Feeling Minnesota: la strategia dei terzi partiti nella corsa al Congresso

«I’m looking California, and feeling Minnesota», cantavano i Soundgarden in Outshined, canzone di grande successo nel 1991 che diede il titolo a un omonimo film dark — Feeling Minnesota appunto, del 1996 — con Keanu Reeves, Cameron Diaz e Dan Aykroyd. È un po’ quello che sta succedendo nella corsa per il seggio alla Camera assegnato nei sobborghi meridionali di Minneapolis e St. Paul, quello — in bilico e importantissimo per gli equilibri del Congresso — del Secondo Distretto: sembra Hollywood, ma è il Minnesota. In gara ci sono la democratica in carica Angie Craig, entrata in Congresso due anni fa dopo che il distretto era rimasto per quasi vent’anni in mano ai conservatori, e lo sfidante repubblicano Tyler Kistner.

C’era anche un terzo candidato: Adam Weeks, un coltivatore organico che rappresentava il Legal Marijuana Now Party ma è morto all’improvviso il 21 settembre per un’overdose da alcol e fentanyl, come ha confermato nei giorni scorsi l’autopsia. Da allora il repubblicano Kistner ha cominciato un’aggressiva battaglia legale per posticipare il voto a febbraio, appellandosi a una legge approvata dopo che, nel 2002, il senatore democratico Paul Wellstone morì in un incidente aereo a 11 giorni dalle elezioni: all’epoca fu scelto l’ex vicepresidente Walter Mondale per sostituirlo a un passo dal traguardo, ma perse contro lo sfidante repubblicano Norm Coleman.

Il Minnesota approvò allora una legge che permetteva di rimandare le elezioni in caso di morte di un candidato di primo piano negli ultimi 79 giorni di campagna elettorale, ed è proprio a questa legge che si è appellato Kistner, contando sul fatto che il Legal Marijuana Now Party in Minnesota ha lo status di partito principale, e cercando così di spostare a febbraio le elezioni. Il piano era semplice: votando durante le presidenziali l’affluenza sarebbe stata più alta e lo avrebbe svantaggiato, mentre a febbraio l’affluenza sarebbe stata minore e ne avrebbe tratto beneficio.

La questione è arrivata infine alla Corte Suprema, che ieri ha stabilito, con una decisione d’emergenza presa da Neil Gorsuch, giudice nominato da Trump, di andare avanti come da programma: si voterà normalmente martedì prossimo. La storia, però, non finisce qua. Ieri lo Star Tribune di Minneapolis ha rivelato che a maggio, quattro mesi prima di morire, Weeks aveva lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di un amico, raccontandogli di essere stato spinto a candidarsi proprio dai repubblicani, nel tentativo di ostacolare la rielezione di Craig e avvantaggiare «the other guy», lo sfidante.

Gli avevano offerto anche 15 mila dollari per la campagna elettorale, spiegava. «Te lo giuro su Dio, non è uno scherzo», diceva all’amico Weeks, che nel 2016 aveva votato Trump. «Vogliono che faccia la parte del liberal, e la so fare». Finché era in vita, però, aveva sempre negato l’accusa, che i democratici portavano avanti per dimostrare la scorrettezza dei funzionari repubblicani che, nelle corse in bilico di tutto lo Stato, hanno arruolato candidati di terzi partiti per portare via voti ai rivali progressisti. Avrebbe funzionato? È probabile. Nel 2018 Craig vinse con il 52% delle preferenze, togliendo il seggio al deputato in carica Lewis che si era fermato al 47%. Due anni prima, però, Craig aveva perso la stessa sfida: Lewis aveva ottenuto sempre il 47%, lei il 45%. La differenza la aveva fatta l’8% della candidata indipendente Paula Overby.

Corriere della Sera, 28 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Intervista a Carmen Machado: «I latinos potrebbero far cambiare colore al Texas, ma non basterà Biden ad aggiustare l’America»

«In questo momento l’America sta cercando di uscire da una relazione di abusi. Vedremo cosa succederà», spiega a 7 Carmen Maria Machado, 34 anni, scrittrice di origine cubana che ha appena pubblicato in Italia Nella casa dei tuoi sogni (Codice Edizioni), suo terzo libro, un memoir in cui racconta la propria storia con una donna instabile e violenta e come questa relazione l’abbia resa la donna che è oggi. Nata e cresciuta ad Allentown, nella Pennsylvania industriale, Stato che nel 2016 — insieme a Michigan e Wisconsin — ha regalato la Casa Bianca a Donald Trump per appena 77 mila voti, Machado è un’americana di terza generazione: suo nonno era arrivato da Santa Clara a 18 anni, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per studiare in Tennessee, era stato rimpatriato forzatamente all’apice del Maccartismo e si guadagnò la cittadinanza americana arruolandosi durante la Guerra di Corea. «Oggi ho paura», dice Machado collegata via Skype da Philadelphia, dove vive. «Per la mia famiglia, per la mia comunità, per il mio Paese».

