Le previsioni sono una cosa, la realtà è un’altra. Prima dell’invasione le simulazioni occidentali suggerivano agli ucraini di trasformare il Dnipro in linea difensiva abbandonando il resto dei territori, ciò per evitare di essere stritolati in un’eventuale morsa. Invece sono stati i russi a dover ripiegare dietro l’ostacolo naturale del fiume. In pochi mesi un capovolgimento totale o quasi.

Le difese

Gli osservatori — in particolare quelli dell’americano Institute for the Study of War — segnalano la costruzione di trincee, barriere, punti d’arresto in diverse aree sulla riva orientale, quella dove sono attestati gli occupanti. Un asse taglia fuori, a ovest, la penisola di Kinburn, area dove nei giorni scorsi vi sarebbero state incursioni della resistenza. Altre strutture — composte anche dai celebri denti di drago (blocchi in cemento) — sono state create a tutela delle vie logistiche a est e sud. L’Armata ha adottato le misure per stabilizzare il fronte, controllare meglio il settore con l’arrivo dei riservisti ma anche prevenire un’offensiva nemica. L’Institute for the Study of War ipotizza che l’esercito di Zelensky possa cercare di attraversare il Dnipro per guadagnare nuove posizioni. Le condizioni meteo (gelo, neve, fango) al momento però non sono proprio favorevoli e incombe su tutti il problema rifornimenti.

Gli allarmi

Nell’arco di pochi giorni il New York Times ha rilanciato un cavallo di ritorno: quello delle munizioni e dei mezzi. Un tema per niente nuovo — è già emerso più volte negli ultimi mesi — ma che è riproposto con dettagli. In sintesi. Gli schieramenti consumano colpi d’artiglieria con cadenze insostenibili: 40-60 mila al giorno i russi, 4-7 mila gli ucraini. Non sempre i dati sono uniformi, la forbice è troppo ampia. Quale cifra è giusta? Il punto base però è che i proiettili non bastano e che gli arsenali dell’alleanza si stanno svuotando, 20 dei 30 donatori sono ormai al limite minimo. Da qui la corsa agli acquisti da parte Nato in Sud Corea e ovunque ci siano munizioni da 155 millimetri, le stesse sparate da semoventi e cannoni dati dagli occidentali.

Inoltre c’è l’idea di riattivare vecchie fabbriche in Bulgaria, Slovacchia e Repubblica Ceca in modo che possano garantire quelli da 152 e 122, calibri compatibili con i pezzi di concezione «sovietica» in dotazione all’Ucraina. Sempre il quotidiano sottolinea che il fondo di circa 3 miliardi di euro stanziato dall’Ue per comprare materiale è quasi esaurito mentre le industrie non riescono a tenere il passo. Le fabbriche americane — per dare un parametro — possono garantire 15 mila proiettili al mese. Interessante la «coda» suggerita da ambienti statunitensi: ci sono alcuni governi che potrebbero dare di più e tra questi Germania, Olanda, Italia.

L’usura

L’altro nodo — comune per i belligeranti — è l’usura. Un terzo dei cannoni a lunga gittata dati a Kiev hanno dovuto essere ritirati dal campo di battaglia e riparati. Le loro canne erano ormai consumate. La manutenzione è stata eseguita all’estero, con complicazioni logistiche evidenti, per questo si pensa a creare delle officine con personale addestrate in zone più vicine. Washington studia poi alternative: armi meno costose e delle quali c’è ancora disponibilità nei depositi. È il caso dei Tow anti-tank. Ma non mancano neppure sorprese per il futuro.

La Boeing ha proposto al Pentagono una soluzione che unisce i razzi-vettore a bombe note come Glsdb . Di dimensioni contenute, piuttosto precise, con raggio d’azione di circa 150 chilometri allungherebbero il «braccio» degli ucraini. Tempi di consegna: la primavera 2023. Bisogna però vedere se la Casa Bianca darà luce verde viste le implicazioni «politiche». Gli americani ad oggi si sono rifiutati di dare munizionamento di questo tipo utilizzato dagli Himars per non scatenare la reazione del Cremlino. Gli esperti ribattono che avrebbero un grande impatto perché renderebbero insicure le retrovie e le comunicazioni degli invasori, specie ora che si sono concentrati sulla riva est del Dnipro.

Messaggi

La questione aiuti bellici è certamente ancorata a nodi concreti — lo scenario era stato paventato in mille forme — ma al tempo stesso rappresenta un modo per segnalare che i tempi del conflitto non sono eterni e, come hanno avvertito autorevoli esponenti americani, serve pensare all’opzione negoziale. Un terzo articolo del New York Times dedicato alla battaglia per Bakhmut ha riportato una preoccupazione — anonima — di ambienti del Pentagono: le batterie degli ucraini sparano come se le forniture fossero illimitate ma non è così. Evidente il messaggio.

I cinesi

A chiudere il «taccuino» le indiscrezioni. Un grande aereo cargo AN 124 ha fatto la spola tra Russia e Cina, una navetta per caricare forse elmetti, divise, corpetti anti-proiettile, kit invernali. Gli Stati Uniti non hanno escluso in passato assistenza bellica da parte della Repubblica Popolarestessa cosa per la Nord Corea —, ipotesi negata dai cinesi. Smentire costa nulla. L’intelligence ucraina, invece, ha confermato che Kiev ha ricevuto in forma segreta spedizioni da alcuni Stati. Usato il metodo della triangolazione attraverso Paesi terzi. Un classico d’ogni conflitto.

Corriere della Sera, 28 novembre 2022

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