Archivi categoria: Studio

Leggere, scrivere, programmare

La Beaver Country Day School si trova in un vecchio edificio in mattoncini rossi di Chestnut Hill, in Massachusetts, un silenzioso sobborgo di Boston. È una scuola privata con classi dalle elementari al liceo e non è distante dal dormitorio di Harvard in cui Mark Zuckerberg, dieci anni fa, ha inventato Facebook. A settembre, è diventata la prima scuola d’America a inserire l’informatica nei programmi di tutte le sue classi.

Negli anni Settanta, quando furono istituite le prime classi d’informatica nelle scuole, per utilizzare i computer era necessario impartire istruzioni in un linguaggio specializzato. Le lezioni si focalizzavano quindi sulla programmazione, ma erano facoltative e pensate per gli studenti più grandi. Nel decennio successivo, l’avvento di software e interfaccia grafiche provocò un profondo cambiamento nei programmi scolastici e si cominciarono a insegnare principalmente scrittura e programmi di grafica. Per questo motivo gli studenti che seguivano corsi d’informatica uscivano dalle scuole senza saper programmare. Continua a leggere

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Un magnate, il rock, l’Umbria

Nelle campagne che circondano Massa Martana, antico borgo medioevale in provincia di Perugia, un ricco signore inglese ha deciso di organizzare questa estate un grande festival di musica rock ed elettronica. Yashwant Bajaj, 51 anni, è un magnate di origine indiana, con un passato in finanza speso fra Lehman Brothers e un hedge fund e una straordinaria passione per l’Italia e per la musica british. Cresciuto con il punk e il rock londinese degli anni Settanta e Ottanta, Bajaj oggi vive a Singapore, ma dal 1998 passa le vacanze in Italia e otto anni fa ha acquistato una casa proprio a Massa Martana, dove si era ripromesso di importare il concetto britannico di festival musicale, in stile Reading o Glastonbury. Il momento, finalmente, è arrivato questa estate. Continua a leggere

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Gli anni d’oro del grande Perugia

Qui la versione multimediale.

Nella primavera del 2005 avevo 23 anni e giravo l’Italia con un cavalletto da dieci chili in spalla, inseguendo vecchie glorie dell’A.C. Perugia, la mia squadra del cuore. Facevo l’assistente di ripresa per il mio amico Walter, che aveva la fama di essere il miglior cameraman del centro Italia, e leggevo David Foster Wallace alla ricerca di rare affinità fra il mio lavoro e i personaggi di Up, Simba!, l’appassionante racconto della prima campagna elettorale del senatore John McCain, che nel 2000 provò a conquistare la nomination repubblicana vinta alla fine da George W. Bush. I protagonisti del reportage di Wallace erano proprio i cameraman e gli assistenti di ripresa dei grandi network televisivi americani che sapevano aspettare distrattamente per ore, per poi capire sempre un attimo prima il momento dell’azione e anticipare i giornalisti nella calca. Wallace era affascinato dal loro fiuto per la notizia, o quanto meno dall’abilità nel districarsi nella ressa. Noi, nel nostro piccolo, eravamo parte di una piccola troupe di quattro persone, una spedizione che girava un documentario sui primi cent’anni del Perugia. L’opera si chiamava “Grifo di Popolo”, oltre a noi c’era Lucio, il regista e capo ufficio stampa della regione Umbria, e Francesco, produttore e figlio di Spartaco Ghini, ex grande presidente che portò il Grifo in Serie A nel 1975 e che contribuì a costruire lo storico “Perugia dei miracoli”, quello che nel 1978/79 chiuse la stagione imbattuto al secondo posto, perdendo per appena tre punti uno scudetto che finì cucito sulle maglie di lana del Milan. Quel Perugia – creato con intelligenza da Franco D’Attoma, Silvano Ramaccioni e Ilario Castagner – fu la prima squadra italiana a finire un campionato senza sconfitte, impresa ripetuta soltanto dal Milan di Fabio Capello nel 1991/92 e dalla Juventus di Antonio Conte nel 2011/12. Continua a leggere

