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Elezioni Usa, i democratici ripartono dall’anti-casta (e dal gender)

Le numerose vittorie dei candidati progressisti alle elezioni del 7 novembre non sono un sufficiente indizio di ripresa per il partito democratico a livello nazionale. Eppure dai seggi elettorali di tutto il Paese sono arrivati segnali difficili da ignorare: a trionfare sono stati numerosi candidati non convenzionali e alle prime armi, e a generare le loro vittorie sono state spesso quelle politiche identitarie ritenute alla base dello storico fallimento di Hillary Clinton dello scorso anno. L’affermazione più significativa è stata senza dubbio quella della candidata transgender che ha sconfitto il sedicente «capo degli omofobi» Bob Marshall, il deputato repubblicano che sosteneva una legge che avrebbe limitato l’uso dei bagni pubblici alle persone transgender: a 33 anni, Danica Roem, ex giornalista e cantante in una band metal, è stata eletta alla Camera della Virginia, diventando la prima deputata statale apertamente transgender d’America.

Quella di martedì è stata una giornata memorabile per l’intero movimento transgender, grazie anche ai due candidati entrati nel consiglio comunale di Minneapolis, in Minnesota. «Le persone hanno detto no all’odio, e sì all’amore», ha affermato nel suo discorso della vittoria Andrea Jenkins, poeta e storica 56enne che ha effettuato la transizione oltre vent’anni fa ed è diventata ora la prima donna nera apertamente transgender eletta in America. Insieme a lei, nel municipio di Minneapolis è entrato anche Phillipe Cunningham, uomo transgender di 29 anni che ha sconfitto il presidente del consiglio comunale Barb Johnson. «Nessuno dei due ha reso la propria identità di genere un elemento centrale della campagna elettorale», ha specificato il St. Paul Pioneer Press, eppure Jenkins ha festeggiato sostenendo che le loro vittorie «incoraggeranno i giovani transgender a lottare».

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Madonna canta Elliott Smith, e i vent’anni di Will Hunting

«Giocherò mai nella Nba?», chiedeva Minnie Driver a una palla di vetro, una di quelle con la neve finta dentro, mentre in un letto di Boston si lasciava andare all’amore energico e turbolento che stava nascendo con Matt Damon. «È stato deciso così», si rispondeva da sola, prima di lottare con i baci del «good» Will Hunting e con il suo universo circoscritto a una South Boston operaia e violenta. «Non ho mai visto casa tua. Quando mi presenterai i tuoi amici? E i tuoi fratelli?». Era il 1997, e ad accompagnarli c’erano la voce malinconica e la chitarra di Elliott Smith, che cantava «Between the Bars»: fu quella scena a strapparlo all’improvviso dall’anonimato, ma non ai fantasmi della depressione che lo avrebbe portato al suicidio sei anni dopo, con un’unica coltellata al cuore. Continua a leggere

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Il «pornografo investigativo» Larry Flynt offre 10 milioni per l’impeachment di Trump

Il 19 dicembre 1998, nelle stesse ore in cui la Camera dei rappresentanti formalizzava l’impeachment al presidente democratico Bill Clinton — colpevole di aver mentito e ostacolato la giustizia per difendersi dalle accuse (vere) del caso Lewinsky — lo speaker designato Bob Livingston, deputato conservatore della Louisiana, annunciava il proprio addio al Congresso. Scelto dai repubblicani per succedere al dimissionario Newt Gingrich, insieme al quale aveva guidato la Camera nella procedura d’impeachment puntando il dito contro il comportamento immorale del presidente, Livingston, sposato da 33 anni, fu costretto ad ammettere una relazione extraconiugale che pose fine alla sua carriera politica. A incastrarlo era stato Larry Flynt, fondatore ed editore della rivista per adulti Hustler, che nelle cronache dell’epoca il Washington Post arrivò a definire «il pornografo investigativo». Offrendo una ricompensa di un milione attraverso le pagine del quotidiano della capitale a chiunque fosse in grado di fornire prove delle relazioni extraconiugali di un qualsiasi membro del Congresso, Flynt aveva trovato quattro donne disposte a raccontare i dettagli delle proprie relazioni sentimentali con il futuro speaker, gettandosi di forza nella mischia in un momento di profonda crisi politica. «Volevo soltanto rendere pubblica l’ipocrisia», raccontò Flynt, da sempre vicino alla causa democratica, minacciando di rendere pubblico anche un audio di Livingston impegnato a fare sesso telefonico. «Se questi ragazzi vogliono andare contro il presidente, non dovrebbero avere scheletri nell’armadio».

