I 10 punti sulla guerra in Ucraina da tenere d’occhio in vista della decisiva battaglia di primavera

Dieci punti per delineare il conflitto, le forniture, le incognite mentre si avvicina l’anniversario dell’invasione.

1. Sembra di rivivere l’inverno 2022. Il capo della Cia William Burns è in piena azione, vola a Kiev e presenta a Zelensky i possibili piani russi come successe un anno fa. Intanto i generali americani discutono le opzioni ed assistono la resistenza con contatti diretti. Gli alleati lanciano una nuova iniziativa di supporto. L’intelligence, ieri come oggi, è cruciale nella «prevenzione» delle mosse e nell’individuazione dei lati deboli avversari.

2. L’aiuto della coalizione — che si è incontrata oggi a Ramstein — è iniziato con l’obiettivo di evitare la sconfitta dell’Ucraina, ora il target è quello di favorire la liberazione dei territori. Progetto ambizioso e costoso. La nuova assistenza è calibrata per questo.

3. Il Pentagono, insieme ai partner, ha indicato con chiarezza: l’esercito di Zelensky va dotato di equipaggiamenti e dell’addestramento per condurre azioni su larga scala con contingenti ampi. È ciò che i soldati stanno imparando a fare in queste settimane. Serve comunque tempo, come servono i sistemi anti-aerei. Per alcuni la Casa Bianca deve sbloccare i razzi a lungo raggio per stabilire un equilibrio e per incalzare gli occupanti nelle retrovie distanti. Kiev li ha chiesti, idem per i caccia che alcuni Stati sarebbero pronti a dare. L’Olanda ha offerto gli F16.

4. I tank «pesanti». L’Ucraina ha sempre dichiarato di avere bisogno di un «parco» di 300-500 carri armati. La Nato discute l’invio di mezzi adeguati e la scelta cade sul Leopard tedesco in quanto il modello è disponibile in numerosi Paesi europei. La Germania ha fermato il «processo» con il veto sulla riesportazione dei tank. Quanto alla consegna, oltre all’ok di Berlino, molto dipenderà dalle condizioni dei mezzi, dal lavoro per riattivarli e dal training. Washington intanto avrebbe chiesto alla Grecia di consegnare 2-3 Leopard a Kiev nella speranza che questo induca il cancelliere Olaf Scholz a cambiare idea, non essendo lui ad avere infranto il tabù. Scorciatoie non incoraggianti se paragonate alla posta in gioco.

5. I carri armati cambiano davvero il quadro? Mosca, nelle sue reazioni minacciose, afferma di no. Qualche analista sottolinea l’importanza dei corazzati (inclusi i blindati in arrivo) ma avverte anche che al massimo riusciranno a creare un paio di brigate. Ancora poche rispetto agli impegni.

6. La guerra è logistica, logistica, logistica. Gli ucraini devono preoccuparsi della manutenzione, dei rifornimenti, dell’appoggio, della gestione di un arsenale imponente. È un impegno gravoso che cresce e introduce difficoltà per la disparità di veicoli/cannoni/blindati. Decine di tipi, ognuno con le sue caratteristiche. Indispensabile uniformare, ma come arrivarci quando i fornitori attingono a depositi diversi? Gli ottimisti confidano nella determinazione e nell’arte d’arrangiarsi messa in mostra dai «difensori» nei mesi passati.

7. Un esperto, Tyler Rogoway, insiste su un aspetto: le spedizioni di armamenti servono da deterrenza, rappresentano un messaggio lanciato verso il Cremlino per ribadire che non potrà vincere.

8. Vladimir Putin, invece, è convinto di farcela e lo dichiara. Si affida alla quantità da gettare letteralmente sul campo di battaglia, conta sulla tradizione di un’Armata che — nonostante tutto — tiene il colpo, spera che gli «altri» si stanchino. La strategia di logoramento, nella sua visione, sfinisce gli sponsor stranieri, consuma gli ucraini. Fonti dell’intelligence tedesca hanno fatto trapelare sullo Spiegel indiscrezioni allarmate sull’alto numero di perdite patito dagli ucraini a Bakhmut. La soffiata conferma, allo stesso tempo, la tattica suicida degli invasori mandati all’assalto senza preoccuparsi delle conseguenze. Per il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin gli occupanti, oltre ai morti a centinaia, starebbero esaurendo le munizioni.

9. Lo Stato Maggiore esegue gli ordini del neo-zar, raccoglie tutte le forze possibili. I regolari e i mercenari della Wagner. È in pressing sulla Bielorussia perché «entri» con le unità. Una mobilitazione strisciante. I «sovietologi», in base alla loro esperienza, sono scettici, ritengono che emergeranno i nodi mai sciolti, le carenze, i «freni» di una struttura mai riformata. Credono poco nei ritmi dell’industria bellica. Ma sono previsioni, variabili, mai certe. Perché la Russia non mostra segni di cedimento.

10. L’attenzione è concentrata sulla primavera, quando i due schieramenti proveranno a rompere lo stallo. Tuttavia a Washington invitano a guardare oltre: i generali americani avvisano che sarà arduo cacciare via gli invasori nell’anno in corso, gli scenari sono di medio e lungo termine. E su questo sono d’accordo con Putin.

Corriere della Sera, 20 gennaio 2023

Lezioni da uno scandalo (25 anni dopo)

Gli anniversari sono sempre un’occasione per fare bilanci, in particolare quelli tondi: il compimento dei 30 o dei 40 anni, i 10 anni di matrimonio o le nozze d’argento, la pensione, il centosessantesimo anniversario dell’unità d’Italia (era due anni fa!), oppure i 25 anni passati da uno scandalo che ha segnato un Paese, e una persona. Il 21 gennaio del 1998, un flash di agenzia annunciava che l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton aveva una relazione con una stagista di 24 anni, Monica Lewinsky: da quel titolo si passò rapidamente a una dura battaglia politica, al procedimento di impeachment per Clinton, accusato di aver mentito sotto giuramento e di aver ostacolato la giustizia, e, infine, alla sua assoluzione. Restarono le cicatrici, per Monica Lewinsky e per la politica americana. Venticinque anni sono però abbastanza per tracciare un bilancio, dopo mezza vita passata prima a fuggire, poi a ricordare e analizzare quell’evento traumatico. E così Lewinsky, oggi 49enne, ha messo in fila per Vanity Fair le 25 lezioni che ha imparato in questo quarto di secolo, per sé e soprattutto per la nazione.

Eccone dieci, non necessariamente le più importanti ma quelle che ci hanno colpito di più. Le altre le trovate tutte qua.

  • Puoi prendere la decisione giusta e comunque avere rimpianti.
  • Se non puoi ridere di te stesso, sei fregato.
  • L’abitudine di incolpare le donne è per fortuna scemata nel tempo grazie al condizionamento sociale. Quello che nel 1998 era lo scandalo Lewinsky o l’affare Lewinsky, oggi è diventato lo scandalo Clinton, o l’impeachment di Clinton.
  • Trovare la gioia — anche andarne a caccia — è una parte essenziale della vita. Non bisogna aspettare che sia lei a trovarci. (E Disneyland è ancora il luogo più felice della terra).
  • Mi ci sono voluti 22 anni per guardare The West Wing, e devo ammettere che è geniale.
  • Con il passare degli anni, il gusto nello scegliere i partner migliora (e qui c’è un occhiolino).
  • Una cosa che tutti abbiamo in comune è che facciamo errori. È inevitabile. Scendete a patti con l’arte del commettere uno sbaglio.
  • Il potere di una parola gentile è straordinario. Nei momenti più profondi e difficili dell’anima, un semplice atto di gentilezza umana è qualcosa di potente.
  • Scegli i tuoi amici con attenzione. Venticinque anni fa avevo uno dei peggiori amici del mondo: Linda «Giuda, tienimi la birra» Tripp. Anche se da allora ho lasciato andare il risentimento e l’amarezza legati a lei e al suo tradimento, non ho dimenticato quanto sono fortunata ad aver imparato a fidarmi di nuove persone. Le relazioni più emotivamente intime che ho sono con i miei incredibili amici. Questi sono gli investimenti che vale la pena coltivare.
  • Infine, non so come dirlo se non essendo diretta e insopportabilmente stucchevole: puoi sopravvivere all’inimmaginabile.

