A Kiev i nuovi missili Harpoon: cosa sono e come saranno usati per rompere il blocco navale di Mosca

Le forze armate danesi hanno deciso di inviare all’Ucraina missili anti-nave Harpoon a lungo raggio, in grado di colpire le unità russe nell’area settentrionale del Mar Nero: sono armi che il presidente Volodymyr Zelensky chiedeva da tempo e che potrebbero permettere a Kiev di rompere il blocco navale imposto da Mosca, che sta causando una crisi alimentare globale. Gli Harpoon in dotazione all’esercito danese — gli RGM-84L-4 Harpoon Block II — sono prodotti da Boeing Defense, Space & Security a Saint Charles, in Missouri: sono sparati da terra e sono capaci di colpire non solo imbarcazioni, ma anche obiettivi fermi nei porti o a terra, ad esempio gli hub logistici di Sebastopoli, in Crimea. A seconda di dove gli ucraini piazzeranno le batterie, specifica Usni News, i missili potranno aumentare il raggio d’azione della Difesa costiera. Hanno una testata di 221 chili di esplosivo, una gittata fra i 120 e i 300 chilometri e una velocità massima di 864 chilometri orari.

«Siamo particolarmente grati alla Danimarca, che oggi ha annunciato l’invio di lanciatori e missili Harpoon per aiutare l’Ucraina a difendere le proprie coste», ha affermato lunedì il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin dopo il summit nella base tedesca di Ramstein del «gruppo di contatto», i 47 Paesi donatori che appoggiano e riforniscono la resistenza. «Sono molto importanti per l’economia di Kiev, anche perché molti Paesi dipendono dal grano ucraino», ha aggiunto il generale Mark Milley dello Joint Chief of Staff americano, sottolineando che le esportazioni sono bloccate da 90 giorni. La Casa Bianca, aveva rivelato la settimana scorsa Reuters, sarebbe al lavoro per fornire a Kiev anche i missili Naval Strike norvegesi, fabbricati da Kongsberg e da Raytheon Technologies e che richiedono un tempo di addestramento minore rispetto agli Harpoon: meno di 14 giorni.

Dopo alcuni successi iniziali ottenuti nel Mar Nero
, come la conquista dell’Isola dei Serpenti nei primi giorni di guerra e l’imposizione del blocco marittimo al porto di Odessa che ha soffocato le rotte commerciali, l’attività navale russa è diminuita notevolmente in seguito all’affondamento dell’incrociatore Moskva. L’ammiraglia è stata centrata a metà aprile da due missili Neptune, realizzati in Ucraina. Proprio il caso del Moskva chiarisce l’efficacia dei missili anti-nave sparati da terra: è stato un duro colpo di immagine e morale per i russi, costretti a tenersi lontani dalle coste nemica, un successo straordinario per gli ucraini che ha fatto vacillare le certezze del Cremlino.

Da quel momento, i russi hanno subito raid ucraini sull’Isola dei Serpenti — un avamposto brullo a 35 chilometri dalle coste che permette di controllare le vie commerciali — e hanno faticato a mantenere le posizioni, anche a causa dell’applicazione della convenzione di Montreux da parte della Turchia. L’accordo del 1936 permette ad Ankara di chiudere gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo ai Paesi in guerra, e ha così impedito il passaggio delle navi della Federazione dislocate nei porti siriani: Mosca avrebbe aggirato il divieto utilizzando cargo civili — che non sono sottoposti al blocco — con scopi militari. È un momento fluido, con molte iniziative. Da Londra sostengono che il governo britannico vorrebbe creare una coalizione di volenterosi per proteggere i mercantili carichi di grano ucraino: un passo che però comporta rischi di confronto diretto con Mosca.

Corriere della Sera, 24 maggio 2022

Guerra Ucraina, tre mesi dopo come sono cambiati gli obiettivi per Russia, Stati Uniti, Europa e Kiev

Sono passati tre mesi esatti da quando le truppe russe hanno varcato il confine la notte del 24 febbraio ed è cominciata l’operazione militare «speciale» di Vladimir Putin, un’invasione dell’Ucraina con l’obiettivo — secondo il presidente russo — di «denazificare» il Paese e proteggere la popolazione russofona. Da allora sono passati 90 giorni, durante i quali migliaia di soldati sono morti da entrambe le parti, e i piani dei due contendenti sono mutati più volte adattandosi al campo: quali sono oggi gli obiettivi di Kiev, Mosca, Washington e Bruxelles, oltre a quelli militari?

L’Ucraina

(Francesco Battistini, inviato a Kiev) L’unità contro il nemico non si discute. L’unanimità su come sconfiggerlo, però, è un’altra cosa. Il fronte Ucraina non si spacca, ma un po’ si crepa. E qualche segnale s’intravvede nelle dichiarazioni del presidente Volodymyr Zelensky, talvolta in contrasto con quelle del suo stesso staff. Primo caso: riconquistare militarmente la Crimea costerebbe all’Ucraina «centinaia di migliaia» di morti, dice Zelensky? Macché, spiega meglio la sua viceministra degli Esteri, Emine Dzhaparova, «per noi la fine di questa guerra è la fine dell’occupazione russa sia della Crimea che del Donbass». E ancora: i russi «hanno rispettato le vite dei difensori di Mariupol», aggiunge «Ze», facendo intendere che almeno sui prigionieri di guerra si può aprire una trattativa con Mosca? Il suo capo negoziatore Mikhaylo Podolyak è chiaro, quando esclude qualsiasi tavolo e precisa che non è barattabile «né la nostra sovranità, né il nostro territorio e gli ucraini che ci vivono».

Sfumature, naturalmente, anche se la linea di Kiev è esplicita sul fatto che qualunque dialogo sia subordinato al ritorno dei confini di prima dell’invasione. Più vaga l’opinione sulla Crimea, scippata dai russi nel 2014: gli ucraini non vi rinunciano, a parole, ma Zelensky sa che al momento è difficile metterla sul piatto d’un negoziato, men che meno lanciare un’offensiva per riprenderla. Pure la scena politica interna mostra qualche divisione: dopo tre mesi di quasi silenzio, è tornato a farsi vivo l’eterno arci-nemico di Zelensky, l’ex presidente Petro Poroshenko, il «re del cioccolato», che intervistato dal Financial Times ha ricordato come l’unità degli ucraini abbia «sorpreso» Putin, questo sì, ma «appena finirà la guerra, io sarò prontissimo ad attaccare Zelensky». I sommovimenti di Kiev non sono sfuggiti a Mosca, che ne ha approfittato rapida: l’oligarca filorusso Viktor Medvedchuk, che potrebbe rientrare in uno scambio di prigionieri, dal carcere ha mandato un video in cui rammenta «gli affari passati» tra Poroschenko e i separatisti del Donbass. Una vecchia storia di presunte tangenti e carburante che è già costata all’ex presidente l’accusa di tradimento, da parte della magistratura ucraina, e che ora rispunta per un motivo nemmeno troppo nascosto: sciogliere il fronte ucraino come una tavoletta di cioccolato.

La Russia

(Paolo Valentino, corrispondente da Berlino) La Russia si prepara a una «guerra protratta» in Ucraina. Mosca ammette le difficoltà e le complicazioni dell’avanzata nel Donbass, che però attribuisce a due fattori: il rifiuto di mobilitare un maggior numero di truppe per preservare la stabilità politica interna, dando una percezione di vita normale alla popolazione e l’aiuto militare occidentale, che ha trasformato il conflitto in una guerra Russia-Nato. Secondo il politologo Dmitrij Suslov, che dirige un centro studi vicino al Cremlino, Putin e i capi militari sono tuttavia convinti si poter vincere la battaglia del Donbass anche con questo livello di truppe. Ma per i passi successivi, appare quasi del tutto ormai priva di chance la linea di chi, nel vertice russo, sostiene che una volta conquistate le due aree russofone, bisognerebbe fermarsi e cercare un accordo nei termini della Russia. Prevale invece la posizione di chi vuole una continuazione delle ostilità, con un attacco a Odessa, mirato a tagliare all’Ucraina ogni accesso al Mar Nero. Suslov sostiene che le ostilità potrebbero andare avanti anche per un anno, anche se a un certo punto ci potrebbe essere una «de-escalation» per esaustione di tutte le parti, compreso l’Occidente che è già vicino al limite, tecnico e politico, della sua capacità di rifornire d’armi Kiev. In quello che sembra un accenno di apertura, Suslov tuttavia sostiene che sono stati gli ucraini a lasciare il negoziato, mentre Mosca non ha mai abbandonato la sua posizione, basata sulle richieste di neutralità, demilitarizzazione, riconoscimento della Crimea russa e del Donbass non ucraino.

