Le confessioni del serial killer che disegnò i volti delle vittime

Il suo primo omicidio Samuel Little lo commise nelle ultime ore del 1970, in una piazzola isolata della Route 27, non lontano da Miami. La vittima, Mary Brosley, era una donna minuta: aveva 33 anni, problemi di anoressia e alcolismo, camminava con un bastone dopo un’operazione all’anca e le mancava una falange del mignolo sinistro. «Era il tipo di donna che poteva scomparire dalla faccia della terra senza destare troppa attenzione», racconta il Washington Post in un articolo che ricostruisce la carriera del più prolifico serial killer americano, arrestato nel 2014. «Avevo un grande desiderio di strangolarla. Credo di aver perso il controllo», ha spiegato Little alla polizia, oltre 40 anni dopo. A maggio 2018, infatti, ha cominciato a parlare, confessando 93 omicidi compiuti nell’arco di 30 anni e attraverso 30 Stati.

Ormai ha 80 anni, è rinchiuso in un carcere californiano, eppure ha una memoria di ferro e un talento artistico affinato in carcere che gli hanno permesso di disegnare i ritratti delle sue vittime, quasi tutte donne, morte strangolate: l’ultima nel 2005 a Tupelo, in Mississippi. E così, da due anni, gli agenti stanno usando le informazioni per riaprire «cold case» in tutto il Paese. «Con l’entusiasmo di un anziano che ricorda le imprese di gioventù», scrive il Post, Little ha permesso di identificare oltre 50 vittime. «Se non avesse confessato, nessuno di questi casi sarebbe stato risolto», ha affermato Angela Williamson, del dipartimento di Giustizia.

Oltre all’identità delle sue vittime, le confessioni hanno svelato la fragilità della giustizia criminale americana, che gli ha permesso di uccidere senza paura di essere catturato, colpendo persone ai margini della società: tossiche, prostitute, donne scappate di casa la cui morte poteva passare inosservata. «Non sarei mai andato in un quartiere bianco a uccidere un’adolescente», ha raccontato, svelando la strategia con cui ha eluso la giustizia per decenni. Nato in Georgia nel 1940, afroamericano, abbandonato dalla madre adolescente, già a 8 anni Little aveva il desiderio di strangolare. Ha una fedina penale densa di arresti, almeno 34, avvenuti in ogni angolo del Paese: per furto, aggressione, guida in stato di ebbrezza, per aver adescato una prostituta a Bakersfield. Mai per omicidio. A volte passava anni in galera, e quando usciva riprendeva a uccidere.

Spesso la polizia non riusciva nemmeno a stabilire che fossero omicidi. Il corpo di Brosley fu scoperto dopo tre settimane, decomposto: il caso fu archiviato come morte sospetta. Di Mary Ann Jenkins, una 22enne nera dell’Illinois rinvenuta nuda con indosso gioielli si pensò fosse stata uccisa da un fulmine. Nel 1994 la morte di Jolanda Jones a Pine Bluff, Arkansas, fu classificata come overdose. Venticinque anni dopo, però, la polizia di Pine Bluff riceve una chiamata dall’Fbi. Little aveva confessato l’omicidio di una donna da quelle parti, una 26enne che era stata ritrovata in una casa abbandonata con una pipa da crack. «Era come se fosse stato là con noi, quando abbiamo trovato il corpo», ha raccontato l’ex agente Terry Hopson.

Anche il caso di Brosley fu classificato come omicidio soltanto nel 1982. Poi nel 2018, a quasi cinquant’anni dalla morte, il detective David Denmark della contea di Miami riceve una telefonata: un serial killer aveva confessato di aver strangolato una donna nel sud della Florida. Cercando fra gli archivi, trova due casi: Brosley e Angela Chapman, una prostituta bianca e mentalmente disabile morta nel 1976 a 25 anni. Entrambe erano state uccise da Little, che ha confessato tutto al detective Denmark in cambio di una promessa: non avrebbe mai chiesto una condanna morte.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2020 (pag. 20)

Storia di Samuel Little, il più prolifico serial killer d’America che ha confessato 93 omicidi

Il suo primo omicidio Samuel Little lo commise nelle ultime ore del 1970, in una piazzola isolata della Route 27, l’autostrada che da Miami risale l’America fino a Fort Wayne, Indiana. La vittima, Mary Brosley, era una donna minuta, fragile: aveva 33 anni, due figli in Massachusetts, problemi di anoressia e alcolismo, camminava con un bastone dopo un’operazione all’anca e le mancava la falange del mignolo sinistro, perso durante un incidente in cucina. «Era il tipo di donna che poteva scomparire dalla faccia della terra senza destare troppa attenzione», spiega il Washington Post in un lungo articolo che ricostruisce la carriera del più prolifico serial killer americano, che da quando è stato arrestato e condannato nel 2014 ha rivelato di aver ucciso 93 persone. Quasi tutte donne, tutte ai margini della società.

«Avevo un grande desiderio… di strangolarla. Credo di aver semplicemente perso il controllo», ha spiegato lui stesso alla polizia, oltre 40 anni dopo. A partire da maggio 2018, infatti, Little ha cominciato a raccontare, e non si è più fermato: ha parlato per oltre 700 ore, confessando in interrogatori filmati 93 omicidi compiuti nell’arco di 30 anni e attraverso 30 Stati. Ormai ha 80 anni, è rinchiuso in un carcere californiano dove sconta diversi ergastoli, eppure ha una memoria di ferro e un talento artistico affinato in carcere che gli hanno permesso di disegnare i ritratti di decine delle sue vittime, tutte morte strangolate. «Con l’entusiasmo di un anziano che ricorda le imprese di gioventù», ha scritto il Post, Little ha fornito alla polizia i dettagli esatti di tutti i suoi omicidi, permettendo di identificare oltre 50 vittime.

E così, da due anni, gli agenti stanno usando queste informazioni — che ritengono attendibili al 100% — per riaprire casi irrisolti in tutto il Paese, nel tentativo di offrire quanto meno una spiegazione alle famiglie delle vittime, alcune delle quali sono scomparse nel nulla senza lasciare tracce. L’ultimo omicidio, ha dichiarato, è stato commesso nel 2005 a Tupelo, in Mississippi. «Se Little non avesse confessato, nessuno di questi casi sarebbe stato risolto», ha affermato al quotidiano di Washington Angela Williamson, funzionaria del dipartimento di Giustizia che ha seguito le indagini. Alcuni casi restano in sospeso perché gli agenti non hanno rintracciato omicidi che corrispondano a quelli descritti dal serial killer, altri perché la vittima era un’anonima «Jane Doe», per la quale nessun familiare si è mai fatto avanti.

Oltre all’identità delle sue vittime, però, le confessioni di Little hanno svelato un sistema di giustizia criminale «frammentato e indifferente», come lo descrive il quotidiano della capitale, che gli ha permesso di uccidere senza il timore di essere catturato, colpendo persone ai margini della società: tossiche, prostitute, donne scappate di casa la cui morte non avrebbe richiamato troppa attenzione o, in alcuni casi, sarebbe passata addirittura inosservata. La prima, Mary Brosley, era bianca, ma almeno 68 delle vittime di Little erano nere, tre ispaniche e una nativa americana. Molte avevano problemi mentali, una era transgender. «Erano frutti succulenti che potevo gustare senza rischiare una pena», avrebbe detto lo stesso Little durante un interrogatorio in Ohio.

Nei suoi anni più prolifici, Little tornava a colpire più volte nelle stesse città, evitando però di scegliere persone la cui scomparsa avrebbe destato attenzione. «Non sarei mai andato in un quartiere bianco a uccidere una ragazzina adolescente», ha raccontato, svelando una strategia che gli ha permesso di eludere la giustizia, mettendola anzi in imbarazzo. «Se queste donne fossero state benestanti, bianche, mondane, questo sarebbe stato il caso più importante nella storia degli Strati Uniti. Invece lui puntava altrove», ha spiegato il criminologo Scott Bonn. In questo modo, Little si è garantito decenni di impunità che, chiarisce il Post, evidenziano la triste realtà della giustizia criminale americana.

