Recensione di Dobbiamo tutto agli hippie, di Roberto Bonzio

Roberto Bonzio è un visionario entusiasta che con Italiani di Frontiera ha costruito un ponte fra il nostro Paese e la Silicon Valley. Dai suoi viaggi è nato Dobbiamo tutti agli Hippie – Alle radici della New Economy, uno spettacolo teatrale che ricostruisce, in una narrazione appassionata, il percorso che dalle controculture californiane porta al boom dell’economia digitale: dopo la prima di Vicenza dello scorso ottobre e l’esordio milanese, Bonzio tornerà in scena nelle prossime settimane a Padova e Roma.

Sette, 14 giugno 2018

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European Awards: due premi al Corriere

All’undicesima edizione dei European Design Awards il Corriere della Sera si aggiudica due bronzi per due articoli multimediali realizzati in collaborazione con l’agenzia di information design The Visual Agency e pubblicati su Corriere.it e sul blog Visualeyed, diretto da Tommaso Guadagni: il primo sul Russiagate, con testi curati da Luca Gorini e illustrazioni di Giacomo Bettiol; il secondo sul patrimonio culturale andato distrutto con la guerra in Siria, con i dati raccolti da Visual Agency – cartografie e concept sviluppati dall’information designer Carlo de Gaetano e da Luca Gorini – e gli approfondimenti di Lorenzo Cremonesi, Davide Frattini e Marta Serafini. La collaborazione tra The Visual Agency e il Corriere aveva già ottenuto, per le visual data de la Lettura, due medaglie di bronzo al Malofiej nel 2015, un argento e una menzione speciale agli Information is Beautiful Awards 2015 e un argento agli European Design Awards del 2016.

Corriere della Sera, 4 giugno 2018

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Detour in Detroit, per capire la città sospesa tra crisi e promesse di resurrezione

Non si può capire, amare o detestare l’America se non si passa da Detroit, una città sospesa fra i racconti della crisi che ne ha svuotato le case e le eterne promesse di resurrezione. In un weekend di quattro anni fa la giornalista italiana Francesca Berardi è rimasta folgorata da quella terra d’avanguardie che, in poco più di mezzo secolo, ha visto fuggire oltre un milione di abitanti. Continua a leggere

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Wall Street: per la prima volta in 226 anni una donna alla guida della borsa di New York

Per la prima volta in 226 anni, la borsa di New York sarà guidata da una donna: da venerdì, il nuovo leader di Wall Street sarà Stacey Cunningham, 43 anni, attualmente chief operating officer, che sostituirà Thomas Farley al vertice della più grande borsa valori al mondo. Arrivata nell’estate del 1994 come stagista mentre studiava ingegneria alla Lehigh University, in Pennsylvania, Cunningham fu assunta due anni più tardi. «Fu un colpo di fulmine: appena misi piede là dentro capii che volevo fare questo nella vita», ha raccontato più volte. All’epoca erano soltanto due le donne impegnate sul floor del New York Stock Exchange, insieme a oltre un migliaio di uomini: il bagno delle donne, ha ricordato Cunningham, era in una vecchia cabina telefonica dai tempi di Muriel Siebert, la prima a mettere piede al Nyse nel 1967, quello degli uomini in una grande stanza con divani, comfort e assistenti. In quell’ambiente maschile, però, trovò se stessa: «non mi sono mai comportata come se non mi dovessi trovare dove ero», ha ammesso una volta. Oggi i tempi sono cambiati: la nomina di Cunningham arriva infatti circa un anno e mezzo dopo quella di Adena Friedman, 49 anni, prima donna a dirigere il Nasdaq. E così, mentre in epoca di #MeToo Wall Street fa i conti con il proprio passato e con la tradizione maschilista che la ha caratterizzata per oltre due secoli, le due più importanti borse americane e del mondo saranno guidate da due donne.

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La caduta dei Clinton, l’ex clan politico più potente d’America

Per decenni i Clinton sono stati considerati i migliori alleati possibili all’interno del partito democratico, coinvolti in eventi di raccolta fondi e chiamati a presenziare a comizi decisivi in tutto il Paese, per spostare voti a favore di candidati bisognosi d’aiuto. In quest’anno che si chiuderà a novembre con le elezioni di metà mandato, però, la coppia più potente della politica americana si è eclissata, scomparendo dai radar politici. Hillary Clinton — ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato ed ex candidata democratica alle ultime elezioni — è caduta in disgrazia all’interno del partito, dove è associata a quell’establishment tanto detestato dagli elettori, e continua a subire l’ostilità che arriva da destra; l’ex presidente Bill Clinton è stato invece tenuto in disparte soprattutto a causa dei numerosi scandali sessuali che potrebbero riemergere (è stato denunciato per molestie da tre donne fra il 1978 e il 1993, senza contare il caso Lewinsky), ma anche perché non ha ancora smaltito la rabbia per la sconfitta della moglie alle elezioni del 2016 e il partito teme che possa per questo fare pericolosi passi falsi in campagna elettorale, in particolare nei confronti del popolarissimo Bernie Sanders.

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DiCaprio, gang latine e party: l’oscuro passato dell’ex moglie di Trump Jr

Nei circoli newyorkesi da marzo non si parla d’altro: il divorzio fra Donald Trump Jr. e la moglie Vanessa sta riempiendo la pagine delle rubriche di gossip, che raccolgono le presunte infedeltà del figlio maggiore del presidente e ne narrano le manie di controllo economico. Lui, dopo 12 anni di matrimonio, avrebbe già voltato pagina, cominciando a uscire con la presentatrice di Fox News Kimberly Guilfoyle, ma il pettegolezzo che sta riempiendo le bocche più perfide della città è stato rivelato ieri da Page Six, la rubrica di gossip del New York Post, che ha rintracciato un vecchio fidanzato dell’ex signora Trump, 40 anni e madre di cinque figli: un membro di una gang latina che Vanessa portò al ballo di fine anno del liceo vestito con smoking, papillon e catena d’oro con il simbolo dei Latin Kings, la più grande e violenta banda ispanica al mondo, a cui si era associato durante una permanenza in carcere. E che poi tradì con Leonardo DiCaprio. Continua a leggere

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Usa, un passo verso l’elezione diretta del presidente: dal Connecticut un altro colpo ai grandi elettori

Forse in futuro non succederà più di eleggere un presidente che ha perso di oltre tre milioni di preferenze il voto popolare, come successo a Donald Trump nel 2016: l’attuale presidente è arrivato alla Casa Bianca solo grazie a 304 voti elettorali, contro i 227 di Hillary Clinton. Magari succederà già nel 2020, come sperano i promotori del National Popular Vote Interstate Compact, un accordo fra Stati che si sono impegnati ad assegnare i propri voti elettorali al candidato che vince il voto popolare, che lunedì hanno ottenuto un’altra importante vittoria in Connecticut, quando il parlamento statale ha approvato la legge che ha portato a undici (più il District of Columbia, tutti comunque di tradizione democratica) gli Stati che hanno ratificato l’accordo.

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