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Homer contro Charlie

Uno è rozzo e buffo, l’altro dolce e timido. Uno ha pronosticato l’elezione di Donald Trump; l’altro, potendo, avrebbe fatto campagna per Bernie Sanders. Meglio Homer Simpson o Charlie Brown? Due giornalisti del Corriere della Sera si confrontano, provando a immedesimarsi nei due campioni americani dei fumetti.

di Paolo Baldini e Andrea Marinelli

PAOLO BALDINI Doppia effe moltiplicata per tre. Buffo, goffo, gaglioffo. Perché, caro Andrea, sto dalla parte di Homer Simpson? Perché fa parte della maggioranza silenziosa, benché rumorosa. Perché quell’incompetente, scansafatiche, gran giocatore di bowling, rappresenta l’aspetto più primordiale, brutale, minimale dell’America. Perché è un modello negativo da cui si può imparare molto, perché ha tutti i difetti, e anche di più, dell’uomo qualunque. Uno sconfitto inconsapevole, dunque felice.

ANDREA MARINELLI Good grief caro Paolo, misericordia: ma che mondo sarebbe se fossimo tutti Homer Simpson e non esistesse un Charlie Brown a spiegarti che stiamo andando nella direzione sbagliata? Charlie ti guarda con quegli occhi anche troppo consapevoli, con le sopracciglia malinconiche, e ti aiuta a superare le difficoltà della vita. È la ragione in un’America folle. A lui, in fondo, bastano poche parole per dire la verità: quella che conoscono tutti i bambini e che gli adulti, troppo spesso, ignorano.
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Recensione di Terremoto

Il terremoto di Eugenia, la protagonista, non è il sisma che colpisce Los Angeles nel 1994, ma quello che travolge la sua adolescenza quando si trasferisce da Roma in California a 15 anni, ritrovandosi suo malgrado coprotagonista dei tumulti razziali e delle guerre fra gang. Quello di Barzini è un romanzo di formazione e faticosa integrazione, da cui spunta cupa la Los Angeles degli anni Novanta.

Sette, 9 novembre 2017

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Recensione di South and West

Gli appunti di viaggio di Joan Didion sono un affresco eccezionale e senza trama degli Stati Uniti degli anni Settanta e, in parte, di quelli contemporanei. In questi due viaggi – uno fra Louisiana, Mississippi e Alabama nel 1970, l’altro in California per il processo a Patty Hearst nel 1976 – Didion segue, senza sapere il perché, il richiamo della strada alla ricerca di un «centro», inesistente, dell’America.

Sette, 26 ottobre 2017

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Recensione di Heroin(e)

Huntington, in West Virginia, è la capitale delle overdose in un Paese travolto dall’epidemia di sostanze oppiacee e oppioidi: la mortalità dovuta a una dose letale, in città, è dieci volte più alta della media nazionale. Il documentario di Elaine McMillion Sheldon segue la vita di tre donne – una comandante dei vigili del fuoco, una giudice e una missionaria – che combattono ogni giorno per fermare l’abuso di droghe.

Sette, 5 ottobre 2017

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Recensione di Brilliant Orange

Molti dei protagonisti di questo libro sono morti fra quando è stato pubblicato, nel 2000, e quando è stato tradotto in Italia, nel 2017. Eppure il saggio di David Winner – che corre, insieme alla vita di Johann Cruyff, dalla rivoluzione culturale e calcistica degli anni Sessanta fino all’inizio del millennio – ritrae ancora alla perfezione, e con ironia, la società olandese attraverso il «voetbal». O viceversa.

Sette, 28 settembre 2017

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Recensione di Elegia americana

J.D. Vance è nato in una cittadina dell’Ohio cresciuta attorno a un’acciaieria, che non ha fatto altro che perdere posti di lavoro e speranza. La storia semplice della sua famiglia hillbilly – comunità bianche e povere, spesso devastate da dipendenze e disoccupazione – racconta gli incubi della classe operaia, che prima riempiva le fabbriche e ora cova soltanto una grande rabbia. Quella che porta all’elezione di Trump, che pure nel libro non viene mai nominato.

Sette, 27 luglio 2017

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L’America ritrova la strada

Cinque anni fa, percorrendo le strade della grande provincia americana, non era difficile imbattersi nella rabbia dei pensionati che avevano aspettato tutta la vita il momento di mettersi in macchina e scoprire il continente ma che, a causa del prezzo della benzina, non potevano più permettersi di realizzare il proprio sogno. «Non vedevo l’ora di andare in pensione per girare il Paese», ci raccontava all’epoca Bob, un neo pensionato sessantenne di Birmingham, Alabama, intento ad appendere alla recinzione della sua casa un cartello elettorale del repubblicano Newt Gingrich, che sperava di diventare presidente promettendo carburante a 2,50 dollari al gallone. «Ora ci sono arrivato, ma con la benzina così cara non posso più permettermelo. Ho persino messo in vendita il camper». Era il 2012 e Bob addossava a Obama – che si opponeva all’oleodotto Keystone che avrebbe dovuto pompare greggio dai giacimenti del Canada fino alle raffinerie del Texas – la responsabilità di quel sogno infrantosi alla pompa di benzina dietro casa. Quell’anno il prezzo medio di un gallone a livello nazionale arrivò a 3,60 dollari, un record assoluto che ebbe conseguenze trasversali su generazioni e classi sociali e che, soprattutto nelle aree rurali, spinse l’elettorato repubblicano a giurare fedeltà a qualsiasi candidato avesse promesso di trivellare ogni angolo del Paese alla ricerca di un’indipendenza energetica che avrebbe restituito alla strada quegli aspiranti viaggiatori disillusi. Continua a leggere

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