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Russia, un nuovo rapporto con l’Unione europea

La crisi georgiana suggerisce all’Ue un atteggiamento diverso con la Russia. «Meglio trattarla come un concorrente commerciale», scrive The Independent.

La guerra lampo in Georgia ha spinto l’Europa a rivedere la propria posizione nei confronti di Mosca. «Anche se la reazione russa in Georgia è comprensibile, niente garantisce che non cerchi di trarne ulteriori vantaggi. Per l’Europa è un buon motivo per riflettere su come dare alla Russia uno spazio maggiore in ambito europeo», scrive Le Figaro. «Questo però non avverrà senza la garanzia dell’inviolabilità delle frontiere e dell’indipendenza dei vecchi satelliti nell’Europa dell’Est, a cominciare dalla Polonia. I russi hanno diritto a un rispetto per lo meno uguale a quello della Turchia, affinché le situazioni dei Balcani non siano regolate da una visione unilaterale, e le vecchie repubbliche sovietiche non tengano verso Mosca un atteggiamento saggiamente neutrale».
Anche The Independent è d’accordo sulla necessità di modificare i rapporti con la Russia: «L’occidente sbaglia a ingaggiare un braccio di ferro diplomatico con Mosca. Trattandola come un concorrente commerciale potrebbe ottenere risultati migliori. Sarebbe un errore intraprendere una battaglia sulla sfera d’influenza. Rischieremmo di ripetere l’errore fatto in Georgia, aggravare cioè una situazione locale specifica con tutto il peso del confronto fra Est e Ovest. Oltretutto i paesi confinanti con la Russia non potrebbero permettersi di andare contro Mosca. Se cominceremo a considerare la Russia come un concorrente economico da battere saremo molto più avvantaggiati. Abbiamo soldi e mezzi, e la nostra influenza politica e culturale vale quanto quella russa».

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Braccio di ferro fra Mugabe e l’opposizione

In Zimbabwe la crisi è sempre grave. Il presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai non sono ancora riusciti a trovare un accordo per formare un governo di unità nazionale. Le speranze della popolazione sono tutte riposte nel Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), il partito di Tsvangirai, ma Mugabe sembra deciso a formare il governo da solo. Il 26 agosto, durante l’inaugurazione dell’anno legislativo del Parlamento, il presidente è stato fischiato e contestato duramente dall’opposizione. «I leader dell’Mdc hanno dichiarato che non formeranno nessun governo fino a quando i negoziati non saranno conclusi . Descrivono il comportamento di Mugabe come una dichiarazione di guerra al popolo», scrive il quotidiano sudafricano Mail & Guardian. Il connazionale Independent Online aggiunge: «Le discussioni sono in stallo da due settimane. Da quando cioè Tsvangirai ha rifiutato una proposta per fare il premier, con Mugabe presidente esecutivo. Secondo l’opposizione Mugabe avrebbe avuto troppo potere rispetto Tsvangirai, che in marzo aveva vinto le elezioni. Mugabe aveva sì vinto il secondo turno elettorale, ma solo dopo che Tsvangirai si era ritirato per protesta contro le violenze subite dai suoi sostenitori». The Zimbabwean analizza le ambizioni dei leader e i desideri del popolo: «Tsvangirai vuole chiarezza sul suo ruolo nel governo di unità nazionale. L’idea di un incarico solo nominale è considerata un insulto. Il cambiamento nasce dai sentimenti e dalle emozione della gente e il popolo è con Tsvangirai. I suoi sostenitori hanno rischiato il lavoro e la vita stessa per lui. Lo Zimbabwe non andrà avanti senza Tsvangirai: la sua presenza sulla scena farà la differenza per le vite del popolo zimbabwiano».

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Il Pakistan sprofonda nel caos e preoccupa gli alleati statunitensi