Corriere della Sera, 20 gennaio 2023 (newsletter AmericaCina)

Gli Usa pronti a inviare a Kiev munizioni con un raggio da 150 chilometri per colpire le basi russe e la Crimea

Gli strumenti per colpire più lontano e la strategia della riconquista: questi gli spunti sul taccuino di oggi dedicato al conflitto in attesa del summit dei donatori a Ramstein, in Germania.

Washington potrebbe inserire nel pacchetto da 2,7 miliardi di dollari le Ground Launched Small Diameter Bombs (Glsdb), munizioni lanciabili dagli Himars con un raggio d’azione di 150 chilometri, quasi il doppio rispetto ai razzi in dotazione agli ucraini. Sono ritenute molto precise, danno la possibilità di tenere sotto tiro gran parte del territorio occupato e zone settentrionali della Crimea. Gli esperti indicano come obiettivi prioritari alcune basi per caccia ed elicotteri (Dzhankoy e Berdyansk) oppure snodi logistici, come la stazione di Sokolohirne. I russi, che già temono i lanciarazzi a lunga gittata, sarebbero costretti a spostare i velivoli ed adeguare l’assetto. Finirebbe, in parte, il «santuario» per la retrovia profonda. Le Glsdb rappresentano una via di mezzo per la Casa Bianca, contraria a dare i sistemi Atacms — raggio d’azione di 300 chilometri — ma d’accordo sugli obiettivi di Zelensky, ossia il tentativo di liberare vaste regioni, inclusa la Crimea. E questo nonostante il rischio di contrasti con Mosca, rapida nel denunciare l’escalation. Reazioni politica resa dura dai timori per l’impatto degli equipaggiamenti. Sempre nel pacchetto ci saranno i blindati da combattimento Stryker (100) e Bradley (50), mezzi che devono aumentare le capacità di manovra insieme ai tank.

Su quest’ultimi si è sviluppato un confronto tra alleati. Ricapitoliamo. La Gran Bretagna e la Francia hanno detto sì all’invio di carri armati, la Polonia è pronta a dare i suoi Leopard di produzione tedesca e dice che se non c’è un’intesa rapida procederà in modo autonomo, non diversa la posizione di altri governi che dispongono degli stessi mezzi. Il cancelliere Scholz, molto criticato per i continui tentennamenti, afferma che dirà sì solo se anche gli americani spediranno i tanks Abrams, cosa esclusa dal Pentagono. Discussioni, pressioni, contatti dietro le quinte. Con un versante tecnico. I carri armati sono importanti ma non manca chi evidenzia la diversità di modelli da gestire, le condizioni di alcuni esemplari (e i tempi per riattivarli), la loro efficacia in questo «teatro». I Leopard impiegati dai turchi in Siria hanno avuto problemi, gli Abrams sono macchine sofisticate, poco economiche, con esigenze» di manutenzione alte. Più determinata, secondo un approccio ben definito, la Svezia: Stoccolma ha confermato la fornitura dei cannoni semoventi Archer, moderni e con una gittata superiori ai 30 chilometri, quindi una cinquantina di blindo da combattimento e altro materiale. Non fa di meno l’Estonia: ha messo a disposizione cannoni «pesanti», veicolo di supporto, munizioni. La Danimarca aggiunge 19 cannoni semoventi Caesar (produzione francese), molto apprezzati dalla resistenza per la loro mobilità. Più ambigua la Bulgaria. Ufficialmente ha sempre rifiutato di aiutare militarmente gli ucraini e, invece, ora conferma di aver ceduto un montagne di «colpi», conseguenza inevitabile di uno stato che da sempre svolge un ruolo nel «mercato dei cannoni».

L’accumulo di equipaggiamenti — attenzione però, serve sempre distinguere tra annunci e consegne — è finalizzato a quanto accadrà nelle prossime settimane, probabilmente in primavera con gli avversari pronti a scatenare offensive. Sotto questo aspetto sono rilevanti due incontri. Il primo è quello del capo della Cia William Burns con Zelensky, visita non annunciata dedicata alla crisi durante il quale gli Usa hanno messo a disposizione informazioni sui piani degli occupanti. Il secondo ha avuto per protagonisti il Capo di Stato Maggiore statunitense Mark Milley e i generali ucraini in Polonia. Riunioni di lavoro, senza cerimonie dedicate a nodi concreti. Anche alla vigilia della manovra che ha permesso all’Ucraina di liberare Kharkiv e Kherson c’erano stati contatti operativi. Rivelazioni dei media, emerse dopo i successi, avevano confermato il ruolo esterno del Pentagono attraverso l’intelligence, l’analisi dei punti deboli russi, lo studio delle opzioni, una consultazione stretta. È vero che gli americani si sono lamentati in passato di non aver ricevuto informazioni precise da parte di Zelensky, ma è altrettanto vero che gli ucraini dipendono dal supporto alleato, dai rifornimenti di munizioni, dai pezzi di ricambio e da un’infinità di componenti. Dunque è scontato quanto necessario che vi sia un dialogo operativo. A maggior ragione quando Vladimir Putin chiama a raccolta le sue «divisioni» — riservisti, mercenari, industria, generali, propaganda — per continuare ad ogni costo l’operazione speciale. Da Londra non escludono che sia pronto a schierare in Ucraina i nuovi carri armati T14 Armata in quanto sono stati «avvistati» diversi esemplari in training nella caserma di Kuzminka, Russia meridionale. La notizia può avere fondamento ma anche essere il tentativo britannico di convincere gli indecisi a reazioni adeguate fornendo i tank.

Corriere della Sera, 19 gennaio 2023

Scholz aspetta, ma Berlino è pronta a dire sì ai carri armati Leopard per la resistenza ucraina

Olaf Scholz ha promesso di mantenere il sostegno all’Ucraina, senza parlare di carri armati. È stato un discorso fermo ma evasivo quello del cancelliere tedesco a Davos, durante il quale ha ricordato l’impegno della Germania ma non ha dato l’atteso via libera alla fornitura dei tank Leopard richiesti da Kiev. Eppure qualcosa si muove, ammettevano negli ultimi due giorni ministri e funzionari tedeschi, e sembra che Berlino potrebbe cedere alle pressioni ucraine e di alcuni Paesi occidentali: venerdì, al vertice dei donatori nella base americana di Ramstein, in Germania, potrebbe infine arrivare l’ok alla fornitura dei carri armati di produzione tedesca. A patto però, dicono fonti tedesche, che gli Stati Uniti inviino i loro tank. «L’Occidente ha esitato nel 2014, ma ora serve un approccio veloce nelle decisioni per aiutare l’Ucraina e far fronte alla Russia che sta esportando il terrore», ha replicato in videocollegamento il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che proprio ieri ha scritto una lettera a Xi Jinping per invitare la Cina al dialogo.

Gli Stati Uniti, ha rivelato il New York Times, negli ultimi mesi hanno attinto dai loro depositi di munizioni presenti in Israele e Sud Corea, in particolare i proiettili d’artiglieria pesante inviati con un ponte aereo in Ucraina. Mossa dettata dal massiccio uso dei cannoni, con una cadenza di 90 mila colpi al mese, cifra che supera di gran lunga la produzione americana ed europea. Gerusalemme e Seul si sono sempre rifiutate di fornire materiale bellico alla resistenza, essendo al centro di teatri critici, Washington si è impegnata a riempire i vuoti. Il tema delle scorte però incombe, e se ne discuterà al vertice di Ramstein. Altro settore prioritario è quello dei sistemi anti-aerei per contrastare i raid missilistici degli invasori.

Dopo Usa e Germania, anche l’Olanda ha promesso una batteria di Patriot.In arrivo ci sarebbe anche un altro grosso «pacchetto» da Washington. Intanto il capo di Stato Maggiore statunitense Mark Milley ha incontrato per la prima volta il suo omologo ucraino, Valerii Zaluzhnyi, in una località segreta nel sud della Polonia. Consulto legato alle prossime iniziative sul campo, alle necessità di Kiev, agli aspetti tattici, al coordinamento necessario per rendere più fluida un’assistenza che comporta difficoltà immense: mezzi d’origine diversa, training non omogeneo, richiesta continua di equipaggiamenti per sostituire quelli perduti in battaglia — i numeri sono altissimi — ed ottenerne di più moderni.

