Gli effetti della sconfitta in Georgia sul partito democratico americano

Le elezioni suppletive generalmente non contano granché, ma quelle che si sono tenute martedì in Georgia erano la classica eccezione: non è un caso se sono diventate più costose della storia per un seggio alla Camera, con gran parte dei soldi arrivati da fuori dello Stato. Nel Sesto distretto, in mano ai repubblicani da quasi quarant’anni, una vittoria dei democratici, guidati dal trentenne Jon Ossoff, avrebbe significato un duro colpo a Trump, finendo per influenzare direttamente anche il voto sulla controversa riforma sanitaria del presidente in discussione al Congresso. Alla chiusura dei seggi, invece, a festeggiare erano i sostenitori dalla sua avversaria, la repubblicana Karen Handel. Ad aiutarla è stata anche la narrativa della sfida: per i democratici si trattava di un referendum su Trump, per i repubblicani era un semplice confronto fra una conservatrice e un liberal. Ossoff ha perso nonostante nel distretto l’approvazione di Trump sia appena al 35%, ma ha ottenuto comunque un buon risultato riducendo il margine fra i due schieramenti. Eppure, notava David Axelrod martedì notte, in politica non si vincono premi arrivando secondi. Continua a leggere

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In Georgia la sfida per il seggio più importante d’America

È terminata la corsa elettorale per il Congresso più costosa della storia: oggi in Georgia il giovane democratico Jon Ossoff — che ha convogliato nei sobborghi settentrionali di Atlanta l’entusiasmo (e i soldi) della resistenza antitrumpiana di tutto il Paese — cercherà di conquistare il seggio storicamente conservatore lasciato libero da Tom Price, nominato a febbraio segretario alla Salute da Trump. Sulla strada della rivincita democratica che ha portato il Sesto Distretto della Georgia sotto la lente degli analisti politici americani, il trentenne Ossoff troverà l’ex segretario di Stato della Georgia Karen Handel, 55 anni, sostenuta dall’establishment conservatore e sopravvissuta alle primarie del 19 aprile contro dieci compagni di partito. Quel giorno Ossoff — un documentarista investigativo con qualche anno di esperienza nello staff del deputato afroamericano (uno dei due buddisti del Congresso) della Georgia Hank Johnson — sfiorò l’impresa, mancando di appena due punti la soglia del 50% che gli avrebbe permesso di evitare il secondo turno e di conquistare un distretto da quarant’anni in mano ai repubblicani: l’ultima vittoria democratica risale al 1977, quando il giovane candidato non era ancora nato. Continua a leggere

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La Corte Suprema, il «gerrymandering« e una grande notizia per i democratici

La Corte Suprema degli Stati Uniti esaminerà un caso sul gerrymandering e potrebbe ora prendere una decisione sulla costituzionalità del metodo — legale quanto ingannevole — usato dai partiti per ridisegnare i confini dei collegi elettorali maggioritari in modo da poter favorire i propri candidati: una pratica che, secondo diversi studi, ha impedito ai democratici di ottenere la maggioranza alla Camera negli ultimi sei anni. Il compito di ridisegnare i confini spetta infatti alle assemblee legislative dei singoli Stati, che sono in gran parte in mano ai repubblicani: al momento, 25 sono sotto il totale controllo dei conservatori, e solo 7 sono con i democratici. Continua a leggere

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Jon Ossoff e le elezioni speciali in Georgia: un referendum su Trump

Negli Stati Uniti è arrivata all’ultimo giro la campagna elettorale per la Camera più costosa della storia: martedì il giovane democratico Jon Ossoff — che ha convogliato nei sobborghi settentrionali di Atlanta, in Georgia, l’entusiasmo (e i soldi) della resistenza antitrumpiana di tutto il Paese — cercherà di conquistare il seggio lasciato libero da Tom Price, nominato a febbraio segretario alla Salute da Trump. Sulla strada della rivincita democratica che ha portato il Sesto Distretto della Georgia sotto la lente degli analisti politici americani, il trentenne Ossoff troverà l’ex segretario di Stato della Georgia Karen Handel, sostenuta dall’establishment conservatore e sopravvissuta alle primarie di aprile contro dieci compagni di partito. Quel giorno Ossoff sfiorò l’impresa, mancando di appena due punti la soglia del 50% che gli avrebbe permesso di evitare il secondo turno e di conquistare un distretto storicamente conservatore: l’ultima vittoria democratica risale al 1977, quando il giovane candidato non era ancora nato. Continua a leggere

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Chi tradirà Trump fra i membri del suo staff?

Nel corso della propria carriera imprenditoriale Donald Trump ha seguito un modello chiaro, almeno secondo i suoi biografi: un mix di egocentrismo, incapacità di assumersi la responsabilità di errori e bugie e, soprattutto, cieca lealtà da parte dello staff. Ora, arrivato alla Casa Bianca, sta usando lo stesso metodo che, secondo il direttore del New Yorker David Remnick, rende evidente l’insostenibilità del modello stesso. Per questo Remnick lancia una provocazione, chiedendosi chi, nello staff di Trump, si rivolterà contro il presidente: d’altronde, spiega, da Stephen Bannon a Jared Kushner, fino a Sean Spicer e Kellyanne Coway, tutti hanno già sentito il guinzaglio di Trump. Continua a leggere

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L’offensiva del fronte trumpiano contro il procuratore Mueller

Il team legale di Donald Trump e gli alleati politici del presidente hanno lanciato un attacco preventivo contro il procuratore speciale Robert Mueller, che sta indagando sulla possibile ostruzione della giustizia da parte del tycoon newyorkese. Lo sostiene il sito The Hill, sempre molto informato sui venti politici che soffiano nella capitale. Secondo i sostenitori del presidente, infatti, le ultime rivelazioni del Washington Post — «illegali» secondo le persone vicine alla Casa Bianca, alcune delle quali sostengono in tv che il mittente sarebbe lo stesso procuratore speciale — sarebbero arrivate con timing quanto meno sospetto, quando Trump pensava che le accuse di collusione con la Russia fossero ormai alle spalle: per gli alleati si tratta di un chiaro segnale dell’intenzione di non far respirare il presidente, lasciandogli «un alone di sospetto» alle spalle.  Continua a leggere

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Lichtman: «Trump potrebbe dimettersi, come fece Nixon»

A novembre Allan Lichtman era stato l’unico esperto a preannunciare la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, al punto da diventare una celebrità negli Stati Uniti e da ricevere un’email di ringraziamento dallo stesso presidente eletto. «Congratulazioni professore, ottimo pronostico», aveva scritto Trump al docente dell’American University di Washington, rendendo omaggio a un sistema – tredici semplici domande a risposta vero o falso – che non ha mai sbagliato una previsione dal 1984, indovinando correttamente nove elezioni consecutive. «Quello che Trump ignorava era il mio pronostico successivo», racconta in un’intervista telefonica al Corriere della Sera Lichtman, un conservatore che ad aprile ha pubblicato un libro — The case for impeachment (William Collins) — in cui delinea le strade che potrebbero portare il presidente in stato d’accusa. Le tre principali riguardano i numerosi conflitti d’interesse di Trump, i suoi rapporti con la Russia e la possibile ostruzione della giustizia: in quest’ultima rientrano il licenziamento del direttore dell’Fbi James Comey e le intromissioni nelle indagini sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, su cui ora sta investigando il procuratore speciale Robert Mueller.

Professore, quando ha cominciato a pensare a un possibile impeachment di Trump?

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