dal nostro inviato
SIRACUSA — La guerra in Ucraina si combatte ai confini dell’Europa, ma si risolverà in due capitali lontane: Washington e Pechino. È partendo da questa consapevolezza che a Siracusa due grandi personaggi della politica europea — l’ex presidente del Consiglio italiano e dalla Commissione europea Romano Prodi e l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer — hanno discusso del ruolo dell’Ue in questo conflitto e della necessità di realizzare una politica estera e una difesa comuni che permettano all’Unione di superare gli egoismi nazionali e diventare una grande potenza, se non globale per lo meno regionale. Partendo da convinzioni comuni, Prodi e Fischer hanno portato due prospettive diverse, quella di Roma e quella di Berlino, nel dibattito finale della conferenza «Sicilia, Mediterraneo, Europa» organizzata dall’associazione Incontri a Siracusa per discutere — spiega il presidente Andrea Armaro — del «ruolo in questa crisi» di Sicilia e Mediterraneo, centrali nella partita geopolitica globale fra Stati Uniti, Cina, India e Turchia.

«Ho sempre pensato che per arrivare alla fine della guerra dovessero passare il congresso del partito comunista cinese, che non ha detto nulla di nuovo, e le elezioni americane. In questo caso non è il risultato che conta: è talmente diffusa negli Stati Uniti la tensione anti-cinese e anti-russa che nessuno farà un passo prima del voto», ha spiegato Prodi durante l’incontro moderato dal vicepresidente dell’Ispi Paolo Magri e dal corrispondente a Berlino — e in precedenza a Mosca e Washington — del Corriere della Sera Paolo Valentino. «L’Europa non è una grande potenza, è troppo piccola», conferma Fischer . «Senza gli Stati Uniti, non è in grado di contenere la Russia». Il problema, sostiene l’ex ministro degli Esteri tedesco e vicecancelliere di Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, è capire con quali Stati Uniti avremo a che fare nel futuro prossimo: quelli di Biden o quelli di Trump? «Non sappiamo cosa succederà fra due anni, alle elezioni, e per questo dobbiamo essere in grado di difenderci da soli», spiega. «Più l’Europa sarà forte, più l’America sarà interessata».

Necessario, secondo Prodi, è arrivare a una politica europea capace di comprendere le differenze e le sfumature americane, in grado di rapportarsi con la continuità della politica cinese e, all’opposto, con la discontinuità di quella americana. «Le decisioni prese in un momento di emozione non sempre durano, non sono sicuro che l’apertura europea verso l’Ucraina resisterà in futuro», avverte Prodi, per il quale questo momento di crisi potrebbe portare alla fine dell’Europa «carolingia» che poggia sull’asse Berlino-Parigi: dopo il recente investimento di 100 miliardi nella Difesa da parte del governo tedesco, la Francia ha il timore di restare indietro, che l’Unione verrà guidata dal solo pistone tedesco. «Potrebbe invece cambiare la politica di difesa europea in modo superiore», afferma Prodi, «mettendo il diritto di veto che ha al consiglio di sicurezza dell’Onu e l’arma nucleare al servizio dell’intera Europa». Gli ex imperi però, aggiunge l’ex presidente del Consiglio, guidano guardando nello specchietto retrovisore, un po’ come successo alla Gran Bretagna con la Brexit.

La guerra ha spostato dunque gli equilibri europei verso nord e verso est, ha intaccato il motore franco-tedesco — «ma non in modo strutturale», assicura Fischer — , e da questa crisi uscirà un’Unione diversa, «meno concentrata sul mercato comune e più sulla geopolitica», sostiene l’ex ministro degli Esteri di Berlino, per il quale tuttavia questo spostamento degli equilibri dovuto alla «rilevanza morale» dei Paesi nordici e baltici non lascerà indietro il Mediterraneo. «Il fattore chiave è l’unità dell’Ue», sostiene. «Non si può pensare all’Europa in termini così ristretti e regionali». Eppure una distrazione già c’è stata in tempi recenti», ha ricordato Prodi. «Quando abbiamo lasciato la Libia a Russia e Turchia, perché non c’era accordo in Europa, perché la Germania non voleva un conflitto che invece voleva la Francia, perché in quel momento gli Stati Uniti non erano attenti e non volevano cadaveri a casa. E l’Italia, inspiegabilmente, andò contro i propri interessi».

Corriere della Sera, 30 ottobre 2022 (pag 13)

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