La bandiera ucraina piantata sulla riva orientale del Dnipro, i russi spingono nel Donbass

Sul taccuino militare segnali sparsi, con mosse dell’Ucraina sulla riva orientale del Dnipro e l’analisi dello spionaggio americano sull’andamento della crisi.

L’unità speciale ucraina Karlson ha compiuto un’incursione a bordo di gommoni lungo il fiume che nel sud di fatto divide i due schieramenti. I commandos sono sbarcati sulla sponda sinistra ed hanno innalzato la loro bandiera su una gru. Un’azione di sfida che serve anche come test per saggiare la zona. Un replay di quanto avvenuto nella penisola di Kinburn, a ovest di Kherson, con un sbarco di forze maggiore, manovra sulla quale sono circolate notizie contrastanti. La resistenza ha continuato a bersagliare da distante gli avversari che si sono attestati a 20-30 chilometri dal corso d’acqua. Gli invasori hanno invece ridato vigore agli attacchi nelle regioni orientali, segnalati bombardamenti intesi attorno a Kharkiv, Kramatorsk e Donetsk. Da tenere d’occhio le condizioni meteo: in alcune aree domina il fango ma in altre il terreno è ghiacciato e questo potrebbe agevolare l’intervento dei corazzati.

Intervenendo al Reagan Defense Forum a Simi, California, la direttrice dell’intelligence americana Avril Haines ha offerto alcuni spunti, valutazioni comunque caute.

1) I contendenti combattono ma intanto riorganizzano per riprendere l’iniziativa con maggiore vigore.

2) Gli occupanti consumano un alto numero di munizioni d’artiglieria (20 mila al giorno, secondo il Pentagono) e l’industria nazionale non riesce a tenere testa alla domanda. Infatti Mosca si è rivolta ad «amici» all’estero (la Nord Corea?). Aggiungiamo che anche la Nato ha un problema di scorte/forniture, Washington ha appena firmato contratto per la realizzazione di altri Himars e la Germania spedirà altri 7 Gepard con cannoncini anti-aerei (molto efficaci) ma saranno disponibili solo in primavera.

3) Washington è abbastanza ottimista sulle prospettive dell’Ucraina.

4) Il Cremlino è rimasto sorpreso dal comportamento delle truppe nella prima fase dell’invasione, ora il leader è consapevole della sfida che lo attende anche se non è chiaro fino a che punto abbia un quadro preciso.

A questo proposito sarà interessante vedere se realmente Vladimir Putin deciderà di compiere una visita nel Donbass. Il suo portavoce, Dmitri Peskov, ha parlato di questa ipotesi, un viaggio che avrebbe un significato anche politico per ribadire l’importanza nel controllo delle aree occupate. Intesa l’attività parallela di alti funzionari. Il ministro della Difesa Shoigu è volato a Minsk per firmare un nuovo accordo militare con la Bielorussia, Paese che svolge ruolo di retrovia e costringe Kiev a stare in guardia. Secondo alcune fonti, sarebbe attivo da tempo un centro riservato ai mobilitati russi nella località di Lyepyel. Il vice ministro della Difesa Alexander Fomin, invece, è stato a Teheran per colloqui con i vertici militari, contatti che riportano l’attenzione sulla vendita da parte dell’Iran di droni e missili.

Corriere della Sera, 4 dicembre 2022

Addio, Iowa: i democratici votano per cominciare le primarie dal South Carolina

Addio, Iowa, così poco rappresentativa della società americana eppure per cinquant’anni così influente sulla sua politica. La commissione regolatrice del partito democratico ha votato venerdì per togliere allo Stato del Midwest il ruolo che deteneva dal 1972 di «first in the Nation», primo a votare nelle primarie per le elezioni presidenziali e per questo capace di indirizzare la scelta del candidato, lanciando a volte sorprese come successe nel 2008 con Barack Obama. Solo che l’Iowa è troppo bianco, rurale e conservatore, mentre i leader del partito, con in testa Joe Biden, volevano cambiare il calendario — per la prima volta in quasi 15 anni — e fare in modo che rappresentasse un elettorato più diverso e variegato, come è ormai quello democratico.

E così nel 2024 — se l’assemblea del partito lo confermerà, come pare ormai certo, con un altro voto in programma a inizio anno — il grande carrozzone elettorale americano partirà il 3 febbraio dalla South Carolina, Stato del Sud con un’ampia comunità afroamericana, decisiva due anni fa nel rilanciare la candidatura di Joe Biden grazie all’endorsement dell’influente deputato locale Jim Clyburn. «Non ho chiesto di essere il primo, è stata un’idea del presidente», ha commentato Clyburn dopo il voto della commissione regolatrice, che è sembrato quasi un atto di riconoscenza di Biden per la vittoria del 2020. «Sa quello che la South Carolina ha fatto per lui, e lo ha dimostrato ripetutamente, portandole rispetto».

Le primarie dovrebbero proseguire poi in quattro «swing states», Stati in bilico che da soli possono indirizzare l’esito del voto. Tre giorni dopo il South Carolina si voterà infatti in Nevada, che ha un’ampia fetta della popolazione di origine ispanica, e in New Hampshire, a stragrande maggioranza bianca e tradizionalmente il secondo del calendario. Poi toccherà alla Georgia, che ha una forte comunità nera e un grande peso politico, e al Michigan, bianco, operaio e spesso decisivo alle presidenziali.

Quella a cui stanno lavorando i democratici è, di fatto, una rivoluzione, ma Iowa e New Hampshire sostengono che — stando alle loro leggi statali — dovranno restare loro i primi a votare e per questo promettono di dare battaglia. Per cinquant’anni, del resto, il «campaign trail» americano è stato aperto dai caucus dell’Iowa, una sorta di assemblea di condominio con gli elettori che si riuniscono in scuole, palestre o sale parrocchiali e votano in modo bizzarro sotto l’occhio di giornalisti arrivati da tutto il mondo per assistere al «grande spettacolo della democrazia americana».

L’Iowa, si è detto per mezzo secolo, contribuiva a lanciare o spezzare le ambizioni dei politici: qui sono inciampati negli anni pezzi da novanta come Jeb Bush, Mitt Romney, Hillary Clinton o John Edwards, e sono decollati outsider come Obama, Pete Buttigieg o Mike Huckabee. Che fosse per un camioncino carico di schede elettorali mangiato dalla notte in una pianura innevata — storia vera, anno 2012 — o per un guasto tecnico che mandava in tilt il sistema — altra storia vera, anno 2020 — ha però quasi sempre fornito i risultati in ritardo. E spesso pure sbagliati. Per scoprire il vincitore era necessario aspettare giorni, a volte settimane: sempre nel 2012 Mitt Romney fu proclamato vincitore delle primarie repubblicane per 8 voti poi, due settimane più tardi, venne annunciata la vittoria di Rick Santorum per 34 schede.

Il «casino totale» di due anni fa, quando l’app che doveva convogliare i risultati dei 1.678 distretti elettorali andò in tilt e ci vollero 25 giorni per certificare i risultati, ha fornito ai democratici l’occasione di riformare il calendario, togliendo i privilegi a uno Stato che per mezzo secolo è stato un epicentro della politica americana, con decine di aspiranti presidenti — e con loro consiglieri, analisti, sondaggisti, giornalisti e cameraman — costretti per mesi a battere le 99 contee dell’Iowa tenendo comizi in diner di provincia, mangiando burro fritto alla fiera statale, incontrando gli elettori in magazzini o poligoni pur di dare slancio alla propria corsa verso la Casa Bianca.

