Non solo Trudeau: ecco perché il fantasma del «blackface» imperversa da quasi due secoli

«Ho indossato il costume di Aladino e mi sono truccato. Non avrei dovuto farlo, sono veramente e profondamente dispiaciuto. È qualcosa che all’epoca non pensavo potesse essere razzista, ma adesso lo capisco». Quando Time ha pubblicato una sua vecchia foto con la faccia dipinta di nero, il premier canadese Justin Trudeau ha riconosciuto che il suo fosse un gesto razzista, ma ha specificato che al tempo — era il 2001, il futuro leader canadese aveva 29 anni e insegnava in una scuola privata di Vancouver — non era consapevole di cosa significasse. Oggi, invece, è fin troppo chiaro che quella foto scattata alla festa a tema «Arabian Nights» della West Point Grey Academy con in testa un turbante e il volto, il collo e le mani dipinti di nero — il tristemente noto blackface — potrebbe avere forti ripercussioni sulle elezioni federali del 21 ottobre, in cui il primo ministro è in lotta per mantenere la maggioranza in parlamento: il suo principale rivale, il conservatore Andrew Scheer, ha già dichiarato Trudeau «unfit», inadatto a guidare il Paese. «Era un gesto razzista nel 2001 e lo è oggi», ha commentato Scheer, che si è dichiarato «estremamente scioccato e deluso».

Non era la prima volta, però, che Trudeau si dipingeva il volto di nero: come ha ammesso lui stesso, già al liceo si era truccato per cantare Day O, una canzone popolare giamaicana. «Ovviamente mi dispiace di averlo fatto, sono arrabbiato con me stesso», ha ribadito in conferenza stampa, spiegando di aver effettuato numerose telefonate di scuse. «Chiedo ai canadesi di perdonarmi per quello che ho fatto», ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano se si sarebbe dimesso. Dopo aver trascinato la Virginia in una profonda crisi istituzionale a febbraio, dunque, il blackface — che Gabrielle Bellot sul Guardian ha definito «un fantasma che perseguita l’America» — ha attraversato il confine settentrionale degli Stati Uniti travolgendo anche il Canada e il suo primo ministro.

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Farmaci: da una parte ci curano, dall’altra ammalano pesci, animali e piante

I farmaci curano le malattie, ma quando il corpo li smaltisce, continuano a vivere nell’ambiente e l’effetto non è per nulla «curativo». Negli ultimi trent’anni, la produzione di farmaci è passata da 63 a 217,5 miliardi di euro e oggi sul mercato sono presenti oltre 3.000 principi attivi farmaceutici che, una volta assunti, devono essere smaltiti. Esseri umani e animali lo fanno nello stesso modo, attraverso urine e feci, ma la diffusione nell’ambiente è diversa: nel primo caso la contaminazione arriva attraverso le acque reflue, cioè quelle di scarico, nel secondo direttamente nel terreno.

La Commissione europea a marzo ha inviato un’analisi all’Europarlamento, specificando che la diffusione dei farmaci avviene principalmente attraverso:

1) lo scarico degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane, contenenti anche farmaci inutilizzati gettati nei lavandini e nei servizi igienici;

2) lo spargimento di liquami animali nei campi;

3) l’acquacoltura;

4) lo scarico degli effluenti provenienti da impianti di produzione;

5) il bestiame da pascolo;

6) la cura degli animali domestici;

7) lo smaltimento improprio dei farmaci in discarica. Continua a leggere “Farmaci: da una parte ci curano, dall’altra ammalano pesci, animali e piante”

Vivere di notte (o all’alba) contro il surriscaldamento globale

La gente della notte fa lavori strani, cantava Jovanotti all’inizio degli anni Novanta, ma la Terra si sta surriscaldando e di notte ormai non si vede più soltanto «gente in cerca di guai». Se prima le ore più buie erano popolate per lo più da padroni di locali, spogliarelliste, camionisti, metronotte, ladri e giornalisti, ora – nelle città più calde del globo – sono parecchie le attività che si sono spostate al tramonto, o all’alba. «Mentre Phoenix si surriscalda, la notte si ravviva. E succederà a molte altre città nel prossimo decennio», racconta il New York Times con un lungo articolo interattivo, e se il titolo chiarisce già dal principio il contenuto, l’effetto del riscaldamento globale sulla vita quotidiana della Valle del Sole resta decisamente impressionante. Lo scorso anno nella capitale dell’Arizona si sono registrati 128 giorni con una temperatura dai 37° in su e 182 persone – in maggioranza anziani – sono morte a causa del caldo. È una delle città americane in cui la temperatura sta aumentando più rapidamente e, per questo, «il lavoro e le attività ludiche» si sono spostate nelle ore più fresche della giornata. Continua a leggere “Vivere di notte (o all’alba) contro il surriscaldamento globale”

