Gabby Petito, l’America e la sindrome da donna bianca scomparsa

La confessione era all’interno del computer portatile che gli agenti dell’Fbi hanno trovato vicino al corpo senza vita di Brian Laundrie, lo scorso ottobre: a uccidere Gabrielle Petito era stato lui, il fidanzato con cui la 22enne era partita dalla Florida a giugno a bordo di un furgone bianco della Ford, per un viaggio nel grande West americano documentato sui social con l’hashtag #VanLife. I post però si erano interrotti di colpo a fine agosto, quando Gabby era svanita nel nulla: il 1° settembre Laundrie era tornato da solo a North Port, la cittadina affacciata sul Golfo del Messico dove vivevano, ma di lei non c’era traccia.

La coppia era stata intercettata il 12 agosto dalla polizia di Moab, nello Utah, intervenuta per sedare un litigio fra i due: un passante aveva chiamato il 911 perché aveva visto un uomo schiaffeggiare una donna, ma agli agenti entrambi avevano giurato di amarsi, dicendo che si sarebbero sposati presto e implorando di non aprire un caso di violenza domestica.

Poi, il 27 agosto, erano stati visti insieme a Jackson, in Wyoming: una coppia della Louisiana aveva riferito di aver incrociato Petito e Laundrie in un ristorante messicano, lui furioso, lei in lacrime. In quei giorni, Petito parlava spesso con i genitori, via messaggio e FaceTime, e aveva riferito di trovarsi al Grand Teton National Park, in Wyoming. L’ultima comunicazione era avvenuta il 30 agosto: «Non c’è campo allo Yosemite National Park», diceva lo scarno messaggio ricevuto dai familiari. Il 29 agosto, però, una coppia aveva dato un passaggio a Laundrie: con lui viaggiava la fidanzata, aveva spiegato, ma era rimasta sul furgone a produrre post per i social. Il giorno stesso, il ragazzo aveva ricevuto un altro passaggio: una donna lo aveva accompagnato al campeggio libero di Spread Creek, nel parco di Grand Teton.

Un paio di giorni più tardi, Laundrie rientrava in Florida da solo, alla guida del furgone bianco, ma la famiglia Petito — che vive a New York — aveva denunciato la scomparsa della ragazza soltanto l’11 settembre: quella sera stessa, gli agenti si presentarono a casa di Laundrie, senza tuttavia ottenere informazioni utili. In quelle ore, il mistero della scomparsa di Gabby cominciava ad affacciarsi sui giornali, in televisione, sui social network, e l’intero Paese cominciò a mobilitarsi per quella ragazza bionda che poteva essere la figlia di ogni famiglia bianca d’America. Sulle sue tracce si erano buttati centinaia di agenti statali e federali che ne ripercorrevano gli spostamenti, di detective improvvisati che provavano a seguirne le orme digitali, di comuni cittadini che cercavano di fornire indizi utili al ritrovamento. Anche perché Laundrie, l’unico che poteva darne, era sparito a sua volta il 14 settembre senza lasciare tracce, né spiegazioni sulla scomparsa della compagna: solo i sospetti — quelli sì — che per qualche motivo l’avesse uccisa.

Per risolvere il caso che teneva col fiato sospeso l’America, i federali dovevano quindi rintracciare anche il 23enne. Laundrie aveva però un vantaggio di tre giorni sugli agenti: tanto era passato fra la sua fuga e la denuncia dei genitori, che sostenevano fosse diretto in una riserva naturale di 100 chilometri quadrati non lontana da casa. «Le speranze di trovarlo diminuiscono ogni giorno», sosteneva in quei giorni di metà settembre Chris Boyer, direttrice della National Association for Search and Rescue. «Giù in Florida, durante l’estate, i corpi possono diventare scheletri in cinque giorni, e i predatori possono cancellare ogni traccia».

In quel momento, negli Stati Uniti, c’erano 90 mila denunce di persone scomparse, ma nessuna aveva catturato l’attenzione — e le risorse — come Petito e Laundrie, che dominavano ormai telegiornali e programmi d’intrattenimento. Molte famiglie afroamericane e ispaniche lamentarono una differenza di trattamento con i propri cari, la cui scomparsa non colpiva l’immaginario come quella dei due ragazzi della Florida. È «doloroso», aveva detto alla Cnn David Robinson, che per cercare il figlio Daniel, scomparso da mesi in Arizona, aveva dovuto assumere un investigatore e mettere insieme una squadra di volontari. Era lo stesso dolore espresso nelle scorse settimane dai familiari di Lauren Smith-Fields, una 23enne afroamericana del Connecticut morta nel suo appartamento di Bridgeport nel corso di un appuntamento con un uomo bianco conosciuto su una app di dating. La sua scomparsa — avvenuta il 12 dicembre per un mix di fentanyl e alcol, come ha chiarito l’autopsia — non ha ricevuto la stessa attenzione mediatica, denunciava il fratello Tavar Gray-Smith, né ha portato a indagini altrettanto accurate. «Quando Gabby Petito è scomparsa, la caccia all’uomo messa in atto è stata incomparabile rispetto a questo caso», ha commentato l’avvocato di famiglia.

Ancora una volta, il Paese era rimasto vittima della Missing White Woman Syndrome, la sindrome della donna bianca scomparsa teorizzata vent’anni fa dalla storica conduttrice afroamericana di Pbs Gwen Ifill per spiegare la maggiore attenzione che viene data a una donna bianca in pericolo, rispetto a una nera nella stessa situazione. «La famiglia Petito merita sicuramente risposte e giustizia», aveva confermato la conduttrice di Msnbc Joy Reid. «Ma il modo in cui questa storia ha catturato il Paese ci fa domandare come mai la stessa attenzione mediatica non viene mai riservata alle persone di colore». Alla scomparsa di Smith-Fields era dedicata una pagina Reddit con 235 membri, ad esempio, mentre quella di Petito ne aveva oltre 100 mila: l’hashtag #GabbyPetito in un mese aveva avuto quasi un miliardo di visualizzazioni su TikTok. Un eccesso di interesse che, sostiene Bryanna Fox, professoressa di criminologia alla University of South Florida, ha le sue controindicazioni. «Per quanto benintenzionate, le persone riempiono di indizi le forze dell’ordine», affermava. «E così, invece di cercare un ago nel pagliaio, gli agenti si ritrovano a caccia di un granello di sabbia su una spiaggia enorme».

Nel caso di Petito e Laundrie, poi, si trattava di una spiaggia lunga quasi 4 mila chilometri, dal Wyoming fino alla Florida. La prima pista, però, era quella giusta. Il 19 settembre, nel Grand Teton National Park venne ritrovato un corpo «che corrispondeva alle descrizioni», proprio nell’area del campeggio libero in cui Laundrie si era fatto lasciare il 29 agosto. Era quello di Gabby, «morta per strangolamento da parte di un essere umano», come ha appurato il coroner il 12 ottobre: essendo rimasto per tre o quattro settimane all’aperto, però, non era possibile stabilire quando fosse avvenuto il decesso. «Sul suo certificato di morte» aveva spiegato il dottor Brent Blue «non ci sarà una data esatta». In Florida proseguiva intanto la caccia a Laundrie, incriminato per aver usato fra il 30 agosto e il 1° settembre due conti bancari intestati alla fidanzata. Solo il 20 ottobre, più di un mese dopo la scomparsa, le squadre impegnate nella ricerca hanno rinvenuto, in un’area fino a quel momento sommersa dalle paludi, quelli che «sembravano resti umani», insieme ad alcuni effetti personali: uno zaino e un computer che, appurarono gli agenti, appartenevano al ragazzo che stavano cercando.

«So che avete molte domande», disse l’agente dell’Fbi Michael McPherson ai giornalisti. «Ma ancora non abbiamo tutte le risposte». Le risposte erano nel computer di Laundrie, riconosciuto il giorno dopo il ritrovamento grazie all’impronta dentale e morto per un colpo di pistola alla testa. Il 21 gennaio, l’Fbi ha diramato l’ultimo aggiornamento sul caso Petito, ringraziando le quindici agenzie coinvolte nelle ricerche e spiegando che «nel computer ritrovato vicino allo scheletro c’erano appunti scritti dal signor Laundrie, che si dichiarava responsabile della morte della signorina Petito». L’indagine, chiariva il comunicato, «sarà chiusa prossimamente e non ha identificato nessun altro individuo, oltre a Brian Laundrie, coinvolto nella tragica morte di Gabby Petito».

Sette, 11 febbraio 2022 (pag 26, pag 27, pag 28)

Elizabeth Holmes, la principessa caduta di Theranos che ricorda il Grande Gatsby

La mattina in cui Elizabeth Holmes si è svegliata colpevole di quattro degli undici reati di cui era accusata, tutti i giornali americani leggevano il verdetto emesso dalla giuria di San Jose come una condanna delle illusioni della Silicon Valley: una bocciatura, scrivevano con varie sfumature gli editorialisti, di quella cultura sfrontata che per decenni ha animato l’industria tecnologica e ne ha alimentato le bolle. Era proprio ispirandosi all’adagio “fake it till you make it” – fingi finché non ce la fai – che Holmes nel 2003 aveva lasciato l’università di Stanford a 19 anni per fondare Theranos, una società che prometteva di rivoluzionare, semplificandolo, il modo di fare le analisi del sangue e che la aveva resa nel 2015 la più giovane miliardaria non ereditiera d’America. “Un piccolo ago che estrae una piccola goccia di sangue”, amava dire per spiegare l’invenzione, e il resto lo facevano i software messi a punto dalla sua azienda.

All’apice del successo, nel 2015, quando nel consiglio d’amministrazione sedevano gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George Schulz e il generale Jim Mattis, in seguito segretario alla Difesa di Trump, la società era arrivata a valere 9 miliardi di dollari e lei, ormai 31enne, era considerata l’erede di Steve Jobs: un po’ per la sua scoperta rivoluzionaria, un po’ per i maglioni neri a collo alto che indossava. “Un paragone inadeguato”, aveva precisato in un’intervista al New Yorker William Perry, ex segretario alla Difesa di Bill Clinton, ingegnere e professore di Stanford, che sedeva nel board di Theranos. “Lei ha una coscienza sociale che Steve non ha mai avuto. Lui era un genio. Lei anche, ma con un cuore grande”.

Sembrava il principio di una storia straordinaria, invece era già l’inizio della fine: i test non funzionavano, ma per un decennio Holmes – insieme al suo socio, direttore finanziario e amante Ramesh Balwani, che andrà a processo a febbraio e al quale ha provato ad addossare ogni responsabilità, accusandolo di averla plagiata e violentata – era comunque riuscita a ingannare centinaia di investitori, dipendenti, enti regolatori e giornalisti. Se qualcuno chiedeva di entrare nello specifico, di conoscere il funzionamento del macchinario, lei si appellava al “segreto industriale”, e funzionava. Proprio un reporter del Wall Street Journal – giornale di proprietà di Rupert Murdoch, che nell’azienda aveva investito a sua volta 125 milioni di dollari – era riuscito però a smascherarla nel 2015, dimostrando che Theranos non era affatto una nuova Apple, ma al limite un nuovo scandalo Enron: la più grande truffa finanziaria della storia americana.

“È un campanello d’allarme per tutta l’industria”, aveva detto John Carreyrou, il giornalista che ha scoperto l’imbroglio rivelando che Theranos usava la sua tecnologia rivoluzionaria soltanto su una piccolissima percentuale delle analisi del sangue effettuate, perché non funzionava, e che si affidava in realtà a laboratori tradizionali per avere risultati affidabili. Gli enti regolatori scoprirono quindi che Theranos metteva a rischio la salute dei pazienti, e ai laboratori della società fu ritirata la licenza per operare in California. Poco dopo la stessa Holmes fu accusata di frode dalla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, e fu costretta a pagare una multa cospicua.

