C’è un punto preciso della democrazia americana in cui si è incagliato il tentato colpo di Stato di Donald Trump fra il 3 novembre e il 14 dicembre 2020, giorno in cui il collegio elettorale degli Stati Uniti confermò la vittoria di Joe Biden: i segretari di Stato — in gran parte repubblicani — che si sono rifiutati di obbedire al presidente uscente e hanno certificato il risultato elettorale nei propri Stati, senza cedere alla teoria complottista del voto rubato. A portare sul palcoscenico della politica nazionale un ruolo solitamente oscuro, in quel momento turbolento della storia americana, fu il repubblicano Brad Raffensperger, il segretario di Stato della Georgia — in corsa quest’anno per la rielezione — che ricevette una minacciosa telefonata di Trump ma si rifiutò di «trovare» gli 11.780 voti che avrebbero dato la vittoria all’ex presidente.

Consapevole di ciò, alle elezioni di metà mandato del 2022 Trump e il suo movimento ultraconservatore hanno deciso di assaltare la diligenza, cercando di far eleggere in quella posizione sostenitori della «big lie», la grande bugia denunciata — senza prove e senza che un solo tribunale gli abbia dato ragione — dall’ex presidente. E così, in alcuni Stati solitamente in bilico, potrebbero essere eletti domani segretari di Stato «negazionisti», che si ritroverebbero fra due anni a far rispettare le regole elettorali nonché a certificare il risultato delle presidenziali. «Quando la mia coalizione di segretari di Stato sarà eletta aggiusteremo il Paese», ha confermato durante un comizio con Trump uno di loro, Jim Marchant, candidato con i repubblicani in Nevada. «E Trump sarà di nuovo presidente nel 2024».

Marchant fa parte della coalizione Sos, l’America First Secretary of State Coalition messa in piedi proprio per prendere il controllo del sistema elettorale negli Stati in bilico che potrebbero risultare decisivi nel 2024: insieme a lui ci sono Mark Finchem in Arizona, Kristina Karamo in Michigan, Diego Morales in Indiana e Audrey Trujillo in New Mexico, oltre ai candidati governatori Kari Lake, in Arizona, e Doug Mastriano, in Pennsylvania, dove spetta proprio al governatore scegliere il segretario di Stato. Sono tutti convinti che l’elezione del 2020 sia stata rubata, come d’altronde il 66% degli elettori repubblicani, e tutti promettono che non avverrà un’altra volta. Certo, fra i proclami elettorali e un intervento effettivo sui risultati delle urne c’è di mezzo il mare della responsabilità politica, ma se anche uno solo uno di questi candidati complottisti dovesse ritrovarsi a decidere di un’elezione presidenziale, stavolta l’America potrebbe davvero annegare.

Corriere della Sera, 7 novembre 2022

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