Ora il «pornografo investigativo» è tornato alla carica, usando lo stesso metodo che diciannove anni fa aiutò Clinton a salvare il posto. In un’inserzione pubblicitaria acquistata domenica sul Washington Post, Flynt ha offerto dieci milioni di dollari a chi fornirà informazioni utili per arrivare all’impeachment di Donald Trump, un presidente arrivato alla Casa Bianca dopo «un’elezione illegittima» e che ha dimostrato in questi primi nove mesi di essere «pericolosamente inadatto» a guidare gli Stati Uniti. «I bravi democratici e i bravi repubblicani mettono il Paese davanti al partito, come hanno già fatto con il Watergate. Per avere successo, l’impeachment necessita di prove inattaccabili. Ed è il motivo per cui faccio questa offerta». Secondo il re del porno americano — 74 anni, in sedia a rotelle dal 1978, quando fu vittima di un attentato da parte di un suprematista bianco indignato dalle scene di sesso interraziale pubblicate dalla rivista — «l’impeachment porterebbe a una situazione caotica e controversa, ma l’alternativa, altri tre anni di disfunzione destabilizzante, è peggiore». Nell’annuncio, Flynt elenca i motivi per cui Trump non dovrebbe restare alla Casa Bianca: le collusioni con la Russia, l’incitamento alla violenza dopo i fatti di Charlottesville, i conflitti d’interesse, le bugie, il nepotismo e il «sabotaggio» degli accordi di Parigi. «Il fatto più spaventoso è che Trump potrebbe scatenare una guerra mondiale nucleare», ha notato tuttavia l’editore, sostenendo che la politica estera del presidente americano è basata «sulla sua permalosità e sui tweet bizzarri» con cui rilascia dichiarazioni avventate. Continua a leggere

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Larry Flynt offre 10 milioni a chi fornirà notizie utili all’impeachment di Trump

Larry Flynt offre 10 milioni di dollari a chi fornirà informazioni che porteranno all’impeachment di Donald Trump, un presidente arrivato alla Casa Bianca dopo «un’elezione illegittima» e che ha dimostrato in questi primi nove mesi di essere «pericolosamente inadatto» a guidare gli Stati Uniti. Il fondatore ed editore della rivista per adulti Hustler lo ha annunciato con un’inserzione pubblicitaria acquistata sul Washington Post e anticipata dalla presentatrice di Fox Business Liz Claman con un tweet, poi ritweetato dallo stesso Flynt. Continua a leggere

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Under Armour sbarca in Italia: la storia del brand americano che punta al Milan

Dopo vent’anni si interromperà a fine stagione il rapporto fra Adidas e Milan. In lizza per prendere il posto del colosso tedesco c’è il marchio americano Under Armour, che punta a realizzare le divise rossonere per la prossima stagione. In forte ascesa in Europa e in Italia, l’azienda di Baltimora — in lotta con New Balance — sponsorizza già Southampton e Aston Villa in Inghilterra, la squadra «pirata» del St. Pauli di Amburgo in Germania e le brasiliane Sao Paulo e Fluminense. Se dal Maryland si sono trincerati dietro un «No comment», una piccola conferma arriverebbe dall’apertura del primo negozio Under Armour italiano a Milano, in Piazza Gae Aulenti (dove era già presente New Balance). All’inaugurazione dello spazio da 340 metri quadri, a fine settembre, era presente anche l’ex capitano rossonero Massimo Ambrosini. Quello milanese il primo passo di un piano di espansione italiano che punta a venti nuovi store nell’arco di cinque anni: i prossimi negozi apriranno a Roma e negli Outlet Village di Franciacorta e Valdichiana.

