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Perché non vediamo quasi mai una donna festeggiare

Molto si è detto e scritto della vittoria della nazionale di calcio femminile americana ai mondiali. Poco, però, di quello che è successo subito dopo la finale con l’Olanda. «Le giocatrici festeggiavano con champagne e coriandoli, cantando canzoni hip hop dei primi anni 2000. Facevano cori, ballavano con le maschere da sci e si spruzzavano stelle filanti addosso. Una grande festa, con bottiglie giganti di Veuve Clicquot da spruzzare in giro e bottiglie normali di Budweiser da tracannare», ha scritto Christina Cauterucci su Slate dopo aver seguito i festeggiamenti attraverso le Instagram Stories del portiere di riserva Ashlyn Harris, l’unica a catturare lo spirito della festa nonostante lo spogliatoio fosse affollato di cameraman e fotografi. Fra la sera e la mattina seguente, Harris ha postato una trentina di video con urla, schiamazzi, improperi, litri di alcol, Alex Morgan che mostra il fondoschiena alla camera e Rose Lavelle che balla sulla panca con indosso una maschera da sci ricoperta di schiuma. «È impossibile — scrive Cauterucci — sembrare fighi o composti o pronti a recitare in uno spot motivazionale sul potere femminile quando balli sulle note di Lil Jon con i calzettoni da calcio e una maschera da sci. Eppure a nessuno della nazionale femminile americana importava nulla». Continua a leggere

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La dirompente forza politica di Megan Rapinoe, capitano della nazionale femminile di calcio americana

Slate l’ha definita «un nuovo tipo di eroe americano» quando la finale dei mondiali femminili contro l’Olanda doveva ancora essere disputata. Negli stessi giorni Franklin Foer, uno dei più rispettati giornalisti americani, l’ha chiamata «il Muhammad Ali di questa generazione». L’impresa più grande di Megan Rapinoe, 34 anni, l’attaccante della nazionale americana con i capelli lavanda, non è stata vincere i mondiali — trionfo arrivato soprattutto grazie ai suoi gol: 6, di cui 5 nella fase a eliminazione diretta, quando contano di più — ma portare la sua dirompente forza politica su un palcoscenico nazionale e internazionale. Con allegria scanzonata, prima e dopo i mondiali, Rapinoe ha parlato di omosessualità e diritti civili, ha combattuto per l’equità dei compensi fra uomini e donne, è stata il primo sportivo bianco a inginocchiarsi durante l’inno nazionale per protestare contro il razzismo sistemico della polizia e della società americana sull’esempio del giocatore di football Colin Kaepernick, si è scontrata con il presidente Trump e in un video registrato a gennaio ha detto, testuale, che non sarebbe andata «alla cazzo di Casa Bianca». Ha fatto tutto con leggerezza, ma al tempo stesso con profonda consapevolezza.

Mercoledì, quando il sindaco di New York Bill de Blasio — candidato in terza fila alle primarie democratiche per la presidenza — l’ha chiamata sul podio allestito davanti al municipio della città, Rapinoe è schizzata in piedi nel tripudio, elastica, accompagnata da Welcome to New York di Taylor Swift. Ha allargato le braccia e ha cominciato un discorso travolgente. «Questo è il mio compito per tutti», ha affermato. «Dobbiamo essere migliori. Dobbiamo amare di più. Odiare di meno. Dobbiamo ascoltare di più, e parlare di meno. Dobbiamo sapere che è responsabilità di ognuno di noi — ogni singola persona che è qua, ogni singola persona che non c’è, ogni singola persona che non vuole essere qua, ogni singola persona che è d’accordo e non è d’accordo — è nostra responsabilità rendere questo mondo un posto migliore. Penso che questa squadra», ha continuato indicando le compagne sedute dietro di lei, «faccia un grande lavoro per prendersi questa responsabilità sulle spalle, per capire la posizione e la piattaforma che abbiamo nel mondo. Ok, noi siamo sportivi. Ok, giochiamo a calcio. Ok, siamo atlete. Ma siamo molto più di questo. Voi siete molto più di questo. Siete più che tifosi, non siete semplicemente persone che sostengono uno sport, che si connettono ogni quattro anni. Voi camminate in queste strade ogni giorno, e ogni giorno interagite con la vostra comunità. Come rendete migliori la vostra comunità e le persone che vi stanno attorno, le vostre famiglie, i vostri amici più cari?».