Solo che negli ultimi vent’anni l’America è cambiata. E ora — forse — cambieranno anche le sue abitudini elettorali.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2022

Gli Usa presentano stealth B-21, il bombardiere nucleare sviluppato in gran segreto negli ultimi sette anni

Il Pentagono ha presentato ieri il nuovo bombardiere nucleare stealth B-21 Raider, che il contractor Northrop Grumman ha sviluppato in gran segreto negli ultimi sette anni e che sostituirà gradualmente i primi aerei della Guerra Fredda attorno al 2040. In una cerimonia organizzata all’interno dell’Air Force Plant 42, uno stabilimento di massima sicurezza della multinazionale ma di proprietà del governo americano a Palmdale, a nord di Los Angeles, i vertici militari e di Northrop hanno mostrato per la prima volta al pubblico il bombardiere del futuro, il primo realizzato dagli Stati Uniti in oltre 30 anni. Dopo il passaggio in cielo dei tre bombardieri ancora in servizio — il B-52 Stratofortress, il B-1 Lancer e il B-2 Spirit — dall’hangar è uscito un «pipistrello» grigio e affusolato, matricola 0001, coperto da un telone, illuminato da luci laser blu e accompagnato da una colonna sonora cinematografica. «Non è soltanto un nuovo aeroplano», ha spiegato il segretario alla Difesa Lloyd Austin. «Incarna la determinazione americana a difendere la repubblica che tutti amiamo».

Il B-21 Raider — dedicato ai Doolittle Raiders, i sedici bombardieri capitanati dal tenente colonnello Jimmy Doolittle che condussero l’incursione aerea su Tokyo il 18 aprile 1942, in risposta a Pearl Harbor — rientra nel tentativo del Pentagono di rinnovare le tre gambe della triade nucleare americana, insieme a quella terrestre e quella sottomarina, mentre si trova ad affrontare un cambiamento strategico epocale: dalle campagne di controterrorismo degli ultimi decenni, ora l’obiettivo si è spostato sulla necessità di contrastare la rapida modernizzazione militare cinese. Il nuovo bombardiere è il primo velivolo a lungo raggio con tecnologia di sesta generazione, come la definisce Northrop, che sfrutta connessione, dati e intelligenza artificiale per assistere i piloti in missioni nello spazio aereo nemico: pur essendo di stanza negli Stati Uniti, potrà volare ovunque nel mondo ed essere impiegato ad esempio nel contesto indo-pacifico.

«Il B-21 sembra imponente, ma ciò che c’è sotto il telaio e i rivestimenti è ancora più impressionante», ha affermato Austin, spiegando che il velivolo è un simbolo e rafforza la capacità deterrente dell’America. «Anche i sistemi di difesa aerea più sofisticati faticheranno a rilevarlo nei cieli», ha specificato il capo del Pentagono. «Cinquant’anni di progressi nella tecnologia a bassa osservabilità sono confluiti in questo aereo». L’aereo, ha proseguito Austin, potrà trasportare sia armi nucleari che convenzionali ed è stato costruito con una «architettura di sistema aperta», che consente cioè di incorporare «nuove armi che non sono ancora state inventate».

In pratica, ha chiarito Kathy Warden, amministratrice delegata di Northrop Grumman, «stiamo prendendo tecnologia dal futuro per portarla qui e ora, in questo aeroplano». Il programma — che resta altamente classificato — dovrebbe costare almeno 80 miliardi, con l’aeronautica statunitense che ha in programma l’acquisto di un centinaio di velivoli a circa 700 milioni di dollari l’uno: al progetto lavorano circa 8 mila persone e 400 fornitori dislocati in 40 Stati americani. Il primo volo è previsto per il prossimo anno e, in futuro, il B-21 — di cui per ora esistono sei prototipi in fase di prova al suolo — potrebbe anche essere guidato da remoto. «È una testimonianza», ha detto il segretario alla Difesa, «dei vantaggi duraturi dell’America in termini di ingegno e innovazione».

Corriere della Sera, 3 dicembre 2022

Armi moderne, avanzi di magazzino, vecchi mezzi e triangolazioni: tutti i canali delle forniture all’Ucraina

Armi di livello, residui di magazzino, mezzi in «naftalina», equipaggiamenti moderni e altri vecchi ceduti per averne di nuovi, triangolazioni più o meno segrete. Sono questi i canali attraverso i quali l’Occidente sta aiutando l’Ucraina nella sua lotta all’invasore.

La Germania ha appena annunciato che darà altri sette Gepard, cingolati dotati di doppio cannoncino rivelatisi molto efficaci nel contrastare droni e missili. Si aggiungeranno ai 30 già spediti. Ci vorrà del tempo perché siano a disposizione. I tecnici devono renderli pienamente operativi e saranno nelle mani dei soldati solo in primavera.

Gli Stati Uniti, che hanno avviato un programma massiccio di assistenza, hanno prima pescato nei loro depositi
, ora — come altri — devono badare a scorte e sicurezza nazionale così li ordinano alle industrie. Di nuovo passeranno settimane. L’ultimo caso riguarda le batterie anti-aeree Nasams che dovranno essere costruite mentre il Pentagono ha appena firmato un accordo con la Lockheed Martin con l’obiettivo di accelerare la produzione del lanciarazzi Himars, rivelativi decisivi nel duello a distanza, per rispondere al fabbisogno nazionale e all’alta domanda esterna. Washington in questi mesi ha spedito decine di migliaia di «pezzi», una catena impressionante: oltre agli Himars ha inviato i cannoni M777, gli anti-carro Javelin, gli anti-aerei Stinger, oltre un milione di munizioni da 155 per l’artiglieria pesante, trasporto truppe, fuoristrada. Ma ha anche dato mezzi messi a punto da poco o appena testati: ecco i droni-kamikaze Switchblade e i Phoenix Ghost, al loro battesimo del fuoco.

La lista dei fornitori è chilometrica, l’esercito di Zelensky ha ottenuto molto ma non sempre i militari sono apparsi soddisfatti di quanto ricevuto. Non poteva essere diversamente. All’inizio si è fatto tutto in fretta e sono trascorsi mesi prima che la coalizione riuscisse a migliorare il coordinamento oggi gestito dal centro in Germania. Sempre Berlino ha usato il metodo «circolare»: ha dato corazzati a Slovacchia e Grecia — per citare un paio di esempi — e questi hanno Paesi hanno donato i loro blindati — ormai «stagionati» — all’Ucraina.