Resta aperta, con sorprese, la richiesta di Zelensky sulle armi a lungo raggio. È ancora il New York Times a scrivere che l’amministrazione potrebbe concedere sistemi in grado di colpire le installazioni militari in Crimea. Un cambio dopo un dibattito interno e la valutazione della possibile risposta degli invasori. Washington sembra pronta ad accettare il rischio, anche perché nel frattempo i russi hanno proseguito con i raid sulle aree abitate.

Mentre l’Occidente studia come rendere più efficace il sostegno a Kiev, Mosca vuole rivedere l’Armata per accrescerne le capacità e prolungare la sfida. Sono grandi manovre, con implicazioni di medio e lungo termine. Putin sta varando infatti una grande riorganizzazione delle forze armate da attuare nel periodo 2023-2026, l’obiettivo di lungo termine è di arrivare ad oltre un milione e mezzo di soldati. La riforma deve investire ogni settore, prevede la costituzione di nuovi comandi e distretti militari (Mosca, Leningrado), la creazione di unità importanti da schierare al confine con la Finlandia e altre in Ucraina, la composizione di 12 divisioni, la maggiore attenzione alla preparazione e al reclutamento. Il messaggio è chiaro: il Cremlino ritiene che il conflitto durerà a lungo e vuole avere le risorse a disposizione. Ieri lo stesso Putin ha ribadito che «la vittoria è inevitabile», frase scontata quanto si vuole ma inserita nella cornice di mobilitazione, dall’industria bellica al singolo plotone.

Corriere della Sera, 19 gennaio 2023 (pag 12, pag 13)

Guerra in Ucraina, grandi preparativi sui due fronti: l’Occidente pensa alla primavera, la Russia al lungo periodo

L’Occidente studia come rendere più efficace il sostegno a Kiev, Mosca vuole rivedere l’Armata per accrescerne le capacità e prolungare la sfida. Grandi manovre con implicazioni di medio e lungo termine.

Gli aiuti

La notizia nuova arriva dalle pagine del New York Times. Gli Stati Uniti, negli ultimi mesi, hanno attinto dai loro depositi di munizioni presenti in Israele e Sud Corea. In particolare i proiettili d’artiglieria pesante inviati con un ponte aereo in Ucraina. Mossa dettata dal massiccio uso dei cannoni, con una cadenza di 90 mila colpi al mese. Cifra che — precisa il quotidiano — supera di gran lunga la produzione americana e europea. Quattro dati.

Gerusalemme e Seul si sono sempre rifiutate di fornire materiale bellico alla resistenza. Sono due Paesi al centro di teatri critici.

Washington si è impegnata a riempire i vuoti. Il tema delle scorte incombe, ci si chiede se gli ucraini ne avranno a sufficienza.

• Di questo e di altri aiuti si parlerà domani a Ramstein, in Germania, con il vertice dei donatori. Alla vigilia esponenti statunitensi ed europei hanno fatto a gara nell’assicurare il massimo impegno, vedremo se alla fine sarà deciso un invio di tank, imitando Gran Bretagna e Francia.

• Altro settore prioritario quello dei sistemi anti-aerei per contrastare i raid missilistici degli invasori. Dopo Usa e Germania anche l’Olanda ha promesso una batteria di Patriot.

Indiscrezioni segnalano che è imminente un «pacchetto» statunitense, pare molto consistente. Al momento non si conosco i dettagli.

Incontri

Il capo di Stato Maggiore statunitense Mark Milley ha incontrato per la prima volta il suo omologo ucraino, Valerii Zaluzhnyi, in una località segreta nel sud della Polonia. Consulto legato alle prossime iniziative sul campo, alle necessità di Kiev, agli aspetti tattici, al coordinamento necessario per rendere più fluida un’assistenza che comporta difficoltà immense: mezzi d’origine diversa, training non omogeneo, richiesta continua di equipaggiamenti per sostituire quelli perduti in battaglia — i numeri sono altissimi — ed ottenerne di più moderni. Oltre alla questione «carri» c’è sempre la domanda ucraina relativa ai missili a lungo raggio: li vogliono in modo da poter «battere» ancora più in profondità le retrovie degli occupanti, concentramenti di truppe, basi. Un punto sul quale la Casa Bianca continua a frenare. Sul resto i segnali Nato sono concreti — sia pure con molte differenze su qualità e quantità — e formali. Interessante la tabella diffusa dal Pentagono (foto sopra) per documentare la massa di materiale trasferita quest’anno con aerei, navi, treni. E a proposito di ferrovia, quella ucraina — sempre efficace nonostante sia sotto attacco — ha annunciato la riapertura di una linea con la Romania, sbocco essenziale per merci e persone.

La riorganizzazione

La Russia vara una grande riorganizzazione delle forze armate da attuare nel periodo 2023-2026, l’obiettivo di lungo termine è di arrivare ad oltre un milione e mezzo di soldati. La riforma deve investire ogni settore, prevede la costituzione di nuovi comandi e distretti militari (Mosca, Leningrado), la creazione di unità importanti da schierare al confine con la Finlandia e altre in Ucraina, la composizione di 12 divisioni, la maggiore attenzione alla preparazione e al reclutamento Il messaggio — secondo gli analisti di Institute for the Study of War — è chiaro: il Cremlino ritiene che il conflitto durerà a lungo e vuole avere le risorse a disposizione, inoltre la «riforma» annunciata dal ministro della Difesa Sergei Shoigu va oltre questa crisi. Vladimir Putin ha un doppio orizzonte. Il primo è contingente: una qualche vittoria in tempi ravvicinati. Ecco perché ha sacrificato centinaia di soldati e mercenari nell’assalto a Soledar e Bakhmut. Località importanti — sottolinea l’ex generale australiano Miki Ryan — ma non decisive per l’assetto. Prospettiva diversa da quella di Zelensky che cercherà, quest’anno, di proseguire nella riconquista. Sono sempre però scenari generali, suscettibili di mutamenti. Il secondo orizzonte del neo-zar è andare avanti nel rilancio della super potenza e per ottenerlo deve decisamente imporre un cambio di passo. Nel frattempo potrebbe ordinare una nuova chiamata di riservisti. Oggi lo stesso Putin ha ribadito che «la vittoria è inevitabile», frase scontata quanto si vuole ma inserita nella cornice di mobilitazione, dall’industria bellica al singolo plotone.

Corriere della Sera, 18 gennaio 2023

Così il direttore della Cia Burns ha convinto Zelensky (e l’Europa) che Putin stava per invadere l’Ucraina

Gennaio 2022, giorni di grande tensione. Gli Stati Uniti lanciano avvisi ripetuti sul rischio di invasione dell’Ucraina. In Europa c’è scetticismo, non fidano. E allora Washington sceglie un messaggero convincente, il direttore della Cia William Burns, partito per Kiev per la missione dell’ultima ora.

Il capo dell’intelligence incontra Volodymyr Zelensky, fino ad allora cauto sul pericolo incombente. Nel colloquio la delegazione americana squaderna sul tavolo dossier critici, informazioni che fanno cambiare idea al leader ucraino. Il primo è il probabile piano d’attacco russo incentrato sulla presa della base di Hostomel, non distante dalla capitale. Il secondo riguarda un’operazione che ha nel mirino lo stesso presidente: vogliono ucciderlo per «decapitare» il Paese e facilitare la conquista. I dati sono pesanti, aiutano gli americani ad allontanare i dubbi che sia tutta propaganda. L’Ucraina reagisce preparandosi ad «accogliere» le truppe aerotrasportate e i ceceni all’aeroporto di Hostomel, manovra coronata da successo. Gli aggressori sono decimati, la sconfitta tattica ha ripercussioni strategiche. Gli apparati interni, invece, si dedicano al contrasto di sabotatori, infiltrati, eventuali assassini. Sono sventati almeno due progetti d’attentato contro Zelensky, costretto da mesi a misure di sicurezza che non ammettono errori. Tutti questi particolari sono stati rilanciati da un libro appena uscito, The Fight of His Life: Inside Joe Biden’s White House, scritto da Chris Whipple.

