni all’estero, vanta dei successi nell’operazione speciale. In questo modo diventa lo scudo che para le critiche, risponde solo agli ordini del neo-zar, è parte del cerchio magico. Secondo Institute of War c’è persino chi sfiora l’idea di metterlo al posto del ministro della Difesa Shoigu. Un Mister Wolf che risolve problemi in un modo o nell’altro, al di fuori di una catena di comando che non è mai stata realmente «unificata» — da qui le disfunzioni —, il boss di un’organizzazione che dispone del materiale umano e tecnico migliore, dai tank all’aviazione. In quanto professionisti, i «wagneriti» — neologismo usato in un report dall’esperto Ian Matveev — hanno già la supremazia sui miliziani del Donbass e persino sui regolari, sono autorizzati a prelevare ciò di cui hanno bisogno: un centro di potere autonomo trasferito al fronte.

Durante questi mesi si è spesso parlato di avvicendamenti e distribuzione di responsabilità. Nei primi giorni dell’invasione Putin si era affidato agli agenti dell’Fsb, garantendo risorse importanti. Poi, in seguito al mancato crollo di Kiev e agli errori di valutazione, ha trasferito il carico sulle spalle dell’amato servizio segreto militare, abituato a obbedire e a inseguire qualsiasi target, senza preoccuparsi del costo: basta pensare alla serie di casi scoperti in Europa, con tracce evidenti. Successivamente qualcuno ha chiamato in causa Ramzan Kadyrov, il dittatore ceceno vanitoso e in cerca di gloria, tornato nell’arena con dichiarazioni roboanti a sottolineare che lui saprebbe come fare: per dare maggiore vigore alle sortite, ha annunciato l’invio di rinforzi con il consueto mix di propaganda, coreografia e voglia di dimostrare la propria rilevanza. Mercoledì sul web è apparso, invece, un video in cui Prigozhin cercava di arruolare dei detenuti promettendo la cancellazione di pena e accuse, buona paga, 6 mesi di impegno e punizione estrema per chi diserta: uno show di spregiudicatezza, ma anche un segnale di disperazione. Facile reclutare chi è già all’inferno.

C’è, infine, un parallelo interessante. Nel 2017 l’ex fondatore della Blackwater, Erik Prince, aveva proposto a Donald Trump un suo progetto per l’Afghanistan: sostituire le truppe americane con un contingente formato da contractor — dunque soldati privati — e da team di forze speciali. Prince sognava di diventare una sorta di proconsole a Kabul, un vice re che doveva tenere a bada la guerriglia talebana usando un mini-esercito parallelo a quello locale. Una soluzione offerta alla Casa Bianca decisa a mettere fine alla missione. Il piano venne però stoppato dalla coppia di generali di ferro, il consigliere per la sicurezza H.R. McMaster, e il segretario alla Difesa Jim Mattis, detto «il monaco guerriero». Il Pentagono non voleva e non poteva fare a meno dei dipendenti a contratto — sia in campo civile che bellico — però era ostile alla privatizzazione delle operazioni, per giunta con una figura spericolata come quella di Erik Prince, affezionato a The Donald per scelta politica e senso degli affari.

Corriere della Sera, 15 settembre 2022

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