Nato in una cittadina della Georgia nel 1940 in una famiglia afroamericana, abbandonato dalla madre adolescente quando era ancora in fasce, già a 7 o 8 anni Little — che si era trasferito in Ohio — aveva sviluppato il desiderio di strangolare qualcuno: era ossessionato dalla sua insegnante, e voleva uccidere una ragazzina che conosceva. A 13 anni fu beccato a rubare una bicicletta e fu spedito in riformatorio; due anni più tardi fu arrestato per una rapina a Omaha, Nebraska; appena sedicenne fu condannato a due anni per essersi introdotto in un negozio di mobili di Lorain, Ohio. Da lì in poi, la sua fedina penale si è fatta sempre più densa di arresti, almeno 34: per aggressione a Denver, per aver adescato una prostituta a Bakersfield, per furto a Portland e Philadelphia, per guida in stato di ebbrezza a Los Angeles, per taccheggio a Phoenix.

A volte passava mesi o anni in galera, altre volte veniva prosciolto, ma quando era a piede libero riprendeva a uccidere donne senza essere mai scoperto. Si manteneva con qualche furto e lavori occasionali, e nel frattempo sceglieva le sue vittime: a 35 anni aveva già compiuto una decina di omicidi, che spesso la polizia non riusciva nemmeno a riconoscere come tali. Il corpo di Brosley fu scoperto, decomposto, dopo tre settimane: gli agenti la ritenevano una morte sospetta, ma non furono in grado di stabilire che si trattasse di omicidio. Una dinamica che si è ripetuta decine di volte. Nel 1977, ad esempio, le indagini stabilirono che Mary Ann Jenkins, una 22enne nera dell’Illinois rinvenuta nuda con indosso alcuni gioielli, fosse stata uccisa da un fulmine. Nel 1994 la morte di Jolanda Jones a Pine Bluff, Arkansas, fu classificata come overdose.

Venticinque anni dopo, però, la polizia di Pine Bluff riceve una chiamata dall’Fbi. Little aveva confessato l’omicidio di una donna da quelle parti, una 26enne madre di due bambini, che era stata ritrovata in una casa abbandonata con una pipa da crack: insieme ai dettagli, il serial killer aveva fornito anche un ritratto della donna. «Sembrava come se fosse stato là con noi, quando abbiamo trovato il corpo», ha raccontato al Post Terry Hopson, ex vice capo della polizia locale. Anche il caso di Brosley, la prima vittima, fu classificato come omicidio soltanto nel 1982, con dodici anni di ritardo, quando ancora non aveva un nome: ci sono voluti altri 35 anni — oltre a un database nazionale e un’impronta dentale — per scoprire la sua identità.

Poi — nel 2018, quasi cinquant’anni dopo la morte di Brosley in una piazzola della Route 27 — il detective David Denmark della contea di Miami-Dade riceve una telefonata da James Holland, un Ranger texano: un serial killer aveva confessato di aver strangolato una donna nel sud della Florida. Cercando fra gli archivi dei casi irrisolti, i detective trovarono due nomi. Uno era quello di Brosley, l’altro era Angela Chapman, una prostituta bianca e mentalmente disabile morta nel 1976 a 25 anni. Entrambe erano state uccise da Little, che ha confessato tutto al detective Denmark in cambio di una promessa: non avrebbe mai chiesto una condanna morte.

Corriere della Sera, 2 dicembre 2020

Afghanistan, i soldati australiani bevevano birra dalla protesi di un guerrigliero talebano ucciso

Alla «pagina più vergognosa della storia militare australiana», come i quotidiani locali avevano definito i crimini di guerra commessi dall’esercito in Afghanistan, mancavano ancora le immagini. Le ha pubblicate oggi il Guardian Australia, e confermano le atrocità commesse dalle forze speciali australiane fra il 2007 e il 2013, quando uccisero almeno 39 civili e prigionieri di guerra, commettendo brutalità di ogni tipo: stragi, torture e soprusi ai danni di interi villaggi. Nelle immagini pubblicate dall’edizione locale del Guardian, visibili qua, si notano soldati — fra cui uno ancora in servizio — bere birra dalla gamba artificiale di un guerrigliero talebano ucciso a Kararak, in Oruzgan, nel 2009: la protesi passa di mano in mano, come fosse un boccale, all’interno del Fat Lady’s Arms, il bar non autorizzato che le truppe australiane avevano allestito all’interno della base di Tarin Kowt, capitale della provincia dell’Oruzgan, confinante a sud con quella di Kandahar. In un’altra immagine, si vedono due soldati ballare con la gamba.

Da tempo si rincorrevano voci su questo rituale, ma finora non erano mai state ritrovate immagini. Secondo i soldati, la pratica sarebbe stata non solo tollerata, ma addirittura condivisa dai superiori, che avrebbero partecipato al rito bevendo da quello che era considerato un trofeo di guerra. Le truppe non avrebbero potuto rimuovere la protesi dal campo di battaglia, invece la conservarono all’interno del Fat Lady’s Arms, usandola prima per offrire da bere ai visitatori, e poi montandola su un piedistallo insieme a una croce d’acciaio della Germania nazista. Secondo quanto ha rivelato un soldato al Guardian, la protesi avrebbe addirittura seguito la squadra dovunque si spostasse. «La protesi veniva conservata ovunque il Fat Lady’s Arms venisse allestito, e veniva occasionalmente usata per bere». Secondo il codice criminale del commonwealth, i soldati avrebbero compiuto un crimine di guerra specifico — il saccheggio, come sancito dalla sezione 268.81 — e rischierebbero una pena fino a 20 anni.

I fatti — svelati da un rapporto australiano — hanno danneggiato enormemente l’immagine dell’esercito di Canberra e del Paese intero, al punto che la Cina ha strumentalizzato lo scandalo pubblicando nei giorni scorsi una foto finta in cui un soldato australiano tiene un coltello insanguinato alla gola di un bimbo afghano con in braccio un agnello. «Non aver paura, siamo venuti a portarti la pace», si leggeva nel tweet pubblicato dal portavoce del governo di Pechino Zhao Lijian, un attacco senza precedenti che ha alzato il livello dello scontro diplomatico fra la Cina e l’Australia, le cui relazioni sono precipitate da quando Canberra ha chiesto che si aprisse un’inchiesta internazionale sull’origine e i ritardi nella comunicazione dell’epidemia di Covid-19. «La Cina dovrebbe vergognarsi per aver diffuso un’immagine così ripugnante», ha reagito il premier australiano Scott Morrison, chiedendo scuse immediate.

Corriere della Sera, 1 dicembre 2020

Trump ha raccolto 170 milioni per le cause dopo le elezioni (ma tutti gli Stati in bilico hanno certificato il risultato)

Donald Trump ha raccolto fra 150 e 170 milioni di dollari dopo le elezioni. La cifra oscilla a seconda delle fonti, ma quello che è certo è che, con la sua campagna basata sulla denuncia di frodi che però non ha mai provato, il presidente ha raccolto una somma enorme, che gli ha permesso di chiudere novembre con il miglior risultato della campagna elettorale: il miglior mese finora era stato settembre, con 81 milioni di dollari, mentre nel secondo trimestre del 2020 Trump aveva raccolto 125 milioni. Si tratta di un record inusuale a elezioni finite, che conferma tuttavia la tendenza dei suoi sostenitori a correre in aiuto — soprattutto economico — quando percepiscono che il presidente è sotto assedio: e non hanno neanche dovuto pensarci troppo, considerando che lo staff di Trump ha inviato circa 500 email ai sostenitori nel mese di novembre, chiedendo donazioni per le azioni legali e promettendo di difendere le elezioni dai tentativi di frode.