Nei giorni successivi all’invasione usciranno notizie su un nucleo ceceno mandato a Kiev con l’ordine di eliminare il presidente, su manovre segrete con l’aiuto di collaborazionisti d’alto livello, su azioni destabilizzanti. È un insieme di allarmi concreti, episodi, pericoli e anche propaganda per compattare lo schieramento davanti all’aggressione brutale, per chiudere varchi in un momento decisivo. In quelle ore venivano elaborati scenari sull’assedio alla capitale, sull’avanzata dell’Armata, sulla necessità di difendersi con ogni mezzo. Lo sviluppo della crisi conferma in modo drammatico l’allerta di Burns, un diplomatico di lunga data ed esperienza che era volato fino a Mosca per scongiurare il peggio. Ma Vladimir Putin aveva ormai deciso. Quei contatti moscoviti hanno però aperto un canale di comunicazione mai interrotto e utile. La conferma è nelle parole pronunciate oggi da Sergei Naryshkin, capo dello spionaggio esterno, che aveva avuto un colloquio con la controparte ad Ankara in novembre: è possibile un nuovo incontro. «Non possiamo escluderlo», ha aggiunto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, «questa forma di dialogo ha un senso». Sembra quasi un invito.

Corriere della Sera, 17 gennaio 2023

Addestramento, forniture, prospettive: cosa serve all’Ucraina nei prossimi, decisivi mesi di guerra

I nemici marciano verso la «lunga guerra», con nuove truppe, riorganizzazione, ricerca di rifornimenti. La crisi attende una nuova fase in primavera, con molte incognite.

Training

Il piano era stato annunciato ed ora è partito. Circa 500 soldati ucraini hanno iniziato l’addestramento curato dagli americani nella base di Grafenwoehr. Un corso che dura tra le 5 e le 6 settimane. L’aspetto particolare, diverso da altre iniziative già avviate dai Paesi amici, è che i soldati si preparano a condurre manovre articolate, coordinate e integrate da ogni sistema a disposizione. Dunque non solo il training alle armi individuali o «di squadra». Chi sostiene Kiev vuole dare all’esercito capacità, caratteristiche, mezzi per recuperare il terreno perduto.

Al primo scaglione ne seguiranno altri, insieme al training condotto in alcuni Stati europei, a cominciare dalla Gran Bretagna. I programmi gestiti dalla coalizione sono un proseguimento del training, su scala minore, garantito a partire dal 2015. Una trasformazione di un apparato reduce dalle prove difficili nel Donbass. Altri aspetti saranno discussi il 20 al vertice di Ramstein, durante il quale i donatori dovranno elaborare forniture, scorte, tipo di mezzi seguendo il filo della transizione verso materiale di concezione occidentali.

Cosa serve

Numerosi osservatori insistono su alcune necessità. I carri armati promessi sono ancora pochi e permangono ostacoli all’invio. Serve un maggior numero di blindati, un’uniformità di modelli per facilitarne la manutenzione, così come devono essere aumentate le officine nel Paese (e non solo all’estero) dove riparare le prede belliche. I meccanici fanno miracoli, ma non sempre bastano. L’Ucraina ha bisogno di blindati da combattimento e continua ad essere inferiore nel settore artiglieria. Inoltre è indispensabile avere un flusso di munizioni stabile: operazione complessa, i proiettili «pesanti» costano. Andrà ampliato lo scudo anti-aero e anti-missile, con una triplice chiave: una rete da opporre a cruise, missili balistici, droni.

Il ricercatore Tom Cooper, in una delle sue ultime analisi, ha sottolineato come per la resistenza sia arduo tenere testa alla massa di uomini e mezzi schierata dal Cremlino. Il tiro preciso è importante, ferma una colonna ma — avverte — non spazza via il reparto che avanza. E se la prima falange d’assalto è falciata ne è pronta una seconda, poi una terza. La mobilitazione ha messo a disposizione dell’Armata la quantità mentre il fuoco dei lunghi calibri degli occupanti ha rallentato in qualche settore però resta pressante. Un segnale — come ha notato un esperto — di un miglioramento della logistica. I russi, in queste settimane, hanno allargato il ricorso a unità di fanteria, hanno perso centinaia di elementi ma hanno aperto vuoti nel campo nemico. Il logoramento c’è per tutti.

Le carenze

Il sentiero non è in discesa neppure per Mosca. I «tecnici» ricordano ogni giorno le carenze, gli equipaggiamenti sotto lo standard, la macchina lenta e rigida, l’incompetenza di alcuni ufficiali, i dubbi sul morale delle reclute, i possibili problemi in futuro nel sostenere un’alta cadenza di tiro. Osservazioni basate sugli sviluppi di quest’anno. Tuttavia le ultime sortite e le decisioni di Vladimir Putin ribadiscono la determinazione ad andare avanti, senza curarsi del prezzo. Il neo zar ha ridato fiducia alla gerarchia tradizionale rappresentata dal ministro della Difesa Sergei Shoigu, dal capo di stato maggiore Valery Gerasimov, accompagnato da un triumvirato di vice, compreso il famoso Sergei Surovikin. In parallelo ha lasciato spazio ai mercenari della Wagner di Prigozhin, onda d’urto sacrificabile.

Al Cremlino non mancano gli uomini — di nuovo la «quantità» — e potrebbe adottare una nuova mobilitazione, ha depositi dove attingere, non ha mai smesso di bombardare le città, ha imposto una spinta, ha ridato motivazioni. Lunedì la Tass ha annunciato l’entrata in servizio del primo set dei super siluri Poseidon, una delle nuove armi sbandierate da Putin. I gesti possono essere «d’ufficio» ma anche simboleggiare la determinazione. Le valutazioni negative e positive sono per forza provvisorie, fluide. Tre le correnti degli analisti. Gli ottimisti, certi che Kiev possa prevelare se le daranno l’arsenale con aerei, carri armi, missili a lungo raggio (300 km), un’assistenza massiccia e senza ma contro un nemico mai libero dai suoi guai strutturali. I pessimisti, convinti che alla fine il pendolo si sposterà verso gli invasori in quanto superpotenza. I cauti che mescolano le prime due interpretazioni conservando dei dubbi. Alla vigilia dell’invasione persino gli Stati Uniti ritenevano che nell’arco di poche settimane la Russia avrebbe imposto il suo controllo sull’Ucraina. Previsione smentita dalla realtà cruda. Ecco perché aspettano la primavera, l’esame del campo di battaglia.

Corriere della Sera, 16 gennaio 2023

Ucraina, la conta di lance e scudi: Mosca bombarda e ha missili a disposizione, Kiev ha bisogno di sistemi di difesa aerea

Il sabato di sangue in Ucraina, con le città sottoposte a un pesante bombardamento, racchiude tre messaggi: a dispetto dei report contrari, Mosca ha molti ordigni a disposizione; gli ucraini hanno bisogno di altre contromisure per aumentare lo scudo; la campagna di terrore continua ad essere uno dei pilastri della strategia di Putin. Il bilancio provvisorio di ieri è di una ventina di morti e alcine decine di dispersi.

Ondate

I russi hanno colpito — secondo la ricostruzione di Institute for the Study of War — in due ondate con un totale di 33 «pezzi». Nella prima hanno usato S-300 e S-400, armi anti-aeree modificate per essere usate contro target terrestri. In questo caso l’area di Kiev e il punto di partenza è stato il territorio bielorusso. La seconda «salva» è stata condotta con missili da crociera lanciati da bombardieri e navi (KH101, K555, KH22, Kalibr, KH59) in azione nella regione russa di Kursk e in Mar d’Azov. Gli esperti hanno anche sottolineato il probabile ricorso a vettori terra-terra Iskander. Le fonti ufficiali ucraine hanno rivendicato l’intercettamento di 18 cruise e tre missili guidati ma hanno sostenuto che non è possibile per loro parare l’intera minaccia, specie quella degli ordigni balistici. Se «arrivano» dalla Bielorussia hanno appena due minuti di tempo e la traiettoria complica la missione della difesa. Senza contare i rischi di rottami o parti di armi che cadono dopo essere stati distrutti, una sorta di fuoco amico. Ieri un alto funzionario ha dichiarato che uno degli edifici sarebbe stato danneggiato in una situazione simile, affermazione poi corretta e smentita. Il palazzo di Dnipro — secondo la resistenza — è stato sventrato da un KH22 «sparato» da un velivolo. Dall’inizio della guerra gli occupanti hanno già impiegato 210 missili di questo modello e nessuno sarebbe stato mai intercettato.