Theranos è fallita nel 2018 e oggi, a 37 anni e da poco mamma, la sua ex amministratrice delegata è tornata sulle prime pagine dei giornali, in attesa di conoscere l’entità della sua pena. Al termine di un processo complicato e durato quasi quattro mesi, Holmes è stata riconosciuta colpevole di frode nei confronti degli investitori, che negli anni avevano versato a Theranos 945 milioni di dollari ormai evaporati. La giuria l’ha però assolta per i quattro capi d’accusa relativi ai pazienti – a cui sono stati erroneamente diagnosticati Hiv, tumori alla prostata o aborti – e non ha raggiunto un verdetto in altri tre riguardanti gli investitori: Holmes rischia comunque vent’anni di carcere per ognuno dei quattro reati per cui è stata condannata, da scontare in contemporanea e non in successione.

Il procedimento – durante il quale sono stati mostrati persino i messaggi privati fra lei e Balwani – ha aperto soprattutto “una finestra sul mondo riservato delle startup, in cui gli amministratori delegati raramente finiscono a processo e le aziende spesso schivano le conseguenze regolatorie”, ha scritto il Washington Post. “L’industria è conosciuta per il suo adagio, che spesso porta i fondatori a sovrastimare i propri prodotti, ma la storia di Holmes è un esempio estremo di questa cultura”.

Se per alcuni la caduta di Elizabeth Holmes è un avvertimento per l’intera Silicon Valley e per i suoi eccessi, ha sintetizzato il Wall Street Journal, per molti investitori la condanna riguarda solo e soltanto lei, che era un’outsider nel mondo della tecnologia e non era riuscita a ottenere finanziamenti dai principali venture capital americani: la segretezza che le è stata permessa, scrive il quotidiano che l’ha smascherata, non sarebbe stata tollerata da gran parte degli investitori. “Ambizione, obiettivi, visione e ottimismo fanno parte dell’ethos della Silicon Valley”, ha scritto il venture capitalist Greg Gretsch su Twitter, dopo il verdetto. “Le bugie e gli imbrogli no. Le frodi sono frodi”.

Bugie e imbrogli, tuttavia, erano parte di una strategia meticolosa. In azienda, infatti, Holmes si dava regole ferree: “Faccio quello che dico, parola per parola. Non sono mai in ritardo di un minuto. Non mostro entusiasmo. Sono tutti affari. Non sono impulsiva. Conosco il risultato di ogni incontro. Non esito. Prendo costantemente decisioni e le cambio se necessario. Parlo raramente. Riconosco subito le stronzate. Le mie mani sono sempre in tasca, oppure gesticolo”, scriveva su un bigliettino del Raffles The Plaza Hotel di Singapore, che i suoi avvocati hanno usato in tribunale come prova del suo “punitivo” piano di automiglioramento, un programma quotidiano che prevedeva sveglia alle 4 ringraziando Dio, allenamento, meditazione, dieci minuti di preghiere e l’arrivo in ufficio già alle 6.45 quando i suoi dipendenti erano ancora a letto.

Un piano, scriveva a inizio gennaio David Streitfeld sul New York Times, che puntava a renderla una “macchina da lavoro al servizio dell’umanità”, nella migliore – e più umile – tradizione della Silicon Valley, ma che ricordava terribilmente quello di un altro leggendario truffatore, il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, che fra le 5 e le 6 del mattino allenava l’eloquio e il portamento. “Jay Gatsby era un contrabbandiere e faceva imbrogli a Wall Street, vendendo bond falsi”, spiegava Streitfeld. “Holmes ha scelto la Silicon Valley, l’ultimo grande sogno degli esseri umani che nella prima decade del secolo ha promesso di reinventare i trasporti, l’amicizia, il commercio, la politica, i soldi. Le analisi del sangue, in confronto, erano una passeggiata”.

Sette, 21 gennaio 2022 (pag. 18, pag. 19, pag. 29)

Eric Adams, il sindaco di New York cresciuto nei bassifondi con cinque fratelli

Eric Adams ha vinto senza sorprese. Il 2 novembre, pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, è diventato sindaco di New York, il secondo afroamericano dopo David Dinkins, eletto nel 1989, e il secondo ex poliziotto dai tempi di William O’Dwyer, vittorioso nel 1945. Ex capitano del New York Police Department in pensione, ex senatore statale e per due mandati presidente del quartiere di Brooklyn, Adams ha trionfato con ampio margine dopo aver vinto a giugno le combattute primarie democratiche di appena 7.197 voti. «La mia storia è la vostra storia, io sono uno di voi», ha detto ai sostenitori presenti al Marriott di Brooklyn per festeggiare la vittoria. «Fra quattro anni questa città non sarà più la stessa». 

In questa metropoli di 8,8 milioni di abitanti, dove per ogni repubblicano ci sono sette democratici, Adams ha ottenuto il 67% dei voti contro il 27% di Curtis Sliwa, fondatore dei Guardian Angels, le sentinelle anticrimine, e si insedierà il 1° gennaio come 110° sindaco di New York. Per 22 anni poliziotto «law and order», proprio la sua competenza sulla sicurezza lo ha aiutato a vincere: ora dovrà inventarsi un piano di rilancio per la città dopo la pandemia, per di più con un buco da 5 miliardi nel bilancio cittadino ereditato da Bill de Blasio, e mantenere la promessa di combattere le discriminazioni sociali e razziali. Un’impresa complicata, e non è un caso se quello di sindaco di New York è considerato fin dai tempi di Fiorello LaGuardia «il secondo lavoro più difficile del Paese».

Pur essendo un moderato, Adams sostiene numerose politiche progressiste e da senatore si è battuto contro lo «stop and frisk», la pratica discriminatoria riservata dalla polizia agli afroamericani: lui stesso, ha raccontato, si è arruolato in polizia perché vittima della brutalità dei poliziotti da adolescente.  Una volta dentro il Nypd, si è battuto contro razzismo e pregiudizi, venendo però accusato di corruzione diverse volte – senza mai essere condannato – e, nelle ultime settimane, anche di una campagna diffamatoria e sessista condotta nel 1991 contro un’ex poliziotta che aveva svelato una truffa.

Nato il 1° settembre del 1960 a Brownsville, uno dei quartieri più pericolosi di Brooklyn, Adams è cresciuto nel Queens con una madre single che manteneva lui e i cinque fratelli facendo le pulizie: da bambino andava a scuola con una busta di vestiti, non avendo la certezza che avrebbe avuto ancora una casa al suono della campanella. Quando si è recato a votare, Adams stringeva una foto della madre Dorothy, morta a 83 anni lo scorso marzo, mentre lui era in campagna elettorale. «La mamma sognatrice e il figlio che i sogni li realizza sono arrivati a destinazione», ha twittato quando era ormai diventata ufficiale la sua prossima destinazione, l’ultima tappa di un viaggio tipicamente newyorkese che dai bassifondi l’ha portato fino a Gracie Mansion, la residenza del sindaco nell’Upper East Side di Manhattan.

Sette, 19 novembre 2021 (pag 39)

Etica ed eccessi: da Cristoforo Colombo a Kevin Spacey, storie di cancellazioni

C’è stato un momento in cui Kevin Spacey era l’attore più ricercato d’America: Frank Underwood, il personaggio che interpretava nella serie tv House of Cards, era arrivato alla presidenza, lui vinceva premi e veniva scritturato per film di primo piano. Poi, il 29 ottobre 2017, l’attore Anthony Rapp raccontò di essere stato molestato a 14 anni da Spacey, che all’epoca di anni ne aveva 26: Spacey disse di non ricordare, si scusò, ma altri quindici giovani uomini lo accusarono di comportamenti impropri e lui venne cancellato. Da allora non si è visto più in giro, diventando una delle vittime più note della cancel culture, la pratica di non supportare più persone, aziende o istituzioni che sono considerate inaccettabili dal punto di vista etico.

Questa cultura della cancellazione nasce spesso fra i giovani o nei campus universitari, e decolla attraverso i social network colpendo indistintamente colpevoli e innocenti, cancellando storia, letteratura, musica, e persino facendo cadere le statue. Ad esempio quelle confederate, abbattute in tutti gli Stati Uniti in quanto simbolo del suprematismo bianco e del razzismo sistemico, quello insito nelle istituzioni che hanno sempre avvantaggiato i bianchi rispetto ai neri, ma anche quelle di Cristoforo Colombo — che, a seconda dei punti di vista, ha scoperto l’America o si è reso colpevole di genocidio dei nativi — o di Italo Balbo, semplicemente fascista. Ma anche quelle di Abraham Lincoln o Thomas Jefferson, i padri di una patria che — giudicata secondo gli standard moderni — è stata fondata sulla schiavitù. La battaglia era cominciata proprio da un simbolo confederato in South Carolina, nel 2015, dopo la strage in una chiesa afroamericana di Charleston: la governatrice repubblicana Nikki Haley accettò di rimuovere la bandiera Dixie dei secessionisti, simbolo di odio e segregazione, che dagli Anni Sessanta sventolava dalla cupola del parlamento statale.

Da lì in poi, i casi sono stati centinaia, celebri e meno noti: un manager tech bianco che aveva insultato una famiglia filippina in un ristorante della California e che fu costretto a dimettersi; il batterista dei Police, Stewart Copeland, accusato di essere figlio di una spia e quindi complice di colonialismo e genocidio; il direttore delle opinioni del New York Times costretto a lasciare il proprio lavoro per aver pubblicato un intervento controverso (di un senatore) e così via. La cancel culture non è un movimento, non ha leader e non c’è un’ideologia di fondo, ma spesso viene associata all’estrema sinistra e alla “cultura woke”, quella di chi è in stato di allerta contro le micro-aggressioni subite dalle minoranze.

Ed è così divisiva che persino la rivista Harper’s, decisamente progressista, ha pubblicato lo scorso anno un appello firmato da 153 intellettuali che denunciavano l’atmosfera “soffocante” che ha prodotto. «Il modo di sconfiggere le idee sbagliate è mettendole in luce, discutendone, criticandole e convincendo gli altri, non cercando di metterle a tacere», avevano scritto fra gli altri Margaret Atwood, Salman Rushdie, Noam Chomsky, Francis Fukuyama, Gloria Steinem e Garry Kasparov. «Rifiutiamo di dover scegliere tra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra».

Sette, 15 ottobre 2021 (pag 29)

America, la nazione polarizzata: tra il blu e il rosso, il solco dell’effetto Trump

Il racconto delle due Americhe — quella blu progressista delle coste e quella rossa conservatrice che sta in mezzo — ha dominato ogni lettura politica, economica e sociale degli ultimi 20 anni. Da un lato ci sono i democratici che credono nelle politiche identitarie, nel cambiamento climatico, nel bisogno di una rete di sicurezza per le fasce più povere della popolazione o nella libertà di scelta delle donne; dall’altro i repubblicani che si battono per il mercato sempre libero, per i valori religiosi, per uno Stato che si tenga lontano dalla vita dei suoi cittadini, per le libertà individuali, in particolare quella sancita dal secondo emendamento della Costituzione che garantisce il diritto a possedere armi. Entrambe le fazioni rifiutano attivamente le idee avverse, e altrettanto attivamente decantano il miraggio di un sogno americano che cambia forma a seconda del punto di osservazione.

«Repubblicani e democratici si detestano così profondamente che in America il miglior modo di prevedere se due coinquilini andranno d’accordo è guardando cosa hanno votato», scriveva lo scorso anno l’Economist, spiegando che fra il 1978 e il 2016 il disprezzo degli americani verso gli avversari politici è quasi raddoppiato. «Questa crescente polarizzazione degli Stati Uniti sarà una delle eredità della presidenza Trump, anche se è cominciata molto prima», scriveva lo scorso anno Carlos Lozada sul Washington Post . «Per decenni il Paese si è raggruppato geograficamente, economicamente, culturalmente, producendo enclavi omogenee con visioni del mondo che si auto rafforzano e sono mutualmente opposte. Solo durante la presidenza Trump, tuttavia, la polarizzazione è diventata un’aperta strategia elettorale e di governo, imbracciata da un Paese in cui l’affiliazione di partito ricalca quella di cultura e religione, razza e geografia».