Le donazioni sono richieste dall’Official Election Defense Fund, un comitato che in realtà non esiste, e sono dirette invece al Trump Make America Great Again Committee, un secondo comitato che raccoglie fondi per la campagna di Trump, per il partito repubblicano e per Save America, un terzo comitato che Trump ha fondato a metà novembre per attività politiche future. Il 75% dei fondi, spiegano fonti interne al New York Times e al Washington Post, sarà destinato a Save America (e quindi anche alla campagna del 2024?) e il 25% è diretto al partito e servirà invece a coprire le spese operative e legali, oltre che i debiti della campagna elettorale.

Mentre il presidente continua a chiedere ai sostenitori donazioni per ribaltare le elezioni, pur avendo già perso 38 azioni legali, gli ultimi due Stati in cui aveva dichiarato battaglia hanno certificato ieri la vittoria di Joe Biden. Con un passaggio burocratico puramente formale in qualsiasi altra elezione, Arizona e Wisconsin hanno chiuso ogni possibile spiraglio per Trump, ufficializzando di fatto la vittoria di Biden: il candidato democratico dovrà ora soltanto aspettare il voto del collegio elettorale il 14 dicembre per diventare il presidente eletto.

In Arizona il segretario di Stato Katie Hobbs, una democratica, ha certificato il risultato insieme a tre repubblicani: il governatore Doug Ducey, il procuratore generale Mark Brnovich e il presidente della locale Corte Suprema Robert Brutinel. In Wisconsin, invece, è stata la presidentessa della commissione elettorale Ann Jacobs a firmare il documento, durante una conferenza stampa di tre minuti.

Con questo atto formale, Arizona e Wisconsin hanno fatto saltare la mossa disperata della campagna di Trump, che puntava a ritardare l’ufficializzazione dei risultati nei sei Stati in bilico vinti da Biden – gli altri sono Pennsylvania, Georgia, Michigan e Nevada, e hanno certificato i risultati nei giorni scorsi – e permettere così ai parlamenti statali (a maggioranza repubblicana) di nominare grandi elettori che avrebbero votato per il presidente il 14 dicembre: una strategia che gli stessi repubblicani avevano definito «folle e pericolosa».

Ora, però, qualche donatore comincia a sentirsi truffato. È il caso di Fredric Eshelman, imprenditore della North Carolina che aveva donato 2,5 milioni di dollari a True the Vote, un gruppo texano che prometteva di presentare cause legali nei sei Stati per esporre le frodi dei democratici. È finita che Eshelman si è ritrovato a fare causa lui stesso, ma proprio a True the Vote, che nel frattempo aveva abbandonato i propri intenti legali.

Dopo aver chiesto più volte spiegazioni e aggiornamenti, Eshelman — fondatore dell’omonima società di venture capital — ha deciso così di rivolgersi al tribunale per riavere i propri soldi. «La nostra missione va oltre una singola elezione», ha replicato con una dichiarazione pubblicata sul sito dell’organizzazione la fondatrice Catherine Engelbrecht. «Noi vogliamo aggiustare il sistema in vista delle elezioni future».

Corriere della Sera, 1 dicembre 2020

La restaurazione diplomatica di Linda Thomas-Greenfield

«Nominare una donna nera era importante, sceglierne una che è stata licenziata da Trump è una dichiarazione politica». Così le fonti diplomatiche interpretano la nomina di Linda Thomas-Greenfield, scelta da Joe Biden come ambasciatrice alle Nazioni Unite. A 68 anni, Thomas-Greenfield è considerata un segnale di restaurazione della politica estera tradizionale, da lei teorizzata su Foreign Affairs, ma anche un simbolo di progresso: in un ambiente diplomatico con la reputazione di essere «pale, male and Yale» — bianco, maschio e con una laurea in un’università dell’Ivy League — il presidente eletto ha conferito uno degli incarichi più importanti a una donna nera, specializzata in affari africani, che Trump aveva sollevato dall’incarico nel 2017, durante le «purghe» del dipartimento di Stato. Nata nel 1952 in una cittadina della Louisiana in cui, come ha raccontato in una Ted Talk, «nei weekend arrivava il Ku Klux Klan per bruciare una croce nel giardino di qualcuno», figlia di genitori che non avevano finito il liceo, Thomas-Greenfield si è laureata nel 1974 all’università statale, dove fu costretta a fare i conti con il razzismo. Entrata al dipartimento di Stato nel 1982, è rimasta per 35 anni ricoprendo incarichi in Svizzera, Pakistan, Kenya, Gambia, Nigeria, Giamaica e Liberia, dove è stata ambasciatrice. Diplomatica apprezzata, già direttrice generale del foreign service, non dovrebbe avere problemi di conferma in Senato: Biden restituirà inoltre al ruolo lo status ministeriale, dandole un posto nel consiglio per la sicurezza nazionale.

Corriere della Sera, 30 novembre 2020 (pagina 15)

La storia del monolite misterioso nel deserto dello Utah

Un misterioso monolite argentato alto oltre tre metri è stato rinvenuto la scorsa settimana nel deserto dello Utah, piantato nel terreno fra i canyon e le rocce rosse. A scoprirlo è stata una squadra del dipartimento per la sicurezza pubblica statale, che stava effettuando una ricognizione dell’area in elicottero per censire le pecore Bighorn: quando l’equipaggio è atterrato nei paraggi per capire di cosa si trattasse, non ha trovato nessuna indicazione di chi possa averlo piantato, e soprattutto del perché. «In genere voliamo a bassa quota per identificare il sesso della pecora, e stavolta ci siamo imbattuti in questo strano monolite metallico nel mezzo del deserto», ha raccontato il portavoce del dipartimento Aaron Bott, che lunedì ha rivelato al pubblico l’esistenza di questo «oggetto insolito», specificando però che «non è poi così raro ritrovare cose strane che la gente ha lasciato nel deserto».

Il dipartimento ha spiegato che il monolite si trova in un area remota, rocciosa e pericolosa, «difficile da raggiungere con mezzi o a piedi»: per evitare che esploratori, curiosi, ufologi o complottisti si perdano nel tentativo di scovarlo, e debbano poi essere tratti in salvo, non ha voluto quindi diffonderne le coordinate esatte. L’unica informazione certa è che si trova in un canyon di roccia rossa nel Sudest dello Utah, dettaglio che ha scatenato curiosi e fanatici che hanno cominciato a cercare e diffondere indizi su siti e social network: un utente su Reddit ha trovato e diffuso la geolocalizzazione del monolite — queste le coordinate esatte: 38°20’35.0’’N, 109°39’58.0’’W — che si trova non lontano dal Dead Horse Point State Park e dal punto in cui si incrociano i fiumi Colorado e Green.

«Ho guardato al tipo di roccia, al colore, alla forma e alla composizione del terreno, poi ho cercato la rupe che si vedeva sullo sfondo in una delle foto diffuse dal dipartimento, infine ho seguito il percorso dell’elicottero che era decollato la mattina da Monticello ed aveva volato verso Nord prima di sparire dal radar, indicando che era sceso di quota», ha spiegato l’utente Bear Fucker (sì, la sappiamo la traduzione). «Da lì ho cominciato a cercare un canyon che guardava verso Sudest con rocce arrotondate bianche e rosse, probabilmente vicino alla base di una rupe e a un terreno abbastanza pianeggiante da permettere all’elicottero di atterrare: ho vagato a caso per una mezzora prima di trovare qualcosa di simile, e altri 15 minuti prima di trovare il canyon giusto. Sì… sono uno strano».

