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«Rating a rischio», il debito dell’America incubo per il mondo

New York. Le lancette degli orologi continuano a scorrere senza sosta, la scadenza del 17 ottobre è ormai dietro l’angolo, ma a Washington l’intesa che può mettere fine allo shutdown del governo federale americano resta un miraggio. «Stiamo cercando un modo di andare avanti e di trovare una via d’uscita già oggi», ha annunciato ieri mattina da Capitol Hill lo speaker repubblicano della Camera John Boehner. «I repubblicani hanno sabotato ogni tentativo bipartisan», ha risposto dall’altro lato della barricata il leader democratico alla Camera Nancy Pelosi. Secondo il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, il Presidente Obama sarebbe invece felice e incoraggiato dai progressi che si stanno compiendo al Senato. «Speriamo che la Camera prenda sul serio questa scadenza, siamo ancora lontani da un accordo», ha puntualizzato Carney. Continua a leggere

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Lo shutdown lascia a casa anche quattro premi Nobel

New York. Il governo degli Stati Uniti ha alle proprie dipendenze cinque premi Nobel, quattro dei quali sono però costretti a restare in congedo forzato durante lo shutdown. Il sorprendente numero di vincitori del prestigioso riconoscimento è stato reso noto dall’amministrazione Obama, che nel fine settimana ha tentato l’ennesima mossa per forzare la mano alla controparte repubblicana. Nelle ultime ore, il leader democratico al Senato Harry Reid ha annunciato di aver avuto un incontro «produttivo» con il suo omologo repubblicano Mitch McConnell: tono e contenuto dei colloqui sono stati tali da renderlo «ottimista» sulla possibilità di un «esito positivo» sia sull’aumento del tetto del debito sia sulla fine dello shutdown. Un’apertura, dunque, con gli occhi puntati alla reazione odierna della Borsa di Wall Street. Le trattative continuano serrate, ma il peso dei quattro luminari allontanati dalle proprie ricerche potrebbe – nelle intenzioni degli strateghi democratici – essere troppo grande da sostenere persino per i Tea Party, l’ala oltranzista del partito repubblicano che resta asserragliata in trincea. Continua a leggere

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Debito Usa, la Borsa sente aria di intesa

New York. I repubblicani rilanciano e mettono Barack Obama con le spalle al muro: se il Presidente rifiutasse l’accordo, infatti, rischierebbe di prolungare lo stallo politico che sta portando l’America sull’orlo del default. La controffensiva repubblicana, sferrata nella notte di giovedì dopo l’incontro fallito fra le due parti, ha trasformato le trattative in una partita a scacchi. Secondo quanto riportato da Politico, le ultime proposte sarebbero state presentate al Presidente da alcuni tecnici repubblicani che lo hanno raggiunto alla Casa Bianca nella notte fra giovedì e venerdì: sul piatto, oltre all’innalzamento del tetto del debito per sei settimane, ci sarebbe anche una riapertura temporanea dello Stato federale, almeno fino al 15 dicembre. Si tratterebbe dunque di una via d’uscita provvisoria. Continua a leggere

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Uno spettro sull’America: perché il default Usa è davvero un incubo

Lo shutdown (e il default) in dieci punti:

1) Che cos’è lo shutdown?

Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, il Congresso deve approvare una legge di bilancio per autorizzare la spesa pubblica. Se non si trova un accordo o il Presidente applica il proprio veto – come successe con Bill Clinton nel 1995/96 – il governo non può spendere. L’anno fiscale è terminato il 30 settembre, ma i parlamentari americani non sono riusciti a raggiungere un compromesso. Per questo il primo ottobre è cominciato lo shutdown del governo federale. La preoccupazione più grande è che la fase di stallo politico duri fino al 17 ottobre, data entro cui il Congresso e il Presidente devono innalzare il tetto del debito pubblico per evitare il default.  Continua a leggere

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Obama attacca i repubblicani: “Il default come un’atomica”

«Il default sarebbe una bomba nucleare, un’arma troppo orribile solo per pensare di usarla». Giunto all’ottavo giorno di shutdown, e con la scadenza del 17 ottobre sempre più vicina, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama prende a prestito una definizione del miliardario Warren Buffett, che nei giorni scorsi aveva usato parole forti contro la minaccia repubblicana di non alzare il tetto del debito. Il Presidente, che ha indetto una conferenza stampa alla Casa Bianca all’ultimo minuto, è apparso esitante e spossato. «Un default sarebbe assurdo, catastrofico e provocherebbe uno shutdown dell’economia, che peserebbe innanzitutto sulle spalle delle famiglie e delle imprese americane», ha puntualizzato Obama. «Sono pronto a discutere con i repubblicani», ha continuato, «ma dico no allo shutdown e alla minaccia di creare un caos economico. Non è possibile minacciare la recessione perché si sono perse le elezioni. Non è così che funziona. Basta scuse. Il congresso vada al voto e riapra lo Stato federale prima possibile». Continua a leggere

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Usa, incubo bancarotta. Lo stallo politico peggio della recessione

Sono giorni terribili per Barack Obama. Lo stallo politico in cui è caduto il Paese si sta trascinando appresso pericoli sempre maggiori, che turbano profondamente il presidente degli Stati Uniti. Mentre le trattative con il Congresso – che non ha approvato il bilancio per il 2014 e ha forzato lo shutdown delle attività federali – procedono inquiete, nuove preoccupazioni cominciano ad aleggiare sulla Casa Bianca. A turbare il presidente è innanzitutto il contraccolpo della crisi politica americana, che potrebbe colpire il resto del mondo e far precipitare gli Stati Uniti in una fossa profonda almeno quanto quella della crisi economica del 2008. «Un disastro» avverte Obama, puntando nuovamente il dito contro la fazione dei repubblicani che sta imponendo la linea dura al partito. Continua a leggere

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Per i cervelli d’Italia ora è New York la terra promessa

New York. Fra il 2007 e il 2011, mentre il resto d’America era alle prese con una crisi economica lunga e tortuosa, a New York i posti di lavoro nel settore tecnologico aumentavano senza sosta, passando in quattro anni da 41.100 a 52.900. Nello stesso periodo i settori tradizionali dell’economia cittadina, come la finanza, l’editoria, i servizi legali e la manifattura, soffrivano e continuavano a calare. In quegli anni i città gli investimenti di venture capital sono aumentati del 32%, mentre nella Silicon Valley calavano del 10% e a Boston del 14%. A trascinare la città fuori dalla crisi in tempi rapidi è stata la crescita sensazionale fatta registrare dal settore tecnologico negli ultimi anni, che ha portato New York a puntare la supremazia della Silicon Valley californiana e ad attirare talenti e capitali da tutto il mondo. Continua a leggere

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