«Esplosivo al posto della sveglia per gli occupanti di Melitopol». La frase è del sindaco ucraino in esilio Ivan Fedorov, racconta di un nuovo attacco nella città in mano ai russi dalla fine di febbraio. Anche se non sono emersi troppi dettagli, è la conferma della grande instabilità nelle regioni occupate: i depositi vengono inceneriti con i razzi degli Himars, altri obiettivi devastati da ordigni.

Dietro le linee

Fedorov, in un messaggio su Telegram, ha affermato che il «colpo» ha riguardato l’impianto industriale Refma usato dagli invasori come caserma. «Stiamo contando il numero degli orchi eliminati», ha detto. L’azione segue un attentato con un veicolo-bomba avvenuto cinque giorni fa, operazione che ha preso di mira gli uffici dei servizi segreti ed è parte di una strategia ben pianificata per sconvolgere le retrovie dell’Armata. In questi mesi i sabotatori — elementi locali, forze speciali — hanno preso di mira ripetutamente gli invasori o i loro «amici». Edifici distrutti, funzionari uccisi, linee di comunicazione messe in pericolo dalle incursioni condotte con bombe, armi da fuoco, incendi in numerose località, compresa l’area di Kherson.

Il report

L’Institute for the Study of War, centro studi americano, ha analizzato la guerra «segreta» indicando alcuni punti chiave.

1) Mosca non è riuscita a imporre il proprio ordine nonostante milizie e truppe, alcune distolte dal fronte bellico.

2) Le autorità — come hanno denunciato fonti nazionaliste — sono incapaci di garantire protezione al personale, esposto alle missioni della resistenza.

3) Unità scelte della Rosvgardia e gli agenti dei servizi Fsb sono state incaricate di fronteggiare la minaccia ma la loro risposta si è rivelata insufficiente.

4) La catena di episodi incide sul morale, alimenta sfiducia, crea un clima di sospetto.

Le sorprese

C’è poi un secondo aspetto. Il richiamo alla lotta partigiana serve sotto il profilo propagandistico e aiuta, in alcune circostanze, a coprire tattiche/mezzi usati per fare danni in una base o in un’installazione. Chi subisce deve indagare, si chiede se l’avversario è arrivato da lontano oppure è una cellula nascosta nelle vicinanze. Inoltre gli strike accompagnano bombardamenti con i lanciarazzi a lungo raggio, le sorprese dei droni e altri sistemi non sempre noti. Infatti in occasione di un paio di casi il «merito» del successo è rimasto condiviso tra i molti protagonisti del conflitto, dai commandos addestrati a infiltrarsi in profondità ai mezzi senza pilota. Ma anche il camion trappolato esploso — secondo la versione dominante — sul ponte di Kerch, in Crimea, e i caccia distrutti in agosto a Saki, l’omicidio della figlia di Dugin a Mosca o il possibile sabotaggio qualche giorno fa di un paio di elicotteri in territorio russo. Rovesci ai quali la Russia ha reagito chiamando in causa l’intelligence di Zelensky ma anche quella occidentale, coinvolta in modo diretto o indiretto nel duello. Le molte ricostruzioni per i singoli eventi sono quasi scontate. C’è la «nebbia di guerra», esistono risvolti operativi poco marcati, c’è sempre l’esigenza di non svelare tutto ciò che si combina.

La novità

A chiudere il taccuino quotidiano, c’è il sì del Parlamento bulgaro — 175 voti a favore, 49 contrari — all’invio di armamenti a Kiev. Il Paese avrà un mese di tempo per elaborare un piano di supporto valutando cosa potrà essere spedito. Sofia ha messo le mani avanti sostenendo che non può privarsi di equipaggiamenti cruciali, come i missili anti-aerei S300 (molto richiesti) o velivoli da combattimento perché deve pensare alla sicurezza nazionale. Affermazione veritiera ma che nasconde una richiesta. La posizione potrebbe cambiare nel caso riceva in cambio mezzi moderni dagli alleati. Ossia il metodo delle forniture circolari già adottato da altri Stati e con successo. Da comprendere se le armi dovranno essere pagate o donate (come auspicato un esponente del partito Gerb). La decisione dei deputati è comunque importante perché supera veti precedenti, scavalca il no delle forze pro-russe e di fatto regolarizza un flusso di rifornimenti già attivo. In questi mesi l’export bellico di Sofia è cresciuto, con molto materiale arrivato in Ucraina attraverso le classiche triangolazioni. Polonia, Usa e probabilmente altri membri Nato hanno acquistato i «prodotti» bulgari poi girati all’esercito di Zelensky.

Corriere della Sera, 3 novembre 2022

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...