Echi di provincia degli attacchi di Trump

I deplorevoli contro i quattro cavalieri dell’apocalisse: non è il titolo di un b-movie anni Ottanta, ma il cartellone pubblicitario di un negozio di armi del North Carolina che prende di mira «la squadra», le quattro deputate democratiche che Donald Trump aveva invitato a tornarsene nei loro Paesi. Sposando la retorica del presidente, il manifesto eretto nel weekend dal negozio Cherokee Guns ha definito Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ilhan Omar e Ayanna Pressley «idiote», le ha paragonate ai quattro cavalieri dell’apocalisse e si è firmato «i deplorabili», come Hillary Clinton definì gli elettori di Trump nel 2016. La foto è stata postata sulla pagina Facebook del negozio e nel giro di qualche ora è diventata virale. Da un lato le deputate hanno definito il cartellone — che mostra i loro volti — retorica violenta: «Come è possibile che questo non sia incitamento alla violenza?», ha chiesto mercoledì con un tweet Rashida Tlaib. Dall’altro il proprietario, Doc Wacholz, sostiene di essere stato «inondato di richieste» e ha promesso ai clienti un adesivo del manifesto da attaccare sul paraurti: «Basta venire nel negozio, mangiare un pezzo di bacon e dirci che voterai Trump nel 2020». Già in passato Wacholz aveva esposto cartelloni controversi, racconta il Washington Post, in particolare islamofobici. Continua a leggere “Echi di provincia degli attacchi di Trump”

Intervista ad Andrew Yang, l’outsider democratico che sfida Joe Biden con il reddito di cittadinanza

«Se avete mai sentito qualcosa su di me, probabilmente è che c’è un uomo asiatico candidato alla presidenza che vuole dare a tutti 1.000 dollari al mese. E sono tutte cose vere», ama ripetere Andrew Yang, in corsa alle primarie democratiche negli Stati Uniti. I numeri dicono che è sesto fra i democratici in lotta per la nomination, subito dietro i grandi nomi (al 2,3% secondo la media nazionale di Real Clear Politics). Di Yang però non contano tanto i sondaggi, quanto le idee: le sue proposte potrebbero influenzare il dibattito interno al partito come successe con Bernie Sanders nel 2016. L’allora sfidante di Hillary Clinton non vinse la nomination, ma contribuì a spostare l’agenda del suo partito a sinistra con proposte progressiste come alzare lo stipendio minimo a 15 dollari all’ora o estendere l’assistenza sanitaria gratuita per tutti.

Figlio di immigrati taiwanesi, 44 anni, Yang si è laureato nelle università della Ivy League — Brown e Columbia — e ha guadagnato una «modesta fortuna» come imprenditore tecnologico: ha venduto al colosso Kaplan una società che aiuta nella preparazione ai test standardizzati e poi ha fondato (senza successo) la no profit Venture for America, che prova a creare posti di lavoro in provincia. Non ha mai avuto ruoli pubblici, ma si è qualificato per il primo dibattito presidenziale di giugno a Miami (dove non è andato benissimo, ma parlò solo 3 minuti) grazie al sostegno di 100 mila donatori. La notte del 31 luglio, nel secondo confronto fra i democratici a Detroit, sfiderà il grande favorito Joe Biden, Kamala Harris, Cory Booker, Julian Castro, Kirsten Gillibrand e Bill de Blasio. «Mi sono candidato alla presidenza come atto di patriottismo: voglio far capire agli americani che non sono gli immigrati a causare problemi economici, ma la tecnologia e l’automazione», spiega al Corriere della Sera in collegamento video dal suo quartier generale di New York, mentre beve bubble tea, una bevanda tipica taiwanese. «La preferita degli aspiranti presidenti», scherza.