Il fronte militare

(Andrea Marinelli e Guido Olimpio) I contendenti sono preparati mentalmente ad una lotta prolungata, seppur con esigenze diverse. Mosca procede lentamente, ma senza scadenze prefissate. Diversi gli obiettivi: l’acquisizione di maggior territorio possibile nel Donbass, la protezione delle aree conquistate (con eventuale costruzione di difese stabili), la creazione di punti d’appoggio per possibili nuove offensive (passo però non obbligato), il mantenimento del blocco navale lungo la costa. I russi devono però racimolare altre forze, gli esperti non sono convinti che possano farlo senza ricorrere alla mobilitazione. Il dubbio riguarda anche la tenuta dopo aver lanciato il meglio dei suoi reparti in un’azione dispendiosa: potrebbero presto raggiungere il limite. Un buon numero di osservatori ritiene che il tempo non sia a favore di Putin, in quanto i suoi Battaglioni vincono ma si logorano. Tuttavia non mancano quanti la pensano all’opposto, ritenendo che il trascinamento della guerra d’attrito finisca per danneggiare maggiormente gli ucraini. È stato scritto di tutto sulle carenze belliche della Russia, sul declassamento delle ambizioni, tuttavia le ultime settimane hanno dimostrato che ha corretto — in parte — gli errori ed ha concentrato il proprio dispositivo su mete raggiungibili. Zelensky ha esigenze immediate e di lunga scadenza. Deve innanzitutto evitare un tracollo a est e un possibile accerchiamento, quindi ha il compito non facile di rimpiazzare, a sua volta, le perdite pesanti. Importante è sempre l’assistenza della Nato: artiglieria, missili, corazzati, elicotteri, munizioni-munizioni-munizioni sono indispensabili per frenare l’invasore e, un domani, per provare a riprendersi il «perduto». Non tutto. Nelle ultime ore il presidente è sembrato indicare dei limiti: liberare la Crimea — ha detto — vorrebbe dire un sacrificio enorme di vite.

Gli Stati Uniti

(Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington) L’Occidente continua a spingere. Ieri il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, ha annunciato che circa 20 Paesi si sono impegnati a inviare altre armi all’Ucraina, accogliendo la richiesta di Volodymyr Zelensky. In particolare il capo del Pentagono ha elogiato la «disponibilità» della Danimarca, che consegnerà missili anti-nave Harpoon, e la Repubblica Ceca, pronta a fornire elicotteri, blindati e lanciarazzi. A questo punto Kiev può contare sul sostegno di 46 Stati che si sono riuniti ieri, online, dopo il primo summit nella base di Ramstein, in Germania, organizzato dagli Usa il 26 aprile scorso. Prossimo appuntamento già fissato per il 15 giugno, a margine di un vertice tra i trenta ministri della Difesa della Nato. Sul piano politico-strategico sta prendendo forma una tendenza sempre più chiara. Le prospettive di un negoziato con Mosca restano sempre nebulose. Ma da qualche settimana si parla anche meno di sanzioni. Gli europei sono incastrati nella discussione sull’embargo petrolifero. Gli Usa hanno preso atto che i tempi saranno più lunghi del previsto. Ecco allora che a Washington si dà un’importanza crescente alle forniture di armi e all’allargamento della coalizione disposta a fare da «arsenale» per alimentare la resistenza ucraina. Il Capo di Stato maggiore Usa, Mark Milley, ha ridimensionato le voci, riportate dal Wall Street Journal: il Pentagono non ha ancora deciso se inviare i marines per proteggere l’ambasciata americana a Kiev.

L’Europa

(Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi) Un viaggio a Kiev per superare i malintesi e mostrare che la Francia e l’Europa tengono aperto un canale diplomatico con la Russia, è vero, ma continuano a stare senza esitazioni dalla parte dell’Ucraina. È questo ciò che molti si attendono da Emmanuel Macron, che potrebbe andare a incontrare il presidente Zelensky magari entro la fine di giugno, primo dello scadere del semestre di presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea. Non c’è ancora niente di definito, ma a Parigi alcuni immaginano anche una possibile visita di Macron a Kiev assieme ad altri partner europei, per esempio l’italiano Mario Draghi i cui ottimi rapporti personali con il presidente francese sono noti. Negli ultimi giorni il dialogo continuo tra Macron e Zelensky, fatto di decine di telefonate in tre mesi di guerra, sembra aver rallentato, e l’Ucraina sembra sempre più perplessa per le attenzioni diplomatiche che la Francia usa nei confronti della Russia. Oltre alle conversazioni in videoconferenza con Putin, Zelensky non ha apprezzato la frase pronunciata a Macron il 9 maggio scorso, sulla necessità di non ripetere gli errori del passato e quindi non umiliare l’avversario. Il presidente francese si riferiva al futuro degli equilibri europei a guerra finita, quando bisognerà ripensare il sistema di sicurezza del continente senza umiliare la Russia (al contrario di quanto fece il Trattato di Versailles con la Germania dopo la prima guerra mondiale). Ma il governo ucraino l’ha presa come una volontà francese di mantenere Putin, oggi, nel novero dei leader frequentabili. Poi la Francia propone la nascita di una «comunità politica europea» che possa accogliere subito l’Ucraina e anche Moldavia e Georgia, visto che per l’ingresso nell’Unione europea «ci vorranno 15-20 anni», ha ripetuto ancora domenica scorsa Clement Beaune, appena nominato ministro per gli Affari europei. Vista da Kiev, Parigi sembra anche troppo prudente. Un viaggio di Macron potrebbe servire a rassicurare gli ucraini.

Corriere della Sera, 24 maggio 2022

Missili, intelligence, incursioni: il ruolo dei sommergibili russi nel Mar Nero

L’ultimo strike è arrivato solo poche ore fa: il ministro della Difesa russo ha annunciato il lancio di un missile da un sommergibile in Mar Nero. Poche righe per un attore non secondario: dall’inizio del conflitto la Marina russa ha mobilitato almeno 2 sottomarini della classe Kilo. Di base a Sebastopoli, sono unità moderne, «silenziose», il loro soprannome è «Black Hole» (buco nero), spinte da motori diesel/elettrici, con un equipaggio di 52 marinai. Parliamo di personale di solito ben addestrato, esperto, chiamato ad agire in un contesto particolare. La Flotta ha schierato gli «squali» in un quadrante relativamente sicuro, in quanto Kiev non ha risorse sufficienti per contrastarli e dunque è stato possibile impiegarli in una serie di missioni con una certa libertà.

I battelli — spiega l’esperto Giuliano Ranieri — sono in grado di dare un appoggio importante nel lavoro di intelligence sotto costa. Raccolgono dati elettronici grazie agli apparati a disposizione, rastrellano segnali e realizzano i database informativi, le cosiddette «librerie». Inoltre vengono usati in appoggio a uomini rana e commandos: li portano a poche miglia dalla spiaggia, quindi gli incursori procedono con mezzi speciali. Attività «coperte», nel segno della segretezza.

Chissà se gli ucraini cercheranno di organizzare qualche sabotaggio, anche se i porti nemici dovrebbero essere ben protetti. L’affondamento del Moskva, centrato da un paio di missili Neptune, e il danneggiamento di un cargo invitano a non escludere nulla. Proprio il disastro dell’ammiraglia russa ha indirettamente accresciuto il ruolo dei Kilo. Mosca ha infatti tenuto al largo la sua task force di superficie per evitare altre sorprese: al momento non è infatti chiaro se l’Ucraina abbia solo i suoi missili anti-nave o, invece, abbia ricevuto nuovi ordigni.
La Danimarca si è impegnata a fornire Harpoon, ma potrebbero arrivare mezzi anche da un Paese baltico: siamo sempre nell’area grigia, gli aiuti particolari vanno protetti per non concedere vantaggi.