La risposta

Dopo ogni raid che devasta aree abitate l’Ucraina chiede aiuti ulteriori all’Occidente. Gli Usa forniranno una batteria di Patriot (necessario però addestrare il personale), una seconda arriverà dalla Germania. Sono sistemi concepiti proprio per «fermare» i missili. Altri apparati — come i SAMP/T — devono coprire quote basse e medie così come ingaggiare i droni-kamikaze, in particolare gli Shahed iraniani. Israele ha fatto trapelare l’indiscrezione della sua assistenza tecnologica in favore di Kiev, supporto legato alla propria esperienza bellica. Lance e scudi, però, devono essere presenti in quantità, inoltre è cruciale la sorveglianza elettronica svolta, in parte, dalla ricognizione aerea della Nato, con mezzi che volano al di fuori dei confini ucraini e in Mar Nero. Sono sentinelle preziose — come l’Awacs appena schierato in Romania — ma da sole non bastano. L’intelligence intanto continua a sorvegliare la collaborazione della Russia con l’Iran e altri Paesi (leggi Nord Corea): cerca di capire se Teheran invierà nuovi mezzi e quale sia la capacità di produzione; valuta le scorte di Shahed, ad oggi utilizzati oltre 660; non esclude in futuro una fornitura di missili da parte degli ayatollah. Per contro l’industria russa riesce comunque ad alimentare l’esigenza dell’Armata, con una cadenza che oscilla tra i 30 e i 50 esemplari al mese. Lo Stato Maggiore quindi va avanti con la «terra bruciata», prendendo di mira i civili e le infrastrutture.

L’assistenza

Il 20 i membri della coalizione pro-Kiev si incontreranno a Ramstein, Germania, per decidere nuove mosse, di lungo termine. Vertice che segue l’avanzata degli occupanti ad est — Soledar — ma deve guardare al futuro, alle possibili offensive di primavera che entrambi gli schieramenti intendono scatenare. Si parlerà molto di carri armati, mezzi che la Nato potrebbe decidere di garantire. Nel frattempo Londra ha agito in modo autonomo annunciando la spedizione di 14 tank Challenger 2 e di 30 AS90, cannoni semoventi da 155 mm. Un tabloid ha «aggiunto» 4 elicotteri d’attacco Apaches, ma non ci sono conferme. La pattuglia di corazzati britannici è un gesto concreto che rappresenta, al tempo stesso, una pressione sui partner indecisi, la Germania su tutti. Berlino continua a porre il veto sull’invio dei Leopard, ostacolo che impedisce a Paesi come la Polonia e la Finlandia di cedere i loro. Vedremo se alla fine i tedeschi cambieranno idea, la luce verde potrebbe avviare un programma più esteso. La Francia, infatti, ha autorizzato la fornitura degli AMX 10 (tank più leggeri) e gli Stati Uniti «considerano» i potenti Abrams. Tuttavia, oltre a questioni politiche, ci sono quelle tecniche. Un alto dirigente della compagnia tedesca Rheinmetall ha avvertito che per riattivare i Leopard – attualmente una ventina in stock – serviranno mesi e potrebbero essere disponibili solo nel 2024. Indicazioni analoghe erano emerse per i tank a disposizione della Spagna in quanto in pessime condizioni.

Corriere della Sera, 15 gennaio 2023 (prima pagina, pag 3 del 16 gennaio)

La Bielorussia attaccherà davvero l’Ucraina? Le pressioni, i movimenti, gli allarmi da non sottovalutare

La Bielorussia, alla fine, attaccherà l’Ucraina? La domanda ritorna sospinta dal volume alto delle parole, da alcune mosse e dagli allarmi di Kiev che contrastano, però, con le prudenze dell’intelligence americana.

Monito

Un alto funzionario degli Esteri russo, Aleksey Polishchuk, ha dichiarato che i bielorussi potrebbero partecipare direttamente, nel caso gli ucraini attacchino per primi, con una «invasione». Stessa cosa se dovessero entrare in territorio russo. Dunque, a giudicare da queste parole, non un’azione preventiva ma una risposta. Nel frattempo i due eserciti amici hanno proseguito con le esercitazioni presentate come atto di deterrenza nei confronti dell’avversario mentre il capo delle forze terrestri di Mosca, Oleg Salyukov, ha verificato quanto le truppe siano pronte al combattimento. Gesticolazioni e propaganda per tenere comunque alta la tensione. La danza è accompagnata dagli avvisi lanciati dallo stesso presidente ucraino Voldymyr Zelensky: alcuni giorni fa ha sostenuto che la resistenza è pronta a fronteggiare un eventuale minaccia anche se per ora ha registrato solo «dichiarazioni roboanti».

Movimenti

Mosca — non da oggiha fatto muovere treni da e per la Bielorussia. Convogli che hanno trasferito soldati e forse prelevato stock di munizioni d’artiglieria da mandare al fronte, trasferimenti di materiale destinati anche al contingente schierato da Vladimir Putin nel Paese amico, dai 10 mila ai 15 mila uomini a seconda delle valutazioni. Presenza con tre «chiavi»: addestramento di riservisti; supporto alle forze locali; diversivo per tenere impegnati i nemici. Gli specialisti della crisi sono sempre scettici su un’offensiva da parte dei bielorussi, in quanto il dittatore Lukashenko teme ripercussioni interne, il suo esercito non sarebbe adeguato alla sfida, ha poco da guadagnare e molto da perdere. Ci sono poi ostacoli geografici. Fiumi, aree paludose, boschi — come racconta un reportage della Reuters — che uniti allo schieramento adottato dall’Ucraina possono rendere la missione estremamente costosa. I soldati della Territoriale conoscono bene il territorio, proteggono la nazione ma anche le loro case, hanno una motivazione in più.

Pressioni

Per contro il Cremlino avrebbe fatto grandi pressioni ed è evidente che l’apertura di un nuovo fronte, magari in concomitanza con la possibile offensiva di primavera potrebbe creare difficoltà a Kiev. Nei primi giorni della crisi si era ipotizzato un’avanzata dal confine bielorusso per tagliare le vie di comunicazione e rifornimento che passano a nord. Le operazioni si sono poi sviluppate in modo completamente diverso. Tuttavia qualche osservatore continua a ripetere che ogni guerra è fatta di fasi, difficile fare previsioni, quindi ci si affida alla sorveglianza condotta dallo spionaggio, dai satelliti, dalla raccolta di tracce elettroniche effettuata dagli aerei Nato, compreso un nuovo velivolo-radar appena inviato in Romania. Fonti statunitensi hanno ribadito di non aver raccolto segnali di un intervento imminente, messaggio reiterato da settimane ogni volta che la Bielorussia è entrata nel flusso delle notizie internazionali.

Mercenari

C’è poi attenzione sulla Gardservis, una compagnia di sicurezza privata bielorussa creata nel 2019, l’unica autorizzata a possedere armi da fuoco. Composta da un migliaio di uomini, paga ottimi salari ed ha raccolto ex membri di intelligence, di unità scelte, di apparati riservati. Il personale — secondo ricostruzioni sui media — è addestrato da istruttori della Special forces nel centro di Maryina Gorka. I miliziani seguono corsi di sabotaggio, infiltrazione, incursioni dietro le linee. Sono anche noti i contatti con la Wagner di Evgeny Prigozhin attraverso scambio di esperienze. Uno scenario non esclude che la «ditta» possa essere usata in un eventuale attacco contro l’Ucraina al fianco dei russi. Oppure diventare strumento di provocazioni.

Corriere della Sera, 14 gennaio 2023

La Russia dichiara di aver conquistato Soledar: cosa cambia e perché è importante

I russi hanno iniziato a contendersi la vittoria prima ancora di aver assunto il controllo totale di Soledar. Evgeny Prigozhin, capo della Wagner, ha esaltato il sacrificio dei suoi mercenari. La Difesa ha rivendicato il ruolo delle unità aerotrasportate. Contro-risposta dello «chef» di Putin: è sempre così, provano a rubarmi il merito. Dualismi e rivalità testimoniano il valore «politico» della località sul fronte orientale. In secondo comunicato il ministero ha rimediato inserendo un riconoscimento per i wagneriti. Un cerotto che non chiude le ferite. Dualismi e rivalità testimoniano il valore «politico» della località sul fronte orientale.