«L’America sta attraversando la più grande trasformazione della sua storia soprattutto a causa della quarta rivoluzione industriale che sta spazzando via milioni di posti di lavoro», afferma Yang. «La tecnologia sta cambiando le nostre vite: più la capiamo e più siamo preoccupati dagli effetti. Il sistema politico americano, però, non è al passo con i tempi: gran parte dei politici capisce poco di tecnologia e di come funziona l’economia. A Washington nessuno vuole avere nulla a che fare con questa fase di trasformazione, soprattutto perché non hanno risposte o politiche soddisfacenti: spesso sentiamo che dobbiamo preparare i lavoratori americani per i nuovi lavori del futuro, ma purtroppo i dati dimostrano che questi programmi non funzionano e che hanno successo al massimo nel 15% dei casi».

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Yang, l’outsider che sfida Biden con il reddito di cittadinanza

IMG_1398Nella notte è cominciato il secondo dibattito fra i candidati democratici: a Detroit sono saliti sul palco Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Pete Buttigieg. Questa notte toccherà al favorito Joe Biden. L’ex vice di Obama se la vedrà con Kamala Harris, che lo ha messo in difficoltà il mese scorso a Miami, Cory Booker e l’outsider Andrew Yang. A Miami Yang — un imprenditore tecnologico di origini taiwanesi — aveva avuto poco spazio, ma si è qualificato per il secondo dibattito grazie al sostegno di 100 mila donatori e ai sondaggi.

Nell’ultimo mese è cresciuto fino al 2,3% ed è sesto fra i democratici. Di Yang però non contano i numeri, quanto le idee: propone un «dividendo sulla libertà» con cui punta a distribuire 1.000 dollari al mese a ogni americano.

«Sono curioso di vedere i dati del vostro reddito di cittadinanza», ha detto Yang in un’intervista al Corriere (disponibile online). «Voglio far capire agli americani che non sono gli immigrati a causare problemi economici, ma tecnologia e automazione che stanno spazzando via milioni di posti di lavoro».

Corriere della Sera, 31 luglio 2019 (pagina 10)

Trump (con Fox News) picchia duro su Baltimora

Quando sabato mattina Donald Trump si è sintonizzato su Fox News, era già furioso con il deputato democratico afroamericano del Maryland Elijah Cummings, presidente della commissione Supervisione della Camera. Oltre che per le critiche ricevute sulla gestione del confine con il Messico, Trump non aveva apprezzato le indagini della commissione sulle imprese e sui familiari del presidente. Quella mattina, in onda sul canale conservatore, c’era Kimberly Klacik, un’attivista repubblicana di Baltimora — città a maggioranza nera che fa parte del distretto rappresentato da Cummings — che ha attaccato i democratici incapaci, secondo lei, di risolvere i problemi cronici della città. Dopo nemmeno un’ora, è partito il primo attacco di Trump via Twitter: «Nessun essere umano vorrebbe vivere a Baltimora, una città disgustosa infestata dai ratti». Lunedì Klacik era di nuovo su Fox News ospite della conduttrice Laura Ingraham, che insieme ai colleghi Tucker Carlson e Sean Hannity (un giornalista che sale sul palco con Trump in campagna elettorale) ha picchiato per tutto il weekend sulla città del Maryland. «I democratici distruggono le città e accusano Trump», sosteneva il programma di Ingraham, mentre il presidente continuava ad attaccare Cummings e la sua città. Secondo Trump — ma non secondo i dati ufficiali — Baltimora avrebbe le statistiche peggiori degli Stati Uniti per quanto riguarda crimine ed economia. «Abbiamo pompato miliardi di dollari negli anni, ma senza nessun risultato», ha scritto su Twitter, sostenendo che i soldi siano stati sprecati o rubati e che il responsabile sia proprio Cummings. «Oltre a confermare l’attitudine di Trump ad alimentare le tensioni razziali», ha scritto il Washington Post, questi attacchi «evidenziano chiaramente come Fox News e i suoi conduttori trumpiani continuino a guidare l’agenda quotidiana del presidente». Continua a leggere “Trump (con Fox News) picchia duro su Baltimora”