Il secondo fronte per i sottomarini — sottolinea Ranieri — è ancora più rilevante: il tiro di missili da crociera. I cruise sono sparati dai tubi lanciasiluri e possono raggiungere bersagli a distanze di 1.500-2.000 chilometri, un lungo braccio che ha avuto il suo battesimo del fuoco in Siria. Mosca ne ha riservati una quota per «battere» caserme, depositi militari, centri d’addestramento ben lontani dalla prima linea. Di fatto hanno affiancato l’aviazione che nell’invasione non ha certo brillato: la media dei raid è stata di 200-300 al giorno, si è concentrata nella parte sud e nel Donbass, non ha mostrato grande iniziativa.

C’è anche una componente logistica
. Più volte è stato scritto che gli invasori hanno dato fondo alle riserve di missili (bombe) «intelligenti»: non sempre ci sono scorte a sufficienza, serve tempo per produrli. Probabile che i russi abbiano ancora una buona quota di Kalibr per i Kilo e quindi attingono a questo arsenale per mantenere la pressione. Anche nel Mar Nero, dove Mosca mantiene il blocco che sta soffocando l’economia ucraina e provocando una crisi alimentare globale: la battaglia marittima servirà anche a riaprire le vie commerciali e permettere le esportazioni di grano e prodotti agricoli.

Corriere della Sera, 23 maggio 2022

Donbass, l’avanzata russa e la paura di Zelensky: «Perdiamo 100 soldati al giorno»

L’orso russo è ferito, però cerca di avanzare nel Donbass. Dopo una lunga serie di rovesci, il Cremlino può rivendicare alcuni successi a oriente, non sappiamo quanto profondi e duraturi. «La situazione è difficile — ha dichiarato il presidente Zelensky — perdiamo 50-100 soldati al giorno». Un’ammissione non da poco su un segreto ben protetto. Nel settore est i russi hanno distrutto un ponte che collegava Lysychansk a Severodonetsk, la città diventata il target principale: rischia di essere la nuova Mariupol, avvertono fonti ufficiose, unendo l’allarme serio agli annunci a effetto. Il passo successivo per gli invasori potrebbe essere verso Kramatorsk, in mezzo però ci sono ancora molte prove da superare. Più a sud, invece, fortificano, creano bunker e naturalmente sparano con tutto ciò che hanno.

Da settimane l’intelligence aveva previsto un’offensiva consistente. Alla fine le unità di Mosca hanno guadagnato terreno — giorno per giorno, pochi chilometri alla volta — grazie a una serie di fattori. Innanzitutto l’artiglieria devastante: a volte gli esperti sottolineano che non sia abbastanza precisa, però la cadenza alla lunga ha i suoi effetti. Le linee logistiche sarebbero meno «affaticate». Lo Stato Maggiore si è affidato a formazioni più piccole, con necessità «minori». I lunghi calibri, i tank, i Terminator (blindati armati di cannoncini e razzi), una ricognizione con ricerca di bersagli più accurata da parte dei droni hanno favorito i piani.

Lo schieramento più agile — in termini relativi — ha contenuto le perdite, ma è andato incontro a trappole. Come alcuni tentativi di attraversare i fiumi conclusisi in disastri: in solo scontro, quello dell’ormai celebre pontone sul fiume Siverskiy Donets, sarebbero stati uccisi quasi 500 soldati e distrutti 85 mezzi. E anche nelle ultime ore sarebbero stati respinti in alcuni villaggi da una difesa tenace, attestata su nuove linee. Ecco, però, la persistenza: la macchina ha sfruttato i punti deboli degli ucraini: munizioni insufficienti, numero inferiore di cannoni, difese non sempre adeguate. Rapporti hanno svelato come la Territoriale, componente che integra l’esercito, sia stata mandata in prima linea senza avere equipaggiamento moderno. Alcune unità — al pari di quelle russe — hanno vuoti mai colmati, con disfunzioni nella catena di comando e l’impossibilità di prepararsi.

Un ufficiale ha raccontato che la sua Brigata ha dovuto sparpagliare i militari chiamati ad addestrarsi per il timore di essere centrati dai missili lanciati dalla Russia. Se poche notti fa Zelensky ha cambiato, a sorpresa, il numero uno della Territoriale che era in carica da gennaio vuol dire che riteneva necessaria una svolta. Uno scenario che si specchia in quello russo: Vladimir Putin ha epurato o sospeso un paio di generali.

Gli analisti sostengono che le magagne dell’Armata russa sono strutturali, irrisolvibili in corsa, in più si sono trovati davanti ad un nemico pieno di sorprese. Tuttavia gli ufficiali hanno insistito specie nel Donbass, dove il terreno è più favorevole, con grandi spazi, meno boschi, retrovie vicine. E, infatti, l a «liberazione» della regione è stata uno degli obiettivi dichiarati in modo netto.

I giudizi su entrambi i contendenti sono per forza incompleti in quanto non abbiamo mai il quadro preciso. Molti i dubbi sui duellanti: le condizioni degli uomini, i rimpiazzi, il morale, il flusso di materiale bellico in favore degli ucraini. Mosca e Kiev hanno esigenze simili, anche se chi va all’assalto ha bisogno di un rapporto di almeno 3 a 1 in suo favore, quindi il neo-zar deve scovare risorse che non sono ora disponibili. È un momento dove qualsiasi cosa è utile.

Ieri, 22 maggio, nella base americana di Ramstein si è riunito il gruppo di contatto, i paesi donatori che appoggiano la resistenza. Zelensky ha sollecitato l’invio di sistemi che permettano di rispondere all’artiglieria. I suoi militari chiedono i lanciarazzi M270 e gli Himars: rispetto ai cannoni trainati garantiscono maggiore mobilità e protezione, hanno un raggio d’azione ampio (30-70 chilometri, ma anche più a seconda dei proiettili), sono in grado di allontanarsi sottraendosi alla reazione del nemico.

Washington ha sempre resistito alla cessione dei mezzi. La spiegazione ufficiosa è che teme che siano usati per centrare le retrovie dell’Armata in territorio russo, azioni che avrebbero certamente un impatto ma che potrebbero essere considerati dal Cremlino come aggressioni dirette. Ora è vero che c’è una guerra in corso, con devastazioni immense inflitte dalla Russia all’Ucraina. Però la Casa Bianca potrebbe cercare di attenuare il contrasto duro trattenendo la spedizione dei razzi. Un messaggio allo zar. Il conflitto ha dimostrato che non c’è nulla di definitivo, tutto può cambiare. La crisi è ancora lunga.

Corriere della Sera, 23 maggio 2022 (prima pagina, pag 2, pag 3)

Donbass, il punto militare: la spinta russa e l’allarme lanciato da Zelensky

Dopo una lunga serie di rovesci, il Cremlino può rivendicare alcuni successi. Gli irriducibili di Mariupol si sono arresi, mentre nel Donbass le sue truppe hanno messo a segno dei progressi riconosciuti indirettamente dal presidente Zelensky: la situazione è difficile, ha ammesso, perdiamo quasi 100 soldati al giorno all’Est. L’avanzata nel settore orientale è marcata quanto attesa. I russi hanno distrutto un ponte che collegava Lysychansk a Severodonetsk, la città diventata il target principale e che ora è accerchiata: rischia di essere la nuova Mariupol, avvertono fonti ufficiose. Il passo successivo sarà puntare su Kramatorsk, in mezzo però ci sono ancora molte prove da superare.