E così l’America è diventata il Paese dell’incomunicabilità, dove non esiste più un middle ground , un terreno di mezzo in cui venirsi incontro, e le trattative across the aisle — i compromessi fra i due partiti necessari all’approvazione delle leggi — sono diventate un segno di debolezza per i politici, costretti a negoziati «segreti», che non finiscono sui media, pur di far procedere la macchina dell’amministrazione. Non è un caso che Don Winslow, autore di polizieschi abituato per trent’anni a lavorare su due libri al giorno, nel 2020 si è preso per la prima volta una pausa, per dedicarsi a un attivismo social e anti trumpiano che non si è fermato neanche dopo la vittoria di Joe Biden. A sinistra Donald Trump è considerato nient’altro che un incidente della Storia, con la scrittrice Ottessa Moshfegh che in un’intervista al Corriere arrivò a paragonare la sua amministrazione a una «diarrea fulminante», ma il suo passaggio ha mandato in crisi l’idea stessa dell’America. «Penso che l’esperimento americano sia fallito», ci disse alla vigilia delle elezioni un’altra scrittrice, Carmen Maria Machado, «che l’eccezionalismo su cui si fondava era una follia dal principio ed era profondamente sbagliato».

Da questo concetto, dall’idea cioè che le fondamenta del Paese poggino su un razzismo strutturale e istituzionale, era nato un celebre lavoro del New York Times , il 1619 Project sviluppato dalla scrittrice Nikole Hannah-Jones. Ideato «per rileggere la storia del Paese considerando le conseguenze della schiavitù», il progetto le è valso un Pulitzer ma anche le critiche di storici, intellettuali conservatori e colleghi, finendo per costarle la cattedra di Razza e giornalismo investigativo che le era stata offerta questa estate dall’Università della North Carolina: alla sola prospettiva di incrociarla nei corridoi, i conservatori avevano alzato le barricate. Fra minacce legali, manifestazioni degli studenti neri e voti del consiglio di facoltà, l’università ha fatto marcia indietro, ma Hannah-Jones ha infine declinato l’offerta preferendo la Howard University, storico ateneo nero di Washington.

Questa sensibilità progressista verso le politiche di razza e genere è definita «woke», un termine che significa grosso modo stare all’erta contro le micro-aggressioni di cui sono vittime le minoranze, ma che a destra è utilizzato in modo dispregiativo come la «critical race theory », una teoria accademica nata negli Anni 70 per esplorare i legami fra razza e sistema legale in America: sono entrambi anatemi per i conservatori, che considerano queste dottrine antiamericane e simbolo del razzismo dei neri nei confronti dei bianchi, dei progressisti nei confronti dell’americano medio. «La più grande minaccia autoritaria in questo Paese non arriva dall’ultradestra», sintetizza l’intellettuale conservatore Ben Shapiro nel suo libro appena uscito, The Authoritarian Moment: How the Left Weaponized America’s Institutions Against Dissent, «ma dallo stretto controllo che la sinistra ha dell’accademia, di Hollywood, del giornalismo e delle aziende americane».

Celebre è l’aneddoto di Christine Lagarde, prima donna a capo del Fondo monetario internazionale, che nel 2014 fu «rifiutata» dalle studentesse dello Smith College, ateneo femminile del Massachusetts, che le impedirono di tenere un discorso perché «complice di un sistema imperialista e patriarcale». Altrettanto nota è la protesta degli studenti di Berkeley contro Milo Yiannopoulos, provocatore britannico di estrema destra e commentatore di Breitbart, bibbia dell’Alt-Right, che nel febbraio 2017 era stato invitato a parlare nel campus californiano: l’evento fu cancellato due ore prima dell’inizio a causa degli incidenti che avevano provocato sei feriti e oltre 100 mila dollari di danni, sfiorando soltanto il dibattito sulla libertà di parola sancita dal primo emendamento della Costituzione.

Erano gli albori di un’era che avrebbe cambiato per sempre il modo di fare politica, condotta ora a colpi di statue rovesciate, ma anche di parlare, come ha notato nei giorni scorsi l’Economist partendo dall’esempio dalla parola «Latinx»: un aggettivo neutro che soltanto il 4 per cento degli ispanici dicono di preferire, ma che ha conquistato le principali istituzioni americane, dal New York Times a Google, fino alla Casa Bianca. «L’adozione di un nuovo vocabolario è un segno della mobilitazione sociale che sta colpendo sempre più ambiti della vita americana», scrive il settimanale britannico. «Ha penetrato la politica e la stampa, a volte finisce in strada con le manifestazioni che chiedono l’abolizione dei dipartimenti di polizia, si diffonde nelle scuole».

Alla base di tutto ciò, secondo il settimanale britannico, ci sono nozioni condivise per anni nelle università, senza essere quasi mai messe in discussione: l’idea che qualsiasi disparità fra gruppi razziali sia la prova del razzismo strutturale della società; che la libertà di parola, l’individualismo e l’universalismo non siano davvero progressisti, ma nascondano le discriminazioni; che le ingiustizie persisteranno finché i sistemi di lingua e privilegio non saranno smantellati. «A questo credo manca un nome definitivo», prosegue il settimanale, «ma viene identificato di volta in volta come politiche identitarie di sinistra, attivismo per la giustizia sociale o, semplicemente, wokeness». Questa brama di giustizia sociale — incoraggiata dalla crisi finanziaria, dall’elezione di Trump, dai casi di brutalità delle forze dell’ordine nei confronti dei neri, a cominciare dall’uccisione di George Floyd — nasce nei campus universitari, ma ha raggiunto rapidamente ogni angolo della società, di pari passo con le lauree degli studenti, a cominciare dal mondo intellettuale e dalle redazioni dei giornali.

Lo ha appurato sulla propria pelle, giusto un’estate fa, anche il New York Times. La pubblicazione dell’opinione di un senatore repubblicano, Tom Cotton, che invocava l’intervento dell’esercito per sedare le rivolte esplose nelle città americane dopo l’omicidio di Floyd, scatenò un’altra protesta, stavolta nella redazione sempre più giovane e «woke», che accusò l’istituzione liberal di «promuovere l’odio in un momento così vulnerabile della storia americana» e costrinse l’allora direttore della pagina delle opinioni James Bennet alle dimissioni. Queste rivolte redazionali, scrisse all’epoca il media columnist Ben Smith, non riguardavano soltanto il Times: dal Philadelphia Inquirer a Bon Appétit, spiegava, numerosi giornali americani sono rimasti incastrati fra il tentativo di essere neutrali e gli obblighi morali che molti giornalisti sentono nell’era Trump.

Sette, 17 settembre 2021 (pag 24 e pag 25)

Kamala Harris: i sei mesi difficili della vice di Biden

Si dice che fare il presidente degli Stati Uniti sia il lavoro più difficile del mondo, ma esserne il vice è forse ancora più complicato: lo sa bene Joe Biden, che è stato per otto anni il numero due di Barack Obama e inizialmente non voleva neppure accettare l’offerta, e lo sta scoprendo ora anche Kamala Harris, entrata in carica da sei mesi e già sottoposta a critiche spietate, in arrivo da destra e da sinistra. In queste settimane, la prima donna arrivata alla Casa Bianca è stata attaccata duramente per la gestione della crisi migratoria, compito complesso affidatole dal presidente Biden: prima è stata criticata per il viaggio in Messico e Guatemala, dove invitò i migranti centroamericani a non recarsi illegalmente negli Stati Uniti, poi per quello lungo il confine, quando scelse di fare tappa al centro di detenzione per immigrati irregolari di Fort Bliss, arrivato troppo tardi, secondo i conservatori, e nel luogo sbagliato, secondo i democratici che temevano di apparire deboli su una questione fondamentale quanto divisiva.

Proprio le polemiche sul viaggio in Texas, ha rivelato Politico, avrebbe fatto deflagrare uno scontro all’interno del suo staff: ventidue collaboratori anonimi avrebbero parlato di un ambiente di lavoro tossico e disorganizzato, del clima conflittuale che si respira in ufficio e della gestione caotica del suo chief of staff. “Non sono sicuro che sia davvero così. Ci sono parecchie questioni in ballo, soprattutto perché Kamala Harris è considerata una probabile candidata alla presidenza: sarebbe la favorita, e anche fra i democratici non tutti vogliono che sia lei a vincere la nomination. I repubblicani invece la attaccano perché sanno che ha grande talento”, spiega a 7 Dan Morain, autore della biografia A proposito di Kamala (Solferino, 2021). “Sicuramente ha avuto degli scontri, è un capo molto duro. C’erano degli attriti all’interno della sua campagna elettorale, rovinata dalle lotte intestine, e forse ce ne sono oggi nell’ufficio della vicepresidente, ma questo non vuol dire che non abbia capacità organizzative. Ora si trova su un palcoscenico importante, con un lavoro difficile: ha appena cominciato e sta imparando lezioni molto dure”.

Esperto giornalista politico, prima al Los Angeles Times e poi al Sacramento Bee, Morain ha scritto il suo primo articolo su Kamala Harris nel 1994, quando era viceprocuratrice distrettuale della contea di Alameda, in California: era il primo passo dalla sua folgorante ascesa ma già allora, ricorda, era una politica ambiziosa, sempre concentrata sul passo successivo. “Era un personaggio carismatico e di talento, come molti politici, ma in pochi arrivano poi alla Casa Bianca: in fondo abbiamo avuto solo 46 presidenti”, scherza lo scrittore. Harris invece oggi si sta giocando le sue carte in vista delle elezioni del 2024 – se Biden non dovesse ricandidarsi – o del 2028: molti osservatori sospettano però che il presidente le abbia passato un “calice avvelenato”, affidandole la gestione della crisi immigratoria.

“Questo è un Paese di immigrati, eppure la questione è tossica. I democratici spingono per una riforma, i repubblicani si oppongono per motivi elettorali. Molti presidenti hanno provato ad affrontare il problema senza successo, da George W. Bush a Barack Obama: non mi sorprende dunque che Harris non ci sia riuscita in sei mesi”, precisa Morain, spiegando che l’ormai celebre frase rivolta ai migranti centroamericani – “Non venite negli Stati Uniti, verrete rimandati indietro” – e riecheggiata fra i politici della destra europea e italiana, “era una posizione mainstream negli Stati Uniti. Vogliamo che le persone arrivino legalmente. Harris sta solo facendo quello che gli ha chiesto l’amministrazione Biden. Di certo, però, ha fatto infuriare la sinistra del suo partito”.

Fra le mansioni affidatele dal “suo capo”, come lo chiama Morain, ce n’è anche un’altra piuttosto spinosa: la salvaguardia del diritto di voto. “Numerosi Stati repubblicani stanno varando leggi che limiteranno l’affluenza alle urne. Magari non riuscirà a fermarli, ma i cambiamenti demografici giocheranno a favore dei democratici e Harris saprà sfruttare la situazione politicamente”, afferma. “In questi primi sei mesi ha fatto sicuramente degli errori, come quando ha risposto in modo poco diplomatico alla domanda di un giornalista in Guatemala”, conclude Morain, riconoscendo la stessa attitudine spigolosa che Harris aveva quando, da procuratrice o senatrice, visitava la redazione del Sacramento Bee. “Non c’è dubbio però che venga attaccata soprattutto perché è una donna, ed è di colore. Viene criticata persino per la sua risata, ma la verità è che i repubblicani più scaltri la temono: sanno che prima o poi correrà per la presidenza, e che sarà una candidata formidabile. E sanno che non va sottovalutata: per questo provano a danneggiarla come possono, anche con gli stereotipi”.

