Ci sono più contagi alla Casa Bianca che in tutta Taiwan

In pochi giorni, titola il Washington Post, ci sono stati più contagi nel circolo di Trump che in tutta Taiwan. Nel Paese asiatico, che ha 23 milioni di abitanti e ha ricevuto parecchie lodi per la gestione della pandemia, ci sono stati otto casi nell’ultima settimana. Alla Casa Bianca, da venerdì, hanno contratto il virus almeno 14 funzionari. L’ultimo è stato Stephen Miller, stretto consigliere del presidente e ispiratore delle dure politiche immigratorie di questa amministrazione, che è risultato positivo martedì dopo essersi messo per cinque giorni in autoisolamento.

Intanto, scrivono le informatissime Maggie Haberman e Annie Karni sul New York Times, nell’ala Ovest della Casa Bianca regna un caos «peggiore del solito», anche se stanze e corridoi sono deserti: oltre ai malati, molti funzionari hanno scelto di lavorare da casa e lo staff che è costretto a recarsi al lavoro lo fa indossando non solo le mascherine, ma anche camici gialli e visiere protettive. «Ci sentiamo tranquilli a lavorare da qua, almeno quelli che si sono ancora», è la versione ufficiale riferita a Fox News da Alyssa Farah, direttrice della comunicazione della Casa Bianca.

In realtà, spiegano le due giornaliste del Times captando i timori anonimi — e per questo forse più liberi e attendibili — dello staff, in molti hanno paura che «la situazione stia finendo fuori controllo». La pandemia che per mesi il presidente ha sottovalutato sta ora stringendo la sua morsa attorno alla Casa Bianca, proprio mentre i sondaggi non portano altro che brutte notizie.

La sensazione, fra i funzionari, è di assistere agli ultimi giorni di questa amministrazione, con un presidente stordito alle corde che — sospettano alcuni all’interno della Casa Bianca — avrebbe ordinato di interrompere improvvisamente le trattative sul pacchetto di aiuti all’economia sotto l’effetto del desametasone, il farmaco che assume per curarsi e che provoca sbalzi d’umore ed euforia.

Corriere della Sera, 7 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Tutti i guai di McAfee, pioniere degli antivirus arrestato per evasione fiscale

Al termine di una serie infinita di guai con la giustizia, John McAfee è stato incastrato per evasione fiscale. Il pioniere della cyber-sicurezza, 75 anni, fondatore del colosso degli antivirus che porta il suo nome, è stato arrestato sabato all’aeroporto di Barcellona mentre cercava di imbarcarsi su un volo per Istanbul, ed è ora in attesa di estradizione. McAfee era stato incriminato a giugno dal dipartimento di Giustizia, che lo accusa di non aver presentato la dichiarazione dei redditi dal 2014 al 2018, nonostante abbia guadagnato nel frattempo milioni di dollari con consulenze, conferenze a pagamento e con la vendita dei diritti sulla sua vita per un documentario. Inoltre, secondo le accuse, si faceva pagare attraverso conti intestati a prestanome, per lo più in criptovalute che scambiava, utilizzava per comprare immobili (e uno yacht) e promuoveva su Twitter fingendosi consulente imparziale, ma ricevendo compensi in almeno 7 casi di initial coin offering, un crowdfunding per nuove valute. Secondo la Sec, la Consob americana, avrebbe guadagnato in questo molto oltre 23 milioni di dollari fra il 2017 e il 2018, truffando il suo milione di follower.

Figlio di una donna inglese e di un militare americano stazionato in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale che si suicidò quando aveva 15 anni, una gioventù segnata da problemi di alcol e droga risolti — dice — grazie agli alcolisti anonimi, McAfee è diventato una leggenda della Silicon Valley negli anni Ottanta, realizzando il primo antivirus commerciale e creando da solo un mercato miliardario. Dopo aver lasciato nel 1994 la società, mise insieme una fortuna che nel 2007 era arrivata a toccare i 100 milioni di dollari. Complice la crisi del 2008, il patrimonio si è ridotto e, secondo le stime, si aggira ora fra i 9 e i 16 milioni. Da visionario della cyber-sicurezza si è trasformato nel frattempo in un personaggio di culto: tatuato, fuori da ogni schema, che si è costruito una voce con paranoici tweet antisistema e antitasse. Nel 2012 è finito per la prima volta su tutti i giornali dopo l’omicidio del suo vicino di casa, un americano ucciso con un colpo di pistola alla testa in Belize, dove McAfee viveva con un’ex prostituta di 16 anni: quando la polizia provò a interrogarlo fuggì dal Paese, insultando il governo che gli «chiedeva soldi» e sostenendo di temere per la propria vita.

Ricomparve in Guatemala, qualche settimana dopo: a svelarne per errore il nascondiglio furono un giornalista e un fotografo che lo avevano intervistato. Fu arrestato per essere entrato illegalmente nel Paese, poi rilasciato e per un po’ tornò nell’oscurità. Fino al 2016, quando si candidò alla presidenza con il partito libertario, senza successo. Lo scorso anno, un tribunale della Florida lo ha condannato a pagare 25 milioni per la morte del vicino. «Non ne sono mai stato accusato e non pagherò», disse via Twitter, affermando di essere vittima di «estorsione». Qualche mese dopo fu arrestato di nuovo nella Repubblica Dominicana per possesso illegale di armi da fuoco ed espulso. Sabato è arrivato l’ultimo arresto, con accuse che potrebbero ora portarlo in carcere per i prossimi 30 anni.

Corriere della Sera, 7 ottobre 2020 (pag 17)

Tutte le «bugie» sulla salute dei presidenti americani

Quella di mentire sulle proprie condizioni di salute è una costante dei presidenti americani: a volte si è trattato di piccole bugie, altre di gravi menzogne, e in alcuni casi ci sono voluti decenni per scoprirle. Proprio come Donald Trump, anche Woodrow Wilson prima sminuì la portata della sua pandemia — nel suo caso l’influenza spagnola — e poi si ammalò nell’aprile 1919, mentre trattava alla conferenza di Parigi la pace della Prima Guerra Mondiale. «Aveva una personalità ossessivo compulsiva e pensava solo alla guerra», ha spiegato a Cnn John Barry, autore del libro The Great Influenza, per il quale Wilson temeva che la pandemia potesse distrarre la popolazione dal conflitto in corso e mentì per tenere alto il morale delle truppe. Quando si ammalò, stava così male che il medico pensò fosse stato avvelenato: aveva le allucinazioni e pensava di essere circondato da spie, ma la sua amministrazione non rivelò mai la malattia. Nella storia americana, però, Wilson e Trump non sono soli:

  • Sul finire dell’Ottocento Grover Cleveland, unico presidente a servire per due mandati non consecutivi, si fece operare di notte a bordo di uno yacht che navigava nel Long Island Sound perché temeva che una malattia potesse indebolirlo politicamente;
  • Nel 1944, mentre era in corsa per un quarto mandato, a Franklin Delano Roosevelt fu diagnosticata la pressione alta, l’ipertensione, una bronchite acuta e un’insufficienza cardiaca. Gli fu ordinato di ridurre le sigarette e di mantenere una dieta senza sale, ma la Casa Bianca pubblicamente minimizzò: vinse le elezioni, ma poco dopo fu colpito da un ictus e morì il 12 aprile 1945;
  • John Kennedy aveva dolori lancinanti alla schiena, conseguenza delle ferite di guerra, problemi digestivi e soffriva della malattia di Addison, una patologia cronica del sistema endocrino. Nonostante l’immagine pubblica di presidente giovane e in salute, era costretto a prendere otto medicinali al giorno ma si è scoperto soltanto dopo la sua morte;
  • Nel 1841 William Harrison si ammalò di polmonite il giorno dell’inaugurazione presidenziale, quando si presentò a cavallo e senza cappotto in una giornata freddissima. La Casa Bianca non rese pubblica la malattia, ma Harrison morì appena un mese dopo essere entrato alla Casa Bianca.