Da settimane l’intelligence aveva previsto un’offensiva consistente, lo segnalavano i concentramenti e le qualità dei reparti nonostante i report su Battaglioni con effettivi malandati. Alla fine le unità di Mosca hanno preso terreno — pochi chilometri al giorno — grazie a una serie di fattori. Innanzitutto l’artiglieria devastante: a volte gli esperti sottolineano che non sia abbastanza precisa, però la cadenza alla lunga ha i suoi effetti. E se i bombardamenti sono incessanti, è dura. Le linee logistiche sarebbero meno «affaticate», o comunque in grado di sostenere lo sforzo. Lo Stato Maggiore si è affidato a formazioni più piccole, con necessità «minori». I lunghi calibri, i tank, i Terminator (blindati armati di cannoncini e razzi), una ricognizione con ricerca di bersagli più accurata da parte dei droni hanno favorito i piani: presi di mira anche i cannoni appena arrivati dagli Usa. Frequenti le incursioni notturne di forze speciali chiamate ad agire in un’area comunque non gigantesca.

Lo schieramento più agile — in termini relativi — ha contenuto le perdite, ma è andato incontro a trappole. Come alcuni tentativi di attraversare i fiumi conclusisi in disastri: in solo scontro, quello dell’ormai celebre pontone sul fiume Siverskiy Donets, sarebbero morti quasi 500 soldati e distrutti 85 mezzi. Ecco, però, la persistenza: la macchina non si è arrestata ed ha sfruttato i punti deboli degli ucraini, contingenti e cronici. Munizioni insufficienti, numero inferiore di cannoni, difese non sempre adeguate al colpo di maglio che ricevono ogni ora. Rapporti hanno svelato come la Territoriale, componente che integra l’esercito, sia stata impiegata a volte in modo errato, mandata in prima linea senza avere equipaggiamento adeguato e persino soldati «non abili» al servizio. Alcune unità — al pari di quelle russe — hanno vuoti mai colmati, con disfunzioni nella catena di comando e l’impossibilità di prepararsi.

Il conflitto ha costretto i generali a bruciare le tappe, a ridurre (o saltare) il training, a disperdere i plotoni. Un ufficiale ha raccontato che la sua Brigata ha dovuto sparpagliare i militari chiamati ad addestrarsi per il timore di essere centrati dai missili lanciati dalla Russia. La Territoriale certamente è stata decisiva a nord di Kiev mentre su altri fronti si sarebbe rivelata meno efficace. Se poche notti fa Zelensky ha cambiato, a sorpresa, il numero uno che era in carica da gennaio vuol dire che riteneva necessario dare una svolta. Uno scenario che si specchia in quello russo: Vladimir Putin ha epurato o sospeso un paio di generali perché li ha considerati responsabili dei fallimenti.

Gli analisti sostengono che le magagne dell’Armata sono strutturali, legate alla mentalità e all’approccio «sono decenni che si fa così», poco inclini a cambiare, in più si sono trovati davanti ad un nemico pieno di sorprese. Tuttavia è anche vero che questo metodo ha permesso agli ufficiali di insistere, specie nel Donbass, dove il terreno è più favorevole, con grandi spazi, meno boschi, retrovie vicine. E, infatti, la «liberazione» della regione è stata uno degli obiettivi dichiarati in modo netto: probabilmente perché pensano e sperano di arrivarci.

I giudizi su entrambi i contendenti risentono di un dato: non abbiamo mai il quadro completo. La propaganda crea la nebbia. Sono pareri provvisori, dove la conoscenza «storica» si mescola alla registrazione di quanto trapela: dubbi che riguardano le quotazioni della Russia di allargare la missione, di tenere la marcia. Diversi i punti che riguardano i duellanti: le condizioni degli uomini, la possibilità di rimpiazzarli, il morale, il flusso di materiale bellico in favore degli ucraini. Mosca e Kiev hanno esigenze simili, anche se chi va all’assalto ha bisogno di un rapporto di almeno 3 a 1 in suo favore. È un momento dove qualsiasi cosa è utile.

Il quotidiano britannico Guardian scrive che i russi avrebbero fatto arrivare dalla Siria una cinquantina di esperti in esplosivi, tecnici che avevano costruito i barili-bomba sganciati su città e villaggi della ribellione. Non è tuttavia ben chiaro quale possa essere il loro contributo viste le differenze. Lo stesso giornale aveva parlato della mobilitazione di alcune centinaia di mercenari arabi, una presenza però non evidente. Rientra sempre nel filone mediorientale l’invio di mortai iraniani all’Ucraina attraverso un giro particolare: sarebbero armi sequestrate tempo fa dagli Usa a bordo di una nave diretta nello Yemen, aiuti per i guerriglieri sciiti Houti. Sono frammenti. Agli artiglieri di Zelensky serve ben altro: cannoni semoventi, corazzati, sistemi lanciarazzi a lungo raggio, pezzi per fermare e tenere lontano l’invasore.

Corriere della Sera, 22 maggio 2022

Porto di Odessa, il blocco navale russo che affama il mondo. Perché gli alleati ora vogliono forzarlo

Odessa è stata soltanto sfiorata dalla guerra, ma il suo porto — il più importante del Mar Nero — è stato bloccato dai russi dall’inizio dell’operazione militare «speciale» di Vladimir Putin: le navi ferme nei porti impediscono le esportazioni di grano e altri prodotti agricoli, soffocano l’economia ucraina, ma soprattutto rischiano di provocare una crisi alimentare globale che si ripercuote in particolare sui Paesi più poveri. «Il governo russo sembra pensare che usando il cibo come arma possa ottenere il risultato che non ha raggiunto con la sua invasione: spezzare lo spirito del popoli ucraino», ha detto giovedì il segretario di Stato americano Antony Blinken in un discorso alle Nazioni Unite. «Le scorte di cibo per milioni di ucraini e di persone in tutto il mondo — ha proseguito — sono letteralmente in ostaggio».

L’accusa è stata respinta da Mosca, dove l’ex presidente Dmitri Medvedev — ora a capo del Consiglio di sicurezza — ha affermato che i russi «non sono idioti» e non esporteranno cibo finché sono soggetti a dure sanzioni: una smentita che, di fatto, conferma le parole di Blinken. «Non esistono crisi», ha sostenuto Medvedev su Telegram. «La Russia sa come produrre raccolti, che richiedono persone specializzate, attrezzature e fertilizzanti: abbiamo la capacità di assicurare cibo ad altri Paesi, solo che ce lo impediscono». Russia e Ucraina producono insieme un terzo del grano mondiale, da Kiev nel 2019 partiva il 9% delle esportazioni globali, ma anche il 16% di quelle di mais, il 10% dell’orzo e il 42% dell’olio di girasole. Dalla Russia e dalla Bielorussia — spalla fedele del Cremlino — arriva invece il 40% della potassa, un fertilizzante.

Da quando le truppe russe hanno varcato il confine la notte del 24 febbraio, il costo di tutti questi prodotti ha cominciato a crescere, insieme a quello della benzina: anche nei supermercati italiani non è difficile imbattersi in cartelli che limitano i prodotti a base di olio di semi di girasole acquistabili dai clienti. La Russia sostiene che gli ucraini blocchino le navi straniere nei propri porti, che abbiano minato le acque territoriali, mentre per Blinken la decisione di «utilizzare il cibo come arma dipende solo e soltanto» da Mosca: «Ci sono 20 milioni di tonnellate di grano inutilizzate che giacciono nei silos ucraini mentre le scorte globali diminuiscono e i prezzi schizzano», ha detto all’Onu, dove il Segretario generale Antonio Guterres sta cercando di mediare un accordo che permetta all’Ucraina di riprendere le esportazioni e alla Russia di riavviare la produzione di cibo e fertilizzanti per i mercati globali.

Dall’inizio della guerra 8 navi mercantili sono state colpite, una — la Helt — è affondata al largo di Odessa dopo aver probabilmente urtato una mina: secondo all’International Maritime Organization, al 20 aprile c’erano 84 imbarcazioni e 500 membri di equipaggi bloccati nei porti ucraini, mentre i premi delle assicurazioni per chi ha in programma di navigare nell’area sono proibitivi.

