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Ben Marcus: «Viviamo in Paesi divisi in due»

In un discorso pronunciato nel 1960 all’università di Stanford, contenuto nella raccolta di saggi Perché scrivere? (Einaudi, 2018), Philip Roth sosteneva che gli scrittori americani, a metà del Ventesimo secolo, fossero messi a dura prova dalla realtà. «È così stupefacente e nauseante che è difficile renderla credibile in un romanzo», spiegava, «e produce ogni giorno personaggi che sono l’invidia di ogni autore»: ad esempio Roy Cohn, il perfido avvocato newyorkese che fece condannare a morte per spionaggio i coniugi Rosenberg, fu protagonista della caccia ai comunisti durante il maccartismo e, vent’anni dopo, sarebbe divenuto il mentore di Donald Trump, prima di morire in gran segreto di Aids nel 1986. «Chi poteva essere tanto fantasioso da inventare un personaggio come Cohn?», si domandava Roth. «Non credo che sia un problema di cui dovremmo preoccuparci. Io mi sento fortunato a vivere in un mondo complesso e sconvolgente, ignoto, un mondo in cui la cattiveria umana è una costante forza distruttiva», spiega a 7 Ben Marcus, 51 anni, docente di scrittura creativa alla Columbia University di New York e autore di Via dal mare, raccolta di racconti appena pubblicata in Italia da Black Coffee. «Leggendo questa raccolta, abbiamo l’impressione di addentrarci gradualmente in una buia cronologia dell’imminente disfacimento politico e sociale dell’America», scrive Jeff Turrentine sul Washington Post, e in effetti i suoi personaggi sono spesso uomini senza speranza, anime malandate che galleggiano nella grande provincia americana e fanno i conti con l’angoscia del mondo.

«Distopico» è una parola che ricorre spesso nelle sue recensioni, quindi non sorprende che — almeno stando a quanto sostiene in questa intervista — Marcus sarebbe stato assolutamente in grado di inventarsi un mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, evento impronosticabile per qualsiasi sondaggio e predetto soltanto da una puntata dei Simpsons andata in onda nel 2000 «per mettere in guardia l’America», come raccontò all’Hollywood Reporter l’autore dell’episodio Dan Greaney. «Era davvero così difficile? Potremmo anche andare tutti a fuoco», afferma lo scrittore, vincitore del Pushcart Prize (tre volte), della Guggenheim Fellowship e curatore nel 2004 di un importante antologia di racconti, The Anchor Book of New American Short Stories. E distopico, per quanto profondamente reale, è il mondo filtrato dai suoi occhi. «Al momento esistono due popolazioni drasticamente distinte: una che si informa tramite Fox News e sembra credere che la Cnn e il New York Times si inventino deliberatamente le loro storie; l’altra che non guarda Fox News e tende a credere alla veridicità delle notizie che riceve da altre fonti», spiega. «Anche se non sono esplicitamente in guerra, queste due popolazioni sono separate e non c’è praticamente possibilità di cambiare le cose: non si può trovare un sostenitore di Trump disposto ad appoggiare qualcun altro, né un suo critico che potrebbe pensare di sopportarlo, per non parlare di votarlo. Insomma, abbiamo due Paesi diffidenti e sprezzanti l’uno dell’altro, e questo non cambierà anche se Trump dovesse perdere nel novembre del 2020».

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Avete mai fatto un viaggio da soli?

L’argentino Juan Pablo Villarino viaggia in autostop da 14 anni e ha percorso 180 mila chilometri in 91 Paesi grazie a 2.350 passaggi annotati uno a uno in un bloc notes che porta sempre con sé. Il New York Times Magazine lo ha definito «il più grande autostoppista del mondo», ma lui si considera semplicemente «un acrobata del cammino», perché si è lasciato guidare dal caso e dagli incontri fortuiti in ogni angolo del pianeta: in questi anni ha incrociato migliaia di persone, è diventato depositario di segreti raccontati da sconosciuti che gli affidavano le proprie confidenze, ha scritto libri di successo e ha incontrato anche la (futura) moglie Laura. «Prima di conoscerla, viaggiare da solo non era una scelta, ma una circostanza: credo però che per me sia stato un periodo necessario, mi ha permesso di imparare e acquisire sicurezza in me stesso, di testare i miei limiti e ascoltare soltanto il mio ritmo interiore», ci racconta da Buenos Aires, dopo essere stato ospite in un talk show televisivo. Grazie al suo primo libro – Vagabondando sull’asse del male, mai tradotto in italiano – Villarino è diventato infatti un personaggio di culto in Argentina, al punto che una volta tre uomini che volevano rapinarlo finirono per dargli soldi e un consiglio: «L’autostop è pericoloso, stai attento». Oggi ha 41 anni, continua ad attraversare il mondo con il pollice alzato e lo zaino in spalla e si definisce un nomade digitale: l’unica differenza, rispetto a quando ha iniziato, è che viaggia in coppia.

