«Politica e sport sono inevitabilmente intrecciati», ammette oggi l’allenatore americano Steve Sampson che nel 1998 evitò di politicizzare la partita dei mondiali contro l’Iran. Proprio la Coppa del mondo di calcio, fin dalla prima edizione del 1930 in Uruguay, è stata infatti un riflesso della situazione geopolitica globale, rendendo il football un attore della politica internazionale. La scelta stessa del Paese organizzatore è una decisione fortemente condizionata dai governi nazionali e dalle dinamiche internazionali, con profonde ricadute politiche, spiegano Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti nel libro «La diplomazia del pallone», una storia politica dei mondiali uscita per Le Monnier nei giorni scorsi.

Lo abbiamo visto in particolare nelle ultime due controverse edizioni, Russia 2018 e Qatar 2022, assegnate il 2 dicembre 2010 con una decisione sorprendente e contestata, arrivata pochi mesi prima del voto per la rielezione dell’allora presidente della Fifa Sepp Blatter: una doppia assegnazione che «favorì accordi poco trasparenti e corruttele e portò due vincitori a sorpresa», scrivono i due professori dell’Università di Bologna. «In Occidente la vittoria di Putin e quella, inaspettata, degli emiri suscitarono sospetti e polemiche relativi alla subordinazione del calcio mondiale a petrodollari e gasdotto e alla scarsa attenzione al rispetto dei diritti umani».

Dei 24 membri della Fifa che quel 2 dicembre 2010 presero parte alla riunione del comitato esecutivo della Fifa a Zurigo, 16 sono stati in seguito sospesi, arrestati, incriminati per tangenti oppure squalificati a vita. In seguito a quel voto – e all’era della «globalizzazione della Coppa» voluta da Blatter, sotto la cui presidenza si sono disputate edizioni in tutti i continenti ad eccezione dell’Oceania – sono nate le due edizioni dei mondiali più politicizzate della storia, anche più di quella del 2002 in Giappone e Corea del Sud, che celebrarono simbolicamente la riconciliazione dopo decenni di tensioni seguiti all’occupazione coloniale giapponese.

Quella della monarchia qatariota è stata una profonda operazione di «sport diplomacy» per cementare il consenso interno e consolidare la propria immagine internazionale. Prima di scendere in campo in Qatar si è parlato a lungo – ma in ritardo – di diritti e di boicottaggio. Eppure il Mondiale disputato in un Paese non democratico, in cui i lavoratori migranti sono trattati in modo disumano e l’omosessualità è reato può essere un’opportunità, come ha ricordato l’editorialista del Financial Times Simon Kuper, può portare sotto i riflettori un Paese che di luce ne vede ben poca. Nel 1978, quando la Coppa si giocò nell’Argentina della giunta militare guidata da Jorge Videla, nessuno invitò al boicottaggio, ma l’evento fu utilizzato per dare visibilità alle proteste e fare pressione sulla dittatura affinché facesse riforme.

Il tentativo di «sportswashing», racconta Kuper, si ritorse contro la giunta, che si ritrovò gli occhi della stampa internazionale addosso. «È grazie alla Coppa del mondo che siamo diventate note in tutto il mondo», disse al giornalista del Financial Times una delle madri de la Plaza de Mayo, che protestavano per la scomparsa dei propri figli uccisi dalla giunta. In Argentina funzionò, in Qatar siamo al tempo delle promesse fragili e, una volta che il Mondiale sarà finito, la monarchia potrà sempre fare marcia indietro: qualche passo avanti però c’è stato e, per un mese, migliaia di giornalisti e milioni di telespettatori terranno accesa la luce sul Paese.

Corriere della Sera, 28 novembre 2022 (newsletter AmericaCina)

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