La battaglia navale si combatte quindi anche sulle rotte commerciali e, mentre la seconda fase della guerra si avvia alla conclusione, le grandi potenze marittime potrebbero spingersi a rompere il blocco imposto dai russi, sostiene il professore britannico Lawrence Freedman. Se sul campo l’Armata ha spostato l’obiettivo sul Donbass, in mare la situazione è più complessa e sta mutando. Inizialmente la Flotta del Mar Nero russa ha ottenuto rapidi successi, conquistando il 25 febbraio l’Isola dei Serpenti, al largo di Odessa, e affondando la nave Sloviansk a inizio marzo.

Gli ucraini si sono vendicati affondando l’incrociatore Moskva con due missili Neptune a metà aprile, un rovescio colossale che ha cementato la fiducia della resistenza e instillato cautela negli avversari. Da allora Kiev ha provato con diversi raid a riconquistare l’isola dei Serpenti, un avamposto roccioso a 35 chilometri dalle coste che ha un grande valore strategico: secondo il diritto marittimo, la terra regna sul mare e chi controlla quell’isolotto controlla anche le 12 miglia nautiche che lo circondano, un corridoio che permetterebbe di riattivare le rotte commerciali che i russi hanno soffocato.

Una volta chiuso lo stretto di Kerch — che collega il Mar d’Azov e il Mar Nero — e posizionato navi e sottomarini davanti a Odessa e agli altri porti, infatti i russi hanno impedito di uscire ai mercantili, imponendo di fatto un blocco marittimo, che dura dalle prime fasi del conflitto. Per settimane si è anche temuto un assalto anfibio su Odessa, che però non si è mai verificato anche perché nel frattempo gli ucraini avevano seminato mine galleggianti lungo la costa. Fregate e sottomarini degli invasori hanno intanto continuato a bersagliare le città ucraine con missili da crociera, armi per distruggere siti militari, ma anche per terrorizzare i civili.

La Russia non è riuscita però a consolidare le proprie posizioni, anche perché la Turchia — appellandosi alla convenzione di Montreux del 1936, che le permette di chiudere i suoi stretti a Paesi in guerra — ha impedito il passaggio alle navi della Federazione dislocate nei porti siriani e prevenuto la rotazione degli asset navali: un divieto che la Russia starebbe aggirando utilizzando cargo civili.

Corriere della Sera, 22 maggio 2022 (pag 8)

Sabotaggi, assalti ai treni e collaborazionisti: la guerra in Ucraina dietro le linee

Sul fronte del Donbass si combatte come in vecchio conflitto, con trincee e artiglierie. Gli scontri sono documentati da tanti video. Meno visibile, e verificabile, è ciò che avviene nelle retrovie, tra colpi di mano e notizie deformate.

Due giorni fa fonti ucraine hanno rivelato un gesto di sfida: un sabotaggio contro un treno blindato russo nella cittadina di Melitopol, un’azione nella quale sono stati danneggiati alcuni vagoni, compresi quelli riservati al trasporto di truppe. Una seconda versione, invece, ha riferito di una deflagrazione vicino alla linea ferrata, dunque ha declassato il target. L’episodio, conseguenze reali a parte, è il capitolo di un lungo racconto. Fin dall’ora X, gli invasori hanno impiegato convogli ferroviari speciali, composti da vagoni dotati di mitragliatrici e corazzature, con coppie di locomotori per trainare pianali con carichi bellici, cisterne di carburante, mezzi. Mosca ha almeno due di queste «bestie di guerra», Baykal e Amur, già testate in precedenti conflitti, inclusa la crisi in Crimea. E ora li hanno tirati fuori dai depositi in ruolo di supporto.

Il secondo elemento, più ampio, riguarda le incursioni dietro le linee. Sempre a Melitopol è stato ucciso un alto ufficiale russo, agguato attribuito alla resistenza e avvenuto di notte. Segnali che — anche a livello di propaganda — devono rendere precario ogni tentativo della Russia di imporre il potere amministrativo nelle province occupate. Sono azioni affidate a piccoli team, a persone rimaste «dietro», con buona conoscenza della loro terra. Usano armi semplici, granate, esplosivi. In certi casi nasce — quasi in automatico — il sospetto che abbiano potuto contare sul sostegno diretto e indiretto occidentale: l’intelligence può captare comunicazioni, identificare target ma anche infiltrare uomini. Tutto è possibile, dalle smentite alle bugie. Gli ucraini, per tradizione, hanno dimostrato di saper fare da soli. Se poi c’è aiuto, meglio per loro.

L’attività si è allargata da tempo alla Bielorussia, la base di partenza per l’invasione. È ancora la ferrovia ad essere presa di mira da oppositori locali, con danneggiamenti ai binari, alle centraline, agli scambi. A volte sono operazioni rudimentali, a basso costo per chi le attua e con conseguenze più pesanti sulla catena di trasporto. Lo conferma la reazione rabbiosa del regime di Lukashenko: le autorità di Minsk hanno sostenuto di aver arrestato almeno 60 persone, in alcuni casi hanno mostrato la cattura cruenta. Muscoli uniti a una legge dura, approvata il 4 maggio in Parlamento: la condanna capitale è stata estesa a coloro che sono riconosciuti colpevoli di «tentato terrorismo». Una pena severa, che testimonia quanto sia temuta la minaccia interna.

Gli ucraini, insieme alla lancia, imbracciano lo scudo. Gli avversari, già nei primi giorni di guerra, hanno mobilitato le loro squadre di «distruttori». Commandos, agenti del Gru — l’intelligence militare — e del Quinto dipartimento dell’Fsb, collaborazionisti filorussi. Alcuni erano già dentro, mandati a «pasturare il terreno» ed aprire la via: procurando danni, danneggiando reti di comunicazione e infrastrutture, eseguendo le uccisioni, quelle che il Kgb definiva i «lavori bagnati».

Kiev ha creato un’unità speciale, con oltre un migliaio di elementi, incaricata di dare la caccia agli infiltrati. Secondo le fonti governative sono state neutralizzate circa 90 cellule, con un totale di 757 arresti. Una missione che è solo all’inizio. Il conflitto è destinato ad allungarsi, i movimenti dei corazzati e delle artiglierie saranno affiancati alle scorrerie di gruppi agili. Anche perché Vladimir Putin ha affidato maggiori responsabilità al vice direttore del Gru, Vladimir Alekseyev, uno specialista delle operazioni coperte e veterano dell’Ucraina.

Corriere della Sera, 21 maggio 2022 (pag 7 del 21 maggio)

Russia, nuove epurazioni del Cremlino: sospesi il generale Kisel e il viceammiraglio Osipov

Le epurazioni sono un marchio di fabbrica del Cremlino, da sempre. Un fiume carsico che si immerge e rispunta a ciclo continuo, sospinto da provvedimenti reali e dalla propaganda. Mosca, che ha ammesso difficoltà nell’andamento dell’operazione militare «speciale», avrebbe imposto una nuova stretta: secondo l’intelligence britannica — ma le indiscrezioni sono confermate anche da fonti americane — sarebbero stati sospesi il generale Sergei Kisel, comandante di reparti corazzati, accusato di non aver conquistato Kharkiv, e il viceammiraglio Igor Osipov, che paga l’affondamento dell’incrociatore Moskva. Londra martella, sostiene che nell’Armata domini la cultura dell’insabbiamento e del «capro espiratorio»: i vertici starebbero cercando di schivare addebiti per gli insuccessi per non essere degradati, rimossi o persino messi in cella.

Punizione riservata ad esempio a uno dei massimi dirigenti del servizio segreto Fsb, Sergei Beseda, colpevole di aver fornito indicazioni errate su cui poi è stata costruita (male) l’assalto in Ucraina. Dopo le voci del suo arresto, però, il funzionario è ricomparso in pubblico al funerale di un veterano del Kgb ed è stato rispedito in ufficio anche se — scriveva il giornalista investigativo russo Andrei Soldatov — con un ruolo di facciata. Anche qui, in omaggio alla «copertura» degli errori, la riabilitazione formale è utile a smentire l’arresto e a negare i passi falsi, le perdite massicce, la preparazione insufficiente.

