L’avvertimento di Joe Biden a Vladimir Putin — non pensare di usare le armi atomiche o chimiche — è parte della sfida in cui ognuno traccia delle linee rosse ipotetiche. Ci sono le affermazioni, le posizioni contrapposte poi, eventualmente, i fatti. Non è detto che tutto si svolga in modo automatico.

Mosca minaccia reazioni pesanti se Washington dovesse fornire all’Ucraina munizioni a lungo raggio (300 chilometri) lanciabili dagli Himars. E, in passato, è stato ipotizzato che in caso di sconfitta il neo-zar avrebbe potuto ricorrere ad armi nucleari tattiche, con un impiego limitato o un gesto dimostrativo in un’area deserta: uno scenario indicato sia da osservatori che, in aprile, dalla stessa intelligence statunitense. Ma, allora come oggi, lo spionaggio — scrive il New York Times — non ha raccolto su questo fronte elementi che indichino un cambio del quadro. Gli Usa, intanto, proseguono nell’assistenza massiccia a Kiev (oltre 15 miliardi di dollari), ma escludono al momento l’invio dei razzi a lungo raggio. I continui no della Casa Bianca davanti alla pressione di Kiev e di parte del Congresso sono fatti trapelare ripetutamente sui media per mandare un segnale all’avversario: non cerchiamo provocazioni.

Il Cremlino ha giocato spesso con le dichiarazioni alludendo ad una escalation in modo nebuloso, per poi negare. Il 27 febbraio il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva annunciato la messa in stato d’allerta delle forze di deterrenza nucleare, quindi aveva ridimensionato la misura. Però erano state notate esercitazioni dei sottomarini atomici. Settimane dopo era stato il capo della diplomazia Sergei Lavrov a sostenere che in caso di terza guerra mondiale sarebbe stata nucleare, sortita in seguito corretta. A metà agosto è Shoigu ad affermare che il suo Paese «non ha bisogno» di ricorrere all’arsenale nucleare in Ucraina spiegando che serve per garantire la sicurezza nazionale, nel caso di un’aggressione contro la madrepatria. Concetto ribadito adesso, in replica alle dichiarazioni di Biden.

I riferimenti (ambigui) russi del passato sono stati interpretati come un modo per tenere alta la tensione, per ribadire la propria potenza bellica e per contrastare il sostegno alleato a Zelensky intimorendo le opinioni pubbliche al fine che chiedano lo stop agli aiuti bellici. In questa cornice rientrano anche i ripetuti annunci sulle super-armi in sviluppo da parte di Mosca (sarebbe imminente test del missile a propulsione nucleare Burevestnik/Skyfall nell’Artico), una tendenza peraltro iniziata nel 2018. I sospetti americani sono serviti a denunciare, con maggiore vigore, l’aggressione in atto nei confronti degli ucraini. Nel mezzo c’è chi segue questioni di strategia: l’opinione prevalente è che l’eventualità di un uso di armi tattiche atomiche resti bassa. E ci auguriamo che abbiano ragione.

Le parole del presidente statunitense — racchiuse comunque in un’intervista dedicata a temi generali — sono parte di un duello propagandistico duro, rappresentano una messa in guardia e, al tempo stesso, tradiscono il timore di errori di valutazione. La crisi ha dimostrato, fin dal primo giorno, tre aspetti: Putin era convinto di cancellare l’Ucraina in poche settimane; ha sottostimato le capacità dei difensori e la reazione Nato; non si è fermato neppure quando gli Stati Uniti hanno smascherato il suo piano con largo anticipo inviando persino il direttore della Cia a Mosca per ribadirlo. A Washington, nonostante l’intelligence, non nascondono le difficoltà nel comprendere le mosse del leader, hanno paura di sorprese e questo li porta a considerare ogni ipotesi.

Corriere della Sera, 18 settembre 2022

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