Per mesi gli invasori sono andati all’attacco avendo in mente come obiettivo principale la vicina Bakhmut, città ben protetta, un osso duro. In seguito hanno concentrato gli sforzi per impadronirsi di Soledar, famosa per le sue miniere di sale. Una battaglia sanguinosa dettata da una somma di esigenze.

Primo. La ricerca di un successo ad ogni costo per reagire ai tanti passi falsi.

Secondo. Il proseguimento della campagna che nei piani del Cremlino deve portare al controllo totale del Donbass. Insieme a questo vogliono tenere impegnate le brigate ucraine nel settore per evitare che siano spostate al sud dove Kiev intende riprendere l’iniziativa.

Terzo. La creazione di una base d’appoggio, se unita a Bakhmut, per future offensive. La grande rete di gallerie, in profondità, diventa un mega bunker dove infilare mezzi e uomini senza che rischino di essere presi di mira dalle artiglierie e dagli Himars.

Quarto. Lo sfruttamento — quando sarà possibile — delle risorse minerarie ed economiche.

Quinto. L’ambizione «personale» di Prigozhin sempre più proiettato in una doppia sfida, contro gli ucraini e verso i vertici militari, ossia il ministro della Difesa Sergei Shoigu e il capo di stato maggiore Valery Gerasimov appena designato dallo zar quale responsabile di tutte le operazioni. Una lotta di potere dove secondo alcuni il leader wagnerita avrebbe stretto un patto con il generale Surovikin, uno dei vice di Gerasimov e fino a qualche giorno fa alla guida della missione. Per alcuni il numero uno della compagnia di sicurezza punterebbe alla carica di ministro e dunque ogni «presa» diventa una tacca sul cinturone. Nel mare di interpretazioni fornite dagli esperti c’è anche quella di Tom Cooper, convinto che Surovikin non sia stato declassato ma conservi di fatto un grande peso perché è ciò che vuole Putin.

Il tutto devo passare attraverso l’esame di pratica. Sul terreno. Gli ucraini hanno mantenuto sacche di resistenza e creato una linea di difesa strategica lungo la strada TO513, mosse per vendere cara la pelle e rinforzare ancora di più Bakhmut. È un ripiegamento ordinato anche se non mancano le recriminazioni — raccolte dalla Cnn — di soldati «abbandonati» al loro destino in attesa di un aiuto mai arrivato.

Qualche commentatore sostiene che la Russia potrà gloriarsi della classica «vittoria di Pirro», un sacrificio immane di uomini che rischia di compromettere il successivo salto. Non manca, però, l’analisi pragmatica arroccata attorno ad un principio che abbiamo spesso ricordato: la quantità ha il suo peso sul campo di battaglia, specie se corrisponde ai desideri del Cremlino. Un ufficiale ucraino, in forma anonima, ha ammonito a non sottovalutare gli occupanti. In base alla sua analisi stanno rimediando lentamente agli errori e invita non nutrirsi troppo dei giudizi negativi degli esperti, sempre scettici sul risultato finale.

La Russia, con la mobilitazione continua estesa anche all’industria bellica, sembra disposta a mandare all’assalto altre ondate, non importa quanto il fuoco di contrasto sia letale. Prigozhin è l’esecutore perfetto: rastrella reclute, non si preoccupa di cosa gli accadrà e lo ammette senza problemi, paga i miliziani per questo. Soledar dovrà rappresentare il primo trofeo. Per questo Zelensky, assistito dagli analisti, fa di tutto per sminuirne l’importanza e contesta fino all’ultimo i proclami del nemico.

Corriere della Sera, 13 gennaio 2023 (pag 11 del 14 febbraio)

Perché Putin ha retrocesso Sergei Surovikin, il generale Armageddon che guidava le operazioni in Ucraina

Ultima settimana dell’anno. Vladimir Putin conferisce al generale Sergei Surovikin la medaglia dell’Ordine di San Giorgio, onorificenza che si aggiunge ad un’altra di livello inferiore e al titolo, concesso nel 2017, di Eroe di Russia. Tutto per «i meriti» mostrati nelle campagne belliche, dalla Siria all’Ucraina. Neppure due settimane dopo il comandante è stato retrocesso al gradino di vice del capo di Stato maggiore Valery Gerasimov. Una parabola fatta di salite e discese per un personaggio risoluto, architetto di una strategia di distruzione, noto anche come il Generale Armageddon.

Lui, l’alto ufficiale, ha spianato le città siriane per punire chi non si sottometteva al regime di Assad, ha livellato le infrastrutture ucraine per infliggere sofferenze a chi non ha piegato la testa davanti all’aggressione, ha gestito la mobilitazione di 300 mila uomini. Surovikin, una volta assunto l’incarico in ottobre, ha cercato di contenere i danni per l’Armata. Un intervento in corsa dopo un’infinita serie di sconfitte, un tentativo di correggere gli errori compiuti dai numerosi predecessori, rimasti pochissimo ai vertici. Traditi dalle carenze (note) dell’apparato, criticati dall’interno, poco propensi ad adattarsi ad un avversario mobile e ben addestrato. Difficile che non sapessero delle pessime condizioni dei loro battaglioni, dei buchi nella logistica, nell’impreparazione complessiva.

Forse alcuni sapevano ben poco dei piani dell’invasionedecisa dallo zar e approvata dal cerchio ristretto — ma hanno fatto poco per rimediare. Surovikin ha ordinato il ripiegamento da Kherson, ritiro per molto tempo impedito dallo stesso Putin. Ha creato linee di difesa. Ha tamponato l’emorragia. Ha scatenato l’inferno sulle aree abitate dell’Ucraina usando l’incudine e il martello, i missili e i droni. Ha stabilizzato i fronti senza però riuscire ad evitare che la resistenza riuscisse a portare colpi precisi a lungo raggio. Impossibile chiudere il «cielo». C’è una guerra. Il massacro di riservisti nella caserma di Makiivka centrata dagli Himars ha però consegnato munizioni ai «falchi» che hanno accusato gli ufficiali di aver concentrato centinaia di uomini sotto lo stesso tetto facilitando il compito agli ucraini.

Addebiti giustificati dalla realtà e resi più duri dalla faida continua tra coloro che devono eseguire gli ordini del Cremlino, pensare alle carriere, schivare le pugnalate. Prigozhin, con i mercenari della Wagner, e Kadyrov, con i suoi miliziani ceceni, contro l’establishment militare rappresentato dal ministro Shoigu e da Gerasimov. A cascata le correnti, i riposizionamenti. Si diceva che «Armageddon» avesse comunque un’intesa con i wagneriti in opposizione a Gerasimov. Adesso tocca a quest’ultimo prendersi le responsabilità maggiori. Per gli analisti Putin gli ha offerto un calice avvelenato: coordinerà ogni movimento, se sbaglia pagherà. Altri insistono sul carattere politico delle nomine, con lo zar che si affida a persone di fiducia, parte del sistema, e usa le rivalità per trarne qualche vantaggio. Tanto l’ultima parola è la sua. Surovikin è stato in qualche modo punito, però resta nella catena gerarchica. Non è fuori dalle decisioni, almeno formalmente dovrà fare il suo.

C’è chi si aspetta comunque una svolta, intesa come un’offensiva di primavera, magari raschiando il barile con una nuova chiamata alle armi. Significativa la proposta di alzare il limite massimo di età per i coscritti da 27 a 30 anni. E si torna a guardare in direzione della Bielorussia. Il generale Salyukov, uno dei tre vice di Gerasimov e responsabile delle forze terrestri, è arrivato nel Paese. Visita di lavoro legata alla verifica delle capacità di combattimento del contingente così come all’ampliamento della cooperazione. Segnali monitorati dall’intelligence. Il presidente Zelensky ha ordinato il rafforzamento del dispositivo per contrastare un’eventuale iniziativa di Minsk, mossa giudicata ad oggi molto remota ma che devono comunque mettere in preventivo. Interessante che i bielorussi — secondo gli oppositoriabbiamo formato una loro Wagner, una compagnia di sicurezza privata composta al momento da un migliaio di elementi addestrati a condurre missioni speciali. Si chiama Gardservis, vedremo se farà da avanguardia per Lukashenko.

