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Il ritorno di Mitt Romney: si candida al Senato e sfida Trump

Durante le elezioni era stato il principale oppositore di Donald Trump all’interno del partito repubblicano, insieme a John McCain. Ora Mitt Romney, che a marzo compirà 71 anni, tornerà in politica per guidare il fronte anti trumpiano dei repubblicani in Congresso: il ritiro di Orrin Hatch — l’83enne senatore dello Utah che ha passato a Washington 42 anni, il più longevo nella storia fra i repubblicani — ha aperto la strada all’ex candidato alla presidenza, che agli amici ha confermato la propria volontà di correre alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. L’annuncio ufficiale non è ancora arrivato, ma il ritiro di Hatch e la confessione dello stesso Romney l’hanno reso una pura formalità. In uno Stato estremamente conservatore ed eticamente a disagio con la condotta morale di Trump — che qui, nel 2016, ha ottenuto appena il 45 per cento delle preferenze, il minimo da 25 anni per un candidato repubblicano — Romney troverà infatti la strada spianata per una resurrezione politica che potrebbe persino portarlo, nel 2020, a sfidare il presidente in carica candidandosi alla Casa Bianca per la terza volta. Oppure, e sarebbe comunque un ruolo delicato, a caricarsi sulle spalle quella parte del partito repubblicano che non si è lasciata conquistare dalla politica urlata di Trump, guidando l’opposizione interna: con la malattia di McCain, d’altronde, è rimasto l’unico ad avere il peso necessario per opporsi al presidente. Una terza possibilità, altrettanto intrigante, è che Romney segua l’esempio di Hatch, giocando da alleato per guadagnarsi fiducia e accesso al presidente, in modo da poter intervenire sulle politiche.

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È morta a 27 anni Erica Garner, attivista di Black Lives Matter

È morta a 27 anni Erica Garner, attivista e organizzatrice di Black Lives Matter che aveva scelto l’impegno politico per chiedere giustizia sul decesso del padre Eric, ucciso nel luglio 2014 a 43 anni da un agente di polizia a Staten Island, New York. Garner — madre di una bambina di otto anni e di un bimbo di quattro mesi, chiamato Eric in ricordo del nonno — era stata ricoverata una settimana fa in seguito a un infarto causato da un attacco d’asma e tenuta in coma farmacologico indotto, ha spiegato la madre Esaw Snipes al New York Times, specificando che la figlia aveva scoperto problemi cardiaci durante l’ultima gravidanza.

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Usa, Kellyanne Conway scelta per combattere la crisi degli oppioidi

Dopo aver condotto Donald Trump alla Casa Bianca, diventando la prima donna a dirigere la campagna elettorale di un presidente degli Stati Uniti, Kellyanne Conway è stata scelta dall’amministrazione per guidare la battaglia contro gli oppioidi, un’epidemia che — secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention — solo nel 2016 ha causato 65 mila morti negli Stati Uniti, più di quanti ne abbiano provocati gli incidenti d’auto o le armi da fuoco, uccidendo 142 americani al giorno. Donna coriacea e intraprendente, inventrice del celebre concetto dei «fatti alternativi» nell’epoca delle fake news presidenziali, nel suo nuovo ruolo Conway «coordinerà e guiderà gli sforzi della Casa Bianca per fermare la crisi degli oppioidi». La nomina, annunciata mercoledì dal ministro di Giustizia Jeff Sessions, è stata tuttavia immediatamente contestata: il suo passato di sondaggista e campaign manager e la assoluta mancanza di esperienza, sostengono i critici, non la aiuteranno di certo in ruolo così cruciale. Eppure c’è chi ritiene che, essendo una figura di rilievo nell’amministrazione, molto vicina al presidente, l’investitura di Conway sia un segnale importante lanciato dall’amministrazione. «È una crisi spaventosa, i tassi di morte sono impressionanti, ma riusciremo a invertire la corrente», ha spiegato Sessions durante la conferenza stampa, annunciando anche lo stanziamento di 12 milioni di dollari e l’apertura di un ufficio della Dea a Louisville, in Kentucky, per intervenire sulla crisi nella regione degli Appalachi, la più colpita del Paese.

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L’ultimo desiderio di Joan Didion, fra la Cia e il Nicaragua

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Elezioni Usa, i democratici ripartono dall’anti-casta (e dal gender)

Le numerose vittorie dei candidati progressisti alle elezioni del 7 novembre non sono un sufficiente indizio di ripresa per il partito democratico a livello nazionale. Eppure dai seggi elettorali di tutto il Paese sono arrivati segnali difficili da ignorare: a trionfare sono stati numerosi candidati non convenzionali e alle prime armi, e a generare le loro vittorie sono state spesso quelle politiche identitarie ritenute alla base dello storico fallimento di Hillary Clinton dello scorso anno. L’affermazione più significativa è stata senza dubbio quella della candidata transgender che ha sconfitto il sedicente «capo degli omofobi» Bob Marshall, il deputato repubblicano che sosteneva una legge che avrebbe limitato l’uso dei bagni pubblici alle persone transgender: a 33 anni, Danica Roem, ex giornalista e cantante in una band metal, è stata eletta alla Camera della Virginia, diventando la prima deputata statale apertamente transgender d’America.

