Il generale Sergei Surovikin ha collezionato medaglie e può fregiarsi di altri due onori: l’approvazione del dittatore ceceno Ramzan Kadyrov e del capo della compagnia Wagner, Yevgeny Prigozhin. La coppia di ferro è stata veloce nell’apprezzare la sua nomina a comandante supremo delle operazioni in Ucraina: c’è stima personale, e condivisione di brutalità.

Il nuovo «condottiero» è stato preceduto dalla sua fama di falco fin dai primi passi della sua carriera. Le cronache ricordano come abbia fatto sparare sui dimostranti pro-democrazia nel 1991, è poi finito nei guai per una storia di corruzione, si è distinto nel conflitto ceceno ed ha lasciato il segno della ferocia guidando le truppe in Siria dove agiva in tandem con i mercenari di Prigozhin. Il passaggio sulla via di Damasco, nel 2017, gli ha permesso di mostrare al Cremlino come «trattare» i ribelli al regime di Assad: efficienza, mano pesante, risolutezza senza badare alle vittime civili. Successi importanti contro un avversario deciso ma armato poco e male, diviso in fazioni, con appoggi esterni relativi. Un teatro ben diverso da quello ucraino, dove deve misurarsi con combattenti tenaci, sostenuti dalla Nato. E li ha già imparati a conoscere visto che ha diretto, nei mesi scorsi, alcune delle operazioni.

Nativo di Novosibirsk, 55 anni, già responsabile delle forze aerospaziali, è stato proiettato ancora più in alto dalle necessità russe. L’Armata si è impantanata, ha rivelato problemi resi ancora più evidenti dalle mosse dell’avversario. Mille tagli contro un pachiderma, difficile da nutrire e da muovere. Tante le sconfitte — parziali — dalla terra al mare: l’ammiraglia Moskva colata a picco, i depositi saltati per aria, le incursioni in profondità della resistenza, le basi centrate e lo schiaffo sul ponte di Kerch. Le umiliazioni hanno ferito l’orgoglio nazionale e acceso ancora di più lo spirito nazionalista.

Da giorni nei cieli di Mosca volano i falchi, come Kadyrov e Prigozhin. Parlano in prima persona prendendo di mira le gerarchie, usano i loro canali paralleli per suggerire epurazioni. In queste ore hanno rilanciato persino degli organigrammi possibili, mutamenti in vista o persino già approvati. Alla difesa, al posto di Sergei Shoigu, dovrebbe andare Alexey Dyumin, ex responsabile della Guardia di Putin, già membro delle forze speciali e attuale governatore di Tula. Un candidato forte — osservano gli esperti — con mire superiori a quelle di gestire il teatro bellico. Lo Stato Maggiore — è la tesi dei wagneriti — deve andare al generale Matouvnikov, già numero due delle forze terrestri, «cresciuto» nelle unità scelte del Kgb/Fsb, altro uomo d’azione.

Qualche «sovietologo» guarda con scetticismo a queste indiscrezioni e ribatte: Shoigu è parte del sistema, rappresenta una fazione importante, mentre Valerij Gerasimov incarna l’establishment in divisa, possibile che Putin non sia pronto a sacrificarli e se ne serva come parafulmini. Da qui la giostra di destituzioni o spostamenti di almeno 8 alti gradi a partire da febbraio, con alcuni rimasti in carica poche settimane e una decina caduti sotto il fuoco della battaglia: erano in prima linea perché lo richiedeva il ruolo e dovevano rivitalizzare l’Armata. I risultati non sono però arrivati.

Ora il neo-zar ha scelto il «normalizzatore» Surovikin nella speranza di rilanciare la missione puntando su un possibile logoramento degli ucraini e sulla grande massa di soldati mobilitati. Un analista ha affermato che il generale potrebbe affidarsi al vecchio sistema che privilegia la quantità rispetto alla qualità, convinto che alla fine Zelensky «finirà le munizioni» e gli invasori riempiranno il vuoto avanzando. Intanto, Putin presiederà lunedì una riunione con i 12 membri permanenti del consiglio di sicurezza. «Vi faremo sapere i risultati», ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, senza specificare, tuttavia, se si parlerà del ponte di Kerch.

Corriere della Sera, 9 ottobre 2022 (pag 10 del 10 ottobre)

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