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Una storia di violenza

«Fare parte di una gang mi dava una totale assuefazione. Tutto è cominciato al penultimo anno di liceo. Non vi dirò di quale gang facevo parte, né in quale città fosse, ma dal momento in cui sono entrato non ho più potuto farne a meno. Tutti i giorni, e per tutto il giorno, ero coinvolto in qualche attività della gang, che poteva consistere nel picchiare a sangue un membro di una gang rivale, nel rubare oggetti, nello svaligiare case e compagnia bella». Questo non è il dialogo di un film, né la citazione di un libro. Sono le parole di un ragazzo americano che ha raccontato anonimamente su Reddit la sua esperienza in una gang criminale. Secondo un rapporto dell’Fbi, sono 1,4 milioni gli americani che oggi fanno parte attivamente di una delle 33.000 bande disseminate in tutto il territorio nazionale e che sono responsabili per il 48 per cento dei crimini violenti compiuti nel Paese: gang di strada, etniche, di prigione o di motociclisti – alcune definite dall’agenzia governativa «sofisticate e ben organizzate» – che fanno ricorso alla violenza per controllare i quartieri e per fare soldi con attività illegali, come rapine, frodi, estorsioni, prostituzione, traffico di armi, droga o esseri umani. Continua a leggere

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Vacanze Rumene

Non c’è solo Bucarest, in Romania. Ottavo Paese più grande dell’Unione europea, il territorio è rifiorito culturalmente dopo la rivoluzione del 1989, cominciata nelle strade di Timisoara. Ecco un viaggio in cinque tappe fra festival ambientalisti, compagnie teatrali e centri per l’arte contemporanea. Continua a leggere

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Chi è il terzo Bush e perché si parla di lui

Quando suo padre è entrato alla Casa Bianca, Jeb Bush aveva quasi trentasei anni. Poi è stato il turno di suo fratello maggiore, dodici anni più tardi. Ora vuole provare anche lui a dormire nella stanza di Abramo Lincoln, la camera nell’angolo sud-est al secondo piano, quella in cui dormono i presidenti americani. La settimana scorsa – nel corso di un evento organizzato per celebrare il venticinquesimo anniversario dell’elezione del padre alla biblioteca che ne porta il nome, la George Bush Presidential Library and Museum di College Station, Texas – l’ex governatore della Florida ha dichiarato che deciderà entro la fine dell’anno se candidarsi nel 2016 alla presidenza degli Stati Uniti con il partito repubblicano, seguendo le orme dei suoi familiari. In molti ritengono infatti che Jeb potrebbe essere l’uomo giusto per compattare lo schieramento, spaccatosi negli ultimi anni sotto i colpi d’ascia dell’ala ultraconservatrice dei Tea Party. Già durante l’ultimo ciclo elettorale, quando il Grand Old Party stava faticando nel fare quadrato attorno a un candidato, il nome di Jeb Bush era cominciato a girare nei circoli repubblicani. A febbraio del 2011 Rich Lowry, direttore della National Review, il principale magazine conservatore, aveva indicato il terzo Bush come l’uomo adatto al partito, adducendo otto buoni motivi per invitarlo a correre subito. Due di questi spiegano perché, ancora oggi, potrebbe far risorgere l’elefante del partito repubblicano: 1) non si tratta di un nuovo Bush; 2) Jeb può unire il partito. Continua a leggere

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Dio odia Fred Phelps

«Non ho mai augurato la morte a nessuno, ma ho letto alcuni necrologi con grande piacere», scriveva Clarence Darrow, rinomato avvocato di campagna di inizio Novecento, nella sua autobiografia The story of my life, pubblicata nel 1932. Darrow – che divenne celebre nel 1925 grazie al processo Scopes, in cui difese un insegnante del Tennessee accusato di aver insegnato la teoria evoluzionistica a scuola, dove era vietato – era uno dei più grandi avvocati della storia americana, membro di spicco delle organizzazioni per i diritti civili. Come Darrow, anche Fred Phelps Sr. è stato avvocato e difensore dei diritti civili, ma la sua morte, in America, se la sono augurata in molti. Continua a leggere

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