Sette, 23 luglio 2021 (pag 24, pag 25)

La rinascita americana

C’è uno “sconforto misto a impotenza” dipinto sul volto di un’insegnante del Kansas alle prese con il taglio dei fondi destinati alla scuola, su quello degli operai la cui fabbrica ha chiuso, degli immigrati che a New York lavorano per 7 dollari all’ora o dell’impiegata pubblica di Philadelphia rimasta senza stipendio durante le trattative sul budget federale. Nell’America del terzo millennio il loro è un sentimento diffuso, comune a uomini e donne che “si ritrovano a subire le conseguenze di decisioni ed errori dovuti all’incompetenza o alla corruzione di chi li governa”, scrive Giovanna Pancheri, fino a gennaio corrispondente di Sky Tg24 negli Stati Uniti, che nel suo libro Rinascita americana (Sem, 2021) traccia il bilancio dell’amministrazione Trump toccando i temi portanti di quest’epoca, dalla sanità all’ economia, dal lavoro all’immigrazione, fino al razzismo e alla sicurezza. Il suo è un fact checking delle promesse elettorali, ma anche il diario di un viaggio lungo cinque anni che le ha permesso di dare una voce agli archetipi dell’America di oggi: gli infermieri dell’Indiana, i contadini dell’Iowa, i finanzieri di New York, gli imprenditori digitali e i senzatetto che convivono a San Francisco, il pastore suprematista bianco dell’Arkansas, personaggi che di solito popolano in silenzio le cronache ma che, in queste pagine, si animano e raccontano come la loro storia personale s’intreccia alle vicende politiche – e sanitarie – di un Paese che non è mai stato così diviso.

Sette, 12 marzo 2021 (pagina 94)

«Succede solo a New York»: la città di Fran Lebowitz

Fran Lebowitz è arrivata a New York nel 1969 e non se n’è più andata, un po’ come il protagonista di una vecchia leggenda metropolitana che ha aleggiato a lungo, sospinta dall’alcol, nei bar del Lower East Side: quella di un newyorkese che sosteneva di non aver attraversato per 10 anni i ponti o i tunnel che collegano Manhattan al resto d’America. In tutto questo tempo, Lebowitz, scrittrice che non scrive un libro da quarant’anni, attenta osservatrice dei tic newyorkesi, racconta di essere rimasta per lo più a casa, a pensare, leggere — ha una biblioteca da 11 mila volumi — oppure a parlare al telefono: leggendarie erano le conversazioni quotidiane con Toni Morrison, prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura nel 1993, con cui per quarant’anni ha parlato di tutto, ha litigato solo una volta (su Bill Clinton), ha «riso e fumato un sacco di sigarette» ed è andata a «un milione di party», come scrisse sul New York Times nel 2019, alla morte dell’amica.

Al di là del personaggio scorbutico e misantropo che si è costruita, infatti, Lebowitz — protagonista di Una vita a New York, documentario in sette atti diretto da Martin Scorsese e appena uscito su Netflix — adora la mondanità della sua metropoli e non se ne priverebbe mai, nemmeno all’apice di una pandemia di cui New York è un epicentro globale, e di una malattia che colpisce quelli come lei: in là con gli anni e fumatori. «Penso di essere il newyorkese designato», sosteneva ad aprile in un’intervista al New Yorker, alludendo al designated survivor, l’ultimo sopravvissuto, il ministro americano che durante le cerimonie ufficiali viene portato in un luogo segreto, pronto a subentrare al presidente nel caso di un attacco nucleare o un attentato. Ecco, nemmeno il lockdown potrebbe allontanare Fran Lebowitz, l’ultima newyorkese, dal suo quartiere. Anche perché, dice, «non penso che mi lascerebbero vivere da nessun’altra parte». Persino la mattina dell’11 settembre, dopo che le due torri crollarono e Manhattan fu avvolta da una polvere densa, grigia e, si sarebbe scoperto in seguito, letale, rifiutò di andarsene.

«Qualcuno mi chiamò e disse che sarebbe passato a prendermi per portarmi in Connecticut. Non potevo credere che ci fossero persone pronte ad andare via», diceva nell’intervista a Michael Schulman, che doveva essere una guida pratica all’arte dell’inattività durante il lockdown ed è diventata invece un manifesto, a cominciare dal titolo: «Fran Lebowitz Is Never Leaving New York». A un certo punto chiariva: «Un paio di persone mi hanno invitato nelle loro case di campagna, molto più sfarzose della mia, dove hanno anche l’unica cosa che vorrei avere: un cuoco, visto che non so cucinare. Potevo andare, ma avrei dovuto essere una brava ospite. Alla fine ho capito, molto meglio restare qua ed essere una pessima ospite».

Perché sa essere «davvero pessima »: dice di detestare tutto tranne dormire, fumare e leggere, eppure ha un rapporto con New York che va ben oltre le passeggiate occasionali per una sigaretta, durante le quali viene importunata dai turisti che le chiedono indicazioni. «Ho sognato per vent’anni di non vedere turisti a Times Square: ora finalmente non ci sono, ma non c’è nessun altro», dice a Schulman, il giornalista del New Yorker che recentemente è tornato a scrivere di lei tracciando i due archetipi del newyorkese: quello allegro e al passo con i tempi, digitale, che non necessariamente vivrà per sempre in città ma che nel frattempo se la gode; e quello scontroso, ancorato al passato, che si lamenta sempre — della metro, dei costi o della grandezza degli appartamenti — ma che non se ne andrebbe mai.

Della prima categoria, ad esempio, fa parte il candidato sindaco Andrew Yang, 46 anni, la bella novità delle primarie democratiche per la presidenza, l’imprenditore tecnologico che proponeva una sorta di reddito di cittadinanza e che si definiva «l’opposto di Donald Trump: un asiatico a cui piace la matematica». Yang è nato è cresciuto appena fuori città, a Westchester, è arrivato nel 1996 per frequentare la scuola di legge della Columbia University e ha un appartamento a Hell’s Kitchen, ma ha passato buona parte del lockdown nei sobborghi, preparandosi alla nuova campagna elettorale e a superare «un test di autenticità»: dimostrare cioè di essere un vero newyorkese. Della seconda categoria, Lebowitz è il simbolo. Nata a Morristown, New Jersey, un’ora di treno da Penn Station, è arrivata a New York che non aveva neanche vent’anni, dopo essere stata espulsa da scuola perché aveva una pessima influenza sui compagni e aver saltato il college. Ha lavorato come donna delle pulizie — «ero specializzata nelle veneziane», disse una volta — e tassista, prima di diventare a 21 anni columnist della rivista Interview di Andy Warhol, dove vergava «osservazioni sulla vita contemporanea» raccolte in seguito nei suoi due libri — Metropolitan Life del 1978 e Social Studies del 1981 — dopo i quali non c’è stato più nulla, giusto un racconto per bambini nel 1994, Mr. Chas and Lisa Sue Meet the Pandas.

«Scrivo a penna e così lentamente che, se lo facessi col mio stesso sangue, non mi farebbe male», diceva alla Paris Review nel 1993. Oggi su Amazon si trova soltanto una copia usata del primo libro, ormai così rara che è in vendita a 665 euro. Lebowitz però non è diventata un’icona perché vittima del più leggendario blocco nella storia della letteratura — molto newyorkese, è vero — o per la sua indolenza: da decenni si guadagna da vivere parlando in pubblico, offrendo opinioni velenose con uno straordinario sarcasmo. «Il suo lavoro consiste principalmente nell’essere Fran Lebowitz: una donna risoluta, scontrosa, prolissa e brillante, che non vede l’ora di dare la sua opinione tagliente su tutto», scrive Naomi Fry sul New Yorker, e Fran conferma nella serie, sequel peraltro di un documentario uscito nel 2010 per Hbo, Public Speaking: stesso regista, stessa protagonista, sempre in stivali da cowboy e giacca da uomo su misura. «Giudicare» dice nel secondo episodio «è diventata la mia professione».

Soprattutto, Lebowitz è l’essenza di quei newyorkesi d’antan che, alla pulizia sofisticata nata nell’era Bloomberg, preferiscono la sporcizia e i pericoli dei decenni precedenti, quando la 42esima strada non portava verso le luci di Times Square ma conduceva diritta a un inferno di prostitute, spacciatori, rapine e sparatorie. «Non mi interessava un luogo pulito e sicuro, io venivo già da un luogo pulito e sicuro», spiega a Scorsese, che la riprende in location sofisticate come il Panorama of the City of New York, la riproduzione in scala dell’intera metropoli realizzata per l’Esposizione universale del 1964 e conservata al Queens Museum, oppure il The Players, un circolo di teatro «member only» di Gramercy, fondato nel 1888 dall’attore Edwin Booth, il fratello minore di quel John Wilkes Booth che uccise Abraham Lincoln. Nella città in crisi, derelitta e pericolosa dei suoi vent’anni, Lebowitz sapeva trovare quella vibrazione che stimola la creatività, una pulsazione che è stata soffocata dai condomini che detesta, costruiti al posto delle vecchie townhouse, o dai miliardari russi, cinesi, europei che hanno accresciuto le diseguaglianze e che la pandemia ha fatto fuggire.

«Anche ai miei tempi la vita era complicata, ma oggi New York è irriconoscibile rispetto a quando ero giovane. Non penso che lo sarà di più alla fine di questa pandemia. Sarà semplicemente diversa», spiegava al New Yorker. «Dopo l’11 settembre ero in strada 24 ore al giorno, ero sopraffatta dalle cose che vedevo in giro per la città. Ora però è solo triste: certo, da un lato sei felice che non ci siano milioni di persone che ti vengono addosso mentre guardano l’iPhone, ma dall’altro è come trovarsi in un prato senza alberi. Anche se i prati non sono la mia cosa preferita: non ci sono i ristoranti». Amore e odio, come sempre, e alla base dei suoi contrasti interiori c’è l’eterna disputa sulla vera essenza della città. «Un vero newyorkese pensa che New York sia l’unica città al mondo dove si può vivere», sosteneva in un’intervista al Village Voice Milton Glaser, storico designer scomparso a giugno, che ha lasciato la sua impronta sull’immagine cittadina creando il celebre logo I NY e fondando nel 1968 il New York Magazine. Non potrebbe essere più d’accordo Lebowitz, eppure una volta disse che quel logo è servito all’allora sindaco Ed Koch per attirare turisti, e che quel magazine è stato l’inizio della fine.

«Avere una rivista che si chiama New York ha portato parecchi giornalisti a scrivere costantemente della città, in cerca di luoghi che altrimenti non avrebbero incrociato e che hanno finito per travisare: e così tutto è diventato accessibile al pubblico, e quindi noioso. Non autentico», si lamentava nel 2002 in un’intervista a Thomas Beller, fra i più longevi blogger cittadini, che da oltre vent’anni porta avanti il suo Neighborhood. «Ecco perché New York è così noiosa. Quando sono arrivata non era così». Nelle sue parole c’è sempre il rimpianto per la New York di un tempo, pericolosa e per questo stimolante, che pure Lebowitz ha sempre osservato da un’elitaria distanza di sicurezza. «La New York di oggi è fatta per attrarre persone a cui non piaceva New York», disse qualche anno fa a Jeremiah Moss, scrittore e attivista che documenta la triste metamorfosi della città nel suo blog Vanishing New York. La verità è che Lebowitz — come tutti i newyorkesi — ama la città per gli stessi motivi per cui la detesta. «Basterebbe una corsa in metro per far infuriare il Dalai Lama», dice a un certo punto a Scorsese, che scoppia in una risata travolgente come fa spesso per tutta la serie. Poi però racconta di quella volta che all’alba ha incrociato nell’atrio del palazzo un vicino che tornava dalla palestra. «Mi ha visto con le valigie e mi ha chiesto se me ne andassi in vacanza», ricorda. «Ma se mi vedi nella lobby con i bagagli, vuol dire che vado a guadagnare, non a spendere. Io i soldi li spendo solo qua».