Entrato in servizio nel 1990 dopo essersi diplomato alla scuola di Tashkent, in Uzbekistan, dal 2018 Kisel era il comandante della Prima Armata carri della Guardia, formazione corazzata che partecipò alle principali battaglie sul fronte orientale della Seconda guerra mondiale — compresa quella di Stalingrado — e che, dopo essere stata sciolta nel 1999, fu ricostituita nel 2014 durante il programma di potenziamento dell’esercito russo: aveva il compito di prendere Kharkiv, ma la manovra si è rivelata un fallimento e gli ucraini hanno condotto con successo una controffensiva che li ha portati a ricacciare il nemico fino al confine.

Osip, invece, guidava la Flotta del Mar Nero, dove i russi — oltre all’affondamento del Moskva a metà aprile — hanno vissuto fasi alterne: nei primi giorni di guerra hanno conquistato l’isola dei Serpenti, avamposto strategico per controllare, e bloccare, le rotte commerciali, ma nelle ultime settimane stanno cercando di respingere gli attacchi degli ucraini che non hanno rinunciato alla «rocca».

Resta da decifrare la posizione del capo di Stato maggiore Valeriy Gerasimov. Dicevano che fosse stato ferito durante la visita al fronte, quindi messo da parte. L’inspiegabile assenza alla parata del 9 maggio è parsa confermare le informazioni sul giubilamento, scenario capovolto da altre indiscrezioni che lo vogliono a dirigere la missione al fianco di Putin, ribattezzato il «colonnello» in quanto interverrebbe su dettagli bellici minimi.

Come avevamo raccontato il 14 maggio, si tratta tuttavia di report che provengono dalla trincea nemica e, spesso, dalla Gran Bretagna, sempre molto «esposta» nel sostenere Kiev. Se alcuni dei gerarchi in divisa devono dare spiegazioni — sollecitate anche da commentatori russi in tv — è altrettanto vero che le truppe dello zar, almeno nella provincia di Lugansk, rivendicano dei successi: la regione è quasi tutta sotto il nostro controllo, ha dichiarato il ministro della Difesa Sergei Shoigu.

A Mosca, intanto, due parlamentari hanno proposto una modifica alla legge in modo da abolire il tetto dei 40 anni per il reclutamento, così da poter essere ingaggiati elementi esperti da integrare in reparti malconci dopo mesi di guerra, in particolare medici e ingegneri di cui hanno bisogno in Ucraina: secondo la legge in vigore, solo i cittadini russi fra i 18 e i 40 anni possono firmare un contratto militare per la prima volta. «C’è necessità di professionisti altamente specializzati», ha spietato un comunicato della Duma, la camera bassa del parlamento, senza tuttavia fare riferimenti alla carenza di uomini sul campo: finora, però, Vladimir Putin ha resistito a dichiarare una mobilitazione generale.

Corriere della Sera, 20 maggio 2022

Ucraina, dagli Usa un altro pacchetto di aiuti da 100 milioni: forniti cannoni per un battaglione di artiglieria

L’equipaggiamento per un intero gruppo (o battaglione) d’artiglieria: c’è questo nel nuovo pacchetto da 100 milioni di dollari varato dagli Usa in favore di Kiev. Nel comunicato ufficiale diffuso dal Pentagono precisano: 18 cannoni M777 da 155 millimetri, altrettanti veicoli tattici che devono trainarli, tre radar per scoprire batterie nemiche, pezzi di ricambio ed equipaggiamento vario. Sono mezzi che si aggiungono a quelli già inviati e dispiegati sul terreno: diversi video ne hanno rivelato l’impiego, così come i raid russi per distruggerli.

L’Ucraina ha assoluta necessità di armi che le consentano di colpire l’invasore in profondità e di rispondere con un fuoco adeguato. Nel Donbass la potenza del tiro russo sta avendo effetti sulle difese, in particolare nella regione di Popasna, dove l’Armata continua ad avanzare pericolosamente. Nella spedizione annunciata mancano ancora i sistemi lanciarazzi a lungo raggio MLRS. Zelensky li ha sollecitati più volte, però Washington sembra tentennare. Non è chiara la ragione: si ipotizza che gli americani temano un loro utilizzo per bersagliare il territorio della Russia.

Alcuni congressisti, favorevoli a un sostegno massiccio, hanno ricordato altre richieste pressanti inoltrate una settimana fa da dall’Ucraina. In dettaglio: droni d’attacco di grandi dimensioni, ossia velivoli come i Reaper, dotati di missili e bombe; macchine chiaramente superiori a quelle usa e getta, come i droni-kamikaze Switchblade; i sistemi anti-nave Harpoon, da affiancare ai locali Neptuneresponsabili dell’affondamento del Moskva in Mar Nero. Giovedì giravano voci su un possibile sblocco, una luce verde che potrebbe contribuire alla protezione della costa e di Odessa.

Gli ucraini auspicano poi informazioni di intelligence «più sofisticate», un settore dove gli Stati Uniti hanno creato con Kiev una collaborazione rivelatasi fondamentale. Cosa intendono gli ucraini per «più sofisticate»? È noto che gli americani hanno posto di recente alcuni limiti — almeno a livello formale — nel tipo di dati trasmessi ai difensori: non passano coordinate o dritte che possano servire ad uccidere leader russi (ma non i semplici generali) o a bersagliare all’interno dei confini della Russia. Sappiamo però che siamo in un’arena dove è arduo stabilire dei limiti di spazio reali.

Corriere della Sera, 20 maggio 2022

Kirby va alla Casa Bianca

La voce pubblica del Pentagono passa alla Casa Bianca. Il portavoce della Difesa americana John Kirby, che in questi mesi di guerra ha raccontato i dettagli dell’assistenza di Washington all’Ucraina, assumerà un ruolo nell’ufficio della comunicazione della Casa Bianca, rimasto «sguarnito» dopo la partenza della portavoce Jen Psaki e la nomina al suo posto di Karine Jean-Pierre. Kirby ha incontrato Biden il giorno dopo la nomina della nuova portavoce, ma non è stata ancora resa nota la posizione che assumerà: probabilmente presenzierà ai briefing quotidiani della Casa Bianca, ma non per questo dovrebbe collaborare con Jean-Pierre, e lavorerà a stretto contatto con il Consiglio di sicurezza nazionale.

Corriere della Sera, 20 maggio 2022

Alexandria Ocasio-Cortez si sposa

Alexandria Ocasio-Cortez si sposa. La deputata socialista di New York ha ricevuto l’anello di fidanzamento dal suo storico compagno Riley Roberts durante un viaggio a Portorico il mese scorso. «Sì! È vero!», ha detto AOC ai giornalisti che chiedevano conferma della notizia: la coppia si è fidanzata ufficialmente nella città da cui veniva la famiglia della deputata, e si sta «gustando il momento» prima cominciare a pianificare la cerimonia. Una volta che la notizia è arrivata ai giornali, Ocasio ha deciso che era giunto il momento di renderla pubblica e l’ha annunciato anche sui suoi social. La deputata, 32 anni, ha conosciuto il futuro marito sui banchi della Boston University nel 2011, ma la relazione era rimasta segreta anche a gran parte degli amici. I due si erano lasciati quando Roberts si era trasferito in Arizona ma, una volta arrivato a New York, hanno ripreso a frequentarsi. Roberts lavora nel marketing e si è sempre tenuto alla larga dalla vita pubblica, anche se compariva nel documentario Knock Down the House prodotto da Netflix nel 2019.

Corriere della Sera, 20 maggio 2022 (newsletter AmericaCina)

Elon Musk accusato di molestie: alla vittima 250 mila dollari in cambio del silenzio

Elon Musk è accusato di aver molestato una assistente di volo di SpaceX, l’azienda aerospaziale fondata da lui fondata che avrebbe poi pagato per il silenzio della donna. Secondo quanto rivela Insider, nel 2018 la compagnia avrebbe corrisposto 250 mila dollari alla hostess per evitare una denuncia per molestie contro l’uomo più ricco del mondo, attualmente impegnato nell’acquisizione di Twitter, una battaglia — l’ha definita — per proteggere la libertà di parola e la democrazia. L’assistente di volo, che ha lavorato come membro dell’equipaggio di cabina per la flotta di jet aziendali di SpaceX, ha accusato Musk di averle mostrato il pene eretto, di averle toccato la gamba senza il suo consenso, e di averle offerto un cavallo in regalo in cambio di un massaggio erotico.