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Il fantasma del blackface che perseguita l’America

Quando sono cominciate ad arrivate le critiche per lo spot con un attore che impersonava Barack Obama con la faccia annerita dal trucco, la prima reazione di Alitalia è stata: «State esagerando». Invece si trattava di un gigantesco errore di giudizio. Alitalia alla fine ha capito, ha rimosso lo spot e si è scusata: «Non avevamo intenzione di ferire nessuno — hanno scritto — e impareremo da quello che è accaduto». Per evitare le accuse di razzismo, però, sarebbe bastato leggere le cronache americane degli ultimi mesi, quando uno scandalo in Virginia ha riportato in prima pagina la questione del blackface, che Gabrielle Bellot sul Guardian ha definito «un fantasma che perseguita l’America».

A febbraio, il governatore democratico della Virginia Ralph Northam è stato sull’orlo delle dimissioni quando una sua foto con la paglietta, i labbroni rossi e il lucido da scarpe spalmato sul viso — la maschera da blackface appunto — è spuntata da un vecchio annuario della Eastern Virginia Medical School. Lo stesso è capitato al procuratore generale dello Stato, Mark Herring. Entrambi hanno ammesso (a fatica) le proprie responsabilità, si sono scusati, ma non si sono dimessi. La crisi istituzionale della Virginia, però, ha riaperto il dibattito pubblico sulla questione. L’anno precedente, lo show della star televisiva Megyn Kelly era stato cancellato dalla rete Nbc dopo che la conduttrice aveva affermato che, quando era piccola, per un bianco vestirsi da nero era accettabile. «Cosa è razzista?», si era chiesta in diretta, venendo travolta dalle critiche e successivamente licenziata.

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L’America è (ancora) il più grande Paese della Terra?

Che sia in politica, in una scena di Karate Kid o nelle televendite dei materassi, c’è una frase che viene ripetuta costantemente negli Stati Uniti: «America is the greatest country on earth», ovvero «L’America è il più grande Paese della Terra». È al tempo stesso uno slogan e un mito patriottico che, alla vigilia della festa nazionale del 4 luglio, il New York Times prova a smontare – o per lo meno correggere – con un brillante (e divertente) video editoriale di Taige Jensen e Nayeema Raza. «Nel migliore dei casi è una frase obsoleta, nel peggiore è estremamente imprecisa», sostengono gli autori, che hanno confrontato gli Stati Uniti con i Paesi dell’Ocse – «una specie di golf club per Paesi benestanti e occidentali, che però a differenza di molti golf club ha pure un po’ di diversità» – dimostrando che gli Stati Uniti hanno perso terreno rispetto all’Europa in numerosi indicatori, dall’affluenza alle urne al tasso di obesità o di povertà, finendo per avere molto in comune con i Paesi in via di sviluppo. «Alcune cose buone l’America le ha fatte: ha costruito una grande democrazia, ha portato l’uomo sulla luna e fondato università così prestigiose che persino i signori della guerra talebani ci mandano i figli. Insomma, c’è stato un momento in cui questa frase sembrava vera», spiega il video. Continua a leggere

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Tante proposte, tutte concrete: così Warren si è presa la scena

Fino a pochi giorni fa Joe Biden è stato l’indiscusso favorito nelle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti, seguito da Bernie Sanders. Nell’ultima settimana, però, Elizabeth Warren — entrata presto nella contesa elettorale, ma con poca efficacia — ha recuperato in vari sondaggi ed è emersa come alternativa pragmatica ai due frontrunner. La senatrice del Massachusetts — che per quasi vent’anni ha insegnato economia a Harvard, dove si è specializzata sulla fragilità della classe media, e poi è stata a capo dell’Agenzia per la protezione del consumatore durante la presidenza Obama — è la candidata del momento e si è fatta largo fra i rivali in due modi. Innanzitutto, scrive Reid Epstein sul New York Times, insieme a Pete Buttigieg «ha indovinato il codice della campagna elettorale», ovvero è riuscita a diventare una presenza costante negli schermi degli elettori, sia quelli della tv via cavo che quelli degli smartphone, raggiungendo un pubblico molto più vasto di quello che può presentarsi ai comizi. Continua a leggere

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Trump conferisce la Medaglia per la libertà al padre degli sgravi fiscali

Donald Trump ha conferito la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti ad Arthur Laffer, il grande teorico degli sgravi fiscali e forse l’economista politicamente più divisivo della Terra. Amato dai conservatori, che sulla Curva di Laffer hanno costruito i tagli alle tasse dal 1980 a oggi, l’economista è da decenni inviso ai democratici che lo considerano il padre di una politica fiscale irresponsabile che si è tramandata da Ronald Reagan a George W. Bush, fino allo stesso Trump. «Poche persone nella storia hanno rivoluzionato le teorie economiche come Arthur Laffer. Le sue idee hanno creato maggiori opportunità per gli americani», ha affermato mercoledì sera il presidente che, davanti ai sei figli di Laffer, ha definito la Medaglia presidenziale per la libertà un «tremendous award», un premio eccezionale «per un uomo che è stato nell’ufficio ovale molte volte. Questa —ha aggiunto — è però davvero speciale».

