Dopo settimane passate a incassare colpi e sconfitte, Vladimir Putin prova a riprendere l’iniziativa. Per ora a livello di messaggi, più avanti vedremo quali saranno le ripercussioni belliche. L’ordine di mobilitazione e le minacce sul nucleare (oggi negate) si impongono sull’agenda quotidiana della crisi. È il Cremlino a definire — almeno temporaneamente — di cosa si deve «parlare», mentre gli avversari rispondono direttamente o valutano la reazione. La Casa Bianca ammonisce Mosca sulle conseguenze di una scelta catastrofica e lascia trapelare che da mesi ha trasmesso segnali in questo senso attraverso i canali diplomatici. Gli analisti insistono su un tema «arato» in modo quotidiano: il gran numero di soldati difficilmente si tradurrà in qualità.

Ritorna poi anche una vecchia storia: il neo-zar in persona darebbe ordini diretti ai generali, intromettendosi nella gestione dell’operazione speciale. Interventi poco graditi dagli alti ufficiali, almeno questo emergerebbe da intercettazioni americane rivelate dalla Cnn. Può essere vero, ma anche una storia da prendere con la consueta cautela.

Sul terreno intanto c’è sempre grande attenzione ai fiumi. Nella regione di Kharkiv gli invasori hanno costituito le linee di difesa a est dell’Oskil, e notizie delle ultime ore sostengono che gli ucraini sarebbero riusciti ad avanzare ulteriormente. A sud c’è il Dnipro, i guadi che diventano trappole, le soluzioni provvisorie create dal Genio, i ponti. Poi c’è quello di Kerch, che collega la Crimea annessa militarmente da Putin nel 2014 alla «madre patria», e che la Difesa ucraina minaccia di colpire con gli Himars.

Due annotazioni. Analisti occidentali pro-Kiev invocano la fornitura da parte della Nato di munizionamento a lungo raggio in grado di fare danni maggiori sulle infrastrutture «fisse». L’ex generale Ben Hodges ha dichiarato, all’opposto, che il ponte di Crimea deve restare in piedi in quanto serve lasciare una via di fuga al nemico, siano civili o militari. La guerra di informazione dei due campi diffonde immagini di pontoni, di attraversamento dei corsi d’acqua, di blindati semi-affondati. È una lotta continua, costruiscono un passaggio e gli altri lo mettono fuori uso. Azione ripetuta molte volte su tutti i fronti, fintanto che non si riesce a creare posizioni difendibili, anche sotto il tiro d’artiglieria pesante.

Crescono, infine, segnalazioni sull’impiego di droni kamikaze iraniani Shahed 136. Uno di questi velivoli ha colpito un’area di Odessa, in Mar Nero. Teheran — secondo l’intelligence — ne avrebbe forniti alcune centinaia: sono mezzi che permettono azioni in profondità avendo un raggio d’azione superiore ai 1.800 chilometri; affiancano l’uso dei missili; è difficile contrastarli; creano pressione. Pochi giorni fa sono stati gli stessi ucraini ad ammettere l’efficacia di queste armi responsabili della distruzione di cannoni semoventi. E Kiev, in queste ore, ha annunciato di averne abbattuti alcuni. Sviluppi accompagnati dalla decisione del governo Zelensky di ritirare l’accredito all’ambasciatore dell’Iran, mossa di protesta unita all’ordine di ridurre il numero di diplomatici della Repubblica islamica.

Corriere della Sera, 23 settembre 2022 (pag 13 del 24 settembre)

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