Corriere della Sera, 5 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Trump ricoverato al Walter Reed, l’ospedale dei presidenti: dai medici messaggi contrastanti

Più che una West Wing è una Rest Wing, dicono: il Walter Reed Medical Center di Bethesda, in Maryland, è il luogo in cui l’ala Ovest della Casa Bianca va a recuperare la forma fisica. È il più grande centro medico militare degli Stati Uniti ed è l’ospedale dei presidenti americani: qua fu portato il corpo di John Kennedy nel 1963, appena tornato da Dallas; fu ospitato Richard Nixon per curare una polmonite nel 1973; fu ricoverato Ronald Reagan prima nel 1981, dopo l’attentato fallito (ma fu curato al George Washington University Hospital), poi nel 1985 per rimuovere dei polipi al colon e di nuovo nel 1987 per un tumore alla prostata. Al Walter Reed — che nel 2011 si è trasferito da Washington al Maryland — vengono curati i reduci delle guerre in Iraq e Afghanistan e, venerdì, è stato ricoverato Donald Trump, dopo essere risultato positivo al tampone per il Covid-19 il giorno precedente.

Trump alloggia al Ward 71, il settore destinato al presidente e agli alti funzionari dell’amministrazione e dell’esercito, che occupa un intero piano dell’ospedale. C’è una suite presidenziale, cinque camere per gli ospiti fra cui una per la first lady, una stanza privata per gli esami medici, un salotto, una sala da pranzo con un lampadario di cristallo e poi uffici e sale conferenze. Da una di queste stanze, sabato sera, Trump ha provato a rassicurare il Paese: «Non sto benissimo, ma va già molto meglio», ha affermato in un video in cui appariva senza cravatta e spettinato.

Chi lo ha incontrato racconta di un presidente annoiato, che passa il tempo al telefono con familiari e consiglieri: mentre il capo dello staff Mark Meadows affermava — all’inizio in forma anonima — che fosse in uno stato di salute precaria, sabato gli specialisti dell’équipe hanno sostenuto invece che fosse in buone condizioni. Dopo aver spostato avanti e indietro la data del primo tampone positivo, aggiungendo confusione a una situazione poco chiara che favorisce le teorie cospirative, il medico della Casa Bianca Sean Conley e Brian Garibaldi del Johns Hopkins di Baltimora si sono divisi fra due mondi politici: quello dei lealisti che si adeguano alla linea dell’amministrazione e quello dei realisti che preferiscono seguire la scienza.

La verità è emersa domenica, quando i medici hanno confermato che nei giorni precedenti — pare seguendo le indicazioni di Trump, furioso con Meadows — avevano sminuito la gravità delle condizioni del presidente, che aveva anche avuto bisogno di ossigeno. «Non volevo dare informazioni che potessero portare il corso della malattia in un’altra direzione», ha affermato il dottor Conley. «Sembrava che volessimo nascondere qualcosa, ma non era del tutto vero».

Corriere della Sera, 5 ottobre 2020 (pag 11)

Tutte le teorie cospirative sulla salute del presidente Trump

A sinistra c’è chi non crede che Trump sia davvero positivo al coronavirus, ma che sia invece una scusa per evitare il prossimo dibattito con Biden, per distrarre il pubblico dalla questione delle tasse, per rimandare le elezioni del 3 novembre o per dimostrare che, in fondo, il Covid-19 era poco più di una normale influenza. A destra c’è chi pensa che a infettarlo siano stati i democratici per sabotarlo, o che sia tutta una copertura perché il presidente degli Stati Uniti è in missione per fermare una setta satanica composta da pedofili e guidata da Hillary Clinton e dai democratici: quel «We will get through this TOGETHER» che compariva nell’annuncio di Trump — almeno per i cospirazionisti dei QAnon, i seguaci del fantomatico Q che sostiene di rivelare informazioni classificate — non significava «supereremo tutto questo insieme», ma «faremo tutto questo per acciuffarla». To-Get-Her.

«È davvero importante cosa credono i sostenitori di QAnon su internet?», si chiede sul Guardian Arwa Mahadawi. «Temo di sì — risponde — perché non sono più un movimento di nicchia ma stanno pian piano diventando mainstream: ben 24 candidati che sono in corsa per il Congresso lo appoggiano». Poi c’è chi crede che in realtà il presidente stia molto peggio di quanto ha dichiarato, che stia cercando di ottenere un po’ di compassione oppure – come ha scritto un utente su Twitter ricevendo oltre 4 mila retweet – che comincia a cercare giustificazioni per «l’umiliazione di perdere le elezioni».

Da quando nella notte di venerdì il presidente ha annunciato che lui e la first lady Melania Trump avevano contratto il virus, online è cominciata un’ondata di disinformazione «da ambo le parti», che ha immediatamente costretto Facebook a prendere precauzioni inserendo un fact-checking nei post che diffondono notizie false. Secondo il servizio di monitoraggio dei social network Dataminr, cinque tweet al minuto mettevano in dubbio le condizioni di salute di Donald Trump: da venerdì ne sono stati inviati centinaia di migliaia.

Non solo utenti anonimi, troll Antifa e bot russi, ma anche rispettati intellettuali progressisti come Jelani Cobb, professore afroamericano della Columbia University e staff writer del New Yorker, e Anand Giridharadas, scrittore e reporter di Time, si sono domandati pubblicamente se la notizia fosse vera, considerando la quantità di bugie dette da Trump — e dalla sua amministrazione — sul coronavirus. Non ci sono prove a smentire i bollettini della Casa Bianca, confermando lo scetticismo dei cospiratori, ma — scrivono i commentatori americani — quattro anni densi di «fatti alternativi» impediscono ormai di distinguere il vero dal falso e, soprattutto, di credere alle notizie ufficiali.