Una delle prime persone a raggiungerlo, forse il primo in assoluto, e a postare l’immagine su Instagram è stato David Sparks — meglio noto ai suoi 3 milioni di follower come @heavydsparks — che mercoledì ha pubblicato video e foto del monolite sul social network e su YouTube. Oltre alle autorità, anche molti utenti sconsigliano però di partire alla ricerca del monolite, perché l’area è molto pericolosa e perché bisognerebbe attraversare la nazione Navajo e la riserva Ute, che al momento sono in uno stretto lockdown per il Covid-19. Secondo l’esperto di difesa e aeronautica H I Sutton, che usando le coordinate trovate dall’utente Reddit ha studiato l’archivio di Google Earth, il monolite sarebbe stato posizionato 4 o 5 anni fa: è presente a partire da ottobre 2016, non appare invece nelle immagini del gennaio 2015.

Resta da capire però chi lo ha messo là, e perché. Secondo il pilota dell’elicottero Bret Hutchings potrebbe trattarsi di un’installazione artistica. «Immagino sia stato qualche artista new wave, o qualcosa del genere, o un grande fan del film 2001: Odissea nello spazio», ha dichiarato alla rete televisiva locale Ksl-Tv, notando la somiglianza con un oggetto che compare nello storico film di Stanley Kubrick. «Devo ammettere», ha aggiunto poi, «che si trattata di una delle cose più strane in cui mi sono imbattuto in tutti questi anni di volo». Qualcuno, sulla pagina Facebook dello Utah Highway Patrol che chiedeva aiuto per identificare il monolite, ha suggerito che si trattasse proprio di residui di qualche film: nell’area sono stati girati infatti Indiana Jones, Star Trek e Mission Impossible, fra gli altri.

Interpellata dal New York Times, però, la Utah Film Commission ha smentito: «Per quanto ne sappiamo, non proviene da nessuna produzione». Le autorità, infatti, restano convinte che si tratti di un’installazione artistica, come ha chiarito Nick Street, tenente del dipartimento per la sicurezza pubblica. «È fatto di acciaio inossidabile, saldato con rivetti realizzati di produzione umana, e non sappiamo quanto vada in profondità», ha spiegato Street, secondo il quale potrebbe risalire persino agli anni Quaranta. «Ci sono strade nei paraggi, ma portare questo monolite fin qua, insieme al materiale necessario per installarlo così bene nella roccia, è decisamente interessante».

Realizzare strutture o opere d’arte senza autorizzazione su un terreno federale è «illegale», ha precisato sempre Street, affermano che ora il dipartimento valuterà se lasciare là il monolite, oppure rimuoverlo. Secondo The Art Newspaper, l’oggetto ricorderebbe le sculture dell’artista minimalista John McCracken, che ha vissuto in New Mexico fino alla morte, avvenuta nel 2011. «La galleria si è divisa sul monolite», ha rivelato al Times David Zwirner, proprietario dell’omonima galleria che rappresenta l’artista e che ritiene possa essere più che altro l’omaggio di un collega a McCracken. «La natura incontaminata del Sudovest americano ha una tradizione ricca di Land Art, in particolare opere che trasmettono magia e mistero proprio perché sono inaccessibili o difficili da localizzare, dal Molo a spirale realizzato da Robert Smithson nel 1970 sul Gran lago salato dello Utah al Doppio negativo di Michael Heizer installato nel 1969 al confine fra Utah e Nevada», chiarisce The Art Newspaper.

Un’altra ipotesi, spuntata sempre su Reddit e diffusa dall sito The Verge, coinvolge l’artista contemporanea Petecia Le Fawnhawk, le cui sculture vengono spesso realizzate in luoghi desolati e ricordano il monolite. «Non posso dire che sia il mio, ma di certo ho pensato di installare monumenti segreti nel deserto», ha risposto però Le Fawnhawk al sito americano. Nessuno, dunque, sembra essere l’autore del monolite misterioso.«Chi si poteva immaginare che il 2020 avesse in serbo un’altra sorpresa per noi», ha dichiarato al Times il gallerista Zwirner, provando a mettere la parola «fine» a questa storia. O, più che «fine», «alla prossima puntata»…

Corriere della Sera, 26 novembre 2020

Cina, Brexit, Wto: i nodi commerciali della nuova amministrazione Biden

«Non ci saranno cambiamenti radicali nel rapporto fra Stati Uniti e Cina, perché si giocano il primato mondiale. Il fatto però che siano state nominate nei ruoli chiave molte persone dell’amministrazione Obama ci riporta al progetto dell’ex presidente: quello di creare una forte alleanza Transpacifica — il Partenariato Trans-Pacifico, o Tpp — un accordo di libero scambio che Obama aveva negoziato con i paesi dell’area asiatica senza comprendere la Cina», ci spiega l’avvocato Sara Armella, autrice del libro Diritto doganale dell’Unione Europea (edito da Egea/Bocconi). «L’idea di Obama era di creare un forte ponte tra gli Stati Uniti e l’area asiatica, mantenendo una posizione di influenza ed escludendo la Cina: era un modo per arginare e isolare la Cina utilizzando armi diplomatiche e più raffinate rispetto ai dazi che sono stati applicati da Trump».

Appena eletto, Trump ha però «stracciato questa possibilità», prosegue Armella, spiegando che il 15 novembre il 15 novembre Pechino ha sfruttato la possibilità che si è aperta dopo l’annullamento del Tpp per creare «il più grande accordo di libero scambio mai raggiunto», la Comprehensive Economic Partnership che comprende 15 Paesi — dall’Australia alla Corea del Sud, passando per Brunei, Indonesia e Thailandia — fra cui il Giappone, con cui la Cina ha sempre avuto rapporti complicati, soprattutto marittimi. «Questo nuovo trattato di libero scambio copre il 30% del Pil mondiale e il 30% della popolazione mondiale, e rende evidente il fallimento dell’amministrazione Trump sull’area asiatica».Secondo Armella, Biden non resterà dunque «all’angolo, isolato in questo grande asse che si è creato e che esclude gli Stati Uniti, ma lancerà dei ponti alle grandi economie asiatiche per ritrovare una presenza importante».

Anche rispetto all’Europa, Biden potrebbe avere un ruolo fondamentale. «Johnson e Trump da tempo vagheggiavano di un accordo di libero scambio che creasse tra Regno Unito e Stati Uniti un legame speciale», piega l’avvocato Armella. «Il premier britannico pensava di sostituire il legame con l’Unione Europea con una forte dimensione atlantica, ma non è mai arrivato un accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Regno Unito».Ora, invece, Boris Johnson si trova con le spalle al muro. «La prima telefonata fatta dal presidente eletto americano a un leader europeo è stata proprio per il primo ministro britannico, per rimarcare l’importanza di non inserire confine fisico fra le due Irlande», prosegue Armella, ricordando le origini irlandesi di Biden e spiegando che il 46esimo presidente americano «ha molto a cuore l’Accordo del venerdì santo». Secondo Armella, dunque, «il venir meno di questo forte asse atlantico con gli Stati Uniti e la necessità di gestire la Brexit in una fase difficilissima anche per l’economia inglese, darà probabilmente una spinta verso un accordo con Unione europea».

Fra Europa e Stati Uniti, spiega invece l’avvocato, è in atto un grandissimo contenzioso sul caso Airbus, finito davanti al World Trade Organization e che ha determinato una vera e propria guerra commerciale. «Nel 2019 gli Stati Uniti hanno introdotto dei dazi al 25% su tutta una serie di prodotti che hanno colpito pesantemente il settore dell’export italiano legato all’agricoltura, che vede proprio negli Stati Uniti il primo mercato d’elezione. Due settimane fa — prosegue — anche l’Unione Europea è stata abilitata a introdurre nuovi dazi nei confronti degli Stati Uniti sulla scia di questo contenzioso.

