Kiese Laymon: «Obama ha fatto un solo errore»

Non è semplice capire i rapporti e le tensioni fra le razze se non si vive dove il conflitto è più forte. Kiese Laymon, ci è cresciuto in mezzo – in Mississippi negli anni Ottanta – e ripercorrendo la propria vita ha scritto uno dei libri più importanti nell’America contemporanea, al punto che il New York Times l’ha inserito fra i migliori cinquanta memoir degli ultimi cinquant’anni. Il giusto peso, in uscita il 30 agosto in Italia per Edizioni Black Coffee, è una lunga lettera alla madre, una brillante accademica nera che ha cresciuto il figlio a Jackson, la capitale del Mississippi, terrorizzata dai pericoli in cui sarebbe incorso vivendo in un’America bianca. È una donna più esigente che amorevole, schiava del gioco d’azzardo, che picchia il figlio con la cintura per spingerlo all’eccellenza e farlo così sfuggire al razzismo sistemico del suo Paese, quello insito nelle istituzioni che discriminano i neri. “Volevi che ti scrivessi una bugia, invece ti ho scritto questo”, le sussurra il figlio nelle prime pagine del libro, promettendo un vortice di onestà e vulnerabilità che parte dal portico della casa di famiglia nel profondo Sud e passa per le molestie sessuali subite dalla babysitter – senza rendersene conto – da bambino, la rabbia per la nonna costretta a “lavare le mutande dei bianchi” per cui lavorava come domestica, le punizioni da infliggere al proprio corpo oscillando in venticinque anni fra i 70 e i 140 chili e la dipendenza dai casinò, con cui rischia di mandare in rovina la sua carriera di insegnante in un college appena fuori New York.

Non è una storia rassicurante, quella di Laymon. Di certo è un’esperienza profondamente americana, di quelle che difficilmente escono dall’ombra se non per finire in un fatto di cronaca, in galera o peggio, all’altro mondo. D’altronde, ricorda lui stesso, le regole per un nero americano sono chiare: niente felpe nere col cappuccio nel quartiere sbagliato, niente jogging la sera tardi, mani sempre belle in vista in pubblico, niente rapporti intimi con le donne bianche e così via. “Anche se non conoscevamo i bianchi in carne e ossa, sapevamo che personaggi avrebbero voluto essere, e sapevamo altrettanto bene chi eravamo noialtri agli occhi di quei personaggi”, scrive nel suo memoir, spiegando in poche parole gli stereotipi razziali del suo Paese: tutti recitano una parte, ma quella dei neri è scritta dai bianchi.

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John Freeman: «La mente umana batte gli algoritmi»

Oltre a essere un produttivo critico letterario, intervistatore, poeta e scrittore, John Freeman è soprattutto un editor instancabile. Ha diretto per quattro anni la rivista britannica Granta, ha pubblicato due antologie sulla diseguaglianza — Tales of Two Cities, dedicata a New York, e Tales of Two Americas, al suo Paese — ispirate entrambe dall’esperienza di homeless del fratello minore e ha fondato una rivista letteraria che porta il suo nome, Freeman’s. Ogni numero affronta un tema specifico e l’ultimo, pubblicato in Italia in primavera da Edizioni Black Coffee, è dedicato al potere, osservato attraverso 26 racconti, saggi o poesie di autori come Aleksander Hemon, Margaret Atwood, Etgar Keret ed Édouard Louis: questi testi, scrive, «sono un tentativo di analizzare i vari modi in cui il potere agisce nel mondo». In un racconto breve dello scrittore pechinese A Yi, per esempio, un contadino cinese, vedendosi filmato, viene colto da confusione e paura perché all’improvviso deve decidere come comportarsi davanti agli occhi di un gruppo di persone che neanche vede. È uno sdoppiamento che, secondo Freeman, rappresenta un esempio del potere dei media sulla nostra vita. «La tecnologia moderna, analizzata con gli occhi di molti scrittori presenti in questo numero, non contribuisce a creare un ambiente pubblico fondato sull’uguaglianza e neppure ridistribuisce con equità il potere», scrive nel saggio introduttivo della rivista. Negli anni Dieci, insomma, il sogno di una tecnologia democratica che aveva caratterizzato gli albori della rivoluzione digitale sembra essere svanito sotto i colpi della realtà.