Si è anche parlato della cessione da parte della Spagna di alcuni tank Leopard ma l’idea è tramontata — sembra — per le condizioni non ottimali dei carri armati. Al tempo stesso la guerra trincia tutto, usura gli apparati e quindi ogni cosa è utile, infatti entrambi gli schieramenti usano gli anzianissimi T64 (alcuni con dotazioni aggiornate) oppure impiegano droni civili per sganciare granate.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2022

Le spie dello zar nell’ambasciata russa a Budapest

Budapest è uno degli snodi delle spie russe in Europa. Pochi giorni fa, le forze speciali ucraine hanno fermato un uomo al confine con l’Ungheria e hanno scoperto che aveva nascosto una chiavetta Usb nell’ano: conteneva informazioni classificate riguardanti la difesa, i servizi segreti (Sbu), l’intelligence militare (Gur), il movimento Azov, le basi, i depositi. Il compito del «corriere» — un ex dipendente del ministero dell’Interno ucraino — era secondo l’accusa di consegnarla al suo referente, probabilmente un funzionario in servizio con la rappresentanza diplomatica di Mosca nella capitale ungherese. L’ambasciata fa da pilone, ha 56 elementi accreditati, 10 in più rispetto allo scorso anno: può garantire appoggi, logistica e supporto. Per rendere l’idea, a Praga ci sono 6 diplomatici russi, a Varsavia 13, a Bratislava 3. Le spie russe di stanza a Budapest con copertura diplomatica operano molto probabilmente in Paesi limitrofi o in Stati Ue e Nato: in Ungheria possono avere alloggi sicuri, noleggiare auto con targhe locali, scambiare informazioni al riparo da orecchie indiscrete. Il Paese dipende dalle forniture energetiche da parte della Russia, ha margini di manovra ristretti e spesso adotta posizioni per nulla ostili verso il Cremlino, malgrado sia parte della Nato: ha un approccio permissivo verso l’attività di intelligence nemica e boicotta le sanzioni Ue. Budapest si è rifiutata di fornire armi a Kiev e ha fatto resistenza sull’adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza. Sono poi noti i rapporti con Sergey Naryshkin, capo dei servizi russi. Il figlio Andrey ha ottenuto con la famiglia il permesso di residenza ungherese e può spo-starsi nell’Ue. C’è stato un tenta-tivo di revocarglielo ma la mossa è stata bloccata da «influenze» politiche: Andrey Naryshkin ha legami con Antal Rogan, capo di Gabinetto di Viktor Orbán e supervisore per le agenzie di sicurezza. In passato ci sono state infiltrazioni da parte di hacker russi nei sistemi del ministero degli Esteri ungherese, incidenti mai resi pubblici dal governo. C’è il timore che gli agenti possano avere campo libero e sfruttare complicità. Budapest, del resto, rispetto ad altri Stati dell’Ue, non ha espulso gli 007 di Putin. Un segnale evidente.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2022 (pag 3)

L’evoluzione della guerra di trincea in Ucraina: artiglieria precisa e droni per spiare le posizioni

I russi continuano a scavare rifugi, linee elaborate di difesa. Stessa cosa fanno gli avversari. La guerra di trincea ricorda quella del primo conflitto mondiale ma anche il lungo confronto nel Donbass dopo il 2014. Il taccuino quotidiano parte da quest’aspetto per poi tornare al tema forniture.

Le difese

Le condizioni meteo invernali impongono pause e adattamenti. Gli schieramenti, in alcuni settori, privilegiano le protezioni «statiche», non hanno molta scelta. Bunker, nascondigli, camminamenti, postazioni fisse dove i soldati attendono sotto la neve, nel fango. È una tattica che può apparire superata ma che riserva qualche vantaggio. Dipende dalle fasi o dal momento, come sottolineano generali ed esperti. Questi sbarramenti vanno neutralizzati e superati dalla fanteria, missione che comporta un costo in uomini e mezzi. Rispetto alle cariche dissennate verso i reticolati ci sono novità importanti: il tiro più preciso dell’artiglieria, l’utilizzo di droni per spiare le posizioni e condurre attacchi con piccoli ordigni, gli equipaggiamenti migliori. Una volta c’era un moschetto e un elmetto. O poco più. I militari dovevano sfidare i nidi di mitragliatrici che falciavano le ondate umane. Cambiano i tempi, però vale sempre il concetto di scudo e lancia.

Anche i velivoli radiocomandati trovano ostacoli: dal fuoco da terra alle contromisure elettroniche. Un rapporto britannico sostiene che la sopravvivenza di questi mezzi è ridotta ad un numero esiguo di voli, il rischio che vengano abbattuti è alto. Gli osservatori lo hanno detto più volte: il generale Surovikin, comandante delle operazioni russe, ha interesse a «tenere» mentre schiera i riservisti. Crea densità sul terreno, preme dove riesce, come a Bakhmut, cerca piccoli successi. Nel confronto c’è poi la componente psicologica, il morale. È dura per chi è attestato nel fossato, in spazi angusti e «selvaggi»: ci sono il freddo, il cibo precario, le bombe dei nemici, l’attesa di un cambio, le divise fradice, le munizioni che non bastano. Le truppe di Mosca e Kiev — più le seconde che le prime — hanno già «provato» queste situazioni difficili negli anni scorsi, i veterani sono consapevoli ma oggi si trovano al loro fianco elementi meno esperti. E comunque l’esperienza è severa per tutti.

Le forniture

Le necessità di Kiev cambiano a seconda delle mosse avversarie. All’inizio la priorità andava a armi anti-carro e cannoni a lunga gittata, ora serve aumentare l’ombrello anti-aereo per tutelare le città e le infrastrutture diventate il bersaglio privilegiato dei raid della Russia. Gli Usa hanno spedito molto materiale e hanno appena annunciato un contratto con la Raytheon per la fornitura di sistemi Nasams. Il passo successivo coinvolge gli alleati. Washington cerca di convincere Paesi amici a cedere alcuni dei loro Nasams a Kiev. Attualmente questo modello è in dotazione a Ungheria, Lituania, Olanda, Norvegia, Spagna, Oman, Australia, Indonesia, Finlandia, Cile. L’iniziativa affianca i contatti con i governi europei/occidentali chiamati a rispondere all’appello: l’Italia potrebbe dare gli Aspide. Continua intanto ad allargarsi il piano di training. La Repubblica Ceca ha varato un programma di addestramento di 4 mila soldati ucraini da portare avanti nel 2023, con un corso di 5 settimane.

Corriere della Sera, 2 dicembre 2022

Ungheria, la rete delle spie russe gestita dall’ambasciata di Mosca a Budapest

Budapest è uno degli snodi delle spie russe in Europa. Lo rivelano dettagli operativi minimi quanto «curiosi» e la cornice che li racchiude. Un’interessante inchiesta di Balkan Insight ha messo insieme i tasselli sul network.

Pochi giorni fa, le forze speciali ucraine hanno fermato un uomo al confine con l’Ungheria e hanno scoperto che aveva nascosto una chiavetta Usb nell’ano. Era piena di informazioni classificate riguardanti la difesa, i servizi segreti (Sbu), l’intelligence militare (Gur), il movimento Azov, la 72esima Brigata, le basi, i depositi. Il compito del «corriere» — un ex dipendente del ministero dell’Interno ucraino — era secondo l’accusa di consegnarla al suo referente, probabilmente un funzionario in servizio con la rappresentanza diplomatica di Mosca nella capitale ungherese.

Nel rapporto del sito sono indicati i punti di forza di un legame profondo.

Primo. L’ambasciata fa da pilone, ha 56 elementi accreditati, 10 in più rispetto allo scorso anno: può garantire appoggi, logistica e supporto. Per rendere l’idea, a Praga ci sono 6 diplomatici russi accreditati, a Varsavia 13, a Bratislava 3. Le spie russe di stanza a Budapest con copertura diplomatica operano molto probabilmente in Paesi limitrofi o in Stati membri di Ue e Nato: in Ungheria possono però avere alloggi sicuri, noleggiare auto con targhe locali, scambiare informazioni al riparo da orecchie indiscrete. È già successo più volte in passato.