Corriere della Sera, 12 gennaio 2023 (pag 5 del 13 gennaio)

Gerasimov nuovo capo delle operazioni russe in Ucraina: cosa succederà ora sui due fronti della guerra?

Volontà politica, disponibilità ad accettare perdite altissime, adattamento, quantità. Sono i fattori che hanno permesso a Mosca di avanzare nel settore di Bakhmut-Soledar. Il Cremlino ha «scelto» di concentrare il massimo sforzo nelle due località orientali dell’Ucraina, mentre a sud ha rimpolpato le difese per ostacolare iniziative del nemico. Dunque attacco, stabilizzazione, in parallelo alla campagna di bombardamenti sulle città.

La mobilitazione ha fornito all’Armata russa i riservisti per manovrare. Preparati o meno, li hanno mandati all’assalto adottando una nuova tattica ben descritta da fonti ucraine citate da Le Monde. Invece di muovere grandi reparti sono stati creati nuclei di 8-10 elementi, ognuno dotato di razzi anti-carro termobarici o simili, che si sono avvicinati il più possibile alle posizioni avversarie. Largo l’impiego di lanciagranate da 40 millimetri, intenso il fuoco di copertura dell’artiglieria e dei mortai. La combinazione si è rivelata efficace. Alle spalle della prima ondata, a circa 500 metri, erano pronti altri team, lanciati nella «fornace» a sostituire i caduti e con equipaggiamenti più leggeri. Altri ancora trasportavano armi che dovevano essere usate dai rimpiazzi. Lo schema è stato ripetuto in modo continuo, strappando ogni giorno pochi centimetri di territorio, lasciandosi alle spalle centinaia di morti. Tra loro i mercenari della Wagner ma anche reparti scelti.

Sempre secondo le fonti di Le Monde, gli ucraini avrebbero preso di mira la fanteria senza eseguire in modo profondo il tiro di controbatteria, ossia non hanno neutralizzato — abbastanza — i mortai e i cannoni. Per l’analista Tom Cooper a questo dato si è aggiunta la cattiva organizzazione dello schieramento, con formazioni eterogenee e una catena di comando troppo decentralizzata. Da qui le difficoltà nel rispondere alla situazione critica. La progressione lenta della Russia a est corrisponde a obiettivi sovrapposti. Putin ha privilegiato un quadrante geografico per conquistare la maggior parte di territorio possibile. Il leader ha sfruttato le ambizioni personali di Evgeny Prigozhin, capo della Wagner e interprete della linea ufficiale, che ha messo insieme i militari da sacrificare ma anche puntato agli interessi economici racchiusi dalla zona. Lo Stato Maggiore ha impegnato l’esercito di Zelensky in questa regione e lo ha mantenuto «in ansia» al confine con la Bielorussia.

In questo modo l’Ucraina potrebbe esitare nel riprendere la spinta nell’arco meridionale. Efficace la frase di un ufficiale ucraino al Wall Street Journal: «Non sono io ma re Leonida a dire che devi affrontare l’avversario nel punto più vantaggioso per te». Affermazione che somiglia ad una critica ai superiori per aver accettato la sfida in condizioni di inferiorità. Le stesse dinamiche gerarchiche che continuano ad agitare anche la Difesa russa. Dopo la nomina di Lapin alla testa delle forze terrestri, è stato annunciato che il capo di Stato maggiore Gerasimov assumerà di fatto la guida delle operazioni, sotto di lui tre vice, i generali Surovikin, Salyukov e Kim. Un nuovo rimescolamento con molte interpretazioni da parte degli analisti. È certamente un segnale di fiducia verso Gerasimov, spesso sottoposto a critiche dai falchi. È una decisione per ribadire il ruolo delle truppe regolari rispetto ai mercenari wagneriti ora che c’è sapore di gloria. Surovikin, che era in ascesa, cala di un gradino. Volava troppo alto e faceva ombra a qualcuno? Il valore di titoli e gradi saranno misurati dai ruoli effettivi e dai prossimi compiti.

Dopo la vittoria a Kherson si è ipotizzato un nuovo bersaglio per la resistenza ucraina, l’area di Melitopol. Una meta da raggiungere magari in primavera, una volta che i generali di Kiev avranno a disposizione nuovi soldati — compresi quelli addestrati dalla Nato — e soprattutto equipaggiamenti, sempre di fonte occidentale. Ne sono stati promessi ancora, in particolare i sistemi anti-aerei e i blindati. In arrivo, alla fine, ci sarebbero anche i tank pesanti: la Polonia ha annunciato l’invio di una dozzina di Leopard tedeschicosa dirà Berlino? — e la Gran Bretagna è pronta a mandare i Challenger. Sullo sfondo c’è sempre l’incognita delle munizioni per i grossi calibri: dai due campi trapelano informazioni su una rapida riduzione delle scorte, sulla produzione non sufficiente. Messaggi basati sulla realtà mescolata alla propaganda. Oltre ai proiettili c’è infine il fattore umano. Gli ucraini hanno usato la tecnica dei «mille tagli», però l’hanno anche subita. Le loro perdite sono segrete quanto importanti. I russi hanno dimostrato, ancora una volta, di essere pronti ad accettare un bilancio altissimo.

Ora gli esperti si chiedono se il logoramento quotidiano non precluda mosse future agli invasori, come già avvenuto. O non siano costretti all’ennesima mobilitazione, mossa poco popolare che drena risorse, obbliga a tirare fuori qualsiasi mezzo dall’arsenale, provoca ulteriore stress al treno logistico. Forse allo zar interessa allungare i tempi puntando sulla stanchezza degli occidentali, sulle distruzioni delle infrastrutture, sul tritacarne nelle trincee. Ogni esitazione atlantica diventa un’iniezione di fiducia per l’aggressore. Ogni rovescio ucraino può aiutare la propaganda di Mosca sull’inutilità degli aiuti bellici, anche se è una bugia. Ne sono consapevoli i dirigenti di Kiev, stretti tra due paletti. Il primo è quello di non cedere terra all’invasore, il secondo è di rilanciare la riconquista. I consiglieri di Zelensky, riconoscendo che la battaglia di queste ore è la più sanguinosa dall’inizio della crisi, non si sono dichiarati battuti neppure a Soledar. Invece sono tornati a chiedere i missili a lungo raggio per gli Himars. Con questi, ha promesso Mykhailo Podolyak, possiamo arrivare alla vittoria entro la fine dell’anno.

Corriere della Sera, 11 gennaio 2023

Guerra in Ucraina, i movimenti ai vertici dell’esercito di Putin. Lapin capo di Stato maggiore delle forze terrestri

Vladimir Putin cambia i generali come fossero soldatini. Lancia carriere e le distrugge usando come metro l’andamento dell’invasione in Ucraina.

L’ultima nomina — non confermata e né smentita dal portavoce Dmitry Peskov — riguarda il generale Alexander Lapin, designato quale nuovo capo di Stato Maggiore delle forze terrestri. E la notizia è doppia: perché l’ufficiale era stato sollevato dall’incarico di comandante del settore centrale a ottobre dopo il disastro di Kharkiv, dove gli ucraini avevo travolto le linee nemiche. Un rovescio che era diventato parte della faida tra i protagonisti dell’operazione speciale. Il capo della Wagner, Evgeny Prigozhin, e il dittatore ceceno Ramzan Khadirov avevano addossato ogni colpa su Lapin, definito un «mediocre e incompetente» per la cattiva gestione delle unità. Attacco accompagnato da racconti sul trattamento riservato ai soldati, su sbagli tattici, sullo spostamento del quartier generale a 150 chilometri dalla prima linea.

