L’annunciato ripiegamento russo sulla riva orientale del Dnipro può innescare nuove dinamiche nel conflitto, dagli aspetti militari a quelli — non meno importanti — diplomatici. Gli esperti restano guardinghi, vogliono vedere le mosse effettive. Non bastano i comunicati.

Le operazioni

In campo ucraino c’è soddisfazione per il successo, ma non enfasi. Le reazioni ufficiali sono state un mix di prudenza, realismo e diffidenza. Un approccio condiviso da fonti statunitensi e rimbalzato nei titoli dei grandi media. Lo Stato Maggiore di Zelensky è infatti consapevole che gli invasori sono ben schierati sulla riva orientale del Dnipro, il fiume è un ostacolo naturale, attraversarlo presenta rischi. I russi controllano ancora gran parte della regione di Kherson che resta di fondamentale importanze strategica. È opinione comune tra gli analisti che i russi cercheranno di sfruttare le tre linee di difesa e sembra che ne stiano preparandone di altre più a sud, verso la Crimea. Il generale Surovikin ha ridotto l’area operativa e ha una forza consistente a disposizione. Restano capire se sono riusciti – come dicono – a portare via anche i mezzi pesanti visto che hanno distrutto i ponti e si sarebbero affidati a chiatte. Inoltre da valutare il possibile impatto del fuoco dell’artiglieria nemica sulle unità in ripiegamento.

I negoziati

Il capo di Stato Maggiore statunitense Mark Milley ha fornito le valutazioni sulle perdite del conflitto: i russi hanno avuto quasi 100 mila tra morti e feriti, numero quasi identico per la resistenza. Ora — ha aggiunto — si apre una finestra d’opportunità per il negoziato, i contendenti devono comprendere che non ci sono prospettive di vittoria militare e dunque serve seguire strade alternative. Affermazione significativa in sintonia con le «voci» dagli Usa sulla necessità di arrivare ad una trattativa mentre i belligeranti, insieme alle cannonate, si scambiano messaggi su condizioni, obiettivi, margini di manovra.

I sostenitori più tenaci dell’Ucraina fanno fuoco di sbarramento sostenendo che non è il momento di fare concessioni al Cremlino, altri appaiono possibilisti. Siamo in una situazione fluida, dove il desiderio sincero di tregua si mescola a dichiarazioni cosmetiche. Per questo una delegazione partirà presto da Kiev alla volta di Washington, missione per fare il punto sugli aiuti e convincere chi — soprattutto tra i repubblicani — non esclude di porre dei limiti all’assistenza. A questo proposito, il Wall Street Journal scrive che gli Stati Uniti hanno detto no alla fornitura di droni d’attacco Grey Eagle, una decisione spiegata con il desiderio di non accrescere i contrasti con la Russia. La stessa motivazione offerta per non spedire le munizioni con un raggio di 300 chilometri.

Il leader

Nei commenti di alcuni osservatori occidentali si insiste molto su un Vladimir Putin «razionale», un leader che autorizza il ritiro (vedremo come) delle truppe anche se lo fa annunciare ai generali. Un cambiamento netto rispetto agli ordini di non cedere neppure un centimetro dei mesi scorsi. È certamente una nota diversa nelle analisi degli esperti che lo presentavano come un capo assoluto pronto a trascinare il Paese in un disastro totale, compreso l’Armageddon nucleare. Sarebbe passato dall’Apocalisse ad un concreto pragmatismo, magari dopo i ripetuti contatti riservati con gli Stati Uniti e l’aver compreso che gli sviluppi non erano favorevoli alla sua Armata. Sono sempre degli scenari: mutevoli, esposti ai cambiamenti, con auspici e timori. Alla fine contano i fatti.

Corriere della Sera, 10 novembre 2022

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