Secondo. Il Paese dipende dalle forniture energetiche da parte della Russia, ha margini di manovra ristretti. E spesso adotta posizioni per nulla ostili verso il Cremlino malgrado sia parte della Nato: ha un approccio permissivo all’attività di intelligence nemica e boicotta le sanzioni europee. Budapest si è rifiutata inoltre di fornire armi a Kiev e ha fatto resistenza sull’adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza.

Terzo. Sono noti i rapporti personali con Sergey Naryshkin, capo dei servizi russi. Il figlio Andrey ha ottenuto insieme alla famiglia il permesso di residenza ungherese grazie alla cosiddetta «golden visa» e può spostarsi anche nell’Unione Europea. C’è stato un tentativo di revocargli il permesso ma la mossa è stata bloccata da «influenze» politiche. I giornalisti investigativi ricordano, a questo proposito, i legami di Andrey Naryshkin con Antal Rogan, capo di Gabinetto del presidente Viktor Orbán e supervisore per le agenzie di sicurezza e il controspionaggio.

Quarto. Ci sono state infiltrazioni da parte di hacker russi nei sistemi di comunicazione del ministero degli Esteri ungherese, incidenti mai resi pubblici dal governo ungherese. C’è il timore che gli agenti possano avere campo libero e sfruttare complicità. Balkan Insight sottolinea come Budapest, rispetto ad altri Stati dell’Ue, non abbia espulso gli 007 di Putin. Un segnale evidente.

La rete europea

Anche Bruxelles «è piena di spie», come ha raccontato questa mattina un approfondito articolo di Politico Europe. Nella «capitale» dell’Unione europea convivono 26 mila diplomatici registrati — ognuno dei quali è una potenziale spia al servizio di un governo straniero, per di più con un passaporto diplomatico che ne garantisce l’immunità — e centinaia di obiettivi: oltre alle istituzioni europee e alla Nato, hanno sede a Bruxelles circa 100 organizzazioni internazionali e 300 missioni diplomatiche.

Secondo una stima dell’intelligence belga, in alcune ambasciate anche il 10 o il 20 per cento del personale registrato potrebbe operare sotto copertura, ma anche i lavori accademici o nei think tank offrono uno schermo, contatti, opportunità. A facilitare il lavoro degli 007 — in particolare quelli russi e cinesi, molto attivi: nel 2019 è stato chiuso l’istituto Confucio di Bruxelles, ad esempio — è anche l’assenza di un’agenzia di intelligence europea che coordini i servizi dei 27 Stati membri, nota Politico, oltre che i pochi fondi destinati al controspionaggio. Intanto, entro il 2024, il Belgio raddoppierà gli agenti impegnati nella caccia alla spia: diventeranno un migliaio.

Gli aiuti

Per ora è un progetto in corso di valutazione, ma può diventare realtà. Il Pentagono è pronto ad addestrare 2.500 soldati ucraini al mese nella base statunitense di Grafenwoehr, in Germania. La novità è nei dettagli: il training riguarda tecniche individuali e soprattutto la capacità di condurre manovre a livello di reparto, integrate con l’aviazione e l’artiglieria. Un gradino superiore di preparazione, un intervento per superare alcune carenze dell’esercito di Zelensky.

Attualmente gli americani hanno avviato corsi per gruppi di militari legati a certi tipi di armi, mentre un piano è coordinato dalla Gran Bretagna con l’aiuto di altri alleati e un terzo è stato annunciato dall’Ue. Il senso è sempre quello di un’assistenza di lungo termine. Una fonte citata dalla Cnn ha aggiunto che l’iniziativa americana avrebbe però un peso specifico e una qualità superiore rispetto a quella portata avanti dai partner atlantici.

Washington, intanto, ha firmato un contratto di 1,2 miliardi di dollari con la Raytheon per la fornitura a Kiev di sei sistemi anti-aerei Nasams (ogni batteria è composta da più lanciatori). L’intesa ha due aspetti: rafforzamento dello scudo e ricorso a mezzi che devono essere prodotti, senza intaccare dunque le scorte nazionali. La Nato ha il problema dell’enorme consumo di mezzi, munizioni, proiettili consumati dall’Ucraina, quindi deve fare bene i conti.

Corriere della Sera, 1 dicembre 2022

Ucraina, così la Finlandia promette di aiutare la resistenza di Kiev ad affrontare l’inverno

Il presidente finlandese Sauli Niinisto ha seguito le esercitazioni militari e ha trascorso una notte in tenda con i soldati. L’appuntamento a Nurmes, non lontano dal confine russo, è servito anche per rinnovare il supporto all’Ucraina: oltre agli equipaggiamenti già promessi per affrontare i prossimi mesi di freddo e gelo, Helsinki è pronta a dare consigli ed addestrare i militari di Kiev su come condurre le operazioni invernali. Lo ha confermato anche la premier Sanna Marin in trasferta in Nuova Zelanda, promettendo «hard power» per difendere l’Ucraina. I finlandesi del resto hanno esperienza lunghissima e tradizione. I russi — con cui condividono una frontiera di 1.340 chilometri — lo hanno imparato a loro spese nelle tre guerre combattute tra il 1918 e il 1944, che pure sono costate alla Finlandia 120 mila morti e il 10% del proprio territorio: quella civile, quella d’inverno e quella di continuazione.

Da allora diffidano del vicino russo. La prossima estate inizieranno i lavori per costruire una recisione che correrà per 200 chilometri lungo il confine, in modo da prevenire minacce ibride come quelle registrate in Polonia, Lettonia e Lituania. Anche le generazioni più giovani, del resto, non dimenticano la Storia e si preparano costantemente a ogni evenienza. Per questo un Paese con 5,5 milioni di abitanti ha un esercito di 12 mila unità che in tempo di guerra può contare su 290 mila soldati. Un terzo della popolazione adulta, circa 900 mila persone, ha ricevuto un addestramento militare e due volte all’anno viene organizzata una grande esercitazione sul territorio nazionale: si addestrano a sgomberare una città oppure, come successo qualche anno fa, l’intera Lapponia nord-occidentale — animali compresi — in 48 ore.

È in quest’ottica che a maggio il presidente Niinisto e la premier Sanna Marin hanno presentato la domanda d’adesione alla Nato, precisando che i benefici sarebbero per sì per Helsinki, ma anche per l’intera alleanza: con l’ingresso della Finlandia, potrebbe contare su un esercito forte per proteggere il fianco Est, quello più vicino alla Russia e quindi più a rischio. Alla base della domanda d’adesione c’era la preparazione e il pragmatismo rivendicato dai finlandesi. «Noi osserviamo le cose con la prospettiva dei 100 anni», ci aveva spiegato il ministro degli Esteri Pekka Haavisto. «Guardiamo 100 anni indietro e 100 verso il futuro». Proprio oggi, ha dichiarato Haavisto, l’Ungheria ha promesso di ratificare a febbraio la domanda di ammissione di Finlandia e Svezia, scatenando la reazione di Mosca. «Il loro ingresso nella Nato accelererà la militarizzazione della regione Artica», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. La Turchia, pur avendo fatto registrare dei progressi, non ha invece ancora stabilito una data per ratificare la doppia domanda di ammissione.