Critiche con motivazioni diverse. Intanto per la batosta, resa ancora più umiliante dall’abbandono di tanti mezzi in una fuga disordinata. Poi per la sfida aperta lanciata dal duo Prigozhin-Kadyrov, entrambi mossi dall’ambizione di essere gli unici — o quasi — a risolvere i problemi sul terreno. Una posizione contrapposta a quella dell’establishment rappresentato dal ministro della Difesa Shoigu e dal capo di Stato Maggiore della Difesa Gerasimov. Sarà dunque interessante comprendere se quella di Lapin è una rivalutazione nonostante l’ostilità dei falchi o, invece, è una semplice ricollocazione sia pure su un gradino alto. Qualche osservatore occidentale ha rilevato come Putin «giochi» sulle rivalità dei comprimari, li usi uno contro l’altro. Come ogni monarca.

Dall’inizio della crisi l’Armata ha assistito ad altri cambiamenti nelle gerarchie. Il generale Dvornikov è rimasto al suo posto per poche settimane dopo aver disatteso le aspettative. Cacciato il responsabile dei reparti aerotrasportati Serdyukov al quale hanno addossato la responsabilità delle alte perdite. L’ammiraglio Igor Osipov sostituito alla guida della Flotta del Mar Nero: ha perso l’incrociatore Moskva affondato dai missili nemici nonostante la supremazia dei mezzi a disposizione.

Il neo-zar si è affidato a elementi che avevano dimostrato qualche capacità in Siria contro i ribelli anti-Assad, un test non probante, visto che i guerriglieri non avevano certo gli strumenti degli ucraini. O comunque la loro esperienza si è rivelata insufficiente in un teatro nuovo e complesso, reso arduo dalle carenze della logistica e dalla sottovalutazione dell’intelligence. L’operazione speciale è iniziata come un grande pattuglione con i veicoli tutti in colonna, esposti alle tattiche agili della resistenza e al tiro delle armi moderne fornite dalla Nato. Rigidità, guai storici, dottrina, incompetenza di alcuni, equipaggiamenti superati hanno trasformato la missione in un impegno infinito.

Putin ha rimediato dando le chiavi al generale Surovikin, anche lui con un passaggio nel conflitto siriano. E l’alto ufficiale ha risposto puntando ad una stabilizzazione dei fronti schierando la massa dei riservisti, adottando posizioni più protette, arando con droni e missili le città dell’Ucraina. C’è chi sostiene che Surovikin abbia una buona intesa con Prigozhin, particolare che lo metterebbe al riparo dalle pugnalate alle spalle. Interessanti gli sviluppi successivi. A sud gli invasori hanno assunto una linea d’attesa per impedire nuove spallate avversarie e a est hanno mandato ondate su ondate all’assalto di Bakhmut/Soledar. La battaglia è diventata un simbolo per la Wagner, una questione di vita e di morte. Ma al fianco dei mercenari ci sono anche reparti scelti dell’esercito. Tutti uniti alla ricerca di una vittoria, non importa quanto costosa. La spinta ha messo gli ucraini in una situazione estremamente critica: lo ha ammesso il governo di Kiev, è rimarcato dagli esperti indipendenti.

Fonti americane hanno rivelato alla Cnn che in alcuni settori il fuoco dell’artiglieria russa è diminuito del 75%, non è chiaro se perché mancano le scorte o per scelta. Però gli ucraini continuano anche loro a morire, anche loro hanno un continuo bisogno di rifornimenti ed è lo stesso Zelensky a riconoscere quanto sia feroce la lotta. Il presidente ha chiesto altre armi all’Unione Europea, un appello urgente che deve fare i conti con la realtà. Il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha sottolineato come i depositi Nato siano ormai vuoti.

Corriere della Sera, 10 gennaio 2023 (pag 9 dell’11 gennaio)

Perché la Wagner vuole a tutti i costi Bakhmut e Soledar

Evgeny Prigozhin vuole conquistare i tunnel di Bakhmut, una rete estesa usata per le miniere di sale e gesso. Il capo della Wagner lo ha dichiarato ai media per spiegare l’insistenza negli assalti alla località ucraina. Da cinque mesi i mercenari della compagnia privata vanno all’attacco per aprire una breccia nelle difese attorno a Bakhmut e al sobborgo di Soledar, epicentro della battaglia. Miliziani — compresi ex detenuti liberati a patto che indossassero la divisa —, riservisti e regolari hanno investito le linee nemiche lasciando sul campo centinaia di elementi e provocando perdite altrettanto gravi tra i difensori. A questa realtà il direttore della «ditta» preferita dal Cremlino ha aggiunto il particolare delle gallerie nella zona di Soledar, lunghe decine di chilometri, con spazi giganteschi dove in passato sono stati tenuti concerti ed eventi.

Ora Prigozhin sostiene che ci siano stoccate armi della Prima guerra mondiale e che la loro conquista sarebbe «la ciliegina sulla torta», perché possono ospitare soldati ed armamenti d’ogni tipo a un centinaio di metri di profondità. Poi c’è il lato economico dell’obiettivo, le miniere stesse: sono stati gli americani a sostenerlo pochi giorni fa accostandolo a quanto fatto dalla Wagner in Africa dove è coinvolta nello sfruttamento di giacimenti. Ma è ancora più evidente il paragone con l’acciaieria Azovstal di Mariupol, tenuta ad oltranza dalla resistenza ucraina proprio grazie al network di cunicoli risalenti all’epoca sovietica. Le lezioni di strategia del gerarca rispondono anche agli interrogativi sul grande sforzo della compagnia a Bakhmut. L’eventuale «presa» della città ha un successo sul piano bellico e simbolico: la vittoria può essere usata Putin in chiave interna e da Prigozhin per aumentare il prestigio del suo contingente e il suo ruolo sulla scena moscovita.

Corriere della Sera, 10 gennaio 2023 (pag 14)

Anche Londra valuta di fornire carri armati a Kiev: gli alleati preparano il terreno?

Segnali ripetuti da Paesi diversi e tutti verso una direzione: la possibilità di fornire carri armati occidentali all’Ucraina. Gli ultimi a pronunciarsi sono stati i britannici. È da qui che parte il taccuino quotidiano.

Londra — sostiene la rete Sky sta considerando di inviare numerosi Challenger 2, mezzi che certamente incrementano, insieme ad altri, il potenziale di Kiev. Le discussioni vanno avanti da un paio di settimane e il fatto che la notizia trapeli è solo una conferma di come gli alleati stiano sondando e preparando il terreno. Prima della Gran Bretagna altri Stati non hanno escluso di farlo: è il caso di Polonia, Danimarca e Finlandia con i Leopard mentre Parigi ha già annunciato la prossima spedizione dei più «leggeri» Amx 10. Anche gli americani lo hanno ipotizzato.

Due le osservazioni degli esperti. Una fazione caldeggia da mesi questa mossa da parte della Nato perché ritiene sia indispensabile se si vuole imprimere una vera svolta al conflitto. L’altra ritiene che la resistenza si troverà a dover gestire un «parco» eterogeneo, con complicazioni sul piano logistico. E questo vale anche per la grande varietà di artiglierie, blindati, anti-aerei. Lo scenario di aiuti più potenti coincide con una fase acuta dei combattimenti nella regione di Bakhmut. I russi cantano vittoria, gli avversari smentiscono, ciò che è certa è la morte di decine di soldati.

Su un canale Telegram è apparsa un’indiscrezione su come Mosca potrebbe piegare le reclute che si rifiutano di combattere. Verrebbero creati battaglioni «di disciplina» agli ordini della compagnia di sicurezza Wagner, elementi usati in prima linea come carne da cannone. Alle loro spalle agirebbero unità della Guardia pronte a far fuoco contro chi indietreggia. La storia ne ricorda una simile all’inizio dell’invasione: allora si era detto che tra le missioni affidate ai miliziani ceceni di Kadyrov c’era anche il compito di tenere in riga, ad ogni costo, i reparti. Siamo sempre in un’area grigia, tra realtà, supposizioni e propaganda.

Infine la Svezia, che non aspetta. Davanti agli ostacoli frapposti dalla Turchia sul suo ingresso nella Nato, Stoccolma ha intensificato i contatti con Washington per perfezionare un accordo di difesa. L’obiettivo è un’espansione della collaborazione militare e la possibilità di creare depositi avanzati in territorio svedese dove ospitare reparti ed equipaggiamenti, un modello già adottato in Norvegia.

Corriere della Sera, 9 gennaio 2023