«Oggi c’è troppo rumore nell’ambiente mediatico, troppe informazioni: abbiamo bisogno di storie che tengano insieme la complessità del mondo, e una selezione personale svolge questo ruolo meglio di un algoritmo», spiega a 7 Freeman, 45 anni. «La lettura non è un’esperienza di volume, ma necessità di silenzio, elisione, pause e imprevisti. Un algoritmo invece vuole sempre darti qualcosa in più: clicchi su una storia e vuole subito dartene un’altra uguale, quando magari vorresti qualcosa di diverso, una rottura, oppure qualcosa di più leggero. Siamo trattati come dati, perché i dati ormai valgono più del petrolio, ma se credi nell’umanità allora credi anche che ci siano misteri e profondità in ognuno di noi che non sono immediatamente evidenti. Questa è la definizione di vita interiore».

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La fiera della verità è in Iowa

IMG_1407IMG_1408Una volta ogni quattro anni, la fiera dello Stato dell’Iowa diventa l’epicentro politico d’America. Ai circa 90 mila visitatori che in genere, per dieci giorni in agosto, raggiungono la capitale Des Moines per ammirare animali da competizione e macchinari agricoli, oppure per mangiare 75 varietà diverse di cibo fritto compresa la torta di mele, si mescolano infatti tutti i candidati alla presidenza e il loro carrozzone itinerante fatto di consiglieri, analisti, cameraman e reporter. È un’orda rumorosa in cerca di voti e sicurezze in mezzo all’America, in quel pezzo del Paese che la maggior parte dei cittadini vede soltanto dai finestrini dell’aereo quando vola da una costa all’altra. La strada che porta alla Casa Bianca, però, passa obbligatoriamente per l’Iowa, dove cominciano le primarie presidenziali: qui, il 3 febbraio, si tengono i caucus, riunioni di quartiere che somigliano ad assemblee di condominio, in cui gli elettori discutono per ore e poi emettono il primo verdetto su chi arriverà in fondo alla gara più importante del mondo.

“First in the Nation”, si definiscono: i primi della nazione a scegliere, dal 1972, pronti a lanciare figure minori – uno su tutti Barack Obama, il giovane senatore dell’Illinois che nel 2008 vinse con il 37% dei voti – o a deludere le aspettative dei grandi nomi della politica. Gli ultimi sono stati Hillary Clinton nel 2008 e Jeb Bush nel 2016, che alla fiera venne apostrofato in malo modo da un elettore arrabbiato con il fratello.

E così, quando in agosto arriva il momento dell’Iowa State Fair, nessun candidato si lascia scappare l’opportunità di stringere più mani possibili, scattare un selfie con futuri elettori o farsi vedere con in mano un pork chop, carne di maiale alla griglia infilata in un bastoncino, e un bicchiere di limonata, come fece Hillary Clinton quattro anni fa. Donald Trump, invece, arrivò in elicottero e promise un giro ai sostenitori: portò a spasso dei ragazzini, arrivò secondo dopo Ted Cruz alle primarie ma a novembre sconfisse di 9 punti l’ex first lady, incassando voti fondamentali per la vittoria finale.

Si dice che l’Iowa contribuisca a lanciare o spezzare le ambizioni dei politici e che tutto cominci proprio alla fiera statale. “Tutti i candidati sono i benvenuti”, chiarisce il regolamento poco dopo aver vietato qualsiasi arma da fuoco, “basta comprare un normale biglietto da 8 dollari”. Il primo fu Dwight Eisenhower, nel 1954: gli organizzatori offrirono un biglietto omaggio a tutti i visitatori che volevano incontrare il presidente e il suo predecessore Herbert Hoover. Accorsero 25 mila persone, fra le proteste del governatore democratico Clyde Herring. “Questo evento ha tutto l’aspetto di un comizio repubblicano pagato con i soldi degli elettori”, dichiarò. Continua a leggere “La fiera della verità è in Iowa”

Un ritiro per scrittori dove nascono romanzi

Per costruire l’esistenza di Romy Hall, una spogliarellista di 29 anni condannata a due ergastoli per aver ucciso uno stalker, la scrittrice americana Rachel Kushner ha cominciato a visitare prigioni nel 2014: è entrata a Folsom con un professore di criminologia che le ha spiegato il sistema carcerario; ha incontrato un ex detective della polizia di Los Angeles che arrotondava come killer a pagamento; ha stretto legami con le detenute di Chowchilla, il più grande carcere femminile del mondo, nella central valley californiana. Per scrivere la storia della protagonista del suo ultimo libro – Mars Room (Einaudi) uscito in Italia ad aprile – Kushner si è però rifugiata in Italia, a Civitella Ranieri, un castello del Quindicesimo secolo sulle colline umbre, a pochi chilometri da Umbertide, che ospita una residenza per scrittori, compositori e artisti celebre in tutto il mondo. Solo nell’alta valle del Tevere ha messo in ordine la vita turbolenta della sua voce narrante, una donna nata senza possibilità in un Paese che non lascia scampo ai poveri, trasformandola in una guida nei bassifondi d’America e nelle celle umide della California.