Sette, 12 febbraio 2021 (pagina 22, pagina 23, pagina 24, pagina 25, pagina 26, pagina 27)

L’alfabeto di 7: SpaceX

Non ci sarebbe SpaceX senza Elon Musk. Non solo per gli investimenti miliardari, ma soprattutto per la determinazione con cui il visionario imprenditore sudafricano naturalizzato americano sta cercando di raggiungere Marte. Grazie alle aziende tecnologiche che a partire dagli anni Novanta ha fondato o guidato – PayPal, Tesla e SpaceX le più famose, ma ora ci sono anche Neuralink, OpenAI e The Boring Company – Musk, 49 anni, è diventato immensamente ricco: sfruttando la curva delle azioni Tesla, a inizio dicembre ha guadagnato circa 20 miliardi in tre giorni, ed è diventato il secondo uomo più ricco al mondo dietro al solo Jeff Bezos, con un patrimonio netto di 144,7 miliardi di dollari. Tutti questi soldi, però, non li spende. Anzi, vende tutto, anche gli immobili: i soldi, dice, preferisce conservarli per inseguire i suoi sogni elettrici e spaziali. A inizio mese, in una conversazione con l’amministratore delegato del colosso editoriale tedesco Axel Springer, Mathias Döpfner, Musk ha rivelato infatti di non possedere altro che le azioni della sua casa automobilistica elettrica e della compagnia aerospaziale. «Se falliscono», ha detto, «fallisco anche io». Dopo aver già rivoluzionato i settori dell’automotive e dell’aerospazio, ora sostiene di avere una duplice missione: rendere con Tesla il futuro migliore sulla Terra, e con SpaceX andare oltre il nostro pianeta e colonizzare Marte. «Penso che sia importante che l’umanità evolva in una civiltà spaziale, in una specie multi-planetaria. Ci vorranno enormi risorse per costruire una città su Marte. Voglio essere in grado di contribuire il più possibile», ha spiegato candidamente a Döpfner.

Basta l’ultimo mese dell’anno, o poco più, per raccontare tutto Musk, nel bene e nel male. A metà novembre è risultato positivo al Covid: sintomi lievi e dichiarazioni ambigue su Twitter, la piattaforma da cui attacca critici ed enti regolatori, e su cui spesso si lascia andare ad affermazioni controverse. «Ho risultati molto diversi a seconda dei laboratori. È probabile che abbia un caso moderato», risponde a un utente che spazientito gli chiede: hai il Covid o no?. Poi aggiunge: «Ho i sintomi di un leggero raffreddore, e non è sorprendente considerando che il coronavirus è un tipo di raffreddore». È un tweet in linea – negazionista? – con le idee dell’imprenditore, che a marzo aveva sfidato le autorità californiane sul lockdown, dichiarando che avrebbe tenuto aperte le sue aziende, e che poi ha sostenuto che non avrebbe vaccinato i suoi 7 figli (l’ultimo, avuto dalla musicista canadese Grimes, si chiama X Æ A-12: pronuncia, più o meno, «ecsasheituelv»). In un solo tweet, dunque, l’imprenditore è riuscito ad alimentare la confusione sulla pandemia e – soprattutto – la propria enigmatica fama. Da allora è passato poco più di un mese: nel frattempo Musk dovrebbe essere guarito e, dopo essere stato per qualche giorno il secondo uomo più ricco del mondo, ha di nuovo perso 4 miliardi – sempre dietro alle azioni Tesla – ed è stato di nuovo scavalcato dal francese Bernard Arnault di Lvmh. Poi, a metà dicembre, ha effettuato un test con il suo razzo spaziale Starship, che secondo i piani dovrebbe trasportare merci ed esseri umani sulla Luna e su Marte entro 6 anni. Dopo aver volato fino a 12,5 chilometri di altitudine per circa 6 minuti e mezzo, il prototipo è esploso durante la fase di atterraggio, schiantandosi al suolo di Boca Chica, Texas. Prima del volo Musk aveva messo in guardia i suoi follower su un possibile incidente, dopo l’esplosione era comunque entusiasta. E ha twittato: «Marte, arriviamo!».

Sette 24 dicembre 2020 (pag 104, pag 105)

Borat, ovvero le cose che l’America non sa dirsi

Quest’anno nella (vera) campagna elettorale americana ha fatto irruzione Borat Sagdiyev, meglio noto come Borat, il (finto) giornalista kazako interpretato dal comico britannico Sasha Baron Cohen che avevamo lasciato nel 2006, quando venne inviato negli Stati Uniti per effettuare uno Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Questo era il titolo del “mocumentario”, un (finto) documentario in cui Borat si innamorava della (vera) Pamela Anderson e faceva di tutto per conquistarla: saltando da Baywatch alle chiese pentecostali, il (finto) giornalista kazako attraversava inconsapevole gli stereotipi del Paese, rendendoli naturalmente grotteschi.

Borat non poteva che tornare in America nel 2020, in mezzo a una pandemia e alla campagna elettorale più folle della storia moderna. In Borat – Seguito di film cinema: Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan, uscito il 23 ottobre su Amazon Prime, il (finto) inviato Sagdiyev ancora una volta si scontra con la (vera) America, stavolta insieme alla figlia Tutar. L’improbabile duo prima incastra il (vero) Rudy Giuliani, consigliere del presidente Donald Trump, poi si intrufola alla (vera) Casa Bianca: due scene che hanno fatto rumore a due settimane dal voto.

Nella prima sequenza l’avvenente Tutar, (finta) giornalista di una rete televisiva di destra, invita nella sua camera d’albergo per un drink il (vero) ex sindaco di New York. Quando la donna — l’attrice Maria Bakalova, 24 anni — gli sfila il microfono, Giuliani si stende sul letto e si infila le mani nei pantaloni, ma viene interrotto dallo stesso Borat. “Ha 15 anni, è troppo vecchia per te”, gli dice il (finto) reporter kazako entrando nella stanza.

«Quando ho tolto il microfono è uscita la camicia. Allora mi sono steso per rimetterla nei pantaloni, e loro hanno potuto filmare quell’immagine. Non stavo facendo altro», si è difeso Giuliani, aggiungendo di aver pregato con la (finta) giornalista che gli aveva confidato problemi personali.

Nell’altra scena, la (finta) giornalista viene accompagnata all’interno della Casa Bianca da una (vera) collega – Chanel Rion, della rete di destra One American Network – senza passare attraverso i controlli di sicurezza. «Non sono un fan di Sacha Baron Cohen, anni fa aveva tentato di raggirarmi, è un impostore, non lo trovo divertente, per me è un verme», ha reagito il (vero) presidente, mentre Borat ha continuato a prenderlo in giro: «Trump sta molto attento a chi fa entrare in casa sua», ha scritto il (finto) giornalista kazako su Twitter. E ha aggiunto: «Non era necessario il test per il Covid: dammi il cinque».

Sette, 13 novembre 2020 (pagina 21)

Intervista a Carmen Machado: «I latinos potrebbero far cambiare colore al Texas, ma non basterà Biden ad aggiustare l’America»

«In questo momento l’America sta cercando di uscire da una relazione di abusi. Vedremo cosa succederà», spiega a 7 Carmen Maria Machado, 34 anni, scrittrice di origine cubana che ha appena pubblicato in Italia Nella casa dei tuoi sogni (Codice Edizioni), suo terzo libro, un memoir in cui racconta la propria storia con una donna instabile e violenta e come questa relazione l’abbia resa la donna che è oggi. Nata e cresciuta ad Allentown, nella Pennsylvania industriale, Stato che nel 2016 — insieme a Michigan e Wisconsin — ha regalato la Casa Bianca a Donald Trump per appena 77 mila voti, Machado è un’americana di terza generazione: suo nonno era arrivato da Santa Clara a 18 anni, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per studiare in Tennessee, era stato rimpatriato forzatamente all’apice del Maccartismo e si guadagnò la cittadinanza americana arruolandosi durante la Guerra di Corea. «Oggi ho paura», dice Machado collegata via Skype da Philadelphia, dove vive. «Per la mia famiglia, per la mia comunità, per il mio Paese».

Si parla spesso di voto di ispanico e di quanto sia importante per i democratici, ma non è un blocco unico.

«No, ci sono parecchi ispanici conservatori, in particolare fra i tanti cubani-americani che vivono in Florida e votano pensando a Fidel Castro e alle relazioni fra il loro Paese d’origine e gli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, poi, anche molti ispanici traggono benefici dal suprematismo bianco: alcuni sono bianchi, o si presentano come bianchi, e non si fanno scrupoli. È un po’ come per le donne, che nel partito repubblicano votano per il loro essere bianche, e non per l’essere donne o per difendere i loro diritti riproduttivi».

Questo nonostante gli immigrati ispanici siano stati uno dei primi e principali bersagli dell’amministrazione Trump.

«Far parte di una minoranza non ti mette rende immune alle cattive idee: ci sono ad esempio parecchie persone gay che votano per Trump. Il modo in cui gli immigrati ispanici, in particolare quelli senza documenti, sono stati trattati in questo Paese è orribile. Però poi molti di loro non hanno il diritto di voto ed è interessante vedere cosa succederà. Io non ne sono sicura, e ho molta paura che Trump venga eletto di nuovo. Ho votato l’altro giorno, via posta, e mi ha fatto stare molto bene».

Cosa ne pensa della battaglia del presidente contro il voto per corrispondenza?

«Storicamente il partito repubblicano ha provato a limitare l’affluenza in qualunque modo: ad esempio togliendo il diritto di voto agli ex carcerati, oppure creando leggi misteriose che rendono più difficile il voto di alcune minoranze, come la popolazione nera, oppure cancellando persone dalle liste elettorali, o ancora complicando la vita per gli studenti. I repubblicani sanno che se permettessero alle persone di votare, se rendessero il giorno delle elezioni una vacanza nazionale, se incoraggiassero il voto per corrispondenza, comincerebbero a perdere parecchie elezioni. È qualcosa di molto oscuro».

Però il sistema elettorale americano lo permette.

«Dovrebbe esserci una sorta di intesa: se per vincere devi barare, allora non hai vinto. Stai imbrogliando la volontà della tua comunità e del tuo Paese. Negli Stati Uniti abbiamo un sistema, il collegio elettorale, che valuta il territorio più delle persone: gli elettori di Stati molto piccoli valgono più di quelli che abitano in Stati popolosi. C’è qualcosa che non funziona. Ci penso da quando nel 2004 lavorai per la campagna elettorale di John Kerry contro George W. Bush. Sono diventata adulta e non ho ancora capito».

Cosa faceva per Kerry?

«Andavo ancora al college: diedi una mano bussando alle porte degli elettori e facendo lavoro nel campus della mia università. Lo feci più che altro per seguire i miei compagni di università, ma non mi è piaciuto».

Quest’anno, anche a causa del coronavirus, sarà un’elezione unica nella storia americana.

«Sì, la pandemia ha complicato le cose. Ai repubblicani non importa della pandemia e si recheranno alle urne. I democratici invece dovrebbero votare più per corrispondenza, ma ci sono molti timori che vengano fatte sparire le schede. Mio papà è molto liberal, e ne è terrorizzato: anche se è anziano vuole recarsi ai seggi per votare fisicamente. Sto provando a impedirglielo, ma dice che vuole avere la possibilità di esprimere la sua preferenza. C’è qualcosa di folle in tutto ciò, sembra un incubo da cui non riesci a fuggire».

Lei è cresciuta nei sobborghi americani: perché Trump lancia appelli alle donne suburbane?

«È un codice: significa donne bianche. I repubblicani, e Trump in particolare, sono abilissimi a usarli: gli elettorali rurali sono i bianchi, quelli urbani sono gli ebrei e così via. Non lo dicono, ma è ciò che intendono: c’è dietro un profondo egoismo, razzismo, classismo».

Quale è il codice che usano per gli ispanici?

«Penso semplicemente latinos o ispanici, anche se non significano neanche la stessa cosa: i secondi semplicemente parlano spagnolo, non sono necessariamente parte di una minoranza etnica».

Pensa che il voto latino possa davvero aiutare i democratici a conquistare il Texas, lo Stato che — assieme ai progressisti California e New York — porta più voti elettorali?

«Sarebbe incredibile, ed è possibile: ci sono parecchi attivisti che stanno lavorando sul territorio per farcela».

Come si sente a pochi giorni dalle elezioni?

