E tu mi followerai in Paradiso: la Bibbia alla prova dei millennial

Negli ultimi due millenni la Bibbia è stata reinterpretata e immaginata innumerevoli volte ma, racconta il Los Angeles Times, ora sta faticando a raggiungere uno dei pubblici più ostici che abbia incontrato: i millennial, i nati fra il 1980 e il 2000, «una generazione di nativi digitali che preferisce leggere su un tablet piuttosto che aprire un libro». Secondo i sondaggi, i millennial sono anche meno pronti a credere alla Bibbia rispetto alle generazioni precedenti e «questo scetticismo sta deteriorando il rapporto fra gli americani e il testo sacro». Gli editori cristiani stanno quindi cercando di correre ai ripari, rendendo la Bibbia più affascinante e accessibile per questa generazione «modellata su un flusso di contenuti visuali e una stimolazione da social media senza fine»: un tentativo di imbracciare sì il presente, ma anche un’allusione al passato medievale della Chiesa, «quando una popolazione illetterata imparava il messaggio cristiano attraverso affreschi, sculture e cattedrali». Continua a leggere

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L’errore strategico di Joe Biden e il peso di 44 anni di carriera

Joe Biden non si è ancora candidato ma, secondo il commentatore politico di Cnn Chris Cillizza, sta diventando chiaro il tipo di campagna che condurrà una volta che sarà entrato ufficialmente nella contesa presidenziale: «Una campagna basata sull’idea della sua inevitabilità». Biden, che probabilmente farà il passo a inizio aprile, punterà a endorsement di peso e sceglierà molto presto un candidato alla vicepresidenza. «Due segnali chiari che la sua intenzione è di non essere uno dei tanti candidati in corsa, quanto il grande favorito», riassume Cillizza. Sebbene i sondaggi lo diano saldamente in testa fra i possibili aspiranti alla presidenza, l’analista di Cnn si dice scettico sulla strategia: «L’inevitabilità non è il tipo di messaggio che piace agli elettori, ed è ancora più vero in questo momento politico in cui le basi di entrambi i partiti nutrono dubbi nei confronti dell’establishment». Continua a leggere

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Pro e contro del (probabile) candidato Joe Biden

Joe Biden, il democratico favorito in tutti i sondaggi, sta per candidarsi alle primarie presidenziali. È stato lo stesso ex vice di Barack Obama ad ammetterlo martedì, a un raduno di pompieri che lo incitavano al grido di «Run Joe Run». Come racconta bene un libro di George Packer, I frantumi dell’America, Biden ha lavorato tutta la vita per diventare presidente, ma nel 2016 – dopo le campagne fallite nel 1988 e nel 2008 – decise di non candidarsi per tre motivi: le pressioni subite dal team di Obama, le minacce non troppo velate di Hillary Clinton e la morte del figlio Beau, a 46 anni. Tutti sappiamo come è andata a finire, e nel suo memoir Papà, fammi una promessa è stato lo stesso ex vice presidente a riassumerlo: «Ero più forte dove Clinton, un candidato formidabile, era più debole: gli Stati in bilico più importanti, come Pennsylvania, Ohio e Florida». Qualcuno sostiene che il suo momento sia passato – a novembre 2020 compirà 78 anni e sarebbe il presidente più anziano della storia – eppure, per il Wall Street Journal, Biden ha diversi punti di forza. Continua a leggere

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Gli anni del reflusso

 

( Illustrazione di Vera Weerasinghe)

L’altra mattina stavo camminando a passo spedito verso la redazione quando il mio occhio è stato catturato da una bustina celeste, stretta e lunga, incastrata in una crepa fra la strada e il marciapiede. Non era la prima volta che scorgevo confezioni come quella abbandonate a terra – mi è capitato in almeno tre città diverse – e probabilmente non ci avrei mai fatto caso se, come molti miei coetanei, non fossi stato costretto dal reflusso gastroesofageo a succhiarne una dopo ogni pasto, per aiutare nella digestione il mio stomaco stressato e maltrattato. Era una bustina di Gaviscon: una gelatina dolciastra che impedisce la fuoriuscita di acido dallo stomaco dove, ho scoperto col tempo, si annidano i problemi della mia generazione. O per lo meno i miei.