«Ho passato l’estate del 2016 a Civitella, ci ho scritto gran parte di Mars Room: lavoravo come una pazza, giorno e notte. Il tempo che ho passato là mi ha permesso di guadagnare terreno, e in autunno ho terminato il libro», racconta a 7 Kushner, 50 anni, che a fine giugno è tornata a Civitella per lavorare al suo quarto romanzo. «Mi svegliavo, aprivo la finestra sul meraviglioso panorama umbro e prendevo il ritmo con la luce, l’aria, il paesaggio. Lavoravo tutto il giorno e poi andavo a correre sulle colline. Bisogna essere dei veri nevrotici per non sentirsi ispirati». Continua a leggere “Un ritiro per scrittori dove nascono romanzi”

Chiedi chi erano i Righeira

«La gavetta, in un modo o nell’altro, si fa sempre: io ho avuto successo subito e l’ho fatta dopo. La sto facendo ancora adesso. Non c’è una controprova, però è andata così», dice Stefano Righi, che nell’ottobre del 1982 partì per il militare con il suo nome anagrafico e quando uscì dalla caserma, un anno più tardi, era conosciuto da tutti come Johnson Righeira, «uno dei due che cantavano Vamos a la playa». Aveva 23 anni, un nome inventato al liceo durante l’ora di educazione fisica e un fratello acquisito — Stefano Rota, in arte Michael Righeira — con il quale conquistò la vetta delle classifiche italiane per sette settimane: insieme componevano un gruppo, i Righeira ovviamente, che avrebbe fatto la storia della musica italiana e sarebbe diventato capostipite dell’Italo disco, un genere musicale apprezzato anche all’estero.

«Sono un doppio privilegiato, perché ho avuto successo all’epoca e ho avuto la fortuna di fare canzoni evergreen, che sono famose ancora oggi. Se chiedi a un ragazzino chi erano i Righeira probabilmente non lo sa, ma se gli fai sentire una nostra canzone la riconosce subito», ammette Righi, un’ondata di parole, emozioni e ricordi («pochi, perché non ricordo niente», dice). A cominciare proprio da quell’estate del 1983, quando era costretto a prendere le licenze dall’esercito per andare al Festivalbar, ma poi la sera doveva tornare in caserma. «Il successo è stato un flash, non ho avuto neanche il tempo per pensare: stavo facendo la naja, la mia vita stava cambiando e io non lo vedevo», ricorda. «A un certo punto non ci stavo più dietro: tramite il cappellano militare di Bellinzago riuscii a farmi mandare all’ospedale militare di Baggio fingendo di avere una sindrome depressiva. Avevo bisogno di 20 giorni per fare la finale del Festivalbar e per registrare l’album, dissi che ero uno studente universitario e che non ce la facevo più, ma capii che mi avrebbero rimandato indietro». Continua a leggere “Chiedi chi erano i Righeira”

Ben Marcus: «Viviamo in Paesi divisi in due»

In un discorso pronunciato nel 1960 all’università di Stanford, contenuto nella raccolta di saggi Perché scrivere? (Einaudi, 2018), Philip Roth sosteneva che gli scrittori americani, a metà del Ventesimo secolo, fossero messi a dura prova dalla realtà. «È così stupefacente e nauseante che è difficile renderla credibile in un romanzo», spiegava, «e produce ogni giorno personaggi che sono l’invidia di ogni autore»: ad esempio Roy Cohn, il perfido avvocato newyorkese che fece condannare a morte per spionaggio i coniugi Rosenberg, fu protagonista della caccia ai comunisti durante il maccartismo e, vent’anni dopo, sarebbe divenuto il mentore di Donald Trump, prima di morire in gran segreto di Aids nel 1986. «Chi poteva essere tanto fantasioso da inventare un personaggio come Cohn?», si domandava Roth. «Non credo che sia un problema di cui dovremmo preoccuparci. Io mi sento fortunato a vivere in un mondo complesso e sconvolgente, ignoto, un mondo in cui la cattiveria umana è una costante forza distruttiva», spiega a 7 Ben Marcus, 51 anni, docente di scrittura creativa alla Columbia University di New York e autore di Via dal mare, raccolta di racconti appena pubblicata in Italia da Black Coffee. «Leggendo questa raccolta, abbiamo l’impressione di addentrarci gradualmente in una buia cronologia dell’imminente disfacimento politico e sociale dell’America», scrive Jeff Turrentine sul Washington Post, e in effetti i suoi personaggi sono spesso uomini senza speranza, anime malandate che galleggiano nella grande provincia americana e fanno i conti con l’angoscia del mondo.