«Io sono molto rumorosa, parlo veloce e mi dicono che sono molto americana. Ne sono orgogliosa, perché amo il mio Paese e mi piace guidare da una parte all’altra, ammirarne la bellezza. Penso però che l’America si sia rotta, che l’esperimento americano sia fallito e che l’eccezionalismo su cui si fondava – che era una follia dal principio – sia profondamente sbagliato. È doloroso, e non so come possiamo aggiustare tutto: vorrei farlo votando, partecipando al sistema elettorale, ma non so neanche se funzionerà».

Pensa che, dovesse vincere Biden il 3 novembre, ci sarà un cambiamento radicale?

«Biden non è il mio candidato, avrei preferito Elizabeth Warren o Bernie Sanders, ma è la migliore delle due opzioni: sarà utile averlo come presidente, ma non potrà aggiustare il Paese. Credo che gli ultimi 4 anni, così come il Covid-19, non se ne andranno all’improvviso. Mi chiedo solo se potremo recuperare dal danno che abbiamo ricevuto».

Sette, 28 ottobre 2020 (7 XXL, pag 20)

Richard Sennett: «Avere uno scopo conta più che avere soldi»

A 77 anni Richard Sennett ha un ultimo obiettivo che intende raggiungere nella vita, per poi tornare a dedicarsi a tempo pieno al suo primo amore, la musica: aveva davanti un brillante avvenire da violoncellista prima che, 19 anni, un intervento sbagliato per risolvere la sindrome del tunnel carpale lo obbligasse a cambiare rotta, stroncandogli la carriera di musicista ma regalando al mondo dell’accademia uno dei massimi studiosi moderni del rapporto fra centri urbani, società e classi sociali. Ha insegnato in tutti i migliori atenei del mondo – Yale, New York University, Columbia, Mit e, dal 1999, London School of Economics – ma recentemente le Nazioni Unite lo hanno nominato senior advisor sul cambiamento climatico e le città, grazie anche al suo lavoro con la fondazione di ricerca sulla cultura urbana Theatrum Mundi, che ha creato cinque anni fa.

«Le Nazioni Unite vogliono focalizzarsi molto di più sulle questioni economi e sociali e meno della risoluzione dei conflitti fra Stati, su cui il Consiglio di sicurezza spende gran parte del suo tempo», racconta Sennett, collegato via Skype da Londra. «Io li sto aiutando a capire come possono spostare il focus sulle città. Hanno capito che è arrivato il momento di ridefinire la propria missione: non potevano essere più soltanto un broker fra diverse potenze», spiega il professore. «Ora vogliono capire come affrontare il cambiamento climatico, soffermandosi sul rapporto con le città “verdi e sane” e su che tipo di trasformazione vogliono ottenere. Solo che non è semplice, perché l’attuale presidente americano non crede al cambiamento climatico e si è ritirato dall’Organizzazione mondiale della Sanità: speriamo che perda le elezioni, in modo da poter ristabilire una presenza americana, anche perché gli Stati Uniti sono il principale finanziatore delle Nazioni Unite».

Se invece dovesse essere rieletto – prosegue – allora «dovremo riequilibrare il funzionamento economico dell’Onu, dividendo gli oneri più equamente. Io mi sto occupando di questo: da americano vorrei vedere gli Stati Uniti tornare nella Nazioni Unite, ma a nuove condizioni per tutti. Focalizzandoci sulle questioni sociali, economiche e ambientali». Sennett, insomma, non nasconde le sue speranze per le elezioni presidenziali del 3 novembre: «La vittoria di Biden darebbe alle Nazioni Unite una maggiore opportunità di effettuare un cambio di prospettiva che tutte le organizzazioni dovrebbero fare», spiega. «Il mio ruolo muta ogni giorno, ma ruota attorno alle iniziative urbane: l’unica cosa certa è che lo lascerò dopo la Cop-26, la prossima conferenza sul clima che si terrà in Gran Bretagna (a novembre 2021, ndr). Dopodiché voglio scrivere. Un tempo ero un musicista professionista e sto lavorando a un libro sulla musica. Ho sempre desiderato farlo: ho 77 anni e mi sono dedicato abbastanza al servizio pubblico».

Nato a Chicago il 1° gennaio 1943, Sennett era figlio di genitori ebrei emigrati dalla Russia: madre sindacalista, padre comunista che aveva combattuto il fascismo durante la guerra civile spagnola e che abbandonò la famiglia poco dopo la sua nascita per amore di una donna conosciuta al fronte. Sennett non lo ha mai incontrato, è cresciuto con la madre Dorothy nelle case popolari di Chicago dedicate a suor Frances Cabrini, che al tempo erano abitate da italiani e bianchi emarginati, neri spiantati, reduci di guerra e pazzi. «Era una comunità che chiariva in modo tangibile cosa significasse essere lasciati indietro durante il boom del dopoguerra», scrisse una volta nel suo saggio Socialism: An Essay On Honour And Dishonour.

«Il suo lavoro può essere anche letto come il tentativo lungo una vita di accettare la sua eredità radicale», spiegava il Guardian in un intimo profilo di inizio millennio. Al tempo Sennett era da poco diventato professore di teoria sociale e culturale alla London School of Economics, ed era considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici del pianeta: «Uno di quella razza speciale di scrittori e pensatori che coprono un’ampia gamma dei cosiddetti specialismi, ai quali viene chiesto soprattutto di dire a noi, come società, chi siamo e da dove veniamo», scriveva il quotidiano britannico.

Sennett è anche membro del comitato scientifico della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e, a fine settembre, ha partecipato a un laboratorio con quindici adolescenti della periferia milanese, quella Sudovest attraversata dal tram 15 che dal centro arriva fino a Gratosoglio e Rozzano: curato dalla fondazione insieme a Codici Ricerche e Che Fare, con il contributo della Fondazione comunità di Milano, è stato tenuto a margine del progetto About a City – A Human Place, una serie di incontri sulle trasformazioni urbane. I ragazzi erano stati invitati a interrogare amici e familiari su come ripensare gli immaginari, come reinventare le città e le periferie per creare inclusione sociale.

«Avevano cominciato pensando di offrire spazi culturali in città», racconta Sennett. «Dopo un po’ che discutevamo è venuto fuori che ciò di cui c’era bisogno, in realtà, era creare lavoro». Per gli adolescenti, infatti, la scoperta più sorprendente della ricerca condotta sotto la guida di Stefano Laffi di Codici Ricerche era la «totale assenza di energia che spingesse verso il cambiamento»: come possiamo tornare a immaginare, hanno chiesto a Sennett, se le persone non sanno cosa desiderano per la propria città? Insieme, però, sono giunti alla conclusione che – più che sui desideri – la comunità va interpellata su un piano di necessità e servizio: per abbattere il divario di classe non serve chiedere cosa vorresti, ma cosa ti serve.

«A Milano le divisioni di classe sono enormi. Come a Londra, la classe operaia è lontanissima dalla borghesia: fisicamente sono vicini, ma poi vivono su un altro pianeta», spiega Sennett. «La pandemia è stato un segnale di cosa significa non essere in grado di lavorare, come potrebbe essere in futuro perché gli effetti della tecnologia sui posti di lavoro potrebbero comportare una società molto produttiva senza tuttavia impiegare nessuno», afferma il professore, secondo cui in il risultato è che molte persone cominceranno a sentirsi inutili, senza progetti per la propria vita. «Per me il lockdown è stato una specie di anticipazione di cosa succederà con il capitalismo, se continuerà a essere organizzato così», chiarisce. «Per questo sto scrivendo i miei libri su come ripensare il lavoro come progetto sociale: è più importante che le persone abbiano qualcosa da fare, anche se non guadagnano molti soldi. Devono avere uno scopo, sapere perché si alzano la mattina: questo è molto importante. Più dei soldi».

Sette, 23 ottobre 2020 (pag 38, pag 39)

Brian Stelter: «Trump e Fox News, un’alleanza per decidere il voto»

Sin dall’inizio della sua corsa verso la Casa Bianca, nel 2015, Donald Trump ha potuto contare sulla solida alleanza con la rete televisiva Fox News, la cui storia di potere, conflitti familiari, politica e scandali sessuali è stata raccontata anche in Italia da tre efficaci serie televisive: Succession, The Loudest Voice e Bombshell . Quello fra il presidente degli Stati Uniti e il network conservatore di proprietà del magnate Rupert Murdoch è però un rapporto intricato, mosso da interessi duplici e basato su distorsione della realtà e propaganda, una relazione che il popolare giornalista di Cnn Brian Stelter analizza nel suo libro Inganno, in uscita in Italia il 28 settembre per NR edizioni, in cui racconta la transizione dall’era delle fake news — l’attacco spregiudicato ai media — a quella, appunto, dell’inganno.

«È soprattutto una storia di potere: Fox News è la più potente media company degli Stati Uniti e ha un impatto notevole sul resto del mondo, considerando che disinforma il presidente americano», spiega Stelter a 7 al telefono da New York, chiarendo subito la sua posizione. «Credo sia uno degli avvenimenti più importanti nella storia della politica americana: nessun inquilino della Casa Bianca ha mai avuto alle spalle un network come Fox News prima d’ora, che ne ha influenzato la presidenza». A 35 anni Stelter è uno dei massimi esperti di media americani, un’ossessione sviluppata da adolescente e che a 18 anni lo ha spinto ad aprire un blog anonimo sulla televisione via cavo. «Pensavo che nessuno mi avrebbe preso seriamente se avesse saputo che a scriverlo era uno studente universitario del Maryland», racconta nel libro. Invece il blog decollò, anche grazie all’intuizione della stessa Fox che per prima scoprì il suo talento e lo invitò a visitare il quartier generale di New York. Tre anni dopo, nel 2007, Stelter chiuse il blog e fu assunto dal New York Times, dove ha lavorato al fianco di David Carr, uno dei più influenti e preparati giornalisti americani moderni, scomparso nel 2015, insieme al quale è stato protagonista del celebre documentario Page One nel 2011. A 28 anni, nel 2013, è passato infine a Cnn, acerrima rivale di Fox News, dove conduce il programma domenicale Reliable Sources e spedisce un’informatissima newsletter quotidiana sul mondo dei media.

Qual è il rapporto fra Trump e Fox News?
«La relazione con Trump si è evoluta nel tempo. Non c’è stato un momento in cui hanno deciso di unirsi, è stato più sfumato. Fox News è nata 24 anni fa, ma è sempre più popolare e influente: le sue opinioni di estrema destra, mischiate con un po’ di notizie, si sono guadagnate un pubblico molto fedele. Penso che Fox si sia spostata sempre più a destra perché il partito repubblicano si è spostato sempre più a destra, quindi in qualche modo Inganno è la storia di un partito che cambia e di Fox News che prova a restare al passo. Possiamo dire che Fox ha cambiato il panorama dei media americani in maniera profonda».

Per Fox News Trump è solo un’opportunità economica?
«Ci sono molte persone a Fox che credono in lui e nei suoi obiettivi politici. La rete però è soprattutto una macchina da soldi. Nelle interviste che ho fatto, molte persone hanno sottolineato che difendere Trump e attaccare i democratici è un business molto redditizio. Altri canali via cavo fanno soldi negli Stati Uniti, ma Fox ne fa più di tutti».

Cosa succederà a Fox se Trump dovesse perdere il 3 novembre?
«Fox è più contro i democratici di quanto sia a favore di Trump o dei repubblicani: questo è essenziale per capire il funzionamento della rete. È più facile essere contro Joe Biden che a favore di Donald Trump. È per questo che, dopo l’era Trump, Fox continuerà ad andare alla grande. Anzi, potrebbero addirittura preferire che perda».

Che ruolo avrà la rete nei giorni successivi alle elezioni, se Trump dovesse denunciare brogli e non ammettere la sconfitta, come minaccia di fare?
«Fox e gli altri network annunciano il vincitore delle elezioni settimane prima che il collegio elettorale si incontri per ratificare formalmente il risultato. Queste reti hanno un ruolo fondamentale nell’informare il Paese e nel far sì che i cittadini si fidino dei risultati. I giornalisti di Fox News proveranno a rispettarlo, ma se i cantori della propaganda come Sean Hannity metteranno in giro bugie sulle elezioni rubate, allora sarà molto pericoloso».