In Ucraina, intanto, il presidente Volodymyr Zelensky nel suo ultimo messaggio notturno ha messo in guardia su nuove mosse da parte dei russi: a oriente la situazione è difficile — ha riconosciuto — e a sud potrebbero esserci sorprese da parte degli invasori. Al centro delle notizie resta sempre la compagnia di sicurezza russa Wagner. Gli Usa potrebbero «classificare» la società come gruppo terroristico, in questo modo — scrive Bloomberg — sarebbe possibile varare sanzioni ed eventuali confische di beni all’estero. Si tratterebbe soprattutto di un atto simbolico per accentuare la pressione sulla formazione di mercenari.Secondo informazioni raccolte dal sito Daily Beast, inoltre, la «ditta» avrebbe iniziato a reclutare elementi in Centrafrica: sarebbero dei detenuti, ribelli catturati durante le azioni anti-guerriglia.

Corriere della Sera, 30 novembre 2022

Ucraina, la Nato invia generatori e trasformatori per l’emergenza energetica

La coalizione filo Ucraina risponde alla campagna di bombardamenti russi con nuovi aiuti. E insieme alle armi si preoccupa su come fronteggiare l’emergenza elettricità provocata dalla distruzione sistematica delle infrastrutture.

Gli aiuti

I ministri degli Esteri della Nato riuniti a Bucarest, Romania, sono pronti con un piano d’aiuti che permetta a Kiev di ridurre l’impatto di una fase drammatica, con il 40% della rete fuori uso e milioni di civili costretti a vivere in condizioni estreme. Diversi i punti d’azione.

1) Spedizione di generatori: Francia e Germania ne invieranno 100 a testa, 200 dagli Usa, altri garantiti dai partner.

2) Invio di componenti: sono indispensabili i trasformatori, per questo oltre alle forniture dei singoli Stati saranno promossi acquisti sul mercato civile.

3) Finanziamenti diretti agli ucraini, Washington ne ha annunciato uno da 53 milioni di dollari.

4) Sempre l’Alleanza pensa a nuovi «pacchetti» di supporto per munizioni e sistemi anti-aerei. Il vertice romeno, infatti, segue una fase contrassegnata da rapporti sulla riduzione di scorte belliche.

Tutti sparano tanto. E non è certo finita. Il presidente Zelensky ha avvisato: Mosca potrebbe scatenare una nuova ondata di attacchi con missili e droni. Sono stati segnalati concentramenti di bombardieri strategici mentre in Mar Nero sono in movimento unità dotate di cruise Kalibr. Il «disegno» del Cremlino è noto. Usando «l’arma del gelo» vuole creare maggiori difficoltà ai civili, magari scatenando esodi di profughi, e premere sul governo dell’Ucraina. In questi giorni ha fatto notizia una polemica verbale tra il leader e il sindaco della capitale ucraina, con il primo ad accusare il secondo per le misure poco adeguate in supporto dei cittadini.

Operazioni

Sul fronte orientale si segnalano duri combattimenti nella regione di Bakhmut, i russi hanno conquistato qualche villaggio. È una battaglia feroce, le perdite sono pesanti per entrambi gli schieramenti. Gli esperti interpretano l’insistenza di Mosca nel dare l’assalto alla località con la volontà della compagnia di sicurezza Wagner di registrare una vittoria di prestigio. In questa zona sono i mercenari di Evgeny Prigozhin ad avere un ruolo maggiore.

Ancora spie

In aprile le autorità olandesi hanno espulso verso il Brasile uno strano «personaggio»: diceva di chiamarsi Victor Muller Ferreira, di nazionalità brasiliana. In realtà si trattava di Sergei Chersakov, un agente del Gru, i servizi segreti militari russi. Lo avevano infiltrato nel Paese sudamericano dove ha vissuto per un lungo periodo e volevano ripetere l’operazione in Olanda. Missione fallita, anzi neppure cominciata in quanto è stato bloccato non appena è sbarcato dall’aereo ad Amsterdam. È evidente che sapevano chi fosse. Ora Mosca cerca di tirarlo fuori dalla prigione brasiliana con una manovra non proprio inedita. I russi negano che sia una spia e sostengono invece che si tratterebbe di un grosso trafficante di droga, per questo ne chiedono l’estradizione.

Ma il sito investigativo Bellingcat, esaminando le carte ufficiali presentate dalla magistratura moscovita, ha scoperto molte incongruenze. Ne citiamo solo alcune. Le accuse contro Cherkasov sono emerse solo dopo che è stato fermato, quindi un’incriminazione postuma. Il ricercato ha compiuto molti viaggi in Russia, usando nome e cognome, ma non è mai stato bloccato alla frontiera: strano per un latitante di quel calibro. I poliziotti non si sono accorti di nulla? E poi ancora altri «buchi» che sollevano dubbi sulla versione cucinata dai russi. Sempre Bellingcat ricorda che la tattica è stata adottata anche per Artem Uss, figlio di un governatore siberiano, in arresto in Italia dall’Ottobre scorso su richiesta statunitense: avrebbe aggirato l’embargo fornendo tecnologia al Venezuela. Mosca ha inoltrato una richiesta d’estradizione alla nostra magistratura affermando che sarebbe responsabile di riciclaggio.

Ombre

Venerdì un incidente che ha destato qualche attenzione e titoli ad effetto. Vyacheslav Taran, 53 anni, miliardario russo residente a Montecarlo, è morto in un incidente di elicottero tra Eze e Villefranche, in Costa Azzurra. Il velivolo, pilotato da un francese, era partito da Losanna e si schiantato su un’altura. Sembra che un secondo passeggero abbia rinunciato a partire all’ultimo istante. Può essere solo una casualità ma la «cornice» suscita ipotesi. Il procuratore locale non ha escluso una responsabilità «esterna» mentre fonti ucraine hanno affermato, senza offrire prove, che la vittima era collegata all’intelligence di Mosca. Taran, molto noto per aver finanziato programmi di beneficienza, aveva interessi nel campo delle criptovalute. Tante ombre, vedremo se diventeranno altro.

Corriere della Sera, 29 novembre 2022

Svezia, smantellata la rete di spie russe: la doppia esistenza, durata un decennio, di Sergei ed Elena

È vero, alla fine, li hanno scoperti. Però ne è passato del tempo da quando, alla fine degli anni ’90, arrivarono in Svezia da Mosca come una coppia qualsiasi. E, una volta stabilitisi dietro uno schermo di legalità, si tramutarono in «illegali», spie per conto del Gru, il servizio segreto militare russo: pedine con una doppia esistenza bruciate all’alba di qualche giorno fa.

Attorno alle 6 del mattino del 22 novembre, un team di forze speciali si è calato da due elicotteri sulla casa dei «bersagli» nel sobborgo di Nacka, a est di Stoccolma. Un blitz spettacolare giustificato così dalle fonti: dovevano agire in modo rapido per evitare che eliminassero prove buttandole nel wc o distruggendo la memoria di un eventuale pc. Spunti investigativi a completare quanto raccolto dal Sapo — il controspionaggio svedese — e le dritte dell’Fbi americana, coinvolta in una storia scritta dai protagonisti, Sergei Skvortsov e la moglie Elena Koulkova: un caso che ricorda la trama della straordinaria serie tv The Americans e che, soprattutto, è la ripetizione di episodi analoghi avvenuti in Occidente durante (e dopo) la Guerra fredda.