«Non mi sorprende che nessuno gli creda: siamo in un momento in cui nessuno crede più a niente», ha spiegato al New York Times Armando Iannucci, ideatore dello show televisivo Veep. «Il caos e la confusione che Trump ha creato con così grande successo, spinge naturalmente le persone a non sapere più a cosa possono credere». In realtà, se c’è un argomento di cui Trump avrebbe fatto a meno di parlare da qui al 3 novembre è proprio il coronavirus, ma il suo contagio ha reso la pandemia il tema principale del dibattito politico. E poi, come ricorda il debunker Mike Rothschild su Twitter, l’ego di Trump si basa su «un’immagine da Adone» invincibile: «Non fingerebbe mai di essere malato e debole. Al massimo lo nasconderebbe».

Del resto, nota il Times, uno studio della Cornell University ha confermato che il presidente è il maggiore singolo diffusore di notizie false o fuorvianti sul coronavirus: addirittura il 38% di tutta la disinformazione sul tema sarebbe firmata da lui. «Le teorie cospirative prosperano, in parte perché è lo stesso presidente a incoraggiarle, in parte perché le diffonde la Casa Bianca», ha spiegato al quotidiano newyorkese Melissa Ryan, amministratore delegato di Card Strategies, società di consulenza specializzata in disinformazione. «È una tempesta perfetta per far credere alle persone che la Casa Bianca non sia attendibile». Alla fine, come ha sintetizzato su Twitter un’utente, Ashley Mayer, l’unica verità è che non ci sono più verità: «Trump ci ha resi tutti teorici della cospirazione».

Corriere della Sera, 4 ottobre 2020

Ian Bremmer: «La maledizione dei negazionisti? Sono il simbolo di un mondo che non sa più collaborare»

«Non mi sorprende che i tre leader del G20 che hanno preso meno seriamente il Covid-19 anche dal punto di vista personale, Donald Trump, Boris Johnson e Jair Bolsonaro, hanno finito per essere contagiati. Il coronavirus è un grande livellatore. Non importa quanto ricco o importante tu sia: se non stai attento rischi il contagio», afferma Ian Bremmer, politologo e fondatore del centro studi newyorchese Eurasia Group.

Come legge questa «maledizione» dei tre grandi negazionisti?

«Quando hai un Paese e un mondo così divisi, questo scontro fra “noi e loro” può sembrare positivo: ti dà l’impressione di avere alle spalle una squadra per cui combattere. Invece finisce per indebolire la nazione, il mondo: viviamo in un’epoca “G-zero”, senza potenze dominanti, in cui le persone non sanno cooperare. Trump, Johnson e Bolsonaro sono un simbolo di questo mondo frammentato, che non sa cooperare e non riesce neanche a rispondere alle crisi insieme. Il messaggio che ne deriva è che quello “G-zero” è un mondo molto pericoloso».

Cosa pensa del contagio di Trump?

«Possiamo dire che da parte sua non c’è stata nessuna ipocrisia. Era il primo a non indossare la mascherina, faceva comizi, incontrava persone. Non prendeva il virus seriamente, e parliamo di un uomo obeso di 74 anni. È stato irresponsabile, ed è il motivo per cui oggi abbiamo 207 mila morti».

Che messaggio ha dato al popolo americano?

«A un mese dalle elezioni pensavamo di aver già visto di tutto nel 2020. Dopo aver preso in giro Biden sostenendo che facesse campagna dal seminterrato, adesso Trump resterà in isolamento per almeno due settimane. Per ora ha sintomi leggeri ma anche Johnson ha iniziato così e poi ha rischiato di morire».

Trump ha spesso preso in giro i rivali che indossavano la mascherina.

«Ha politicizzato l’uso della mascherina, nonostante il dottor Fauci dicesse che bisognava convincere le persone a indossarla. Il presidente non se ne è curato ed è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti hanno risposto così male alla crisi. C’era il tempo di prepararci, abbiamo epidemiologi e scienziati bravissimi, molti soldi da spendere e piani già pronti per una pandemia, ma la nostra risposta è stata fra le peggiori al mondo. In gran parte dipende da lui, perché non ha preso la questione seriamente e l’ha politicizzata».

Riuscirà a trarre benefici politici dal contagio?

«Secondo me renderà ancora più difficile una sua vittoria. Durante la campagna non voleva affrontare il coronavirus perché l’ha gestito molto male, e molti americani la pensano così: va meglio di Biden sull’economia, ma peggio sul virus. Ora il suo contagio ci porterà a parlarne per tutto il mese, sarà l’argomento principale e di certo lo danneggerà. E poi non potrà fare comizi di persona per almeno due settimane. Senza considerare che potrebbe essere ricoverato, magari non sarà in grado di svolgere le sue funzioni: tutto questo rende più difficile una sua vittoria. Di una cosa però sono certo: se non sarà incapacitato in ospedale, contesterà l’esito delle elezioni».

Corriere della Sera, 3 ottobre 2020 (pag 2)

Troppi americani come noi: lo sfogo di Melania furiosa con Donald (e Hope)

Già in passato, seppur mai apertamente, Melania Trump aveva espresso segnali di dissenso per come il marito ha gestito la pandemia, a partire dal tweet che dal 28 aprile è rimasto fissato in cima al suo account ufficiale e che offre ai cittadini consigli pratici per evitare il contagio.

Se già questo stonava con la strategia del presidente Trump — che fra le altre cose ha politicizzato la battaglia contro il virus e si è a lungo rifiutato di indossare la mascherina — la scelta delle parole con cui la First Lady ha annunciato di aver contratto il coronavirus suona quasi come una denuncia. «Come hanno già fatto troppi americani quest’anno, io e il presidente siamo in quarantena a casa dopo essere risultati positivi al test per il Covid-19», ha scritto su Twitter venerdì notte. «Stiamo bene e ho posticipato tutti i prossimi impegni. State al sicuro, supereremo tutto questo insieme».

L’età di Trump, 74 anni, e il suo peso — lo scorso anno il medico lo aveva definito tecnicamente obeso, anche se in salute — lo inseriscono nella categoria più in pericolo, ma la stessa First Lady a 50 anni rischia complicazioni. Chiusi alla Casa Bianca, dove dormono in stanze separate, Donald e Melania si ritrovano ora a confrontarsi non solo con i pericoli del virus, ma anche con i propri dissidi familiari.

Giovedì, a poche ore dalla prima, enorme «sorpresa di ottobre» di queste elezioni, il presentatore di Cnn Anderson Cooper aveva mandato in onda vecchie registrazioni della Fist Lady — effettuate a sua insaputa da Stephanie Winston Wolkoff, ex amica e consigliera — da cui emerge la frustrazione di una donna divisa fra le proprie convinzioni e la necessità di fare ciò che serve all’amministrazione del marito. «Dicono che sia complice, che siamo la stessa cosa, che lo sostengo, che non dica o faccia abbastanza», spiegava in un audio del 2018, sfogandosi per le critiche ricevute a causa della politica immigratoria del marito.

Questa volta a far infuriare Melania è stata la sottovalutazione dell’emergenza da parte di Donald e l’assenza di precauzioni. A contagiarli, infatti, è stata la consigliera del presidente Hope Hicks, 31 anni, che mercoledì aveva mostrato i primi sintomi dopo aver viaggiato senza mascherina sull’Air Force One verso il dibattito di Cleveland e il comizio di Duluth, in Minnesota.