Il bergamasco Davide Travelli, invece, aveva 36 anni quando ha lasciato il lavoro in una multinazionale tecnologica americana con sede a Dublino, è salito in sella a una bici in Alaska e ha pedalato in solitudine per 35 mila chilometri fino alla fine del mondo, ad Ushuaia, in Argentina. Ha attraversato l’intero continente americano in due anni e mezzo, e una volta arrivato in fondo ha preso un aereo per il Sud Africa e ha ricominciato a pedalare, stavolta verso Nord. «All’inizio ho deciso di viaggiare da solo perché realisticamente non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe avuto la voglia di partire per un viaggio tanto lungo», ammette Travelli da Khartoum, in Sudan, dove ha appena schivato un golpe militare. «Viaggiare da solo però ti dà l’opportunità e il privilegio di venire a contatto con la cultura locale senza la barriera del gruppo: sei obbligato a confrontarti con le persone, e se ti fermi sotto un tetto per un temporale non hai nessuno con cui parlare se non gli abitanti del posto. Da solo non intimidisci, quindi ti invitano più facilmente nelle loro case per un pasto, o a passare la notta in una moschea. E poi c’è il viaggio interiore, che non sarebbe possibile insieme ad altre persone». Continua a leggere

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Recensione di Boy Erased, di Garrard Conley

Image-1Cosa significa scendere a patti con la propria omosessualità nella Bible Belt, dove i concessionari regalano ai clienti adesivi con la scritta UOMO+DONNA? E come si può accettarla se uno di quei rivenditori d’auto è tuo padre, un austero predicatore battista dell’Arkansas? Da questo conflitto fra fede e identità nasce l’ispido memoir di Garrard Conley che, pur di non rinunciare alla propria vita, entra in clinica per “curarsi” dall’omosessualità ma, proprio durante la terapia riparativa, impara ad accettarsi: è una storia di paura, dolore e comprensione, divenuta un film che uscirà in Italia a marzo.

Sette, 7 febbraio 2019

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Recensione di American West, di Emiliano Ponzi

sette01242019Quello di Ponzi è un racconto di viaggio illustrato che ho scoperto per caso su un profilo Instagram del New Yorker, e me ne sono innamorato. Non mi ha sorpreso che sia poi diventato un libro “destrutturato”, era naturale e al tempo stesso geniale nel formato: 30 illustrazioni quadrate stampate su cartoncino spesso – 30 post, magari da incorniciare – in cui Ponzi ha catturato lo spirito, i colori e la luce del Grande West americano, fra le pompe di benzina nel deserto dell’Arizona, la Monterey di John Steinbeck e il Sunset Boulevard di Los Angeles.

Sette, 24 gennaio 2019

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Recensione di Middle England, di Jonathan Coe

Image-1Avevamo conosciuto Benjamin Trotter e i suoi amici Doug Anderton e Philip Chase da adolescenti impacciati e appassionati nella Birmingham degli anni Settanta, quella scossa dalle bombe dell’Ira e raccontata nella Banda dei Brocchi, e li avevamo lasciati in Circolo Chiuso, a cavallo del Millennio, certi che non avremmo saputo più niente di loro. Invece li ritroviamo nel 2010, travolti dalla rabbia dell’Inghilterra di mezzo e riletti col filtro sociale che ha portato alla Brexit: sono invecchiati, disillusi, a tratti depressi, ma restano personaggi straordinari capaci di raccontare con ironia e meglio di chiunque altro un’Albione che non è mai stata così perfida.

Sette, 3 gennaio 2019

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Recensione di Da dove vengo, di Joan Didion

Sette27122018Quanta America si respira fra le pagine di Joan Didion, che attraverso il percorso della propria famiglia ricostruisce la storia della California intera, che sia quella agricola ottocentesca o quella delle citta operaie che hanno sostenuto il boom del Novecento o ancora quella esclusiva del Bohemian Club di San Francisco, fondato nel 1872 dai membri della stampa per bere birra o mangiare un panino insieme. Didion parte alla ricerca di “quel malinteso che costituisce le fondamenta della California” e non è facile starle dietro in questo viaggio personale, compiuto quasi trattenendo il respiro fino al traguardo. Eppure, superandolo, si scopre la sua relazione con la California, e la relazione della California con il resto del Paese.

Sette, 27 dicembre 2018

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Recensione di La mappa della metropolitana di New York, di Emiliano Ponzi

Image-1Massimo Vignelli ha disegnato l’America, Emiliano Ponzi gli rende omaggio disegnandone la storia. La sua e quella del progetto più difficile che gli fu chiesto di realizzare: la mappa della metropolitana di New York, un polipo di ferro e cemento con 18 linee, 472 stazioni e “un milione di modi in cui perdersi”. Ne venne a capo grazie a un piatto di spaghetti, ma non diciamo più di questo. Entrambi, a New York, hanno lasciato un segno: Vignelli, celebre designer, “creando cose utili”, Ponzi con le sue splendide illustrazioni (andatevi a cercare su Instagram il suo viaggio americano).

Sette, 20 dicembre 2018

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