Lui è del 1963, nato a Perm, negli Urali, con studi in campo energetico; lei, di un anno più giovane, è laureata in matematica e cibernetica all’Università di Mosca. Non sappiamo se sono dettagli reali oppure tracce create dai loro superiori, la «leggenda», il passato che gli infiltrati all’estero devono usare nei loro contatti pubblici. Con in tasca quelle referenze, si sono trasferiti nella capitale svedese occupandosi di import-export come di tecnologia. La coppia dormiente ha regolarizzato successivamente la propria posizione grazie all’acquisizione della cittadinanza: la donna nel 2010, il compagno due anni dopo. Tutti passi per rendere sempre più credibile la loro versione di immigrati di livello accolti da una nuova patria ospitale. A confermare il quadretto familiare, poi, è arrivata la nascita di un figlio.

I due hanno abitato prima in appartamento, quindi si sono trasferiti in una villetta, mantenendo un profilo riservato. Gentilezze a distanza verso i vicini ma nessuna confidenza, a protezione della missione primaria: andare a caccia di segreti. Secondo l’accusa sarebbero stati attivati molto tempo dopo il loro arrivo — a partire dal 2013 — avendo come obiettivo sia gli Stati Uniti che la Svezia. E hanno eseguito il proprio compito, commettendo però qualche errore di percorso.

Nel 2005 una delle loro ditte era finita nei guai con il Fisco per presunte irregolarità. Un inciampo che avrebbe potuto avere conseguenze peggiori se il file fosse finito nelle mani del Sapo: anni dopo è emerso che la compagnia faceva parte di un network riconducibile ad una società basata a Cipro e legata ad un russo, Vladimir Koulemekov. Non proprio uno sconosciuto agli 007, essendo stato espulso nel 1981 dalla Francia con il sospetto di spionaggio e finito anche in un report del Senato americano del 1983.

Ancora più interessanti i dettagli svelati dal sito investigativo Bellingcat. La coppia, nel 1999, era diventata proprietaria di un alloggio in un palazzo di Mosca: nello stesso edificio hanno abitato uno degli operativi coinvolti nell’attentato contro l’esule russo Sergei Skripal a Salisbury, in Gran Bretagna, nel 2018 e il generale Andrei Averaniov, considerato il comandante dell’Unità 29155 del Gru, il team incaricato di sabotaggi e omicidi all’estero.

Insomma, casa e lavoro. Ma è stata soprattutto un’imprudenza, dato che il condominio delle spie è stato smascherato. Incomprensibile l’idea di concentrare elementi preziosi in uno stesso luogo. Ma forse ai vertici importa poco, le pedine si sostituiscono e ne hanno tante. La cattura di Sergei ed Elena, infatti, segue l’incriminazione sempre in Svezia di due fratelli d’origine iraniana, Payam e Peyman Kia, arruolati dall’intelligence militare di Putin. Uno di loro aveva fatto parte proprio del Sapo. La volpe era già nel pollaio.

Corriere della Sera, 29 novembre 2022 (pag 16)

Guerra in Ucraina, la linea difensiva del Dnipro: l’ostacolo naturale usato dai russi, che aumentano le difese sul fiume

Le previsioni sono una cosa, la realtà è un’altra. Prima dell’invasione le simulazioni occidentali suggerivano agli ucraini di trasformare il Dnipro in linea difensiva abbandonando il resto dei territori, ciò per evitare di essere stritolati in un’eventuale morsa. Invece sono stati i russi a dover ripiegare dietro l’ostacolo naturale del fiume. In pochi mesi un capovolgimento totale o quasi.

Le difese

Gli osservatori — in particolare quelli dell’americano Institute for the Study of War — segnalano la costruzione di trincee, barriere, punti d’arresto in diverse aree sulla riva orientale, quella dove sono attestati gli occupanti. Un asse taglia fuori, a ovest, la penisola di Kinburn, area dove nei giorni scorsi vi sarebbero state incursioni della resistenza. Altre strutture — composte anche dai celebri denti di drago (blocchi in cemento) — sono state create a tutela delle vie logistiche a est e sud. L’Armata ha adottato le misure per stabilizzare il fronte, controllare meglio il settore con l’arrivo dei riservisti ma anche prevenire un’offensiva nemica. L’Institute for the Study of War ipotizza che l’esercito di Zelensky possa cercare di attraversare il Dnipro per guadagnare nuove posizioni. Le condizioni meteo (gelo, neve, fango) al momento però non sono proprio favorevoli e incombe su tutti il problema rifornimenti.

Gli allarmi

Nell’arco di pochi giorni il New York Times ha rilanciato un cavallo di ritorno: quello delle munizioni e dei mezzi. Un tema per niente nuovo — è già emerso più volte negli ultimi mesi — ma che è riproposto con dettagli. In sintesi. Gli schieramenti consumano colpi d’artiglieria con cadenze insostenibili: 40-60 mila al giorno i russi, 4-7 mila gli ucraini. Non sempre i dati sono uniformi, la forbice è troppo ampia. Quale cifra è giusta? Il punto base però è che i proiettili non bastano e che gli arsenali dell’alleanza si stanno svuotando, 20 dei 30 donatori sono ormai al limite minimo. Da qui la corsa agli acquisti da parte Nato in Sud Corea e ovunque ci siano munizioni da 155 millimetri, le stesse sparate da semoventi e cannoni dati dagli occidentali.

Inoltre c’è l’idea di riattivare vecchie fabbriche in Bulgaria, Slovacchia e Repubblica Ceca in modo che possano garantire quelli da 152 e 122, calibri compatibili con i pezzi di concezione «sovietica» in dotazione all’Ucraina. Sempre il quotidiano sottolinea che il fondo di circa 3 miliardi di euro stanziato dall’Ue per comprare materiale è quasi esaurito mentre le industrie non riescono a tenere il passo. Le fabbriche americane — per dare un parametro — possono garantire 15 mila proiettili al mese. Interessante la «coda» suggerita da ambienti statunitensi: ci sono alcuni governi che potrebbero dare di più e tra questi Germania, Olanda, Italia.

L’usura

L’altro nodo — comune per i belligeranti — è l’usura. Un terzo dei cannoni a lunga gittata dati a Kiev hanno dovuto essere ritirati dal campo di battaglia e riparati. Le loro canne erano ormai consumate. La manutenzione è stata eseguita all’estero, con complicazioni logistiche evidenti, per questo si pensa a creare delle officine con personale addestrate in zone più vicine. Washington studia poi alternative: armi meno costose e delle quali c’è ancora disponibilità nei depositi. È il caso dei Tow anti-tank. Ma non mancano neppure sorprese per il futuro.

La Boeing ha proposto al Pentagono una soluzione che unisce i razzi-vettore a bombe note come Glsdb . Di dimensioni contenute, piuttosto precise, con raggio d’azione di circa 150 chilometri allungherebbero il «braccio» degli ucraini. Tempi di consegna: la primavera 2023. Bisogna però vedere se la Casa Bianca darà luce verde viste le implicazioni «politiche». Gli americani ad oggi si sono rifiutati di dare munizionamento di questo tipo utilizzato dagli Himars per non scatenare la reazione del Cremlino. Gli esperti ribattono che avrebbero un grande impatto perché renderebbero insicure le retrovie e le comunicazioni degli invasori, specie ora che si sono concentrati sulla riva est del Dnipro.

Messaggi

La questione aiuti bellici è certamente ancorata a nodi concreti — lo scenario era stato paventato in mille forme — ma al tempo stesso rappresenta un modo per segnalare che i tempi del conflitto non sono eterni e, come hanno avvertito autorevoli esponenti americani, serve pensare all’opzione negoziale. Un terzo articolo del New York Times dedicato alla battaglia per Bakhmut ha riportato una preoccupazione — anonima — di ambienti del Pentagono: le batterie degli ucraini sparano come se le forniture fossero illimitate ma non è così. Evidente il messaggio.