L’incidente — avvenuto nel 2016 durante un volo per Londra — è raccontato in una dichiarazione firmata da un’amica dell’assistente di volo e preparata a sostegno del reclamo presentato all’azienda e chiuso con un accordo di riservatezza che vincolava la vittima ma non l’amica. Da qui, e dalla corrispondenza fra le due donne, Insider ha tratto i dettagli della storia. L’assistente avrebbe confidato all’amica che, dopo aver accettato il lavoro di assistente di volo, sarebbe stata incoraggiata a ottenere la licenza come massaggiatrice in modo da poter fare massaggi a Musk e lavorare più spesso. Durante uno di questi massaggi in una cabina privata sul Gulfstream G650ER di Musk, disse all’amica, Musk le fece la proposta: trovò Musk completamente nudo, con un lenzuolo che copriva le parti basse, poi espose i genitali e le offrì un cavallo in cambio di sesso.

La donna, che va a cavallo, rifiutò l’offerta e continuò il massaggio. «Non è in vendita», ha spiegato l’amica nella sua dichiarazione. «Non fa favori sessuali in cambio di soldi o regali». L’assistente di volo ha raccontato l’esperienza all’amica — che ha chiesto a Insider di mantenere l’anominato — durante un’escursione avvenuta poco dopo l’episodio: «Era molto arrabbiata e non sapeva cosa fare», ha spiegato, sostenendo che dopo le avance di Musk anche il lavoro era cominciato a venire meno. «Prima dell’incidente ammirava molto Musk», ha dichiarato. «Dopo è diventata piena d’ansia. Sperava che tutto potesse tornare come prima facendo finta di niente, invece si sentì come punita: i suoi turni vennero tagliati e lei era molto stressata».

L’assistente di volo assunse così un avvocato del lavoro e inviò un reclamo alle risorse umane denunciando l’episodio: l’azienda trovò rapidamente un accordo durante un incontro a cui partecipò lo stesso Musk, senza mai andare davanti a un giudice, includendo un accordo di riservatezza e una clausola di «non denigrazione» che impedisce alla donna — ma non alla sua amica — anche di discutere della vicenda, dell’accusato o delle sue aziende. «Ora ho sentito la responsabilità di rivelare questa storia», ha raccontato l’amica dell’assistente di volo, spiegando che restare in silenzio rende complici, parte del sistema protetto da questi accordi di riservatezza.

Pochi mesi dopo «l’incidente», la California — dove si trova la sede di SpaceX — mise fuori legge gli accordi di riservatezza per i casi si molestie sessuali, discriminazione o aggressione, tranne nel caso non siano richiesti dalla vittima. Interpellato da Insider, Musk ha preso tempo, sostenendo che «c’è molto di più in questa storia» e definendola «politicamente motivata», un articolo fatto apposta per colpirlo. «Se fossi propenso a compiere molestie sessuali, è improbabile che in trent’anni di carriera questo sia il primo che emerge», ha scritto nel messaggio inviato alla rivista. Invitato a dare ulteriori spiegazioni, però, Musk non ha più risposto, mentre SpaceX — che punta molto sui messaggi come benefit per i dirigenti d’azienda — e Twitter non hanno voluto commentare la notizia.

Corriere della Sera, 20 maggio 2022

Il vantaggio della Russia: l’Armata avanza nel Donbass e cerca di consolidare i territori conquistati

Mosca e Kiev studiano e combattono, usano la propaganda e pensano alle prossime mosse. Il vice premier russo Borisov ha annunciato il ricorso ad armi laser. La prima è Zadira, trasportata su veicolo, raggio di cinque chilometri d’azione, in grado di abbattere i droni. Lo stesso dirigente ha spiegato che è anche attivo in patria il Peresvet: prende il nome da un leggendario monaco ortodosso protagonista di un duello mortale, è stato concepito per accecare i satelliti, raggiunge un target a 1.500 chilometri. Da vedere quale sia la distanza tra realtà operativa e rullo di tamburi. Il discorso di Borisov tocca due aspetti. I droni, in dotazione ad entrambi gli schieramenti, servono per le ricognizioni, ma anche per lanciare ordigni su trincee, veicoli, persino singoli soldati.

I russi hanno poi sferrato azioni cyber per paralizzare le comunicazioni ed hanno rivolto le loro «attenzioni» ai sistemi satellitari che permettono alla resistenza di agire, anche con i droni. Colpi che hanno spinto Washington a inviare materiale utile per disturbare gli apparati: una fornitura confermata mercoledì da fonti ufficiose. Sul campo di battaglia sono poi apparsi i Terminator, nuovi blindati dotato di doppio cannoncino da 30 millimetri, mitragliatrice e lanciarazzi. Come evoca il nome, dovrebbe garantire un volume di fuoco intenso: l’esperto Tom Cooper sostiene che i suoi effetti si sono visti nella zona di Popasna, dove agiscono tra le migliori unità di Mosca.

Gli annunci in arrivo dalla Russia si rivolgono al nemico — che reagisce con ironia — e alla propria opinione pubblica: è un modo per ribadire che l’arsenale è pieno di risorse. E questo mentre tornano dettagli — ne abbiamo già scritto il 14 — sul siluramento alti ufficiali. Per l’intelligence britannica sarebbero stati sospesi il generale Kisel, in quanto non è riuscito a conquistare Kharkiv, e il vice ammiraglio Igor Osipov, comandante della Flotta del Mar Nero. Indiscrezioni confermate anche da fonti ufficiose statunitensi.

Da quando l’Armata si è ritirata dal nord dell’Ucraina per riorganizzarsi e sferrare una nuova offensiva a est, i russi hanno ottenuto soltanto piccoli successi. Guadagnano terreno, ma senza slancio: avanzano 1 o 2 chilometri al giorno, scrive l’Economist, e non è sorprendente. La teoria militare convenzionale ritiene che infatti chi attacca debba avere 3 uomini per ogni difensore, ma i russi sono molto al di sotto di questa proporzione.

A questo proposito fonti Usa aggiungono: numerosi dei 106 Battaglioni non sono in piena efficienza; agiscono con unità ridotte per alleggerire la logistica; le sortite quotidiane dell’aviazione sono scese a 140. Nonostante ciò, hanno conquistato quasi l’intera provincia di Lugansk, una delle due regioni contese del Donbass, di cui prima della guerra controllava soltanto la parte meridionale. L’altra provincia, quella di Donetsk, è per lo più nelle mani ucraine a eccezione della città portuale di Mariupol, ormai conquistata dai russi.

Il conflitto è diventato ormai d’attrito, costoso in termini di mezzi e vite umane. Oltre ad avere la possibilità di decidere il significato di una vittoria, i russi hanno tuttavia un altro vantaggio: possono attendere, bersagliare le città da lontano con l’artiglieria senza subire grosse perdite e, soprattutto, consolidare il controllo dei territori conquistati. Militarmente, ma anche politicamente: Mosca, scrive il New York Times, si sta preparando ad annettere le aree meridionali in suo controllo, dove si trovano il cuore agricolo dell’Ucraina, la più grande centrale nucleare d’Europa e alcuni porti strategici. «Avrebbero un posto di rilievo nella nostra famiglia russa», ha detto un anonimo alto funzionario russo al quotidiano newyorkese.

Questa strategia sarebbe confermata dalla visita del vice primo ministro russo Marat Khusnullin a Melitopol, nel sud: nonostante piccole sacche di resistenza — nei giorni scorsi sarebbe stato ucciso un ufficiale dell’Armata e ieri è stato rivendicato l’attacco contro un treno blindato di Mosca — i russi hanno occupato la città e ora vorrebbero annetterla. Mosca comincerà presto a far pagare agli ucraini l’elettricità prodotta nella centrale che è passata di mano, ha detto Khusnullin, mentre Mariupol, dopo essere stata massacrata, potrebbe essere trasformata in un resort. Qualche settimana fa i media indipendenti russi avevano diffuso la notizia che il Cremlino avrebbe organizzato per il 14 e il 15 maggio dei referendum pilotati nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, ma anche a Kherson, sempre al sud, che avrebbero votato l’annessione alla Federazione: la scadenza è passata, ma il piano non sembra essere cambiato.