Il responso del tampone è arrivato il giorno dopo, ma la Casa Bianca già temeva il peggio. Ex modella di Ralph Lauren, Hicks è una delle persone più vicine al presidente: ha lavorato per anni con Ivanka e poi con Donald, che nel 2017 l’ha portata alla Casa Bianca come direttore delle comunicazioni. A febbraio 2018 si è dimessa dopo aver ammesso in Congresso di aver detto «piccole bugie» per conto di Trump, ma il suo esilio è durato poco: dopo un passaggio a Fox News, quest’anno è tornata alla Casa Bianca come consigliera. Sempre al fianco di Trump.

Corriere della Sera, 3 ottobre 2020 (pag 5)

Melania Trump positiva al Covid, lo sfogo su Twitter: «Troppi americani come noi»

Donald e Melania Trump sono risultati positivi al coronavirus nella notte. A 32 giorni dal voto, è la prima, enorme sorpresa di ottobre di questa elezione già così diversa da qualsiasi altra nella storia americana, che porta alla luce anche i dissidi interni alla first family. L’approccio del presidente nella gestione della pandemia è stato ampiamente criticato e, seppur non apertamente, la stessa first lady aveva espresso segnali di dissenso, come il tweet che dal 28 aprile è rimasto fissato in cima al suo account ufficiale, in cui offre con un video di un minuto consigli pratici per evitare il contagio. Se già questo stonava con la strategia negazionista del marito — che ha politicizzato la battaglia contro il virus, ha incitato le rivolte contro i lockdown locali per favorire la ripresa economica e, soprattutto, si è a lungo rifiutato di indossare la mascherinail tweet con cui la first lady annuncia di essere risultata positiva suona quasi come una denuncia. «Come hanno già fatto troppi americani quest’anno, io e il presidente siamo in quarantena a casa dopo essere risultati positivi al test per il Covid-19», ha scritto. «Stiamo bene e ho posticipato tutti i prossimi impegni. Mi raccomando, state al sicuro e supereremo tutto questo insieme».

Come nota Politico, del resto, si tratta della più grande minaccia degli ultimi decenni alla salute di un presidente degli Stati Uniti, anche perché l’età di Trump, 74 anni, e il suo peso — lo scorso anno il suo medico lo aveva definito tecnicamente obeso, anche se in salute — lo inseriscono nella categoria più in pericolo. La stessa Melania, a 50 anni, è a rischio di complicazioni. Per ora il medico Sean Conley scrive che «entrambi stanno bene», e che Trump continuerà a svolgere le sue mansioni da presidente: fonti interne alla Casa Bianca sostengono che, almeno fino a giovedì, non aveva sintomi, ma sarà comunque sostituito in alcune situazioni dal vicepresidente Mike Pence. Secondo il 25esimo emendamento della costituzione americana, ratificato nel 1967, il presidente pu trasferire il potere al suo vice per motivi medici. Finora è successo tre volte: nel 1985, quando Ronald Reagan fu sottoposto a colonscopia e lasciò temporaneamente il comando a George H.W. Bush; nel 2002 e nel 2007 quando George W. Bush, per lo stesso motivo, affidò il Paese al suo vice Dick Cheney.

Per tornare al lavoro, Trump avrà bisogno di una settimana senza sintomi e di due tamponi negativi: l’amministrazione utilizza i test rapidi Abbott, che danno un risultato in poche ore. Chiusi alla Casa Bianca, dove dormono in stanze separate, Donald e Melania si ritrovano ora a confrontarsi con un virus che ha colpito circa 7,2 milioni di persone negli Stati Uniti, uccidendone oltre 207 mila. A contagiarli è stata la consigliera del presidente Hope Hicks, che nei giorni scorsi era risultata positiva dopo aver viaggiato senza mascherina sull’Air Force One verso il dibattito di Cleveland e poi verso il comizio di Duluth, in Minnesota. Proprio l’assenza di precauzioni avrebbe fatto infuriare Melania, spesso indispettita dalle politiche del marito. Giovedì, ad esempio, il presentatore di Cnn Anderson Cooper ha mandato in onda delle registrazioni — effettuate a sua insaputa da Stephanie Winston Wolkoff, ex amica e consigliera che ha appena pubblicato il libro Melania and Me — da cui emerge chiaramente la frustrazione della first lady per il suo ruolo scomodo.

«Dicono che sia complice, che siamo la stessa cosa, che lo sostengo, che non dico o non faccio abbastanza», spiegava a Wolkoff, sfogandosi per le critiche ricevute a causa della durissima politica immigratoria del maritol’amministrazione è arrivata a separare genitori e figli che avevano attraversato illegalmente il confine con il Messico — ma anche per essere stata costretta a svolgere il ruolo tradizionale della first lady, come i preparativi natalizi. «Mi sto facendo il culo su questa cosa del Natale. Chi se ne frega del Natale e delle decorazioni, ma lo devo fare , no?», chiedeva all’amica, per poi aggiungere: «Io lo faccio, e poi mi chiedono dei bambini separati al confine: ma lasciatemi in pace cazzo. Cosa dicevano di Obama? Io non posso fare nulla. Ho provato a riunire i bambini con le loro mamme, ma non potevo: bisogna seguire i procedimenti e la legge». Da queste parole, sostiene Wolkoff, emerge soprattutto un dettaglio: come Melania fosse combattuta fra il suo senso materno e la necessità di fare ciò che serve all’amministrazione del marito.

Corriere della Sera, 2 ottobre 2020

Al voto grazie a Snapchat (e agli altri social)

Una delle caratteristiche principali del sistema elettorale americano è che per votare bisogna registrarsi in anticipo, con scadenze fissate settimane prima del voto che variano da Stato a Stato. Quest’anno molti sono riusciti a farlo attraverso i social: Facebook, YouTube, Twitter e, soprattutto, Snapchat, che ha annunciato di aver aiutato oltre un milione di persone a registrarsi nelle liste elettorali.

Gran parte dei nuovi elettori portati da Snapchat voteranno per la prima volta e, secondo quanto ha dichiarato un portavoce della società, l’80% ha meno di trent’anni. È una demografica favorevole ai democratici: secondo i sondaggi, gli americani fra i 18 e i 39 anni hanno il doppio delle probabilità di votare Biden rispetto a Trump. Altri 2,5 milioni si sono registrati tramite Facebook (che però ha molti più utenti). Non si tratta di mere statistiche. Il numero di giovani che esprimerà la propria preferenza il 3 novembre potrebbe avere un impatto decisivo sulle elezioni, in particolare negli Stati in bilico. Nel 2016 Trump vinse per 78 mila voti in tre Stati: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.