Biden, invece, sembrerebbe essere interessato a usare i dazi soltanto come extrema ratio, una misura di contrasto delle pratiche sleali come il dumping e non una clava, una misura di coercizione per spingere i partner verso posizioni a lui più favorevoli». Infine, ricorda Armella, c’è il caso della Wto, che da dicembre dello scorso anno è bloccata perché Trump si rifiutava di nominare il membro del collegio arbitrale. «Questo è un tassello fondamentale dell’organizzazione», spiega. «Se le norme non possono essere rese vincolanti attraverso le pronunce del collegio arbitrale, l’intero sistema del Wto si sgretola».

Corriere della Sera, 26 novembre 2020

Coronavirus in America, il Ringraziamento difficile di un Paese travolto dalla pandemia

Gli Stati Uniti arrivano al giorno del Ringraziamento alle prese con un pandemia fuori controllo. Appena due giorni prima il Paese ha registrato 2.200 vittime, il massimo dal 6 maggio, e nelle ultime due settimane i contagi sono stati oltre 2 milioni, una cifra che porterà i nuovi casi di novembre attorno a quota 4,5 milioni: più del doppio rispetto al record precedente. Martedì, il presidente Donald Trump ha concesso la tradizionale grazia al tacchino — il primo a farlo fu Ronald Reagan nel 1987 — in una cerimonia alla Casa Bianca, mercoledì l’altro presidente, quello eletto Joe Biden, ha provato a rassicurare la Nazione alla vigilia della più importante festività laica americana, che il quarto giovedì di novembre porta ogni famiglia sotto le stesso tetto per il rito del ringraziamento. «Siamo in guerra con il virus», ha detto Biden, «non fra di noi».

Quest’anno però i festeggiamenti saranno diversi, distanziati. Trump non andrà come sempre in Florida, a Mar-a-Lago, ma resterà alla Casa Bianca con Melania e i figli. Biden ha annunciato che festeggerà con tre persone, fra cui la moglie Jill. Il dottor Anthony Fauci ha scoraggiato i grandi raduni familiari, mentre i Centers for Disease Control and Prevention raccomandano di festeggiare soltanto all’interno del proprio nucleo familiare e di non mettersi in viaggio. In caso contrario, gli esperti suggeriscono il distanziamento sociale e l’uso di una mascherina a due o più strati quando si incontrano persone esterne al nucleo familiare. Se invece si partecipa a una festa, oppure si organizza, l’indicazione è di mangiare all’aperto, limitare gli ospiti, portarsi cibo, piatti e posate da casa e usare condimenti in bustine usa e getta.

Sulle precazioni l’America resta tuttavia divisa lungo un rigido confine politico, indirizzato per lo più dai mezzi d’informazione di riferimento. In Louisiana, Oklahoma, South Carolina, Alabama, Tennessee e Indiana — tutti Stati vinti da Trump alle elezioni — circa il 35% delle persone festeggerà con persone che non fanno parte del nucleo familiare, come invece suggeriscono le autorità: nella classifica elaborata dalla società di analisi dati Dynata per il New York Times, i primi 14 Stati hanno tutti votato Trump. In tutto il Paese, il 27% dei cittadini non seguirà le indicazioni degli esperti: c’è chi, come la 42enne newyorkese Megan Baldwin, crede che stare in famiglia sia un rischio troppo grande e quindi ha cancellato il viaggio in Montana dai genitori settantenni; chi, come Martha Dillon, ritiene invece sia importante stare insieme in un momento difficile per il Paese, e tornerà nella casa di famiglia in Kentucky prendendo le precauzioni necessarie. E sperando che vada tutto bene.

Poi c’è Kara Schweitzer, unica femmina di sei fratelli di Sioux Falls, South Dakota, uno dei peggiori focolai d’America: erano tutti d’accordo nel proseguire la tradizione familiare e organizzare una festa da 35 persone, ma poi si sono scontrati sui genitori settantenni. «Se qualcosa dovesse accadere a papà, dovremmo tutti prenderci cura di mamma», sosteneva Schweitzer, riassumendo una discussione che in queste settimane sta avvenendo in quasi tutte le famiglie del mondo. «Solo che i miei fratelli dicono: “se lo prendono, pazienza”». Alla fine il fratello minore si è tirato indietro, il padre — un veterano del Vietnam antitrumpiano — si è detto a disagio con i festeggiamenti e il Ringraziamento è stato annullato.

Un po’ per gioco, un po’ come monito, il New York Times ha chiesto a 635 epidemiologi come passeranno il Ringraziamento: il 64% festeggerà con il nucleo familiare, il 21% con persone al di fuori, il 15% non farà nulla. Sabrina Hermosilla, epidemiologa della Columbia University, tornerà per esempio con la famiglia a casa dei genitori a Poughkeepsie, poco più di un’ora da New York: «Ci assicuriamo sempre che nessuno di noi sia solo per il Ringraziamento», ha detto al Times., spiegando però che prenderanno precauzioni: il padre Eduardo ha svuotato e ritinteggiato il garage, e la famiglia mangerà all’aperto.

La gestione resta però decentrata, in mano agli Stati — metà dei quali hanno diramato limitazioni per gli spostamenti — e ai funzionari locali. In California sono in vigore le regole più stringenti del Paese, ma il governatore democratico Gavin Newsom è finito in uno scandalo per aver partecipato a una sontuosa festa di compleanno nella Napa Valley . A Los Angeles, le autorità hanno proibito il servizio all’aperto per ristoranti, bar, enoteche e birrifici, che dovranno limitarsi all’asporto; in Pennsylvania, per evitare assembramenti, bar e ristoranti non potranno vendere alcolici dopo le 17 di mercoledì, la notte più redditizia dell’anno, ma il servizio ricomincerà alle 8 del mattino seguente; a New York il governatore democratico Andrew Cuomo ha stabilito che le feste dovranno limitarsi a 10 persone, ma la polizia ha annunciato che non busserà alle porte delle case per controllare e si affiderà al «buon senso» dei cittadini.

L’American Automobile Association prevede un calo del 10% negli spostamenti rispetto allo scorso anno, il più grande dal 2008 ma piuttosto limitato considerando la pandemia in corso. In viaggio si metteranno comunque 47,8 milioni di americani, il 95% dei quali in automobile (dove il calo è più contenuto: 4,3%). Diminuirà del 20% il traffico ferroviario, e ancor più significativa è la flessione negli spostamenti aerei, settore che sta soffrendo notevolmente la pandemia e che in questi giorni ha registrato un picco di cancellazioni: lunedì gli agenti di sicurezza degli aeroporti americani hanno controllato 917 mila persone, meno della metà rispetto allo scorso anno.

Nel frattempo, spiega il Wall Street Journal, molte aziende americane stanno inviando un nuovo tipo di richiesta ai propri dipendenti: vogliono sapere che piani hanno per la principale vacanza dell’anno, e li invitano a celebrare il giorno del Ringraziamento con cautela. Una festa in famiglia, spiegano le aziende, potrebbe portare a un focolaio sul posto di lavoro: la legge impedisce loro di interferire con la vita privata dei dipendenti, che tuttavia invitano a non mettere a rischio i colleghi e, in alcuni casi, a firmare una lettera con cui si impegnano a festeggiare in modo sobrio e secondo le regole.

«Non posso decidere cosa fanno fuori di qui», ha raccontato al quotidiano conservatore Lisa Buckingham, direttrice del personale di una società finanziaria della Pennsylvania, che ha fatto ricorso a video interni per raccomandarsi con i dipendenti. Una ditta di logistica del Connecticut ha appeso poster con consigli di sicurezza nelle aree di lavoro, mentre la catena di ristoranti Chipotle ha inviato una lista di argomenti che i manager di ogni punto vendita dovranno usare per mettere in guardia i dipendenti e il marchio di abbigliamento Patagonia ha deciso che gli impiegati dovranno concordare un piano di rientro al lavoro e, se necessario, di quarantena con i capi.

