Sul taccuino i tre fronti della crisi: i raid, le operazioni terrestri, la riorganizzazione delle forze da parte dei contendenti.

I droni

La guerra dei droni prosegue lungo un sentiero segnato da danni e vittime tra i civili. La Russia vuole lasciare al gelo e al buio le località nemiche, è un modo spietato per logorare nel lungo termine l’Ucraina. Inoltre mantiene l’iniziativa — anche a livello di notizie — con sistemi iraniani poco costosi rispetto ai missili tradizionali. Kiev risponde su più livelli. Denuncia la campagna di terrore a livello internazionale, sollecita l’aiuto Nato per contrastare la minaccia e bilancia il segno negativo sottolineando l’alto numero di velivoli abbattuti.

Poi c’è l’Iran. Teheran, nonostante le prove, prima ha negato di aver fornito le armi a Mosca, oggi — secondo rivelazioni della Reuters ha confermato l’assistenza. Alcuni funzionari iraniani hanno precisato che il 6 ottobre è stata siglata un’intesa per l’invio di altri droni e missili a medio raggio. Un particolare anticipato dall’intelligence Usa. Lo scenario è multiplo. La teocrazia incassa dai russi valuta (forse anche tecnologia o caccia), dall’altro rischia conseguenze diplomatiche/sanzioni. Tuttavia in questa fase, con le proteste popolari all’interno dei confini, gli ayatollah hanno scelto la via dell’arroccamento. Del resto tra regimi ci si intende.

Infine gli occidentali. La Casa Bianca potrebbe reagire fornendo altri equipaggiamenti e si aspettano mosse da parte di Israele pressata da richieste ufficiali ucraine per avere apparati anti-drone e anti-missile. Nachman Shai, ministro per i rapporti con la diaspora, si era dichiarato in favore di un supporto bellico, posizione però definita «personale» da fonti del ministero degli Esteri. Infatti il suo collega per la Giustizia, Gideon Saar, ha escluso mutamenti di linea. E Gerusalemme, secondo i media, ha rifiutato un contatto telefonico tra i responsabili della Difesa. Posizione estremamente rigida: se poi dietro le quinte c’è altro lo vedremo sul campo.

Le operazioni

La pressione della resistenza nella regione di Kherson sembra rallentare a causa dell’opposizione degli invasori. Artiglieria, protezioni e rinforzi hanno reso difficile l’avanzata provocando perdite. Gli osservatori ritengono però che l’esercito di Zelensky tenterà di allargare l’azione. Al tempo stesso deve contrastare le truppe di Putin nel settore di Bakhmut, dove non hanno mai smesso di strappare porzioni di territorio. Sono le fonti ucraine a parlare di situazione complessa, a riprova di come il conflitto viva di fasi alterne. A seconda dell’area, delle risorse a disposizione e anche di variabili non sempre prevedibili. In questa zona il Cremlino ha probabilmente migliori, compresi i mercenari della Wagner.

Il training

Tempi lunghi, fatica, vuoti nei ranghi. I due campi hanno bisogno non solo di equipaggiamenti ma anche di uomini, è fondamentale il training. La resistenza ha a sua disposizione canali multipli: l’addestramento Usa, quello gestito da Londra insieme ad un gruppo di Paesi, un piano lanciato dalla Francia, infine il programma appena approvato dall’Ue in basi in Polonia e Germania. Prepareranno migliaia di soldati. La Russia, invece, conta sulla mobilitazione massiccia di oltre 200 mila elementi: l’Armata è convinta che alla fine i numeri peseranno. Gli esperti credono il contrario.

Corriere della Sera, 18 ottobre 2022

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