Il Pakistan è scosso da un terremoto istituzionale. «Se le dimissioni del presidente Pervez Musharraf rappresentano un passo in avanti nella transizione democratica», scrive il Guardian, «ma il collasso della coalizione di governo questa settimana  ne sottolinea la delicatezza. Gli Stati Uniti devono capire che non possono vincere la guerra al terrorismo combattendo solo in Afghanistan. Il terrorismo dovrà essere sconfitto anche in Pakistan». Il Daily Telegraph si chiede: «Chi porterà avanti il paese in questo momento così difficile?. La risposta sembra essere Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto. Zardari infatti sta cercando un’improbabile riabilitazione attraverso le elezioni del 6 settembre e potrebbe ricevere un mandato da Washington per coprire le operazioni di frontiera dell’esercito pachistano contro il terrorismo». Il futuro è incerto. Secondo il Financial Times: «Il Pakistan ha già perso il controllo della frontiera occidentale, ma ora rischia di vedere la propria federazione disintegrarsi. Il paese affronta una grave crisi economica, ma la coalizione di governo sembrava troppo divisa anche per accordarsi sulla nomina di un ministro delle finanze. Ora bisogna vedere se i leader pachistani saranno in grado di governare nell’interesse nazionale o soltanto nel proprio». Anche negli Stati Uniti c’è forte preoccupazione. «I problemi del Pakistan non finiscono con le dimissioni di Musharraf. Le divisioni interne alla coalizione ci dicono che la crisi è più acuta che mai. Il Pakistan è una potenza nucleare e un rifugio di taliban, di conseguenza i suoi problemi diventano anche i problemi di Washington», commenta il Boston Globe. «Il generale Musharraf è stato  un alleato ambivalente nella battaglia agli islamici radicali», conclude il Philadelphia Inquirer. «Ora l’America deve chiedersi se il nuovo governo riuscirà a confrontarsi con il jihad».

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Nuova chance per il Partito socialista francese

I socialisti scelgono a novembre il nuovo segretario in un clima molto teso. Nonostante le liti interne «per il Ps è l’ora dell’ottimismo», scrive Libération.

Dopo le fallimentari elezioni presidenziali del 16 maggio 2007 che portarono alla sconfitta del Partito socialista, in Francia è sempre aperto il dibattito sul futuro del partito, anche in vista del Congresso di Reims a novembre. «Come previsto», dichiara Libération, «il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë si è candidato alla segreteria socialista. L’annuncio arriva a tre giorni dall’inizio della scuola estiva del Ps a La Rochelle». «Se per il momento la lotta per succedere all’attuale segretario del Partito socialista è fra Delanoë e Ségolène Royal, Martine Aubry, sindaco di Lille, potrebbe essere l’altra donna in gara», avverte il quotidiano francese Midi Libre. «Non è ancora candidata ufficialmente, ma non lo esclude nemmeno. Intanto cerca di aumentare i suoi consensi all’interno del partito. Aubry potrebbe essere l’antiRoyal». La République des Pyrénées critica duramente le scelte dei socialisti negli ultimi anni: «Un partito lungamente balcanizzato, minato dagli odi interni, diviso dalle eterne questioni d’ambizione che l’hanno già portato più volte sull’orlo del precipizio. Nel 1981, quando Barack Obama aveva solo vent’anni, Bertrand Delanoë, appena eletto deputato, veniva nominato portavoce del Partito socialista, divenendone il numero tre. Il momento era diverso, eppure oggi, fra false promesse e con meno potere d’acquisto, meno lavoro, più deficit, più debiti e più povertà in Francia, l’opposizione si trova in un momento favorevole per contrastare il governo». Come dice Libération, «per il Ps è l’ora dell’ottimismo».

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Berlino ha paura delle ingerenze e limita gli investimenti stranieri

Il governo tedesco ha approvato mercoledì scorso un  emendamento alla legge sul commercio estero che limiterà l’influenza degli investitori extraeuropei sulle compagnie tedesche. Chi tenterà infatti di investire nel mercato tedesco verrà sottoposto a severi controlli dal governo federale. Le reazioni della stampa europea sono tutt’altro che positive. Il Financial Times è convinto che la legge possa avere conseguenze disastrose: «Il governo tedesco non è  il solo ad avere paura degli investitori stranieri, ma non sta facendo un favore alla sua economia sbattendoli fuori». Anche Le Monde è scettico: «In Germania è stata confermata l’ascesa del protezionismo, con grande rammarico dell’ambiente economico. Al’inizio il crescente potere dei fondi d’investimento stranieri ha spinto Berlino a inasprire la legislazione. Il governo voleva contenere le ambizioni di stati investitori con enormi riserve a disposizione, come Russia e Cina, che sono sospettati di utilizzare la finanza per esercitare influenza politica o guadagnare conoscenze tecniche. Ora anche le maggiori compagnie tedesche sono preoccupate. Il mondo dell’economia condanna però la decisione di Berlino accusandola di impedire il libero movimento dei capitali». Anche Michael Hüther, direttore dell’Istituto per la ricerca economica di Colonia, è convinto che il nuovo regolamento sia un disastro. Hüther scrive infatti sul quotidiano Handelsblatt: «La confusa terminologia legale dell’emendamento potrebbe facilitare abusi deliberati e interpretazioni ambigue. La sicurezza e l’ordine interni sono concetti banali, su cui chiunque può trovarsi daccordo. Sono temi che possono facilmente essere strumentalizzati dalla politica per attribuirsi maggiori poteri. Ed è questa la caratteristica più cialmente questa la cosa più allarmante dell’emendamento, oltre al fatto che si concede allo stato il diritto di intervenire sugli investimenti di capitali stranieri».

