Sul terreno Mosca è costretta alla difensiva, però bilancia ampiamente con i bombardamenti e le sortite verbali. Il taccuino odierno ruota attorno a diverse linee. Domenica il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha accusato il nemico di preparare un attacco con una «bomba sporca», ovvero radiologica. È chiaro il tentativo di allarmare, alzare la tensione, provocare contrasti. E, secondo gli esperti americani di Institute for the Study of War, la mossa è un ulteriore pressione per indurre l’Occidente a ridurre gli aiuti. In questi mesi, nonostante gli sforzi, il Cremlino non è riuscito a interrompere il flusso vitale ed ha cercato di distruggere il materiale una volta che arrivato nei depositi o nelle caserme.

I raid

L’intelligence di Kiev a fornito la sua versione sugli attacchi. Gli invasori hanno usato 330 droni iraniani Shahed (dato fissato al 22 ottobre), di questi 237 sono stati abbattuti, mentre altri 300 sono in corso di consegna. Il 30% dei velivoli ha raggiunto il bersaglio o è finito nelle vicinanze. Tom Cooper, esperto austriaco che segue con attenzione gli sviluppi e non è ostile ai difensori, ha espresso scetticismo sulle cifre. C’è poi attenzione sui pasdaran mandati da Teheran per assistere nell’uso: oltre al nucleo basato in Crimea, ce ne sarebbe attivo un altro in Bielorussia, secondo punto di partenza per le incursioni a lungo raggio.

È ancora lo spionaggio a indicare che lo stock di missili Iskander si sarebbe ridotto del 13% mentre le scorte dei Kalibr (lanciabili anche da unità navali) e X-101 sarebbero scese del 40%. Tutto da prendere con cautela, insieme alle indiscrezioni su futuri rifornimenti da parte della Repubblica islamica. L’esercito di Zelensky , intanto, resta sul binario della richiesta di sistemi anti-aerei alla Nato e sull’attività di interdizione con caccia, missili, cannoncini a tiro rapido, mitragliatrici. Un pilota ha raccontato di aver neutralizzato cinque droni ma le schegge dell’esplosione dell’ultimo hanno danneggiato in modo irreparabile il suo Mig e lui è stato costretto a lanciarsi con il paracadute.

La cooperazione

Il New York Times, oltre a raccogliere le testimonianze sulla minaccia, ha rilanciato una notizia che aveva già dato: Israele sta collaborando con gli ucraini mettendo a disposizione il suo «sapere» sui mezzi venduti dall’Iran. Un gesto per attenuare le critiche esterne, con Gerusalemme legata al proprio fronte. Nel fine settimana l’aviazione ha colpito un impianto in Siria usato dagli iraniani per assemblare droni. L’operazione ha riguardato un sito nella località di al Dimas, a nord ovest di Damasco. E un altro strike è stato sferrato, in pieno giorno, lunedì, con missili lanciati da caccia, a conferma di una pressione continua sugli ayatollah e i loro alleati. Conflitti lontani sono ravvicinati dalle esigenze tattiche, da considerazioni strategiche e questioni diplomatiche. Lo Stato ebraico, per ora, non si discosta dalla terza via stretta da un paio di paletti: niente armi per Kiev (ci sono restrizioni operative, è la spiegazione ufficiale), rapporti pragmatici con Putin.

Nel sud

L’Ucraina — parere sempre dell’intelligence — crede poco allo sgombero da Kherson. Nelle valutazioni degli ufficiali, Mosca ha condotto un ritiro del personale non essenziale, ha lanciato un appello per creare una milizia locale con gli uomini rimasti. In realtà il generale Sergei Surovikin ha rinforzato le posizioni perché la zona continua a rivestire un ruolo pratico e politico rilevante. Se ne andranno solo se la situazione dovesse essere disperata. O per ordini superiori.

Corriere della Sera, 24 ottobre 2022

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...