Quest’anno, nota la newsletter di tecnologia del Washington Post, più del tacchino sarà essenziale Zoom, la piattaforma di videoconferenze diventata molto popolare durante la pandemia: c’è già la parola — Zoomsgiving — per il pranzo del Ringraziamento digitale. È quello che ha organizzato anche la signora Ginger Floerchinger-Franks a Boise, Idaho, insieme ai vicini: ognuno cucinerà una portata da condividere con gli altri, ma poi si mangerà insieme via Zoom. Come racconta però un toccante video di Cnn, per migliaia di famiglie americane sarà soprattutto la prima festività senza genitori, nonni, figli, familiari o amici uccisi dal Covid-19. Negli Stati Uniti le vittime sono state finora 259 mila e, come ha ricordato Brian Worlaw, che ha perso il padre a causa del coronavirus, quelle sedie, poltrone e posti a capotavola vuoti «saranno un promemoria di ciò che questo Paese e il mondo intero stanno affrontando».

Corriere della Sera, 25 novembre 2020

L’insostenibile marginalità dell’Italia in un libro da record

Il libro di Barack Obama, Una terra promessa (edito in Italia da Garzanti) ha venduto 1,7 milioni di copie nella prima settimana, e 887 mila fra Stati Uniti e Canada soltanto nel primo giorno: Michelle con Becoming si era «fermata» a 750 mila nelle prime 24 ore, arrivando in totale a 10 milioni. Per la casa editrice Penguin Random House, uno dei cinque colossi americani che sui due libri aveva investito oltre 60 milioni di dollari, è il record storico, che tuttavia non si avvicina neanche a quello assoluto: nel 2007 Harry Potter e i doni della morte, il settimo libro pubblicato da J.K. Rowling, riuscì a vendere 8 milioni di copie in 24 ore.

Nell’autobiografia dell’ex presidente, che ripercorre la propria vita dagli inizi all’uccisione di Osama bin Laden nel 2011, la parola «Italia» compare però soltanto 9 volte in 848 pagine, una sfumatura etnica della società americana, un perno della crisi economica e un membro (e organizzatore) del G8: è un po’ come se in questi anni il nostro Paese fosse rimasto ai margini della Storia.

  1. «Nella mia veste di candidato, intanto, cominciavo a divertirmi. A Chicago, dedicavo il sabato a vere e proprie immersioni nei quartieri etnici — messicano, italiano, indiano, polacco, greco – tra danze e banchetti, cortei a cui prendere parte, bambini da baciare e nonnine da abbracciare». (pag. 68)
  2. «Radunando i nostri organizzatori in una stanza avreste trovato italiani di Philadelphia, ebrei di Chicago, neri di New York e asiatici della California; figli di poveri immigrati e ragazzi dei sobborghi ricchi; studenti di ingegneria, ex volontari dei Peace Corps, veterani dell’Esercito e ragazzi che non avevano finito le superiori». (pag. 121)
  3. «I presidenti deli Stati Uniti limitavano la loro presenza al più esclusivo G8, la riunione annuale dei leader delle sette economie più avanzate del mondo (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada) più la Russia (inserita nel 1997 per motivazioni geopolitiche dietro la spinta di Bill Clinton e del primo ministro britannico Tony Blair)». (pag. 380)
  4. «L’economia russa produceva meno ricchezza di quella dell’Italia, del Canada e del Brasile e dipendeva quasi completamente dall’esportazione di petrolio, gas, minerali e armi». (pag. 531)
  5. «Con la scusa che avrebbe avuto bisogno di una mano con le bambine (e la promessa di una visita in Vaticano e di un’udienza con il papa durante il proseguimento degli incontri del G8 in Italia), Michelle aveva convinto mia suocera e la nostra carissima amica Mama Kaye a unirsi alla spedizione». (pag. 533)
  6. «Diversamente dagli Stati Uniti — i quali, anche durante una crisi, erano in grado di finanziare senza troppe spese un aumento del deficit, potendo contare su schiere di piccoli investitori che avrebbero acquistato buoni del Tesoro — , per Paesi come Irlanda, Portogallo, Grecia, Italia e Spagna era sempre più difficile ottenere prestiti». (pag. 605)
  7. «In pratica, tuttavia, ogni richiesta di haircut avrebbe reso i prestatori di capitale privato meno disposti a concedere altro denaro a paesi già fortemente indebitati come Irlanda e Italia, invalidando completamente lo scopo del firewall». (pag. 609)
  8. «Ciononostante, i mercati finanziari europeo sarebbero rimasti instabili ancora per tutto il 2010 e oltre alla Grecia anche Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia si sarebbero trovati in una situazione a rischio». (pag. 611)
  9. «La vedova dell’ex primo ministro Rajiv Gandhi (Sonia, ndr) e capo dell’Indian National Congress, di natali italiani, aveva rinunciato a ricoprire l’incarico dopo aver guidato la coalizione del suo partito alla vittoria e aveva indicato al suo posto Singh». (pag. 689)

Corriere della Sera, 25 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

Elezioni Usa, Trump dice sì alla transizione con Biden (e dipende tutto dalla funzionaria Murphy)

Non c’è stata una concessione formale, la telefonata riturale con cui il candidato sconfitto ammette di aver perso le elezioni e lascia la strada libera all’avversario, ma la transizione dall’amministrazione Trump a quella Biden è ufficialmente cominciata nella notte. Se nel 2008 il senatore repubblicano John McCain ammise «con cortesia» — parole del rivale Barack Obama — che «l’America aveva parlato chiaramente», e quattro anni fa Hillary Clinton aspettò il giorno successivo per accettare pubblicamente, e a malincuore, una sconfitta dolorosa, Donald Trump ha preferito tacere, permettendo tuttavia che gli ingranaggi della transizione cominciassero a girare.

Tre settimane dopo le elezioni, con due tweet pubblicati attorno alle 18 americane di lunedì, Donald Trump ha ringraziato per l’impegno e la dedizione la funzionaria dell’amministrazione incaricata di firmare le pratiche burocratiche e autorizzare il trasferimento di fondi federali al transition team di Joe Biden, ha denunciato le minacce che lei e la sua famiglia avrebbero subito, e le ha raccomandato di portare avanti i protocolli iniziali: tutto senza ammettere la sconfitta, ma promettendo anzi di continuare la sua battaglia. Da oggi, però, Biden non avrà solo accesso ai fondi federali, ma riceverà anche i briefing sulla sicurezza nazionale destinati alla Casa Bianca.

«Voglio ringraziare Emily Murphy della General Services Administration, che è stata molestata, minacciata e abusata: non voglio che succeda a lei, alla sua famiglia o ai dipendenti della Gsa. La nostra giusta battaglia va avanti, e credo che vinceremo. Tuttavia, nell’interesse del Paese, raccomando a Emily e alla sua squadra di fare ciò che va fatto», ha scritto Trump, aggiungendo qualche ora dopo un terzo tweet, prontamente segnalato da Twitter, con cui ha provato immediatamente a fare un passo indietro denunciato brogli ancora una volta senza portare prove. Passata la notte, ha aggiunto infine un quarto tweet in retromarcia: «Ricordatevi, la Gsa è stata fantastica ed Emily Murphy ha fatto un grande lavoro», ha scritto, «ma non sono loro a stabilire chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti».

Trump era però ormai con le spalle al muro. Il suo team legale ha perso un trentina di ricorsi presentati nei tribunali degli Stati in cui lo scarto fra i due candidati era ridotto: l’ultimo proprio ieri in Pennsylvania, dove Biden ha vinto di 80 mila voti e in ballo c’erano 8 mila schede postali. Alla fine, la squadra legale ha anche allontanato l’avvocatessa Sidney Powell che sosteneva senza prove — venendo smentita persino dai commentatori conservatori più trumpiani, come Tucker Carlson — una congiura di Cina e Venezuela per manomettere il software usato per votare, il Dominion Voting System, e dare la vittoria a Joe Biden.