Laffer — che oggi ha 78 anni e dirige la Laffer Associates a Nashville, in Tennessee, dove si è trasferito qualche anno fa perché non esistono imposte statali sul reddito — disegnò la sua famosa curva su un tovagliolo da cocktail del ristorante Two Continental di Washington, in un pomeriggio del 1974, per spiegare ai funzionari della Casa Bianca Dick Cheney e Donald Rumsfeld che l’aumento delle tasse imposto dall’allora presidente repubblicano Gerald Ford fosse un errore. Secondo la sua teoria, i tagli fiscali accelerano la crescita economica e di conseguenza sul lungo periodo fanno aumentare le entrate per lo Stato. Se invece si alzano le tasse, cittadini e imprese smettono di spendere e investire e di conseguenza diminuisce il gettito fiscale per lo Stato.

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Elezioni comunali 2019, Perugia al centrodestra: Romizi confermato sindaco

Non ha avuto neanche bisogno del ballottaggio Andrea Romizi per confermarsi alla guida di Perugia. Stravince il sindaco uscente, a capo di una vasta coalizione di centrodestra: sfiora il 60% e supera persino il risultato a sorpresa di cinque anni fa, quando conquistò al secondo turno una città che era in mano al centrosinistra dal 1948. Se allora fu la vittoria di un outsider, candidato all’ultimo momento per un mancato accordo all’interno dello schieramento, stavolta il sindaco ha confermato i pronostici, affermandosi largamente grazie anche al contributo arrivato dalla Lega — al 15%, ma scesa dai 27 mila voti delle europee ai 12.813 delle comunali — e da Fratelli d’Italia, al 12,6% con 3 mila preferenze in più rispetto alle europee. In mezzo, nella coalizione di centrodestra, si è piazzata la lista civica che porta il nome del sindaco, Progetto Perugia, che ha ottenuto il 14,8% delle preferenze, mentre Forza Italia si è fermato al 5,7% superato anche da Perugia civica, lista guidata dall’ex vicesindaco di centrosinistra Nilo Arcudi che ha toccato il 6,2%. «Questa volta si è votato giudicando anche l’operato dell’amministrazione e il dato elettorale è eloquente. Ora aumentano le responsabilità. Ci si poteva immaginare più frammentazione e invece il voto si è concentrato», ha dichiarato il sindaco Romizi davanti a Palazzo dei Priori, sede del Comune, poco dopo le 19, spiegando che la coalizione ha una «composizione molto equilibrata, con una componente civica importante a puntualizzare che c’è una città che si sta muovendo e si sta mettendo a disposizione della cosa pubblica».

I dati usciti dalle urne lasciano però intendere una spinta interna verso destra, che verosimilmente si ripercuoterà sulla prossima giunta a guida Romizi. Nel primo mandato il sindaco ha governato, come di suo carattere, in maniera schiva e con giudizio, senza prendere decisioni impopolari e restando irremovibile soltanto sui diritti lgbt: si è rifiutato di trascrivere i matrimoni gay celebrati all’estero fino all’approvazione della legge sulle unioni civili e ha trascritto l’atto di nascita di un bambino figlio di due donne soltanto quando è stato obbligato dalla Corte d’Appello di Perugia. Il secondo mandato, invece, si prospetta differente. «All’interno di un trend nazionale chiaro, e con la complicità dello scandalo-sanità, la vittoria a valanga di Romizi fa emergere a prima vista una serie di elementi interessanti», spiega al Corriere della Sera Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia. «La sua coalizione di centro destra moderata ha subito un “mutamento di pelle”, spostandosi con evidenza su un asse di destra più marcato e radicale grazie ai risultati della Lega e di Fratelli d’Italia: non è escluso che Romizi, suo malgrado, sarà costretto a radicalizzarsi». Continua a leggere

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