Missili cruise, droni-kamikaze, incursioni dell’aviazione. Località colpite in modo sistematico e ripetuto. La campagna di terrore scatenata dalla Russia è raccontata da cinque punti.

Primo. Iniziata con l’invasione, si è ampliata subito dopo l’attacco sul ponte di Kerch in Crimea. Sarebbe però riduttivo considerarla una rappresaglia. È una strategia pianificata, elaborata dal generale Surovikin, comandante in capo delle operazioni. L’alto ufficiale l’ha già sperimentata in Siria, dove ha guidato il contingente schierato al fianco di Assad.

Secondo. Costringe Kiev a distogliere risorse e impiegarle per tamponare il disastro provocato dagli attacchi sulla rete elettrica (oltre il 30% è fuori uso) e ad altre infrastrutture. Ostacola gli sforzi del Paese, destabilizza l’industria — anche quella militare —, logora. Gli impianti non si rimpiazzano rapidamente, costa farlo. Complicato creare uno scudo che protegga tutti i bersagli inquadrati da ordigni russi e droni, compresi quelli forniti dall’Iran.

Terzo. Punisce i civili, rende impossibile la vita quotidiana. Un tentativo di indebolire la determinazione e la tempra della popolazione. Infatti l’hanno intensificata all’inizio dell’autunno, per avere un effetto più profondo in inverno. La versione più brutale e sanguinosa della guerra del gas «riservata» all’Unione Europea. Per gli esperti, gli ucraini non cederanno davanti al ricatto ma purtroppo soffriranno. Si teme un nuovo esodo di profughi verso l’estero.

Quarto. Gli osservatori ripetono che non vi saranno conseguenze dirette sui campi di battaglia, tuttavia potrebbero esserci delle ripercussioni nell’organizzazione militare in una crisi destinata a durare. Infatti i contendenti si preparano guardando lontano, così come i sostenitori esterni. Allarma che — in contatti diretti con rappresentanti di Francia, Turchia, Gran Bretagna — il ministro della Difesa Sergei Shoigu abbia accusato il nemico di preparare azione con «bomba sporca» (sparge radiazioni). La ricercatrice Dara Massicot si chiede se Mosca non stia mettendo le mani avanti per coprire qualche sua mossa a sorpresa, non convenzionale.

Quinto. Gli invasori vogliono guadagnare tempo. Per finalizzare la mobilitazione, lenta e afflitta dai soliti problemi. Per cristallizzare i fronti, anche se gli ucraini continuano a premere. Vladimir Putin — non è un mistero — spera che l’Occidente si «stanchi» di un impegno gravoso o sia costretto a ridurre l’appoggio sotto la spinta di ragioni economiche e pressioni delle opinioni pubbliche. Gli occidentali hanno rinnovato le dichiarazioni solenni di supporto alla resistenza, hanno creato snodi che facilitano l’assistenza, addestrano migliaia di soldati di Zelensky, hanno ripetuto — specie gli Usa — che il programma andrà avanti «per anni». I commentatori insistono nel rammentare le spine croniche della Russia nel conflitto, però non di rado mettono in guardia su ripensamenti occidentali, inseriscono nei loro report dei «se» sulla volontà di lungo termine. Non sono pessimisti, ma pragmatici.

Corriere della Sera, 23 ottobre 2022

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