Tutti, o quasi, conoscono Eduard Limonov, scrittore e poeta russo, ma anche politico nazionalista, dissidente, guerrigliero al fianco dei serbi e mille altre cose, un personaggio reso immortale da Emmanuel Carrere nel libro che porta il suo nome. Quasi nessuno, probabilmente, ha mai sentito parlare di Jurij Beljaev, a sua volta ex poliziotto, deputato nazionalista, fondatore di una compagnia di sicurezza privata, coordinatore di giovani neonazisti, mafioso e combattente in Bosnia con i serbi, che si muoveva negli stessi ambienti del suo più celebre rivale. Non lo aveva mai sentito nominare neanche Pierre Sautreuil, giovane giornalista freelance francese in cerca di fortuna che nel 2014 lo incontra per caso nei territori occupati del Donbass, dove il «gatto» — così si faceva chiamare all’epoca, come decine di altri guerriglieri — un po’ combatteva con le milizie filorusse del battaglione Batman nella regione di Lugansk, un po’ si nascondeva dalla autorità di Mosca.

«Davvero scrivi un libro su di lui, non ne vale la pena. È un uomo del passato», ripete a Sautreuil chi lo conosceva e ne condivideva le lotte nei tumultuosi anni Novanta russi, quelli seguiti alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando Beljaev sedeva in Parlamento, macinava soldi e sfuggì inspiegabilmente a un sicario che gli scaricò addosso un intero caricatore senza ucciderlo. Invece, con la testardaggine dei suoi (allora) 21 anni, Sautreuil lo insegue negli angoli più deprimenti e lugubri del Donbass e lungo le sponde della Neva a San Pietroburgo, dove vive in una casa dalle luci spente per paura che la polizia lo scopra, e con lui sviluppa uno «strano rapporto fatto di intimità, diffidenza e fascinazione», che lo porta a temere per il peggio ogni volta che le sue email o le telefonate restano senza risposta per mesi.

Intanto però continua a scavare e scopre le mille vite di questo 57enne burbero e con le mani sporche di sangue, che si muove per interessi personali più che per ideali: che le sue vittime siano immigrati presi di mira a caso nelle strade di San Pietroburgo, civili bosniaci o soldati ucraini poco gli importa. «Nel corso dei mesi ho stabilito una cronologia precisa delle varie tappe della sua vita», scrive a un certo punto Sautreuil in Le guerre perdute di Jurij Beljaev, libro appena pubblicato in Italia da Einaudi che è denso di storie e scorre via come un racconto d’avventura. «Conosco le date e i dettagli, ma non riesco a decifrarne il senso. Ho gli episodi ma mi manca la visione d’insieme, un trait d’union in grado di spiegare quello che lo ha spinto ad agire come ha fatto in tutti questi anni».

È una figura al tempo stesso «unica e banale» quella di Beljaev, un uomo plasmato dallo spirito violento e caotico della sua epoca, la cui unica dote era quella di saper navigare meglio degli altri nelle torbide correnti di quegli anni. Eppure la sua parabola — spiega Sautreuil — attraversa i traumi, i rancori, la grandezza perduta e le angosce identitarie della Russia post sovietica, i sentimenti strumentalizzati e militarizzati da Putin nel corso del suo lungo regno. Beljaev, insomma, incrocia la storia della Russia, a volte ci si mescola ed altre vi rimbalza contro, e ci conduce alle origini del conflitto in Ucraina fra mercenari, cosacchi, signori della guerra e politici corrotti.

«Nonostante tutte le ore trascorse con lui, non so ancora se sia pietà o ammirazione quella che provo guardando quest’uomo con le spalle al muro conservare la forza di mentire tanto sfacciatamente a se stesso», scrive il giornalista francese, oggi corrispondente del quotidiano La Croix, che di questa storia è coprotagonista. Quando lo incontra, Sautreuil vede ormai soltanto un anziano signore un po’ ingobbito e con gli occhiali da vista, che teme per la sua vita e un attimo dopo si sente invincibile. Muore solo e dimenticato a San Pietroburgo, il 18 marzo 2020, uscendo di scena appena un giorno dopo il suo rivale di un tempo, Eduard Limonov.

Corriere della Sera, 14 novembre 2022

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