I cinesi

A chiudere il «taccuino» le indiscrezioni. Un grande aereo cargo AN 124 ha fatto la spola tra Russia e Cina, una navetta per caricare forse elmetti, divise, corpetti anti-proiettile, kit invernali. Gli Stati Uniti non hanno escluso in passato assistenza bellica da parte della Repubblica Popolarestessa cosa per la Nord Corea —, ipotesi negata dai cinesi. Smentire costa nulla. L’intelligence ucraina, invece, ha confermato che Kiev ha ricevuto in forma segreta spedizioni da alcuni Stati. Usato il metodo della triangolazione attraverso Paesi terzi. Un classico d’ogni conflitto.

Corriere della Sera, 28 novembre 2022

La diplomazia dei Mondiali

«Politica e sport sono inevitabilmente intrecciati», ammette oggi l’allenatore americano Steve Sampson che nel 1998 evitò di politicizzare la partita dei mondiali contro l’Iran. Proprio la Coppa del mondo di calcio, fin dalla prima edizione del 1930 in Uruguay, è stata infatti un riflesso della situazione geopolitica globale, rendendo il football un attore della politica internazionale. La scelta stessa del Paese organizzatore è una decisione fortemente condizionata dai governi nazionali e dalle dinamiche internazionali, con profonde ricadute politiche, spiegano Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti nel libro «La diplomazia del pallone», una storia politica dei mondiali uscita per Le Monnier nei giorni scorsi.

Lo abbiamo visto in particolare nelle ultime due controverse edizioni, Russia 2018 e Qatar 2022, assegnate il 2 dicembre 2010 con una decisione sorprendente e contestata, arrivata pochi mesi prima del voto per la rielezione dell’allora presidente della Fifa Sepp Blatter: una doppia assegnazione che «favorì accordi poco trasparenti e corruttele e portò due vincitori a sorpresa», scrivono i due professori dell’Università di Bologna. «In Occidente la vittoria di Putin e quella, inaspettata, degli emiri suscitarono sospetti e polemiche relativi alla subordinazione del calcio mondiale a petrodollari e gasdotto e alla scarsa attenzione al rispetto dei diritti umani».

Dei 24 membri della Fifa che quel 2 dicembre 2010 presero parte alla riunione del comitato esecutivo della Fifa a Zurigo, 16 sono stati in seguito sospesi, arrestati, incriminati per tangenti oppure squalificati a vita. In seguito a quel voto – e all’era della «globalizzazione della Coppa» voluta da Blatter, sotto la cui presidenza si sono disputate edizioni in tutti i continenti ad eccezione dell’Oceania – sono nate le due edizioni dei mondiali più politicizzate della storia, anche più di quella del 2002 in Giappone e Corea del Sud, che celebrarono simbolicamente la riconciliazione dopo decenni di tensioni seguiti all’occupazione coloniale giapponese.

Quella della monarchia qatariota è stata una profonda operazione di «sport diplomacy» per cementare il consenso interno e consolidare la propria immagine internazionale. Prima di scendere in campo in Qatar si è parlato a lungo – ma in ritardo – di diritti e di boicottaggio. Eppure il Mondiale disputato in un Paese non democratico, in cui i lavoratori migranti sono trattati in modo disumano e l’omosessualità è reato può essere un’opportunità, come ha ricordato l’editorialista del Financial Times Simon Kuper, può portare sotto i riflettori un Paese che di luce ne vede ben poca. Nel 1978, quando la Coppa si giocò nell’Argentina della giunta militare guidata da Jorge Videla, nessuno invitò al boicottaggio, ma l’evento fu utilizzato per dare visibilità alle proteste e fare pressione sulla dittatura affinché facesse riforme.

Il tentativo di «sportswashing», racconta Kuper, si ritorse contro la giunta, che si ritrovò gli occhi della stampa internazionale addosso. «È grazie alla Coppa del mondo che siamo diventate note in tutto il mondo», disse al giornalista del Financial Times una delle madri de la Plaza de Mayo, che protestavano per la scomparsa dei propri figli uccisi dalla giunta. In Argentina funzionò, in Qatar siamo al tempo delle promesse fragili e, una volta che il Mondiale sarà finito, la monarchia potrà sempre fare marcia indietro: qualche passo avanti però c’è stato e, per un mese, migliaia di giornalisti e milioni di telespettatori terranno accesa la luce sul Paese.

Corriere della Sera, 28 novembre 2022 (newsletter AmericaCina)

Kiev dà la caccia ai consiglieri iraniani che hanno assistito i russi con i droni: «Obbligati a ucciderli»

Gli ucraini hanno un target «speciale»: i consiglieri iraniani che assistono i russi nell’uso dei droni-kamikaze. Il segretario del consiglio di sicurezza, Oleksiy Danilov, ha confermato al Guardian che alcuni sono già stati uccisi in Crimea ed altri potranno esserlo. «Erano sul nostro territorio, non erano invitati», ha spiegato. «Se collaborano con i terroristi e partecipano nella distruzione della nostra nazione, siamo obbligati a ucciderli». In ottobre fonti israeliane avevano diffuso informazioni sulla morte di circa 10 pasdaran nella penisola occupata, militari schierati per addestrare il personale dell’Armata.

Dopo aver confermato e smentito più volte la presenza di droni in Ucraina, il governo iraniano aveva ammesso di aver inviato a Vladimir Putin «pochi» esemplari e soltanto prima dell’invasione. Inizialmente i velivoli senza pilota venduti da Teheran aveva presentato alcuni problemi e questo — secondo una ricostruzione — aveva costretto un intervento dei «tecnici», anche questo non confermato. In seguito i mezzi hanno avuto un ruolo nei bombardamenti sull’Ucraina, in particolare gli Shahed 136. È probabile — sostengono da Washington — che il loro impiego aumenterà in quanto sarebbe stato firmato un accordo per produrli direttamente in Russia.

La caccia agli iraniani non è facile in quanto si trovano di solito molto lontani dal fronte. Dunque la resistenza può cercare di eliminare le postazioni con sistemi a lungo raggio — ma anche qui ci sono limiti — oppure con azioni dietro le linee affidate a partigiani e team di forze speciali, missioni per le quali è indispensabile avere una buona intelligence. Kiev ha la propria ma conta anche su quella occidentale. In qualche circostanza può ripetersi quanto sta avvenendo tra Iran e Israele, con lo Stato ebraico impegnato in una campagna per neutralizzare ufficiali ed esperti legati al programma dei droni. Le accuse ai mullah hanno poi una componente propagandistica significativa: un regime oppressivo che collabora nell’aggressione militare.

Corriere della Sera, 25 novembre 2022

Ucraina, le prossime mosse: Mosca cercherà di paralizzare il conflitto, Kiev di lanciare nuove offensive

Non importa l’arma usata, contano gli effetti. E i continui report su una prossima mancanza di missili nell’arsenale di Vladimir Putin contrastano, per ora, con la tragica situazione nelle città ucraine. Milioni di persone senza luce ed acqua proprio a causa dei bombardamenti. La resistenza ha bisogno di uno scudo per proteggersi dalla minaccia ma sono altrettanto indispensabili i generatori. Nell’ultimo pacchetto deciso dagli Usa, insieme alle munizioni, ne sono stati inseriti 200. Una goccia. Il taccuino di oggi parte dall’analisi di un esperto, l’ex generale americano Mark Hertling, una delle voci più interessanti. A seguire i suoi spunti.