Le ultime speranze sono naufragate ieri, quando lo Stato del Michigan — dove Trump ha perso di circa 150 mila voti e dove il board elettorale, composto da 2 democratici e 2 repubblicani, si era spaccato durante le operazioni — ha alla fine certificato il risultato delle elezioni con 3 voti favorevoli e un’astenuta, ovvero Norm Shinkle, la funzionaria repubblicana che nei giorni scorsi aveva fatto marcia indietro denunciando di essere stata intimidita dai democratici e che il presidente aveva chiamato. A quel punto, dopo il riconteggio in Georgia e la certificazione ormai vicina in Pennsylvania, per Donald Trump non c’era più nessuna strada possibile per arrivare a 270 voti elettorali a colpi di sentenze, e ribaltare nei tribunali l’esito delle elezioni.

La decisione, però, non l’ha presa lui. È stata proprio la sua fedelissima Emily Murphy a dare il via alla transizione, dopo aver osservato «gli sviluppi recenti sulle battaglie legali e la certificazione dei risultati»: lo ha rivelato lei stessa in una lettera indirizzata al presidente eletto Biden e ottenuta da Cnn. «Ho preso la mia decisione indipendentemente, basandomi sulla legge e sui fatti disponibili», ha scritto Murphy, spiegando di non aver ricevuto pressioni e di non aver voluto scavalcare il processo costituzionale.

Già quel terzo tweet — e poi il quarto arrivato al risveglio — lasciava intendere che a spingere Trump verso il passaggio di consegne siano state le pressioni del partito e dei suoi consiglieri più fidati, a cominciare dal capo dello staff Mark Meadows, dagli avvocati Pat Cipollone e Jay Sekulow, dalla figlia Ivanka e dal genero Jared Kushner, che già nelle scorse settimane avevano «autorizzato» lo stratega conservatore Karl Rove a pubblicare un’opinione sul Wall Street Journal in cui invitava il presidente ad «andare avanti».

Non c’è bisogno di pronunciare la parola «concedere», gli avrebbero detto tutti, ma è arrivato il momento di cominciare il processo. «A un certo punto le elezioni 2020 dovranno finire», aveva dichiarato in mattinata la senatrice conservatrice della West Virginia Shelley Moore Capito, unendosi all’ormai folto gruppo dei dissidenti che comprendeva anche decine di amministratori delegati di grandi aziende americane che sempre ieri hanno chiesto all’amministrazione di facilitare la transizione. Nonostante in principio avesse sostenuto la battaglia di Trump invitando a «contare tutti i voti legali» ma senza denunciare frodi, del resto, il fronte repubblicano nel frattempo si era incrinato: in molti, persino figure di spicco come l’ex governatore del New Jersey Chris Christie e quello del Maryland Larry Hogan avevano dichiarato che fosse arrivato il momento di ammettere la sconfitta.

Se in principio i leader repubblicani dovevano trovare un equilibrio fra la narrativa del presidente e le responsabilità del partito per non danneggiare la propria credibilità con gli elettori in mano a Trump, come ci aveva spiegato un influente membro del Grand old party che preferiva restare anonimo, ormai però il piano di Trump — ovvero ritardare il più possibile la certificazione del conteggio per far scegliere i grandi elettori ai parlamenti statali a maggioranza conservatrici, ribaltando così il risultato — cominciava a spaventare persino i trumpiani più accesi, che lo definivano (non più off the records) un’idea vergognosa e pericolosa.

La verità è che Trump sta guadagnando tempo per continuare a chiedere donazioni, un po’ per ripagare i debiti della campagna elettorale e in parte per finanziare ricorsi e riconteggi. Più in profondo, però, il presidente uscente non ha ancora ammesso la sconfitta, neanche con se stesso: come ci ha raccontato l’analista di Cnn Brian Stelter, il suo brand è troppo legato a un’idea di successo — vera o presunta — per potersi macchiare di una sconfitta. «Se perdesse le elezioni e venisse marchiato come un perdente», si domandava Stelter, autore del libro Inganno sul rapporto fra Trump e Fox News (pubblicato in Italia da Nr Edizioni), il suo brand sarebbe ancora accattivante».

Corriere della Sera, 24 novembre 2020

Le altre due nomine di Joe Biden per ricostruire il dipartimento di Stato

Un altro stretto alleato del presidente eletto Joe Biden sarà nominato domani consigliere per la sicurezza nazionale: si tratta di Jake Sullivan, 43 anni, che ricoprì lo stesso ruolo durante il secondo mandato da vicepresidente di Biden, subentrando proprio a Blinken, e in precedenza aveva lavorato al dipartimento di Stato con Hillary Clinton, a cui era molto vicino. Blinken e Sullivan, spiega il New York Times, sono buoni amici con una comune visione del mondo e hanno spesso contribuito a indirizzare le opinioni del presidente eletto in materia di politica estera. Nativo del Minnesota, Sullivan ha insegnato alla scuola di legge di Yale e a Dartmouth e, negli ultimi mesi, ha collaborato a un progetto del Carnegie Endowment for International Peace che aveva l’obiettivo di resettare la politica estera attorno alle necessità della classe media americana.

Biden dovrebbe nominare poi Linda Thomas-Greenfield, 68 anni, ambasciatrice alle Nazioni Unite. Nata in Louisiana, Thomas-Greenfield ha lavorato per 35 anni al dipartimento di Stato, ed è esperta di affari africani: ha ricoperto incarichi in Svizzera, Pakistan, Kenya, Gambia, Nigeria e Giamaica ed è stata ambasciatrice in Liberia durante l’amministrazione Obama. Era stata licenziata al quinto giorno di presidenza da Trump, durante le «purghe» — termine usato dal Los Angeles Times, ma non solo — del dipartimento di Stato: chiamata da Biden a capo della squadra di transizione di Foggy Bottom, è un simbolo della campagna di ricostruzione del dipartimento pianificata dal futuro presidente, che sta richiamando in servizio molti dei funzionari mandati a casa da Trump. Biden restituirà inoltre alla carica il ruolo ministeriale che Trump aveva eliminato, dando a Thomas-Greenfield un posto nel consiglio per la sicurezza nazionale.

Corriere della Sera, 23 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

Le doti segrete di Antony Blinken

Prima di entrare al dipartimento di Stato nel 1993, Blinken sognava di fare il giornalista, oppure il produttore cinematografico. Invece si ritrovò a scrivere i discorsi di politica estera per Bill Clinton. Oggi, però, il nuovo segretario di Stato porta una rottura con la tradizione recente. Innanzitutto ha due figli piccoli, ed è la prima volta nella storia moderna che una persona con il suo incarico si trova a dover coniugare la politica estera del Paese e gli impegni di lavoro — nei suoi quattri anni a capo del dipartimento Hillary Clinton effettuò 77 viaggi all’estero e visitò 239 Paesi, alcuni più volte ovviamente — con la vita familiare: possiamo ipotizzare che sarà un segretario di Stato più operativo e meno di rappresentanza, ma chissà.

Per capire meglio il personaggio bisogna tuttavia guardare al suo background familiare, descritto molto bene da questo vecchio articolo di Jason Horowitz (oggi corrispondente da Roma per il New York Times ma al tempo al Washington Post). Il padre Donald era un gigante del venture capital newyorkese, che la madre Judith, impresaria della danza e mecenate dell’arte, lasciò per l’avvocato Samuel Pisar, sopravvissuto ad Auschwitz e Dachau per diventare uno dei più famosi avvocati del pianeta. Al seguito della mamma e del patrigno, il giovane Blinken si ritrovò a crescere a Parigi, dove suonava in complessi jazz e a parlare d’arte e politica con le persone che frequentavano la sua famiglia: fra gli altri Leonard Bernstein, John Lennon, Mark Rothko, Valéry Giscard d’Estaing, Abel Ferrara e Christo.