Corriere della Sera, 2 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

«State indietro, state all’erta»: le parole di Trump che assolvono i suprematisti bianchi Proud Boys

È stata una lotta nel fango che ha colpito le famiglie dei candidati e la regolarità delle elezioni, ma c’è uno scambio che riassume bene il clima che ha avvolto il primo dibattito fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden. «Signor presidente, s’impegna a condannare i suprematisti bianchi e le milizie?», chiede il moderatore Chris Wallace dopo un’ora di dibattito, tendendo un filo rosso fra gli scontri seguiti per mesi alla morte di George Floyd e quelli di Charlottsville del 2017, quando il presidente addossò le responsabilità a «entrambe le parti». Trump esita, sembra quasi che stia per esprimere una condanna, invece chiama a raccolta i suoi e si lancia in un attacco agli Antifa e ai gruppi di sinistra, che ritiene gli unici responsabili delle violenze scoppiate durante l’estate in molte città americane. «Quasi tutto quello che vedo è causato dai radicali di sinistra, non è un problema dei conservatori», afferma, portando all’estremo la sua strategia del «law and order»: le rivolte sono provocate dalla sinistra, questa sarebbe l’America di Biden se venisse eletto, solo io posso mantenere sicuro questo Paese.

È il momento più duro di un dibattito spigoloso, ancora peggiore del finale in cui il presidente ribadisce i propri dubbi sulla regolarità delle elezioni e sulle «frodi» legate al voto per corrispondenza, e non si impegna a garantire un «pacifico passaggio» di consegne nel caso dovesse perdere il 3 novembre. «Anche perché non ci sarà bisogno di transizioni», sostiene. In ogni caso, però, lancia un appello ai Proud Boys, il gruppo di estrema destra lanciato dal co-fondatore di Vice Gavin McInnes e corresponsabile degli scontri avvenuti soprattutto a Portland negli ultimi mesi. «Chi volete che denunci?», chiede sprezzante. E quanto Biden risponde «i Proud Boys», lui reagisce sprezzante. «Proud Boys, stand back and stand by», dice, per la gioia dei membri che su Telegram esultano per essere stati citati nel dibattito e inseriscono la frase nello stemma del gruppo. «Il presidente Trump ha detto ai Proud Boys di stare allerta perché qualcuno deve affrontare gli Antifa», scrive su Twitter uno dei leader dell’organizzazione, Jason Biggs. «Bene signore, siamo pronti!».

Quell’affermazione — letteralmente «state indietro e state allerta» — lascia molta confusione fra spettatori e commentatori. «Non si capisce se quella del presidente fosse una risposta o un’ammissione. Deve all’America una spiegazione, o delle scuse», scrive il Ceo dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt su Twitter, dove si scomoda persino il dizionario Merriam-Webster, che durante il dibattito spiega: «“Stand back” significa fare dei passi indietro, ma “stand by” vuol dire essere pronti a ad agire». Insomma, indietro sì, ma state allerta. «In una nazione rovinata dai disordini», dichiara David French, commentatore conservatore ma anti-trumpiano, «si tratta della dichiarazione più irresponsabile e riprovevole che abbia mai sentito fare a un presidente».

Alla fine del confronto, si parla soprattutto della risposta di Trump sui suprematisti bianchi. «Ci sono tre cose che restano di questo dibattito», ha spiegato il commentatore afroamericano di Cnn Van Jones pochi minuti dopo la fine. «Primo, che Donald Trump non ha denunciato il suprematismo bianco; secondo che il presidente degli Stati Uniti non ha denunciato il suprematismo bianco; terzo che il comandante in capo di questo Paese non ha denunciato il suprematismo bianco». Secondo Jones, infatti, le parole di Trump che, a domanda diretta, si rifiuta di fatto di rispondere, suonano come un messaggio che il presidente degli Stati Uniti ha inviato agli afroamericani in un momento di profonda divisione del Paese, travolto dalle proteste per la giustizia sociale. «Il figlio di un mio amico ha appena chiesto al padre se devono comprare delle armi per difendersi, perché si sente in pericolo», spiega Jones, chiarendo cosa una parte del Paese ha sentito fra le parole del suo presidente .

Corriere della Sera, 30 settembre 2020

Usa 2020, tutto quello che c’è da sapere sui dibattiti fra Trump e Biden

Il 29 settembre inizia la stagione dei dibattiti fra i candidati alla presidenza, il mese che conduce alle elezioni del 3 novembre. Al voto mancano 34 giorni, ma in una campagna elettorale deragliata a causa del coronavirus i quattro confronti televisivi del prossimo mese — tre fra Donald Trump e Joe Biden e uno fra i loro running mate, il vicepresidente Mike Pence e la senatrice della California Kamala Harris — saranno fra i pochi momenti pubblici in grado di cambiare l’andamento di queste presidenziali. A differenza degli altri anni ci sarà un solo moderatore per dibattito, ma come sempre inizieranno alle 21 americane (le 3 di notte in Italia) e dureranno un’ora e mezza, durante la quale i due candidati si affronteranno su una serie di argomenti prestabiliti scelti dal moderatore. In ballo, ovviamente, c’è la Casa Bianca:

Trump, 74 anni, è indietro nei sondaggi e ha una buona chance per recuperare. Attaccando «Joe il dormiglione» sulla sua tenuta psicologica e mentale, però, ha abbassato parecchio l’asticella per il suo sfidante;

Biden, 77 anni, deve evitare le sue proverbiali gaffe, ma soprattutto dimostrare di poter reggere fisicamente il dibattito e, di conseguenza, la presidenza.

I due sfidanti si stanno preparando, ognuno secondo il proprio stile. L’ex vicepresidente è al lavoro da giorni e sta effettuando come da tradizione finti dibattiti con Bob Bauer, ex funzionario della Casa Bianca di Obama e quest’anno consigliere della sua campagna elettorale: Bauer sta interpretando la parte di Trump, provando a prevederne la strategia e lo stile aggressivo. «Sono pronto a portare avanti la mia causa, spiegando perché ritengo che abbia fallito e io invece abbia le risposte per il popolo americano», ha affermato Biden, sostenendo che il presidente sia un «bugiardo» e paragonandolo a «una sorta di Joseph Goebbels», il ministro della propaganda di Hitler. Per questo, dice, proverà a fare fact-checking dal podio.

Trump ha invece preferito evitare le prove, ma si sta preparando con delle schede e guardando video: domenica ha spiegato che l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e l’ex governatore del New Jersey Chris Christie gli stanno dando una mano. «Non abbiamo avuto molto tempo», ha chiarito ai giornalisti, ricordando che quattro anni fa sconfisse Hillary Clinton senza prepararsi granché. «A volte si esagera con queste cose», ha spiegato, notando che, a differenza di Biden, lui risponde ogni giorno a parecchie domande dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca. Da tempo, però, sostiene che sia necessario effettuare un test antidroga prima del dibattito: secondo lui, infatti, Biden non sarebbe in grado di reggere un’ora e mezza di dibattito senza «aiuti».