La nuova fase

Mosca cercherà di «congelare» il conflitto come ha già fatto in altre crisi regionali, una pausa per poter riorganizzare le sue forze e ripartire all’assalto. Possibile un ulteriore mobilitazione che però potrebbe non essere decisiva mentre appare improbabile un coinvolgimento della Bielorussia. Crescerà, invece, il ruolo dell’Iran attraverso invio di armi (droni, missili). È destinata a proseguire la campagna di terrore con la distruzione delle infrastrutture in Ucraina, tattica per spezzare il morale dei cittadini e costringere Zelensky a fare concessioni. La determinazione della resistenza sarà messa a dura prova ma l’alto ufficiale ritiene che non si piegherà al ricatto.

L’Ucraina, a sua volta, cercherà di lanciare nuove offensive a sud e ad est, tuttavia dovrà superare fattori negativi: lunghezze delle linee di rifornimento, caratteristiche del terreno (fiumi, canali), difese avversarie, inserimento di nuovi equipaggiamenti durante i combattimenti. Kiev è attesa anche da altri compiti impegnativi, come la riorganizzazione dei reparti, l’arrivo delle migliaia di soldati addestrati in Occidente, la formazione di nuove unità. Qualche esperto insiste sul numero insufficiente di mezzi blindati (e simili) necessari a condurre manovre integrate.

Hertling — come altri osservatori — ribadisce un concetto: l’Armata esce da mesi terribili, ha sofferto perdite ma non è sconfitta. Sfrutterà il fronte ridotto, l’afflusso di rinforzi, la logistica più agevole perché ha accorciato le distanze. L’ex generale riconosce poi l’importanza del supporto esterno. La Nato e i Paesi che contribuiscono alla coalizione non possono ridurre il sostegno umanitario, bellico e diplomatico. Serve compattezza, specie quando i civili ucraini soffrono di più. È forse questo il fronte più debole, peseranno considerazioni di politica interna.

La diplomazia

Interessante il ruolo degli Emirati Arabi, segnalato da un’esclusiva della Reuters. La federazione del Golfo ha favorito negoziati diretti ad Abu Dhabi tra Ucraina e Russia, colloqui legati allo scambio di prigionieri e all’export di prodotti. La monarchia, pur alleata dell’Occidente, si è mantenuta equidistante. L’uomo forte, Mohammed bin Zayed, ha incontrato di recente Putin. Inoltre sono ben noti i legami con la superpotenza: molti oligarchi hanno trovato buona accoglienza a Dubai, ospiti di ville, grattacieli lussuosi, residenze protette. Un altro dettaglio collegato alla diplomazia. Il vice ministro degli Esteri russo ha confermato che ci sono scambi telefonici stabili con gli americani, uno dei tanti canali aperti le quinte, insieme ai contatti tra le intelligence e quelli che hanno come protagonisti i vertici militari.

Corriere della Sera, 24 novembre 2022

La Svezia insegue le spie russe: forze speciali in elicottero per arrestare due sessantenni

Continua in Svezia la caccia alle spie. Con un’operazione-show i servizi di sicurezza hanno fermato una coppia sospettata di «lavorare» per una potenza straniera non identificata. Ma le indiscrezioni sui media chiamano in causa Mosca. I giochi di ombre muovono in parallelo a quelli militari della crisi ucraina.

Il blitz

Un team di forze speciali si è calato da due elicotteri sull’abitazione dei «bersagli» nei sobborghi di Stoccolma mentre a terra sono entrati in azione agenti e funzionari del Sapo, il controspionaggio. Un blitz parte di un’indagine sulla quale sono ancora pochi i dettagli. I due, sulla sessantina, sarebbe arrivati nel Paese dalla Russia negli anni ‘90, stabilendosi nella capitale. Prima hanno vissuto in un appartamento, quindi si sono trasferiti in una villetta. Esistenza normale, senza destare in apparenza allarme. Gestivano una società di import-export, i vicini li descrivono — al solito — come persone cortesi, pronte a ricambiare il saluto, però riservate. Stavano sulle loro. Ma questo come migliaia di altri esseri umani.

E dietro lo schermo di gesti quotidiani — secondo l’accusa — avrebbero condotto un’attività spionistica intensa. I target erano svedesi e altri riguardati un Paese terzo (gli Stati Uniti?). Un portavoce dei servizi ha giustificato così il ricorso al commando elitrasportato: dovevano agire in modo rapido per evitare che eliminassero prove buttandole nel wc o distruggendo la memoria di un eventuale pc. L’arresto segue l’incriminazione di due fratelli, sempre in Svezia, arruolati dall’intelligence militare di Putin, il GRU. Uno di loro faceva parte del Sapo.

Le forniture

Il tema dell’aiuto all’Ucraina ruota attorno ad aspetti a volte contrastanti. C’è la determinazione nel garantire supporto, emergono segnali di stanchezza nelle opinioni pubbliche, esistono difficoltà politiche e tecniche. Frequente il richiamo a scorte ridotte in casa Nato. Tuttavia l’assistenza in favore della resistenza non viene meno. Washington ha autorizzato mercoledì il 26esimo prelievo di armamenti dal suo arsenale per spedire a Kiev nuovo materiale con un valore di 400 milioni di dollari. Include: missili anti-aerei Nasams, mitragliatrici per contrastare i droni, munizioni per Himars e per cannoni da 155 mm, missili anti-radar, 10 mila granate per mortaio, 150 fuoristrada, 100 veicoli tattici, ricambi 100 generatori. La Gran Bretagna ha annunciato l’invio a Kiev di tre elicotteri da trasporto Sea King, velivoli che erano in servizio con la propria difesa. Il 19 novembre Londra ha approvato un nuovo pacchetto con sistemi anti-aerei, stessa cosa ha fatto la Svezia.

Sedici parlamentari statunitensi (democratici e repubblicani) hanno scritto una lettera alla Casa Bianca sollecitando la fornitura di droni d’attacco Grey Eagle. Se ne discute da tempo, con alcuni esperti piuttosto scettici sulla loro utilità in uno scenario dove le difese anti-aeree russe sono comunque temibili. Ankara, invece, avrebbe venduto razzi a guida laser, armi che possono agire in tandem con i droni TB2 turchi (illuminano il bersaglio). L’Ucraina ha bisogno di allungare il tiro della propria artiglieria per aumentare la pressione su linee logistiche e posizioni degli invasori: l’attuale munizionamento degli Himars arriva ad 80 chilometri.

Campo russo

È un cavallo di ritorno. I droni-kamikaze iraniani ceduti a Mosca contengono componenti prodotte da ditte basate in Asia, Europa e Stati Uniti. E questo nonostante siano in vigore le sanzioni. È una sorpresa? Per nulla. Missili e velivoli come questi sono impiegati nella campagna di terrore scatenata dalla Russia, molti gli obiettivi civili ucraini. Anche nelle ultime ore i bombardamenti hanno provocato danni e vittime. Da seguire, infine, le indiscrezioni del sito russo Vertska: è possibile che il Cremlino ordini una seconda mobilitazione a cavallo della fine dell’anno. Missione complessa per la cattiva organizzazione, l’equipaggiamento scarso, i soliti nodi vecchi quanto l’Armata rossa.

Corriere della Sera, 23 novembre 2022