Ancora oggi Blinken suona la chitarra e canta — classic rock e R&B — in alcune band «studio only», ovvero da sala prove, — i Cash Bar Weddings e i Big Lunch, ma anche in altre che tengono concerti di beneficienza — insieme all’ex portavoce della Casa Bianca Jay Carney, allo scrittore Dave mcKenna e al giornalista del New York Times David Segal: ha un profilo su Spotify, con il nome Ablinken e 53 ascoltatori mensili. «È un buon cantante», dice di lui McKenna, ma soprattutto ha saputo costruirsi una carriera passo dopo passo, anche imparando a smussare gli angoli del proprio carattere per sopravvivere in un settore dominato dall’ego.

«Tony Blinken è una superstar, e non si tratta di un’iperbole», sosteneva Joe Biden nell’articolo del Post: era il 2013, e l’allora vicepresidente raccontava che «dopo quattro anni lavoro Barack Obama si è accorto di lui, e me lo ha rubato. Può fare qualsiasi lavoro, qualsiasi». All’epoca era stato promosso vice consigliere per la sicurezza nazionale e, come notava lo stesso Horowitz, sembrava una posizione junior ma non lo era affatto: aveva una grande influenza sull’agenda del presidente. A gennaio 2021 diventerà il segretario di Stato.

Corriere della Sera, 23 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

La ricostruzione del dipartimento di Stato

L’amministrazione Trump ha avuto l’effetto di una mareggiata sul dipartimento di Stato: durante i suoi quattro anni di governo, il presidente uscente ha stracciato accordi internazionali in vigore, indebolito alleanze durature e, soprattutto, mandato a casa centinaia di funzionari di ogni ruolo e grado, spesso senza rimpiazzarli. «I posti vuoti al dipartimento di Stato aumentano i rischi per la sicurezza del Paese», scriveva a marzo dello scorso anno Foreign Policy, spiegando che Trump aveva imposto un blocco della assunzioni per un anno e mezzo che, insieme ai tagli del budget, aveva amplificato un problema cronico per il dipartimento che si occupa della politica estera americana: per mesi, in alcuni casi anni, l’amministrazione Trump ha lasciato in sospeso nomine di funzionari e ambasciatori, alterando le relazioni diplomatiche degli Stati Uniti.

Durante il suo mandato, al dipartimento di Stato sono scomparsi circa 1.500 posti di lavoro. Donald Trump ha però ottenuto notevoli successi in politica estera, in particolare con gli accordi di Abramo in Medio Oriente – e a questo proposito oggi c’è un nuovo, importante sviluppo che ci racconta Guido Olimpio – e con la svolta decisa impressa ai rapporti con la Cina. Lo ha fatto, però, a suo modo: travolgendo tutto quello che c’era prima.

A luglio, infatti, un rapporto preparato dai democratici per la commissione affari esteri del Senato parlava di «decimazione del dipartimento di Stato» e di «un’America meno presente e meno efficace» sullo scacchiere globale. Per questo le prime nomine al dipartimento di Stato del presidente eletto Joe Biden – che la commissione affari esteri l’ha diretta tre volte prima di diventare vicepresidente – assumono grande rilevanza, in particolare per l’Europa, e aiutano a immaginare le traiettorie di questa nuova amministrazione che entrerà in funzione il 20 gennaio.

Dando la notizia del prossimo segretario di Stato, Antony Blinken, di cui ci parleranno Giuseppe Sarcina da Washington e Stefano Montefiori da Parigi, il New York Times ha parlato di «un difensore delle alleanze globali»: dopo la mareggiata, quindi, per gli Stati Uniti sembra arrivato il momento di ricostruire i ponti.

Corriere della Sera, 23 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

Coronavirus, New York chiude le scuole dopo 8 settimane per contenere i contagi

New York ha deciso di chiudere le scuole a partire da giovedì 19 novembre. Già nel weekend Bill de Blasio — il primo sindaco di una grande città americana a riaprirle, a fine settembre — aveva invitato i cittadini a prepararsi nuovamente alla didattica a distanza, visto che l’indice di positività medio settimanale si stava avvicinando al 3%, la soglia massima stabilità in estate dalle autorità sanitarie per tenere aperte le classi e che per giorni ha tenuto appesi insegnanti, studenti e genitori. Alla fine, la soglia è stata superata mercoledì e il distretto scolastico più grande del Paese — 1,1 milioni di studenti e 1.800 scuole — è stato costretto a chiudere dopo appena 8 settimane. «Oggi è un giorno difficile, ma è una situazione temporanea», ha commentato mercoledì il primo cittadino in conferenza stampa. «Le nostre scuole torneranno», ha aggiunto, specificando però che ci vorrà almeno un mese.

In estate la città aveva contenuto il livello di contagio, tuttora piuttosto basso rispetto alle regioni più colpite del Midwest, ma nelle ultime settimane non è riuscita a fermare la ripresa della pandemia. L’aumento dei casi non era dovuto alla riapertura delle scuole, ma da giorni si temeva che l’indice di positività avrebbe superato il 3%, con il terrore dei genitori che per otto mesi avevano sperato nella riapertura delle scuole e che mercoledì — in poche ore — hanno dovuto cercare una soluzione per poter andare al lavoro il giorno successivo. A pagare le conseguenze saranno soprattutto le fasce più povere della popolazione: sono circa 114 mila gli homeless student, i ragazzi che soltanto a scuola ricevono pasti e servizi sanitari.

Come scrive il New York Times, la chiusura delle scuole indica che la seconda ondata della pandemia è davvero arrivata a New York — che a marzo era stata uno degli epicentri globali — e che la città ora entra in una nuova fase della battaglia. Il ritorno in classe degli studenti era stato un «lampo di normalità in un periodo buio», ha scritto il quotidiano newyorkese: i ristoranti e le palestre operano a capienza ridotta da un paio di mesi, ma i teatri sono ancora chiusi e gli uffici vuoti e i mezzi di trasporto pubblico rischiano un taglio drastico se non dovessero arrivare aiuti federali.

Corriere della Sera, 19 novembre 2020

Barack batte Michelle (ma non Harry Potter)

L’autobiografia di Barack Obama ha venduto 890 mila copie nelle prime 24 ore soltanto negli Stati Uniti e in Canada: è un record – almeno per il colosso dell’editoria Penguin Random House – che potrebbe permettere a «Una terra promessa» di diventare il memoir presidenziale più venduto della storia moderna.Dopo anni di prese in giro (benevole), l’ex presidente ha superato così anche la moglie Michelle, che aveva consegnato in tempo ed aveva ottenuto un successo planetario: nel 2018 la sua autobiografia «Becoming» riuscì a vendere 725 mila copie in Nord America nel primo giorno, arrivando poi a oltre 10 milioni in tutto il mondo.

Bill Clinton, con la sua autobiografia «My Life», arrivò a 400 mila copie (3,5 milioni totali), George W. Bush con «Decision Points» si fermò a 220 mila il primo giorno, toccando poi i 4 milioni. I numeri di Obama confermano tuttavia la scelta di Crown, il marchio di Penguin che le ha pubblicate e che nel 2016 si aggiudicò i due libri per circa 60 milioni di dollari. «Siamo entusiasti di questo primo giorno», ha commentato l’editore di Crown David Drake. «Le vendite riflettono l’entusiasmo diffuso che i lettori hanno mostrato per le anticipazioni di questo libro scritto straordinariamente bene».

Il record assoluto è tuttavia irraggiungibile: se lo conquistò nel 2007 l’ultimo libro della saga di Harry Potter – «Harry Potter e i doni della morte», il settimo libro pubblicato da J.K. Rowling – che riuscì a vendere 8 milioni di copie nelle prime 24 ore.

Corriere della Sera, 19 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)