In questo modo — oltre a consolidare il controllo sulla regione e ad aprire un corridoio dalla Crimea al Donbass e quindi alla madre patria — i russi soffocherebbero l’economia ucraina privandola delle centrali elettriche, dell’agricoltura e dei porti fondamentali per le esportazioni e non dovrebbero organizzare un’offensiva su larga scala per la quale non ha le forze. Dall’altro lato Kiev si affida a piccoli contrattacchi per guadagnare terreno, in qualche caso – come a Kharkiv – ha respinto indietro gli invasori per diverse decine di chilometri, ma non può permettersi una grande controffensiva per riconquistare i territori che controllava prima del 24 febbraio.

Se dal punto di vista militare è in stallo, la situazione potrebbe sbloccarsi sul piano politico: la controversa resa di Mariupol chiesta da Zelensky, quindi, potrebbe essere un primo compromesso in grado di portare a una trattativa fra le parti.

Corriere della Sera, 19 maggio 2022 (pag 9 del 20 maggio)

Donbass, i russi accerchiano Lyman e guadagnano territorio: l’avanzata è lenta, ma prosegue

Russia e Ucraina sono come due lame che si consumano duellando. Una sfida di cui nessuno può dire se vi sarà — e dove — un eventuale punto di rottura. Dal campo arrivano notizie di guadagni russi, consistenti seppur non decisivi per l’esito della guerra. L’attenzione è concentrata sulla località di Lyman, nel Donbass, in mezzo al triangolo composto da Izyum a nord, Kramatorsk a ovest e Severodonetsk a est: è nella regione di Donetsk, aveva 20 mila abitanti prima della guerra. I russi l’hanno accerchiata da tre lati, una manovra pressante portata avanti da giorni.

Nonostante le perdite, l’avanzata prosegue, anche se lenta: è la stessa Kiev ad ammetterlo confermando gli avvisi degli osservatori indipendenti. I russi, anche per sottolineare con immagini i successi, hanno diffuso un video che mostra il raid con un drone su una batteria di cannoni M777 fornita dagli Stati Uniti. Quello della distruzione del materiale inviato dalla Nato è un messaggio costante. La progressione delle truppe di Putin avviene nonostante gli analisti continuino a insistere sulla mancanza di soldati, sulle difficoltà logistiche e sull’usura dei reparti.

Diverse le possibili spiegazioni.

1) La ben nota potenza di fuoco dell’artiglieria. Picchia giorno e notte.

2) Il tiro di sbarramento — ove possibile — è seguito da incursioni dei commandos. Nuclei più leggeri che si infiltrato nelle linee avversarie. Fonti della resistenza lamentano la mancanza di visori notturni, equipaggiamento che gli invasori avrebbero in maggior numero e che concede dei vantaggi. Una manovra su più assi contro uno schieramento colpito in modo pesante.

Saranno pure risultati inferiori alle aspettative e alle ambizioni iniziali del Cremlino, tuttavia sono sempre porzioni di territorio sottratte agli avversari. Putin, inoltre, ha un vantaggio: è lui a stabilire cosa sia la vittoria. E la resa di Mariupol, con la creazione di un corridoio lungo la costa, aiuta la narrazione. I russi hanno preso 959 prigionieri e nei tunnel dell’Azvostal sono rimasti ormai soltanto i comandanti della resistenza, forse una cinquantina: ora hanno in programma di demolire le acciaierie e non è chiaro se saranno disposti a scambiare i prigionieri, simbolo della «denazificazione» promessa dal Cremlino.

I soldati di Zelensky rispondono con la strategia della corrosione: militare, psicologica, propagandistica. Nel settore di Kharkiv hanno costretto i russi alla ritirata. Da qui potrebbero cercare di incidere su altri fronti, ma anche minacciare la retrovia oltre confine. Per alcuni analisti, i «difensori» stanno anche loro riorganizzando le file, tengono in riserva forze per tamponare un’eventuale breccia contando anche sul flusso di aiuti atlantici. Sono usciti filmati sull’addestramento con tank polacchi e blindati occidentali, probabilmente una nuova unità in corso di formazione.

Nella trincea opposta l’Armata — affermano gli 007 britannici — è stata obbligata a ricorrere a un uso «significativo» di personale ausiliario: in particolare ci sarebbero migliaia di miliziani ceceni concentrati nell’area di Mariupol e nel settore di Lugansk, anche se altre fonti limitavano la presenza della guardia nazionale del dittatore Kadyrov a poche centinaia. Resta complesso fissare i numeri. Sempre secondo Londra, restano i problemi di organico e quelli legati alla catena di comando. È la stessa Mosca ad ammettere «difficoltà», come ha chiarito il vicecapo del Consiglio per la sicurezza nazionale Rashid Nurgaliyev. L’alto funzionario ha ribadito che l’operazione «speciale» proseguirà fino a che i suoi obiettivi, «compresa la demilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina e la difesa delle repubbliche di Donetsk e Lugansk», non saranno completamente raggiunti.

Corriere della Sera, 18 maggio 2022 (pag 6 del 19 maggio)

Il re dei casinò Usa al servizio di Pechino?

Steve Wynn sarebbe un agente che lavora per il governo cinese. O perlomeno è ciò che sostiene il dipartimento di Giustizia americano, che accusa il magnate dei casinò di aver portato numerose richieste di Pechino alle orecchie di Donald Trump quando era presidente: per questo ora lo ha citato in giudizio, invitandolo a registrarsi come agente straniero. Secondo gli atti, nel 2017 — quando era direttore finanziario del partito repubblicano, nominato direttamente da Trump — Wynn cercò in tutti i modi di convincere l’allora presidente a rimpatriare un imprenditore cinese che aveva cercato asilo politico negli Stati Uniti: per mesi, sostiene il dipartimento di Giustizia, il magnate ripropose la questione a Trump nel corso di cene, incontri privati e telefonate, senza tuttavia ottenere risultati.

Wynn — che aveva forti interessi a Macao, la regione cinese dei casinò, ma nel frattempo si è dimesso dalla sua compagnia per comportamenti sessuali inappropriati — è stato invitato più volte dal dipartimento di Giustizia a registrarsi come agente straniero, rispettando il Foreign Agents Registration Act: nel 2018, nel 2021 e ad aprile di quest’anno, ma si è sempre rifiutato. «Ovviamente non sono d’accordo con il dipartimento di Giustizia», ha replicato con un messaggio al New York Times. «Per questo non mi sono registrato».

La legge obbliga le persone che fanno attività di lobby per governi stranieri a notificare il dipartimento di Giustizia dei propri rapporti, ma non veniva impugnata da oltre trent’anni. Stando agli atti, l’allora vicepremier cinese per la sicurezza pubblica Sun Lijun avrebbe contattato tre persone a maggio del 2017, avanzando la richiesta di cancellare il visto per un imprenditore cinese: due delle tre persone coinvolte si sono già dichiarate colpevoli nel 2020, e una – Elliott Broidy – è stata graziata da Trump negli ultimi giorni della sua presidenza.

Sarebbe stato proprio Broidy a passare la richiesta del vicepremier Sun a Wynn, che poi avrebbe intrattenuto un rapporto diretto con il politico cinese anche per preservare i propri interessi nella repubblica popolare. Il nome dell’uomo nel mirino di Pechino non è menzionato negli atti, ma secondo i giornali americani si tratterebbe di Guo Wengui, un imprenditore immobiliare miliardario che nel 2014, prima di essere accusato — per vendetta, sostiene: si era espresso negativamente sul partito-Stato — di corruzione, lasciò la Cina e si rifugiò negli Stati Uniti, stringendo un solido legame con Steve Bannon, lo stratega che aveva portato Trump alla Casa Bianca.

Corriere della Sera, 18 maggio 2022 (newsletter AmericaCina)