http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=20042

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Paraguay, la lunga strada del vescovo Lugo

Il 20 aprile scorso Fernando Lugo, ex vescovo cattolico, è stato eletto presidente del Paraguay, interrompendo l’egemonia del Partito Colorado durata 61 anni. Il 15 agosto è entrato ufficialmente in carica. I quotidiani paraguaiani commentano la cerimonia. «Il vescovo dei poveri ha promesso di essere il presidente dei poveri», scrive Ultima Hora. «Adesso non ha più scuse, ha il potere e i mezzi per mantenere le sue promesse». La Nación spiega: «Lugo ha un sostegno eccezionale, ma gli si potrebbe ritorcere contro se non dovesse rispettare i suoi impegni in materia di trasparenza e cambiamento. Vuole portare benefici a tutta la società, ed è lodevole, ma perseguire politiche di stampo marxista pone dei rischi. I suoi messaggi e i suoi comportamenti suscitano inquietudine, soprattutto quando si trova in compagnia di Hugo Chávez e del presidente dell’Ecuador Rafael Correa». Abc Color è più cauto: «Il Paraguay ha un grande bisogno di modernizzazione e trasparenza per risollevarsi. Una sinistra reazionaria però non farà altro che aggravare i nostri problemi». Fuori dal Paraguay il quotidiano messicano La Jornada precisa: «A suo favore ha l’appoggio dei cittadini e dei paesi vicini, ma non basta l’etica per governare. Servono la strategia, le risorse, gli accordi e una politica pubblica efficace». «Il Paraguay ha davanti a sè un lavoro difficile, però non impossibile», scrive il venezuelano El Comercio, «il paese necessita del suo equilibrio, senza il quale perderà l’opportunità odierna e concreta di raggiungere i suoi obiettivi con l’appoggio di tutti». Conclude lo spagnolo El País: «È intelligente da parte sua non stravolgere subito il paese, ma se vuole veramente portare il Paraguay verso la trasparenza e l’onestà, dovrà confrontarsi con i settori più privilegiati».

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Algeria, l’attentato colpisce anche il governo

Il 19 agosto un attentato suicida ha scosso l’Algeria. L’Expression, quotidiano vicino al presidente Abdelaziz Bouteflika, racconta i fatti: «Un kamikaze, a bordo di una camionetta, si è lanciato a tutta velocità contro l’Accademia della Gendarmeria di Issers, località a 50 chilometri da Algeri. I morti sono stati 44 e i feriti numerosi. Tutte le vittime erano molto giovani. È stato uno degli attacchi più violenti degli ultimi otto mesi». Secondo Le quotidien d’Oran «è un offensiva in piena regola e di grande spessore contro lo stato e contro il popolo algerino. L’obiettivo perseguito dai terroristi è semplice: gettare l’Algeria nella paura e nel terrore, dimostrare che il governo non è riuscito a instaurare la pace civile. Un fallimento che, sommato a quello economico e sociale, dovrà spingere la popolazione a liberarsi dal potere». Il quotidiano francofono El Watan è durissimo nei confronti della politica di conciliazione del governo: «Questo è troppo! È l’ecatombe, è l’orrore! I terroristi lanciano i loro funesti attacchi come per rispondere colpo su colpo alle operazioni dell’esercito. La mano tesa dal governo ai comandi islamici è stata morsa e rimorsa, colpita e ricolpita». «Dopo il picco di metà anni novanta, l’attività dei terroristi non è mai stata intensa come negli ultimi due anni. È come un rinnovamento ciclico», commenta Liberté. «Rifiutandosi di dichiarare una guerra già in corso, l’Algeria si è condannata a combatterla nuovamente. O a perderla». Le Soir d’Algerie infine si interroga sull’attentato e tenta di spiegare la logica dei terroristi: «Gli attentati non hanno avuto tregua. Si fermano solo quando il governo si mostra conciliante con il movimento islamico. I terroristi attaccano quando il momento è propizio. I partigiani del terrore non obbediscono ad alcuna logica, se non a quella di approfittare del minimo errore per passare all’attacco».

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