È raro che i dibattiti cambino il corso delle elezioni, eppure è successo già nel primo confronto televisivo della storia: quello del 26 settembre 1960 a Chicago fra John Kennedy e Richard Nixon. A chi lo seguiva in televisione il giovane senatore democratico del Massachusetts, all’epoca aveva 43 anni, appariva abbronzato e rilassato, mentre il vice di Dwight Eisenhower sudava e indossava un abito chiaro, colore sbagliato che lo faceva confondere con lo sfondo e sembrare malato: per i 70 milioni di telespettatori fu un trionfo di Kennedy, ma per chi seguì il confronto in radio l’affermazione fu meno netta. Nel 1980 l’ex attore Ronald Reagan s’impose con grande abilità contro il presidente Jimmy Carter, concludendo il dibattito con una domanda agli elettori entrata nella storia della politica americana: «State meglio oggi di come stavate quattro anni fa?». La risposta — no — arrivò a novembre, a valanga.

Quattro anni dopo Reagan incespicò nel primo dibattito contro lo sfidante democratico Walter Mondale, rispetto al quale appariva anziano e confuso. Nel secondo confronto, arrivo la domanda sull’età e lui rispose: «Non sfrutterò per motivi politici la giovinezza e l’inesperienza del mio sfidante». Sarebbe rimasto lo stesso alla Casa Bianca, ma così mise il punto esclamativo sulla vittoria. Bill Clinton, dodici anni più tardi, sfruttò la carta dell’età a suo favore contro il 73enne Bob Dole: «Non penso che il senatore Dole sia troppo vecchio per diventare presidente», disse l’allora 46enne governatore dell’Arkansas. «Metto in dubbio la vecchiaia delle sue idee». Nel 2012, la strada di Obama per la rielezione fu spianata invece da una gaffe di Mitt Romney: per dimostrare di aver assunto molte donne quando era governatore del Massachusetts disse che aveva «raccoglitori pieni di donne»: doveva essere uno slogan delle sue politiche inclusive, invece le fece passare per figurine e ottenne una figuraccia memorabile, divenuta un meme prima ancora della fine del dibattito.

Questo è il calendario dei quattro dibattiti

29 settembre: Cleveland, Ohio

Trump contro Biden. Il moderatore sarà Chris Wallace, conduttore di Fox News Sunday che aveva fatto da arbitro anche in uno dei dibattiti fra Trump e Hillary Clinton nel 2016. Molto rispettato, specie dopo l’intervista con cui a luglio ha messo in difficoltà Trump sulla gestione della pandemia, Wallace ha scelto di soffermarsi su 6 argomenti, ai quali verranno dedicati segmenti di 15 minuti:

• la carriera politica dei due sfidanti, un vecchio leone di Washington e un outsider arrivato alla Casa Bianca per «drenare la palude»;
• la Corte Suprema, diventata un tema incandescente dopo la morte di Ruth Bader Ginsburg;
• la pandemia, sulla cui gestione ci sono state grandi polemiche;
• l’economia, che doveva essere il punto forte della campagna per la rielezione di Trump ma è collassata sotto i colpi del coronavirus;
• le proteste e le rivolte per la giustizia sociale, che vanno avanti da maggio in tutti gli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd;
• il corretto svolgimento di questa elezione, che Trump ha più volte messo in dubbio.

Entrambi i candidati avranno due minuti per rispondere alla domanda iniziale di ogni segmento, poi potranno iniziare il dibattimento: Wallace non farà fact-checking sulle dichiarazioni degli sfidanti, annuncio che ha creato polemiche nelle ore precedenti al fischio d’inizio. «Sarebbe un lavoro faticosissimo e ruberebbe tempo, ha spiegato, cercherò di essere il più invisibile possibile», ha spiegato Wallace. In sala saranno presenti, probabilmente, fra i 60 e i 70 spettatori: molto meno del solito.

Dove guardarlo in Italia: il dibattito si potrà seguire su SkyTg24 (canale 100, oppure 50 del digitale terreste) a partire dalle 2.30 del mattino, con Renato Coen che discuterà con i suoi ospiti prima e dopo il confronto televisivo; su La7, dove Enrico Mentana seguirà in diretta con alcuni ospiti il confronto a partire dall’1 di notte; sul canale YouTube della rete americana C-Span.

7 ottobre: Salt Lake City, Utah

Pence contro Harris. Il moderatore sarà Susan Page, capo della redazione di Washington di Usa Today. Gli argomenti del dibattito saranno annunciati una settimana prima, ma saranno 9: a ognuno saranno dedicati 10 minuti di dibattito.

15 ottobre: Miami, Florida

Trump contro Biden. Il moderatore sarà Steve Scully, capo della redazione politica della rete televisiva C-Span. In questo caso lo svolgimento sarà diverso dagli altri, in stile town hall meeting: a fare le domande saranno gli elettori indecisi della Florida meridionale, con Scully che avrà a disposizione un minuto ogni volta per stimolare il dibattito fra i candidati. Le domande riguarderanno comunque una lista prestabilita di argomenti, annunciati 7 giorni prima.

22 ottobre: Nashville, Tennessee

Trump contro Biden. Il moderatore dello scontro finale sarà Kristen Welker, corrispondente dalla Casa Bianca di Nbc News e conduttrice del programma Weekend Today, seconda donna nera a fare da arbitro nella storia dei dibattiti. Anche in questo caso gli argomenti saranno annunciati una settimana prima, ma saranno 6 come nel primo dibattito e saranno discussi per 15 minuti l’uno.

Corriere della Sera, 29 settembre 2020

Green card: l’incerto destino di 55 mila vincitori

Ogni anno milioni di persone – e fra loro parecchi italiani – tentano la sorte con il Diversity Immigrant Visa Program, la lotteria che garantisce una green card per lavorare e vivere negli Stati Uniti. Nel 2019 sono state accettate 14 milioni di domande, che compresi i nuclei familiari portavano a 23 milioni il numero di persone che speravano di trasferirsi in America nel 2020. Fra loro sono stati estratti a sorte dal computer 55 mila vincitori, che però sono rimasti impigliati in una doppia rete, la pandemia e la politica sull’immigrazione di Trump, e ora rischiano di vedere svanire la propria fortuna. C’è tempo fino al 30 settembre per completare le procedure, ma finora sono state emesse soltanto 14.636 green card.

A marzo, infatti, ambasciate e consolati americani in tutto il mondo hanno interrotto per la pandemia l’emissione di visti, fatta eccezione per le emergenze. Ad aprile, il presidente Trump ha sospeso l’ingresso nel Paese di immigrati che potevano “rappresentare un rischio per il mercato del lavoro americano”. A inizio settembre, dopo che un’associazione per i diritti civili si è appellata contro “l’immigration ban” emesso dal presidente, è arrivata la decisione della corte distrettuale di Washington, che ha ordinato all’amministrazione Trump di aprire le porte del Paese ai vincitori della lotteria.

L’ufficio per gli affari consolari del dipartimento di Stato ha dato allora il via libera e per i 55 mila vincitori è cominciata una corsa contro il tempo, con il rischio di perdere il biglietto vincente della lotteria. Le procedure, infatti, possono essere completate solo dove le condizioni sanitarie e la presenza di personale lo permette e, senza intervista in consolato, non si ottiene il permesso di soggiorno. Oltretutto racconta il Miami Herald che molti vincitori, come ad esempio cubani e venezuelani, devono ottenere l’intervista in un altro Paese perché nel loro non esiste un servizio consolare, ma il coronavirus gli impedisce di spostarsi.