A proposito: può spiegare ai lettori italiani chi è Sean Hannity?
«Nell’era Trump è la persona più potente di Fox. È un conduttore televisivo e un consigliere del presidente: parlano spesso al telefono, si scambiano idee, discutono della propria vita personale e condividono problemi e preoccupazioni. È un rapporto fraterno, che però ha ripercussioni sul mondo intero».

Qual è invece il rapporto tra Trump e i Murdoch?
«È un rapporto che offre benefici reciproci. Io non penso che aiuti Trump, perché non contribuisce a far crescere la sua base elettorale. Sicuramente però a Rupert piace avere accesso al presidente degli Stati Uniti. Alla guida dell’azienda ora c’è il figlio Lachlan, che non è molto interessato alla politica, mentre l’altro figlio James è più liberal e ha appena deciso di lasciare l’impero di famiglia. Potrebbe però tentare di prendere il controllo in futuro, nel caso Rupert morisse. A quel punto ci sarebbe uno scontro molto interessante. Ci sono molte somiglianze fra il mondo di Fox e quello di Trump. Sono entrambe aziende a conduzione familiare, in cui la politica di destra e gli affari si mescolano, e dove i patriarchi — Donald e Rupert — finiscono a volte per scontrarsi con i propri figli».

Se dovesse perdere, Trump fonderà davvero una sua rete televisiva?
«Sono scettico, perché penso che Fox abbia più potere di Trump ed è estremamente complicato lanciare un canale televisivo negli Stati Uniti nel 2020. Ma se c’è qualcuno in grado di farlo, sicuramente è Donald Trump. La grande domanda è questa: Trump si è definito un vincente per tutta la vita e su questo ha costruito il suo brand. Se perdesse le elezioni e venisse marchiato come perdente, il suo brand sarebbe ancora accattivante per le persone?».

Perché ogni tanto attacca anche Fox?
«Lavora gli arbitri, è una vecchia strategia di Trump. Cerca semplicemente una copertura migliore. Lui non vuole notizie da Fox News, vuole propaganda: così, quando vede del vero giornalismo, li attacca. Lo fa continuamente: attacca le notizie e promuove la sua opinione. È un pattern innegabile».

Trump è davvero così abile a manipolare i media?
«Penso che riceva fin troppo credito per questo. Spesso invece è piuttosto amatoriale. La sua strategia è di inondare il ciclo delle notizie di caos e spazzatura, così da essere presente nei notiziari. Io non credo che sia una buona strategia, ma lui è convinto che lo aiuti».

Cosa possiamo aspettarci dai dibattiti delle prossime settimane?
«In questo momento Trump è indietro, quindi i dibattiti rappresenteranno una delle poche possibilità di recuperare terreno e conquistare un pubblico più ampio di quello di Fox. Lui è così ossessionato da Fox e dal giudizio del suo pubblico che non prova nemmeno a raggiungere altri americani».

La sua gestione della pandemia avrà un impatto alle urne?
«Trump ha minimizzato la pandemia per oltre sei mesi, e possiamo presumere che continuerà a farlo fino alle elezioni. È un ottimo esempio di quella che definisco “era dell’inganno” ed è anche il motivo per cui ho riscritto il libro, iniziando e finendo proprio con il coronavirus. Credo sia un esempio rappresentativo della sua leadership e del suo rapporto con la rete: si è lasciato disinformare guardando Fox, poi ha diffuso questa disinformazione in tutto il Paese».

Cosa le ha insegnato David Carr?
«A guadagnarmi la fiducia delle fonti. Era incredibile come riusciva a lavorare le persone al telefono, convincendole a parlare. E poi già dieci anni fa aveva capito la storia di Fox: prima di chiunque altro aveva intuito l’impatto che avrebbe avuto la propaganda televisiva».

Sette, 25 settembre 2020 (pag. 36-37)

Noi ceo afroitaliani e la solitudine del corpo nero

La conversazione con gli unici due neri a capo di aziende filantropiche italiane inizia con una gara a chi viene dalla provincia più impensabile: «Sono nato a Gardone Val Trompia, perfino i miei nonni mi prendono in giro. È famosa principalmente per la Beretta», dice di sé Adama Sanneh. «Secondo me ti batto, io sono nata a Bellano e sono cresciuta ad Abbadia Lariana», risponde Marta Sachy. Sanneh rappresenta Moleskine Foundation, ente legato alle celebri agende che promuove progetti creativi che sviluppino cambiamento sociale: dal 2017 come amministratore delegato, ma già dal 2014 come direttore dei programmi. Sachy sta costruendo, dal 2018, la struttura di Fondazione Aurora, realtà nata dall’idea dell’avvocato Michele Carpinelli, che ha l’obiettivo di sostenere la giovane generazione di imprenditori africani. Sembrano avere due storie simili. Figli di due coppie miste, il primo con il padre senegalese-gambiano, la seconda con la madre del Mozambico, sono cresciuti nella provincia italiana, hanno una formazione accademica internazionale e all’inizio della loro carriera la cooperazione ha avuto un ruolo importante. Da qui le loro strade prendono direzioni molto diverse, che si ricongiungono in questa intervista doppia in cui ci raccontano il loro percorso e affrontano il dibattito italiano sul razzismo, troppo spesso limitato all’autoassoluzione.

Adama, quando hai avuto la folgorazione sulla via di Damasco, come la chiami tu, e hai deciso di lasciare la cooperazione?

«Io ho sempre avuto un approccio critico nei confronti della cooperazione. Quando ho detto a mio padre che volevo andare in Uganda a lavorare nella cooperazione, mi ha guardato come se gli avessi detto che andavo in Thailandia a fare un anno sabbatico. Pensava che la cooperazione fosse una nuova forma di colonialismo. Però capiva che io, come figlio, dovevo vivere le mie esperienze. È anche vero che l’impatto che puoi avere è profondo, reale, nel tuo piccolo. Però l’Uganda, il paese dove lavoravo, era un contesto particolare e ho avuto la sensazione che anche se gli obiettivi importanti venivano raggiunti – mangiare non mangiare, vivere o non vivere – l’impegno non si trasformava in un incentivo importante per lo sviluppo del paese. Facevi parte di un ingranaggio in cui magari la tua rotellina lavorava bene, ma eri inserito in un meccanismo che non era virtuoso. All’epoca ascoltavo una canzone degli Afterhours che diceva “curo le foglie, saranno forti, ma devo dimenticarmi che gli alberi sono morti”: ho avuto la sensazione di essere dalla parte sbagliata della storia».

Marta, tu invece incontri la cooperazione dopo il primo anno di facoltà in Sociologia, all’Università Bicocca di Milano, abbandonata di corsa

«Mi sono presa un anno libero e sono andata in Mozambico, in un momento “back to the roots”, ritorno alle origini, affrontando cose più grandi di me. In Mozambico i livelli di Aids sono molto alti e non ancora ventenne facevo educazione sessuale negli orfanotrofi perché a diciotto anni le ragazze non potevano più rimanere nelle strutture. Una volta fuori, senza mezzi, la prima cosa che succedeva era che trovassero marito e che rimanessero sieropositive. Ad un certo punto mia madre mi rispedisce in Europa: “ho capito che vuoi salvare il mondo ma cosa vuoi fare qui, torna a studiare” mi ha detto. Allora ho preso una prima laurea all’Università del Sussex in Antropologia sociale e sviluppo. Qui ho capito che volevo fare cooperazione. A Brighton mi sono specializzata in Antropologia africana. All’ufficio di collocamento interno all’università mi hanno indirizzata su un’opportunità di fare la volontaria per le Nazioni Unite. Io pensavo di andare in Africa, perché è sempre stato il mio pallino e invece sono finita a Salvador de Bahia, la città più nera fuori dall’Africa, dove mi si è aperto un mondo».

Come è stato il passaggio verso il ruolo di amministratore delegato, cioè il momento in cui avete iniziato a stabilire voi le priorità dei programmi?

MS: «Io vengo dall’Università che si è inventata il metodo partecipativo, uno dei miei professori era Robert Chambers, colui che negli anni ‘70 ha detto “perché non ascoltiamo quello che hanno da dirci le popolazioni con le quali facciamo i progetti?”. Ora che sono direttrice, questo bagaglio fa parte della mia quotidianità, oltre al fatto di essere una nera italiana che si muove per le strade di Milano o di Abbadia Lariana, consapevole delle problematiche e dei privilegi. Il lavoro di decodifica, essenziale nelle attività di cooperazione, lo pratico sul campo ma anche qui in Italia».

AS: «Io non faccio cooperazione. Moleskine Foundation è principalmente un’organizzazione culturale e quello che vogliamo creare sono dei dialoghi, delle conversazioni, dei percorsi utili a chi vi partecipa. Di conseguenza l’approccio è molto diverso in partenza. La grande questione del fatto di essere amministratore delegato di una fondazione è quella di riuscire a diventare autore di una storia, non soltanto esserne un interprete. In quest’ottica penso di avere una grande fortuna e una grande sfida. Una posizione in cui devi essere portavoce e scrittore di un libro, che si spera, sia un po’ nuovo. Da questo si tracciano strategie, percorsi di dialogo, che smuovendo lo status quo creano strade diverse. Con l’attenzione rivolta ancora prima che al risultato, al processo».

Come ci si sente ad essere i primi neri?

MS: «La solitudine del corpo nero è una costante. Se le prime generazioni di afroitaliani sono sotto i quarant’anni, io sono la pedina di un processo che probabilmente sarà lungo».

AS: «Da una parte è qualcosa a cui non presto attenzione, perché in Italia non è difficile essere il primo e/o unico nero a fare qualcosa. La condizione di solitudine alla base è una condizione che vivo da sempre. Per citare un episodio: una volta un mio collega era a pranzo con una persona che era interessata alle attività di Fondazione: illuminata, di sinistra, con “tutte le qualità in ordine”. Io li incrocio per bere un caffè e dopo il mio collega mi racconta: “appena sei andato via mi ha chiesto “ma chi è lui”, il mio capo rispondo, il Ceo della Fondazione, e lui ribatte “mossa di marketing, no?”. Questo episodio, piuttosto recente, mi ha fatto capire che esiste un pensiero per cui non ci può essere un corpo nero che presuppone competenza, esperienza, in un contesto strutturato».

Forse è nelle scuole che si è arenato il processo di maturazione del nostro Paese, su argomenti fondamentali, come ad esempio il razzismo?

MS: «Nelle scuole ma anche all’esterno. Perché se lavori al Ministero degli Esteri e ti chiedono di che ambasciata sei durante una riunione interna… Vuol dire che proprio non lo vuoi vedere, non te ne vuoi capacitare. C’è un processo da fare che passa da un’educazione trasversale. Non servono fondazioni, partiti. Di associazioni ce ne sono tante e frammentate. Penso che ci siano dei singoli che stanno portando avanti, con maturità, una nuova rappresentazione».

AS: «Sono cresciuto all’interno di dinamiche meno complesse di quelle che ci sono adesso. La mia grande difficoltà era di essere da solo, completamente. Non avevo persone con cui parlare, non parlando inglese non avevo accesso a determinati contenuti, non c’era internet. Quindi era principalmente un’esperienza di solitudine. In questo momento un giovane afroitaliano cresce in un contesto molto più complesso, si trova di fronte ad una quantità di esperienze molto più ampia.

Credo che sia fondamentale mettere a fuoco qual è l’obiettivo, perché le battaglie sono tante, complesse, intersezionali. Da un lato, una serie di lotte specifiche, in Italia ad esempio quella della cittadinanza; dall’altro lato tematiche culturali più strutturali, e queste passano anche attraverso la costruzione di luoghi dove i dialoghi, profondi, lenti, lunghi possano avvenire. Non tra italiani e nuovi italiani, ma tra persone. Quando parliamo di razzismo dobbiamo prima parlare di cosa l’Italia voglia fare di sé stessa. In senso provocatorio mi viene da dire: Mandela diceva nessuno nasce razzista. Vero. Se l’uomo è principalmente cultura, io Adama nasco razzista, maschilista e classista. La società è basata su questi concetti. Il tema è decidere di voler fare un percorso personale di decostruzione da un lato, e di ricostruzione dall’altro. Un percorso doloroso e faticoso. La decisione di seguire questo percorso è sia individuale sia istituzionale: se non c’è questa decisione, allora non ci può essere un processo antirazzista. Il vero tema è: io in quanto persona, in quanto parte della cosa pubblica, decido di iniziare questo percorso? Se si decide di fare ma poi è tutto un: sì, ma le statue no; sì, ma quella situazione è diversa; sì, ma ci sono le elezioni. Allora la risposta è no».