Non avevo mai sentito parlare di questo reflusso gastroesofageo fino a una mattina di otto anni fa quando, in preda al mio primo attacco di panico, mi presentai al pronto soccorso del Lenox Hill di New York senza assicurazione, ma convinto di morire. La sera prima avevo bevuto troppe birre e fumato ancora più sigarette, venivo da mesi di lavoro stressante e da una dieta che non seguiva con attenzione le linee guida per una sana alimentazione. In quel periodo, di norma, mi svegliavo alle 7, un’ora dopo varcavo la porta della redazione senza aver fatto colazione, prendevo in media quattro caffè alla macchinetta dell’ufficio ed entro le sei del pomeriggio ci avevo già abbinato una decina di Marlboro rosse dure (ma solo perché le morbide in America erano difficili da rintracciare). Dopo di che bevevo un paio di birre con i colleghi in un bar di Midtwon e solo a quel punto, in genere, mi ricordavo di mangiare: d’altronde, all’epoca, se avevo 15 dollari in tasca ritenevo più saggio spenderli per un pacchetto di sigarette, che per un pranzo acquistato in qualche oleoso deli nei paraggi. Per cena, invece, prediligevo bistecche, hamburger e patatine fritte. Continua a leggere

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L’arcano dei trentenni, costretti a farsi aiutare economicamente dai genitori

Come fanno i trentenni, anche quelli con un buon lavoro stabile, a mantenersi in città come New York, Los Angeles, Boston, San Francisco o Washington? Senza considerare quelli che vogliono mettere su famiglia. Per il New York Times la risposta è semplice: si devono far aiutare finanziariamente, a vari livelli, dai genitori. «Trattenete per un momento l’esasperazione per l’ennesima storia sui millennial, le loro difficoltà lavorative e il risentimento finanziario, e provate a considerare gli spietati aspetti economici necessari per farcela in questo Paese», afferma il quotidiano newyorkese. «Gli stipendi stagnano, mentre il mercato immobiliare e i costi sanitari o per l’assistenza all’infanzia sono alle stelle». Secondo un recente studio, per gli americani al di sotto dei quarant’anni il ventunesimo secolo assomiglia infatti a una lunga recessione: in particolare per quelli che non rientrano nello stereotipo del millennial pigro e presuntuoso. Continua a leggere

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La faida che ha spaccato la grande alleanza dei produttori di birra

Uno spot pubblicitario andato in onda durante il Superbowl del 3 febbraio ha spaccato la grande alleanza su cui i maggiori produttori mondiali di birra puntavano per riconquistare i consumatori, che negli ultimi vent’anni si sono spostati in maggioranza verso vino e distillati. Mentre la birra ha perso infatti il 10 per cento del mercato dal 1999 a oggi, vino e distillati, considerati più sofisticati, lo scorso anno hanno raggiunto insieme una quota del 54,5 per cento delle vendite americane, spingendo i grandi produttori a lanciare una controffensiva. Per questo, racconta il Wall Street Journal, negli ultimi dodici mesi, Anheuser-Busch InBev, Molson Coors Brewing, Heineken e Constellation Brands hanno messo a punto una strategia pubblicitaria comune e milionaria per far ripartire un mercato in crisi e che, oltretutto, soffre anche per l’affermazione delle birre artigianali: fra le altre cose puntavano a posizionare la birra a un livello più alto sul mercato, o a farla passare come un premio di fine giornata. Continua a leggere

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Le paure dei preti gay alla vigilia del summit in Vaticano sulla pedofilia

Alcuni parlano anonimamente per paura della reazione dei superiori, altri ci mettono il nome e la faccia: tutti i dodici preti cattolici gay intervistati dal New York Times, però, concordano nel dire che l’omosessualità, nella Chiesa, non è un segreto chiuso in un armadio. Tutt’altro. È un finto segreto che poggia sull’omertà e sul dolore o, per dirla con le parole di Padre Bob Bussen, un prete di Park City, nello Utah, obbligato 12 anni fa a uscire da quell’armadio, «è una gabbia». I preti che hanno fatto un coming out pubblico in America sono meno di dieci ma, secondo stime e ricerche, il 30 o 40 per cento del clero cattolico americano dovrebbe essere composto da uomini gay: per qualcuno, in realtà, la percentuale sarebbe del 75 per cento. «Ad alcuni di loro è stato espressamente vietato di fare coming out o di parlare di omosessualità», scrive il Times, che racconta come l’omertà cominci già in seminario con la regola «numquam duo, sempre tres», ovvero non muoversi mai in due ma sempre in tre, per evitare tentazioni. Continua a leggere

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