“È improbabile che gli Stati Uniti siano in grado di soddisfare tutte le richieste entro il 30 settembre”, ha chiarito a Forbes un funzionario anonimo del dipartimento di Stato. Il giudice che si occupa del caso, Amit Mehta, potrebbe ora estendere la scadenza oltre il 30 settembre. In ogni caso, però, i vincitori non potranno entrare negli Stati Uniti prima del 2021, quando scadrà il divieto di Trump.

Corriere della Sera, 29 settembre 2020 (newsletter AmericaCina)

Apprendista (dei redditi), star in tv

Fra le scommesse più azzeccate di Donald Trump ce n’è una che ha avuto effetti dirompenti sulla sua carriera, in termini economici e politici. Dalle dichiarazioni dei redditi scovate dal New York Times emerge infatti che la partecipazione al reality show «The Apprentice» è stata un punto di svolta per il futuro presidente degli Stati Uniti.Da imprenditore immobiliare, infatti, si trasforma all’improvviso in star dei reality, ruolo che in termini di fama – la grande ossessione di Trump – frutta molto più dei libri alla «The Art of the Deal» che firmava negli anni Ottanta o delle rubriche di gossip in stile «Page One» in cui cercava di infilarsi a tutti i costi. Quando nel gennaio 2004 ha cominciato l’avventura televisiva, i conti delle sue aziende erano in profondo rosso. Facendo leva su The Apprentice – in cui in fondo recitava la parte che ha interpretato per tutta la vita: quella dell’imprenditore di successo – Trump ottiene una popolarità enorme, che monetizza con straordinaria efficacia.

  • Gli ha fruttato 427 milioni di dollari nell’arco di 16 anni. Direttamente da Nbc ne ottiene 197. Altri 230 derivano da contratti di licenza tramite i quali presta il nome a qualunque cosa: 500 mila dollari dai biscotti Oreo e dalla pizza Domino’s, 850 mila dollari da un detersivo, ma stringe anche accordi milionari con costruttori russi, azeri e turchi.
  • Grazie alla sua abilità di show man, Trump ottiene il riconoscimento che non aveva mai avuto appieno come imprenditore e si garantisce una fama globale: due elementi che contribuiscono a portarlo, in appena 12 anni, fino alla Casa Bianca.

Corriere della Sera, 29 settembre 2020 (newsletter AmericaCina)

Trump, dalle dichiarazioni dei redditi emerge un impero sull’orlo del fallimento

Dalle dichiarazioni dei redditi scovate dal New York Times non emerge soltanto un presidente capace di eludere il fisco con pratiche particolarmente aggressive, ma soprattutto un impero che si sta sbriciolando sotto il peso di perdite e debiti. Anche per questo il tycoon newyorkese — che si è sempre definito un miliardario e un vincente, esagerando il proprio status come fatto con i piani della sua Trump Tower — ha combattuto finché ha potuto per tenere nascoste le sue dichiarazioni dei redditi, interrompendo una tradizione che per i candidati alla presidenza degli Stati Uniti andava avanti dagli anni Settanta: fra quei numeri — che il quotidiano di New York definisce «il ritratto finora più completo di come Trump abbia sfruttato fallimenti e fama nel suo improbabile percorso verso la Casa Bianca» — si legge il reale valore della sua organizzazione e la sua strategia negli affari.

Soprattutto, però, emerge chiaramente la figura di un uomo in lotta per sopravvivere, politicamente e finanziariamente: indietro nei sondaggi, sotto indagine del fisco, ricoperto di debiti. «Le sue imprese potrebbero non essere in grado di sopravvivere», spiega il Times a conclusione dell’articolo: perdono soldi, e Trump deve ripagare prestiti per oltre 300 milioni che scadono entro i prossimi quattro anni e di cui è personalmente responsabile. In più ha venduto azioni per milioni di dollari e, secondo i dati pubblici, nel suo portfolio potrebbero essere rimasti titoli per meno di un milione. Senza considerare che la pandemia ha devastato il settore dell’ospitalità e delle attività ricreative, su cui poggiano molte delle sue proprietà, e che sulla testa pende l’indagine del fisco: se l’internal Revenue Service, l’agenzia delle Entrate americane, dovesse annullare il rimborso che gli ha concesso 10 anni fa, Trump si troverebbe a dover pagare oltre 100 milioni di dollari.

Ma andiamo con ordine. Quando all’inizio degli anni Duemila gli viene offerta la possibilità di prendere parte al reality show The Apprentice, Trump era finanziariamente alla deriva. Nonostante questo riuscì a ottenere un accordo particolarmente vantaggioso con i produttori, che gli permetteva di incassare metà dei profitti: il successo dello show lancia Trump come personaggio televisivo, gli porta in tasca quasi 197,3 milioni di dollari e lo aiuta a stringere accordi di licenza particolarmente vantaggiosi in tutto il mondo, dall’Azerbaigian alla Turchia, che gli hanno fruttato oltre 230 milioni di dollari fra il 2000 e il 2018. «Nessuna licenza era troppo piccola, e Trump ha prestato il proprio nome a qualunque cosa: dai biscotti Oreo alla pizza Domino’s, fino ai materassi Serta e alle cravatte», scrive il Times. In quel periodo, il futuro presidente dichiarava profitti per 427 milioni di dollari soltanto concedendo l’uso del proprio nome a terzi.

Se fino ad allora aveva goduto di un’esenzione fiscale dovuta a perdite da un miliardo di dollari sofferte negli anni Novanta, l’ondata di successo ha obbligato Trump a pagare le tasse per la prima volta dopo parecchio tempo: a partire dal 2005 ha versato 70 milioni di dollari in tre anni all’Irs, ma in totale, nell’arco dei 18 anni presi in esame, arriva a 95 milioni. Nel decennio successivo, dichiarando nuovamente forti perdite delle sue imprese, i versamenti si sono infatti praticamente interrotti: per cinque anni non ha pagato nulla e nel 2017, primo anno del suo mandato presidenziale, ha versato appena 750 dollari. Oltre al personaggio costruito con il reality show, infatti, l’impero di Trump nasce — grazie al padre Fred — e si fonda sul settore immobiliare.

In parte i conti vanno bene. Fra il 2000 e il 2018 gli spazi commerciali della Trump Tower, simbolo della sua ascesa fra i potenti di New York, hanno portato profitti per 336,3 milioni di dollari, e altri 167 milioni sono arrivati dalla Trump World Tower, nell’East Side di Manhattan. Fra gli investimenti più remunerativi c’è anche una partecipazione del 30% in due palazzi di uffici di proprietà di Vornado Realty Trust, che gli hanno fruttato 176,5 milioni di dollari fino al 2018. Da qui in poi, però, cominciano i guai. Gran parte delle sue proprietà sono in grave perdita, a partire dai campi da golf — acquistati con i ricavi di The Apprentice e degli accordi di licenza — che sul bilancio hanno pesato per 315,6 milioni dal 2000: solo il Trump National Doral, in Florida, ha riportato perdite per 162,3 milioni di dollari. A questa perdite si aggiungono quelle generate dai resort americani ed europei e dall’hotel aperto nel 2016 all’interno del vecchio ufficio postale di Washington, che da solo ha perso 55 milioni di dollari.