Inizialmente specializzata in abbigliamento da football — in principio furono le magliette traspiranti da indossare sotto le protezioni — l’azienda fondata nel 1996 dal 23enne Kevin Plank nel basement della nonna a Washington ha fatto il salto nel 1999 fornendo i costumi del film di Oliver Stone Ogni maledetta domenica: un’inserzione pubblicitaria sagacemente acquistata sul magazine di Espn in occasione dell’uscita della pellicola fece impennare le vendite, portando Under Armour sotto la lente degli addetti ai lavori. Negli anni successivi, gli investimenti di un fondo di private equity e la quotazione in borsa al Nasdaq hanno portato nelle casse della società abbastanza capitale da aprire negozi in Canada, Cina e oltre quaranta Stati americani: fra i prossimi, c’è quello di New York che verrà inaugurato il prossimo anno nei locali della Fifth Avenue una volta occupati dal celebre negozio di giocattoli Fao Schwartz. Continua a leggere

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Se la contea Amish è la capitale dei rifugiati negli Usa

Mentre il presidente americano Donald Trump apre a un accordo sui Dreamer chiedendo in cambio al Congresso i fondi per la costruzione del muro al confine con il Messico, una speranza per i rifugiati arriva dalla comunità Amish della contea di Lancaster, in Pennsylvania. Già definita in passato la «capitale americana dei rifugiati», la comunità rurale a 130 chilometri da Filadelfia a novembre ha votato a grande maggioranza per il candidato isolazionista e anti immigrazione Trump, ma nello stesso tempo ha continuato la propria politica di accoglienza: dal 2013 sono oltre 1.300 i richiedenti asilo arrivati nella contea, 700 dei quali sono negli ultimi dodici mesi. Continua a leggere

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Las Vegas, la Nra apre a una (minima) regolamentazione sulle armi

La strage di Las Vegas ha avuto una conseguenza inaspettata. Per la prima volta, la National Rifle Association ha aperto a una prima, minima regolamentazione sulle armi: sotto accusa sono finiti i «bump stock», accessori di plastica che trasformano legalmente un fucile semiautomatico in uno automatico e in grado quindi di sparare a raffica, illegale negli Stati Uniti dal 1986. Dodici dei ventitré fucili ritrovati dalla polizia nella stanza al 32esimo piano del Mandala Bay Hotel erano infatti modificati con un «bump stock» che ha permesso alle mitragliate esplose da Stephen Paddock di tuonare nel cielo di Las Vegas quasi ininterrottamente per undici minuti senza che l’omicida avesse bisogno di ricaricare l’arma, uccidendo 58 persone e ferendone altre 527.

Dopo quasi un decennio di muro totale, sui «bump stock» è cambiato improvvisamente il vento politico che soffia dal colle del Congresso americano. Oltre al presidente Trump e allo speaker repubblicano della Camera Paul Ryan, che hanno promesso di valutare la questione, numerosi repubblicani e alcuni democratici più conservatori, da sempre sostenitori del Secondo Emendamento, si sono espressi a favore di una regolamentazione della vendita di questi accessori che modificano il calcio e il grilletto dei fucili semiautomatici – che sparano cioè un solo colpo ogni volta che si preme il grilletto – rendendoli di fatto automatici e in grado di sparare a raffica: è così che Paddock è riuscito a esplodere fra i 400 e i 600 colpi al minuto su una folla di 22 mila persone radunate per un concerto. Continua a leggere

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