Quella di martedì è stata una giornata memorabile per l’intero movimento transgender, grazie anche ai due candidati entrati nel consiglio comunale di Minneapolis, in Minnesota. «Le persone hanno detto no all’odio, e sì all’amore», ha affermato nel suo discorso della vittoria Andrea Jenkins, poeta e storica 56enne che ha effettuato la transizione oltre vent’anni fa ed è diventata ora la prima donna nera apertamente transgender eletta in America. Insieme a lei, nel municipio di Minneapolis è entrato anche Phillipe Cunningham, uomo transgender di 29 anni che ha sconfitto il presidente del consiglio comunale Barb Johnson. «Nessuno dei due ha reso la propria identità di genere un elemento centrale della campagna elettorale», ha specificato il St. Paul Pioneer Press, eppure Jenkins ha festeggiato sostenendo che le loro vittorie «incoraggeranno i giovani transgender a lottare».

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Madonna canta Elliott Smith, e i vent’anni di Will Hunting

«Giocherò mai nella Nba?», chiedeva Minnie Driver a una palla di vetro, una di quelle con la neve finta dentro, mentre in un letto di Boston si lasciava andare all’amore energico e turbolento che stava nascendo con Matt Damon. «È stato deciso così», si rispondeva da sola, prima di lottare con i baci del «good» Will Hunting e con il suo universo circoscritto a una South Boston operaia e violenta. «Non ho mai visto casa tua. Quando mi presenterai i tuoi amici? E i tuoi fratelli?». Era il 1997, e ad accompagnarli c’erano la voce malinconica e la chitarra di Elliott Smith, che cantava «Between the Bars»: fu quella scena a strapparlo all’improvviso dall’anonimato, ma non ai fantasmi della depressione che lo avrebbe portato al suicidio sei anni dopo, con un’unica coltellata al cuore. Continua a leggere

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Il «pornografo investigativo» Larry Flynt offre 10 milioni per l’impeachment di Trump

Il 19 dicembre 1998, nelle stesse ore in cui la Camera dei rappresentanti formalizzava l’impeachment al presidente democratico Bill Clinton — colpevole di aver mentito e ostacolato la giustizia per difendersi dalle accuse (vere) del caso Lewinsky — lo speaker designato Bob Livingston, deputato conservatore della Louisiana, annunciava il proprio addio al Congresso. Scelto dai repubblicani per succedere al dimissionario Newt Gingrich, insieme al quale aveva guidato la Camera nella procedura d’impeachment puntando il dito contro il comportamento immorale del presidente, Livingston, sposato da 33 anni, fu costretto ad ammettere una relazione extraconiugale che pose fine alla sua carriera politica. A incastrarlo era stato Larry Flynt, fondatore ed editore della rivista per adulti Hustler, che nelle cronache dell’epoca il Washington Post arrivò a definire «il pornografo investigativo». Offrendo una ricompensa di un milione attraverso le pagine del quotidiano della capitale a chiunque fosse in grado di fornire prove delle relazioni extraconiugali di un qualsiasi membro del Congresso, Flynt aveva trovato quattro donne disposte a raccontare i dettagli delle proprie relazioni sentimentali con il futuro speaker, gettandosi di forza nella mischia in un momento di profonda crisi politica. «Volevo soltanto rendere pubblica l’ipocrisia», raccontò Flynt, da sempre vicino alla causa democratica, minacciando di rendere pubblico anche un audio di Livingston impegnato a fare sesso telefonico. «Se questi ragazzi vogliono andare contro il presidente, non dovrebbero avere scheletri nell’armadio».

Ora il «pornografo investigativo» è tornato alla carica, usando lo stesso metodo che diciannove anni fa aiutò Clinton a salvare il posto. In un’inserzione pubblicitaria acquistata domenica sul Washington Post, Flynt ha offerto dieci milioni di dollari a chi fornirà informazioni utili per arrivare all’impeachment di Donald Trump, un presidente arrivato alla Casa Bianca dopo «un’elezione illegittima» e che ha dimostrato in questi primi nove mesi di essere «pericolosamente inadatto» a guidare gli Stati Uniti. «I bravi democratici e i bravi repubblicani mettono il Paese davanti al partito, come hanno già fatto con il Watergate. Per avere successo, l’impeachment necessita di prove inattaccabili. Ed è il motivo per cui faccio questa offerta». Secondo il re del porno americano — 74 anni, in sedia a rotelle dal 1978, quando fu vittima di un attentato da parte di un suprematista bianco indignato dalle scene di sesso interraziale pubblicate dalla rivista — «l’impeachment porterebbe a una situazione caotica e controversa, ma l’alternativa, altri tre anni di disfunzione destabilizzante, è peggiore». Nell’annuncio, Flynt elenca i motivi per cui Trump non dovrebbe restare alla Casa Bianca: le collusioni con la Russia, l’incitamento alla violenza dopo i fatti di Charlottesville, i conflitti d’interesse, le bugie, il nepotismo e il «sabotaggio» degli accordi di Parigi. «Il fatto più spaventoso è che Trump potrebbe scatenare una guerra mondiale nucleare», ha notato tuttavia l’editore, sostenendo che la politica estera del presidente americano è basata «sulla sua permalosità e sui tweet bizzarri» con cui rilascia dichiarazioni avventate. Continua a leggere

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