Così si rivolge nuovamente al fisco per chiedere un’altra esenzione. «Le perdite — specifica il Times — sono totalmente reali, e alcune anche parecchio grandi». Fra il 2008 e il 2009, ad esempio, il futuro presidente dichiara di nuovo perdite da un miliardo, per lo più legate agli investimenti fallimentari nel casinò di Atlantic City, in New Jersey: per questo motivo chiede all’Irs un rimborso fiscale di 72,9 milioni di dollari, praticamente tutto quello che aveva pagato negli anni dei successi di The Apprentice. L’Irs lo concede, ma stavolta decide di fare controlli, che a distanza di 10 anni non sono ancora terminati. In totale, fra il 2000 e il 2018, Trump dichiara perdite per 174,5 milioni di dollari.

Nel 2015, quando annuncia la sua candidatura alla presidenza, il fiume di soldi generato dal reality show e dagli accordi di licenza si è ormai praticamente prosciugato. Questo dettaglio, in fondo, non farebbe altro che confermare i pettegolezzi dell’epoca, che volevano Trump soltanto in cerca di notorietà per rilanciare un brand in difficoltà: il suo straordinario talento da show man e la capacità di produrre sparate continue che oscurano gli altri candidati fanno però deragliare il piano, qualunque fosse, e lo portano alla Casa Bianca. Come raccontano parecchi libri, a cominciare da Fuoco e Furia di Michael Wolff, la notte elettorale nessuno nel suo entourage, a cominciare dallo stesso Trump, si aspettava una vittoria: al tempo si vociferava del possibile lancio di una rete televisiva di destra, oppure di un nuovo reality show con Trump presidente in una Casa Bianca parallela.

Tutte voci, che restano tali perché Trump, appunto, vince. Le sue dichiarazioni, in particolare sugli immigrati, cominciano però a costargli: se non politicamente, almeno economicamente. Nbc abbandona lo show The Apprentice e il concorso Miss Universo, di cui era co-proprietaria con l’imprenditore di New York: il suo ruolo da reality star gli frutta meno di 10 milioni nel 2017 e appena 2,9 nel 2018. La presidenza, però, porta anche alcuni benefici economici: al club di Mar-a-Lago, che diventerà la Casa Bianca d’inverno, si iscrivono parecchi nuovi membri in cerca di rapporti e influenza, che solo nel 2016 fruttano al presidente 7,8 milioni di dollari. Dietro a quei 750 dollari di tasse federali pagati nell’anno in cui è stato eletto e in quello successivo, quando è entrato alla Casa Bianca, insomma, c’è di più: le difficoltà di un impero di carta fondato su debiti e grandi perdite, e sopratutto i timori di un presidente che, il 3 novembre, potrebbe non perdere soltanto la Casa Bianca.

Corriere della Sera, 28 settembre 2020

Trump, l’ex capo della campagna Brad Parscale in ospedale: era armato e minacciava il suicidio

L’ex manager della campagna elettorale di Trump, Brad Parscale, è stato ricoverato domenica in ospedale per aver minacciato il suicidio. Allertata dalla moglie Candice, la polizia è intervenuta nella sua casa di Fort Lauderdale, in Florida, dove Parscale era armato e sosteneva di volersi uccidere. «Gli agenti hanno risposto a una chiamata riguardo a un uomo armato che minacciava il suicidio», ha spiegato il sergente della polizia locale DeAnna Greenlaw a Cnn. «Quando sono arrivati sulla scena, la moglie del sospetto li ha avvertiti che il marito era armato: aveva accesso a molte armi da fuoco all’interno della residenza e minacciava di farsi del male». A quel punto, ha affermato il sergente, gli agenti «hanno stabilito un contatto con Parscale, hanno negoziato in sicurezza e lo hanno convinto poco dopo a lasciare la residenza. Poi è stato arrestato e trasportato al Broward Health Medical Center per un Baker Act», ha concluso Greenlaw, riferendosi alla legge del 1971 che in Florida permette di richiedere un trattamento sanitario d’emergenza e la detenzione per 72 ore di un familiare con problemi di salute mentale. «È un membro della nostra famiglia e gli vogliamo tutti bene», ha dichiarato Tim Murtaugh, capo della comunicazione di Trump 2020. «Siamo pronti a sostenere lui e la sua famiglia nel miglior modo possibile».

Outsider venuto — almeno politicamente — dal nulla, Parscale si era guadagnato sul campo la promozione. Dopo aver disegnato vari siti web per la Trump Organization — vini, fondazioni, trucchi e caviale — nel 2015 aveva fatto il salto in politica creandone uno da 1.500 dollari per la campagna dell’allora tycoon. Aveva finito le presidenziali 2016 gestendo una spregiudicata campagna digitale, che si basava sulla targetizzazione degli elettori negli stati in bilico e sfruttava i servigi di Cambridge Analytica fra le altre cose: così aveva portato nelle tasche della sua società Giles-Parscale — con base a San Antonio, in Texas — decine di milioni di dollari e, soprattutto, si era fatto apprezzare da Trump, che lo riteneva un «guru». A febbraio 2018 era stato promosso allora manager della campagna per la rielezione, ma nell’uscire dalle grazie del presidente è stato rapido quanto nell’entrarvi: prima i sondaggi scadenti che facevano infuriare Trump, poi le spese gonfiate e ingiustificate che il presidente fingeva di non vedere nonostante le segnalazioni dello staff. «Come fa a mantenere quello stile di vita?», gli chiedevano, usando le due ville che Parscale aveva comprato in Florida come campanello d’allarme.

Poi è arrivato il flop del comizio del 20 giugno a Tulsa, in Oklahoma, quando lo stesso Parscale aveva annunciato richieste per «un milione di biglietti», ma si era ritrovato con il palazzetto mezzo vuoto e il presidente furioso: a beffarlo, pare, erano stati adolescenti e fan del k-pop che si erano organizzati su TikTok. L’annuncio della rimozione era arrivato il 15 luglio: Parscale aveva mantenuto una posizione di rilievo, ma la campagna era stata affidata a Bill Stepien. L’ormai ex campaign manager non aveva preso bene il demansionamento, e fonti interne hanno fatto sapere a Jim Acosta di Cnn che non si era più fatto vedere in ufficio, se non una volta 10 giorni fa. Dopo la sua uscita, le spese «opache» erano venute a galla: secondo il New York Times, Parscale aveva usato 800 mila dollari della campagna elettorale per promuovere le proprie pagine social, 39 milioni li aveva destinati a due società di sua proprietà, e un altro milione lo aveva speso per ingraziarsi Trump, comprando spazi pubblicitari inutili sul mercato televisivo di Washington, esclusivamente per farli vedere — e farsi notare — al presidente.

Corriere della Sera, 28 settembre 2020