«Distopico» è una parola che ricorre spesso nelle sue recensioni, quindi non sorprende che — almeno stando a quanto sostiene in questa intervista — Marcus sarebbe stato assolutamente in grado di inventarsi un mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, evento impronosticabile per qualsiasi sondaggio e predetto soltanto da una puntata dei Simpsons andata in onda nel 2000 «per mettere in guardia l’America», come raccontò all’Hollywood Reporter l’autore dell’episodio Dan Greaney. «Era davvero così difficile? Potremmo anche andare tutti a fuoco», afferma lo scrittore, vincitore del Pushcart Prize (tre volte), della Guggenheim Fellowship e curatore nel 2004 di un importante antologia di racconti, The Anchor Book of New American Short Stories. E distopico, per quanto profondamente reale, è il mondo filtrato dai suoi occhi. «Al momento esistono due popolazioni drasticamente distinte: una che si informa tramite Fox News e sembra credere che la Cnn e il New York Times si inventino deliberatamente le loro storie; l’altra che non guarda Fox News e tende a credere alla veridicità delle notizie che riceve da altre fonti», spiega. «Anche se non sono esplicitamente in guerra, queste due popolazioni sono separate e non c’è praticamente possibilità di cambiare le cose: non si può trovare un sostenitore di Trump disposto ad appoggiare qualcun altro, né un suo critico che potrebbe pensare di sopportarlo, per non parlare di votarlo. Insomma, abbiamo due Paesi diffidenti e sprezzanti l’uno dell’altro, e questo non cambierà anche se Trump dovesse perdere nel novembre del 2020».

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Avete mai fatto un viaggio da soli?

L’argentino Juan Pablo Villarino viaggia in autostop da 14 anni e ha percorso 180 mila chilometri in 91 Paesi grazie a 2.350 passaggi annotati uno a uno in un bloc notes che porta sempre con sé. Il New York Times Magazine lo ha definito «il più grande autostoppista del mondo», ma lui si considera semplicemente «un acrobata del cammino», perché si è lasciato guidare dal caso e dagli incontri fortuiti in ogni angolo del pianeta: in questi anni ha incrociato migliaia di persone, è diventato depositario di segreti raccontati da sconosciuti che gli affidavano le proprie confidenze, ha scritto libri di successo e ha incontrato anche la (futura) moglie Laura. «Prima di conoscerla, viaggiare da solo non era una scelta, ma una circostanza: credo però che per me sia stato un periodo necessario, mi ha permesso di imparare e acquisire sicurezza in me stesso, di testare i miei limiti e ascoltare soltanto il mio ritmo interiore», ci racconta da Buenos Aires, dopo essere stato ospite in un talk show televisivo. Grazie al suo primo libro – Vagabondando sull’asse del male, mai tradotto in italiano – Villarino è diventato infatti un personaggio di culto in Argentina, al punto che una volta tre uomini che volevano rapinarlo finirono per dargli soldi e un consiglio: «L’autostop è pericoloso, stai attento». Oggi ha 41 anni, continua ad attraversare il mondo con il pollice alzato e lo zaino in spalla e si definisce un nomade digitale: l’unica differenza, rispetto a quando ha iniziato, è che viaggia in coppia.

Il bergamasco Davide Travelli, invece, aveva 36 anni quando ha lasciato il lavoro in una multinazionale tecnologica americana con sede a Dublino, è salito in sella a una bici in Alaska e ha pedalato in solitudine per 35 mila chilometri fino alla fine del mondo, ad Ushuaia, in Argentina. Ha attraversato l’intero continente americano in due anni e mezzo, e una volta arrivato in fondo ha preso un aereo per il Sud Africa e ha ricominciato a pedalare, stavolta verso Nord. «All’inizio ho deciso di viaggiare da solo perché realisticamente non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe avuto la voglia di partire per un viaggio tanto lungo», ammette Travelli da Khartoum, in Sudan, dove ha appena schivato un golpe militare. «Viaggiare da solo però ti dà l’opportunità e il privilegio di venire a contatto con la cultura locale senza la barriera del gruppo: sei obbligato a confrontarti con le persone, e se ti fermi sotto un tetto per un temporale non hai nessuno con cui parlare se non gli abitanti del posto. Da solo non intimidisci, quindi ti invitano più facilmente nelle loro case per un pasto, o a passare la notta in una moschea. E poi c’è il viaggio interiore, che non sarebbe possibile insieme ad altre persone». Continua a leggere “Avete mai fatto un viaggio da soli?”