(scritto con Kibra Sebhat)

Sette, 18 settembre 2020 (pag 46, pag 47, pag 48)

Splash: l’estate delle piscine, fra realtà e illusione

Dopo il lockdown, è venuta la piscina. Desiderosi di spazi aperti e di tenersi lontani dagli altri, magari di proseguire il lavoro da remoto con un po’ d’aria in più, nell’estate del Covid-19 gli italiani hanno lasciato la città e sono fuggiti in campagna. Le richieste di case con il giardino sono aumentate a giugno del 73% rispetto al mondo precedente al coronavirus, e del 48% sono cresciute le case indipendenti e con grandi spazi esterni, rivelava a fine giugno un’indagine di SoloAffitti. «Abbiamo visto l’esplosione di richieste per case singole in tutta Italia. I casali di campagna, di solito più trascurati nei mesi caldi, sono andati via subito, per non parlare delle ville con piscina. Rispetto all’anno scorso, la gente è disposta a spendere parecchio pur di stare isolata», spiegava al Corriere della Sera Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari.

«È un’estate italiana», aggiungeva, ma la corsa ai sobborghi e alla campagna è stata globale: dall’inizio della pandemia decine di articoli hanno cantato la morte della città, a cominciare dalla «grande fuga» dei newyorkesi nella valle dell’Hudson o nelle campagne del New Jersey e del Connecticut. «Per alcuni newyorkesi la vita urbana è soltanto una fase, che va dalla laurea alla nascita del primo o del secondo figlio: in genere non ci si domanda SE andare a vivere in campagna, ma QUANDO», scriveva a inizio agosto il New York Times. «Ora, con la pandemia, il programma delle partenze – temporanee o definitive – si è velocizzato».

E così, a quanto pare, abbiamo passato l’estate come Neddy, il nuotatore di John Cheever che per tornare da una festa a casa di amici attraversava a nuoto, per 8 miglia, le piscine del suo quartiere – quindici private e una pubblica – proprio in Connecticut. Di bracciata in bracciata si avvicinava a casa, percorrendo un corso d’acqua, cloro, acido e antialghe che sembrava infinito e che aveva ribattezzato Fiume Lucida, come sua moglie, ma che seguiva con sempre maggiore difficoltà, come fosse una metafora dell’avanzare della vita. Era il 1964 quando il racconto di Cheever – interpretato sul grande schermo da Burt Lancaster nel 1968 – uscì sulle pagine del New Yorker, e le piscine private avevano da poco più di un decennio cominciato a proliferare nei backyard americani, i giardini sul retro che nei sobborghi iniziavano a celare il privato dal pubblico, ma anche a segregare il bianco dal nero.

Non che fossero le prime: celebre – e immaginaria, seppur ispirata ai party frequentati da Francis Scott Fitzgerald a Long Island – era quella al cui bordo, nell’estate del 1922, Jay Gatsby organizzava feste sontuose per riconquistare Daisy Buchanan. Altrettanto note, ma reale simbolo di opulenza, erano le due che il magnate William Hearst aveva fatto costruire fra il 1924 e il 1935 nel suo castello di San Simeon, nella Central Valley californiana: la Neptune Pool, definita all’epoca «la più sontuosa piscina della terra», e la Roman Pool, al coperto, i cui mosaici erano ispirati al mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Al tempo erano però soltanto un privilegio per pochi. Il popolo nuotava ancora nelle piscine pubbliche che erano diventate di gran moda nell’Inghilterra vittoriana: le prime dell’età moderna nacquero a Londra nel 1837, e arrivarono in Italia già nel 1842, quando furono costruiti i Bagni Diana a Milano, nel quartiere di Porta Venezia. Negli Stati Uniti, invece, «l’epoca delle piscine», come la chiamò il New York Times, giunse negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando migliaia di città e villaggi costruirono la propria: erano un simbolo della civilizzazione americana, sosteneva il quotidiano newyorkese nel 1940, provando a unire attorno alle piscine un Paese che stava per entrare in guerra. Una delle più famose era quella del Biltmore Hotel di Coral Gables, in Florida, il primo a usarla negli anni Trenta come strumento di marketing, frequentata fra gli altri da Judy Garland, Ginger Rogers e Bing Crosby. Dopo il Trattato di Parigi che pose fine al conflitto, divennero poi sinonimo del sogno americano.

«Prima del 1950, soltanto gli americani più ricchi possedevano piscine residenziali, e negli Stati Uniti esistevano relativamente pochi club privati», spiega il libro Contested Waters – A Social History of Swimming Pools in America (The University of North Carolina Press), pubblicato da Jeff Wiltse nel 2007. «Dopo il 1950, il numero di piscine private andò alle stelle». La maggior parte fu costruita nei sobborghi: le piscine pubbliche furono sostituite dai club privati, che a loro volta vennero soppiantati dalle piscine residenziali. Nel 1950 appena 2.500 famiglie in tutti gli Stati Uniti ne possedevano una, nel 1999 erano diventate 4 milioni. «Rispetto alle piscine pubbliche, quelle private – afferma Wiltse – permisero agli americani di esercitare un controllo molto maggiore su chi nuotava insieme a loro. Iscriversi a un club privato assicurava che gli altri nuotatori sarebbero stati della stessa classe sociale e razza. Costruirne una a casa garantiva che gli altri nuotatori fossero familiari e amici».

Oggi ci sono 8,5 milioni di piscine in tutti gli Stati Uniti, alcune delle quali sono diventate protagoniste o comparse di romanzi, film di Hollywood e copertine di dischi, a partire dal bambino che nel 1991 nuota nudo dietro a un’esca da un dollaro in Nevermind dei Nirvana. Fra le più celebri c’è sicuramente quella in cui nuotava senza costume Marilyn Monroe, nel 1962, girando le ultime scene della sua vita in Something’s Got to Give. Poi c’è quella con cui si confrontava Dustin Hoffman nel Laureato, nel 1967: prima ne era spaventato, come avesse paura di annegare nella vita reale che si sarebbe trovato ad affrontare, poi, dopo l’incontro con Mrs. Robinson, cominciava invece a stare a galla, indugiando su un materassino con una birra in mano e gli occhiali da sole.

Ci sono piscine in Rocky Horror Picture Show, 1975, Breathless, 1983, Boogie Nights, 1996, Sex Crimes – Giochi pericolosi, 1998, Rushmore, stesso anno… In Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, nel 1996, Leonardo DiCaprio cade di notte dal balcone di Giulietta/Claire Danes e finisce in una meravigliosa piscina illuminata, con l’amata che, vedendolo scomparire, ha il presagio della sua fine. Poi nel 2000 c’è Russell Hammond, cantante emergente degli Stillwater interpretato da Billy Crudup, che in Quasi famosi si lancia in piscina dal tetto urlando «Sono un Dio dorato», ma finisce per scontrarsi non solo con l’acqua, ma pure con la realtà.

Nel 2010, in Somewhere, Sofia Coppola lascia nella piscina dello Chateau Marmont di Los Angeles l’attore Johnny Marco (Stephen Dorff) in preda a una crisi esistenziale, dove si ritrova a confronto con la figlia undicenne Elle Fanning. Nel 2012 l’agente segreto più famoso al mondo, il James Bond di Daniel Craig, nuota nelle acque della piscina sul tetto del Four Seasons a Canary Wharf, Londra, in una scena straordinaria di Skyfall. Infine, ovviamente, c’è Jordan Belfort, anno 2013, interpretato di nuovo da Leonardo DiCaprio: quello che succede nelle sue feste folli a bordo piscina in The Wolf of Wall Street, però, probabilmente è meglio ometterlo.

Dal grande schermo, il mito hollydoodiano delle piscine è rimbalzato anche in Italia, se è vero, come ha appurato nel 2018 un’indagine di Assopiscine, che nonostante 8 mila chilometri di coste il nostro è il quarto Paese europeo per numero di piscine private: sarebbero circa 360 mila, gran parte delle quali nel Lazio, in Toscana e in Lombardia, di cui 10 mila costruite soltanto nel 2016 «grazie a un miglioramento delle condizioni economiche degli italiani e l’attenzione del wellness in casa», sosteneva il rapporto. «Una crescita ulteriore interesserà il settore delle piscine private nei prossimi anni», spiegava Assopiscine, senza sapere, ovviamente, dell’arrivo del coronavirus.

Il cinema italiano aveva cominciato a familiarizzarci già nel 1969, quando uscì La piscina, coproduzione italo-francese con Alain Delon e Romy Schneider, un dramma girato a bordovasca a Saint-Tropez. Ispirandosi a quel film, e alla piscina dipinta da David Hockney in Ritratto di un artista, Luca Guadagnino ha portato a Venezia nel 2015 A Bigger Splash, interpretato fra gli altri da Tilda Swinton e Ralph Fiennes: cambia la location, dalla Costa Azzurra a un dammuso di Pantelleria, resta la piscina, quella della Tenuta Borgia, attorno a cui ruota tutto il film. Nello stesso anno, Paolo Sorrentino – che nel 2011 aveva utilizzato una piscina vuota in This Must Be the Place – rende immortale quella coperta del Waldhaus Flims Mountain Resort & Spa, nel cantone svizzero dei Grigioni, dove gli ottantenni Michael Caine e Harvey Keitel, uno compositore e l’altro regista alle prese entrambi con i traumi soffusi della vecchiaia, assistono all’ingresso in vasca, nuda, di Miss Universo, l’attrice rumena Madalina Ghenea, in una scena che finirà sulla locandina del film Youth, giovinezza.

È un’illusione, come quella di Elio Germano in Favolacce, film dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo che quest’anno ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Berlino. Per Bruno, il padre all’apparenza premuroso interpretato da Germano, una piscina gonfiabile è l’illusione di una vita migliore nella periferia romana, il tentativo di rendere invidiosi i vicini mostrandosi felici. Come ogni illusione – allerta spoiler – finisce male: la rabbia e l’invidia che covano fra le famiglie di Spinaceto vengono sfogate con un coltellino svizzero proprio sulla piscina, con l’acqua che scivola via, allagando il giardino, la strada, il quartiere, come fosse il benessere che scivola via. «È stata l’invidia, la gelosia degli zingari», dirà papà Bruno ai due figli: «Zingari con i picconi, zingari senza piscina». Insomma, la rabbia di qualcuno invidioso della loro piscina.

È un’illusione, in fondo, anche quella dell’estate 2020, quando tuffandoci nella piscina in giardino abbiamo provato a cercare un’estate normale, come le altre, ma al riparo dagli altri. Forse allora, aveva ragione un altro papà di Favolacce, Amelio, un cameriere solo e scapestrato, perennemente allupato, che vive fuori dal quartiere e ai vicini non rende conto. È selvatico, ma ha un istinto che gli permette, senza saperlo, di salvare il figlio: l’unica cosa importante per papà, gli dice, non è farsi la mamma dell’amichetta invitata a casa – «avrei potuto», chiarisce, «ma non l’ho fatto» – quanto «sapere che ti sei divertito». Poi gli offre una birra, al figlio undicenne che tratta come un adulto, e profeticamente dice: «Brindamo va! A st’estate der cazzo!». Probabilmente, senza sapere neanche questo, Amelio parlava proprio della nostra estate: senza il mare, senza viaggi all’estero, senza feste, con pochi amici. Ma a bordo piscina.

Sette, (pag 84/85, pag 86/87, pag 88/89)