Si parla spesso di voto di ispanico e di quanto sia importante per i democratici, ma non è un blocco unico.

«No, ci sono parecchi ispanici conservatori, in particolare fra i tanti cubani-americani che vivono in Florida e votano pensando a Fidel Castro e alle relazioni fra il loro Paese d’origine e gli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, poi, anche molti ispanici traggono benefici dal suprematismo bianco: alcuni sono bianchi, o si presentano come bianchi, e non si fanno scrupoli. È un po’ come per le donne, che nel partito repubblicano votano per il loro essere bianche, e non per l’essere donne o per difendere i loro diritti riproduttivi».

Questo nonostante gli immigrati ispanici siano stati uno dei primi e principali bersagli dell’amministrazione Trump.

«Far parte di una minoranza non ti mette rende immune alle cattive idee: ci sono ad esempio parecchie persone gay che votano per Trump. Il modo in cui gli immigrati ispanici, in particolare quelli senza documenti, sono stati trattati in questo Paese è orribile. Però poi molti di loro non hanno il diritto di voto ed è interessante vedere cosa succederà. Io non ne sono sicura, e ho molta paura che Trump venga eletto di nuovo. Ho votato l’altro giorno, via posta, e mi ha fatto stare molto bene».

Cosa ne pensa della battaglia del presidente contro il voto per corrispondenza?

«Storicamente il partito repubblicano ha provato a limitare l’affluenza in qualunque modo: ad esempio togliendo il diritto di voto agli ex carcerati, oppure creando leggi misteriose che rendono più difficile il voto di alcune minoranze, come la popolazione nera, oppure cancellando persone dalle liste elettorali, o ancora complicando la vita per gli studenti. I repubblicani sanno che se permettessero alle persone di votare, se rendessero il giorno delle elezioni una vacanza nazionale, se incoraggiassero il voto per corrispondenza, comincerebbero a perdere parecchie elezioni. È qualcosa di molto oscuro».

Però il sistema elettorale americano lo permette.

«Dovrebbe esserci una sorta di intesa: se per vincere devi barare, allora non hai vinto. Stai imbrogliando la volontà della tua comunità e del tuo Paese. Negli Stati Uniti abbiamo un sistema, il collegio elettorale, che valuta il territorio più delle persone: gli elettori di Stati molto piccoli valgono più di quelli che abitano in Stati popolosi. C’è qualcosa che non funziona. Ci penso da quando nel 2004 lavorai per la campagna elettorale di John Kerry contro George W. Bush. Sono diventata adulta e non ho ancora capito».

Cosa faceva per Kerry?

«Andavo ancora al college: diedi una mano bussando alle porte degli elettori e facendo lavoro nel campus della mia università. Lo feci più che altro per seguire i miei compagni di università, ma non mi è piaciuto».

Quest’anno, anche a causa del coronavirus, sarà un’elezione unica nella storia americana.

«Sì, la pandemia ha complicato le cose. Ai repubblicani non importa della pandemia e si recheranno alle urne. I democratici invece dovrebbero votare più per corrispondenza, ma ci sono molti timori che vengano fatte sparire le schede. Mio papà è molto liberal, e ne è terrorizzato: anche se è anziano vuole recarsi ai seggi per votare fisicamente. Sto provando a impedirglielo, ma dice che vuole avere la possibilità di esprimere la sua preferenza. C’è qualcosa di folle in tutto ciò, sembra un incubo da cui non riesci a fuggire».

Lei è cresciuta nei sobborghi americani: perché Trump lancia appelli alle donne suburbane?

«È un codice: significa donne bianche. I repubblicani, e Trump in particolare, sono abilissimi a usarli: gli elettorali rurali sono i bianchi, quelli urbani sono gli ebrei e così via. Non lo dicono, ma è ciò che intendono: c’è dietro un profondo egoismo, razzismo, classismo».

Quale è il codice che usano per gli ispanici?

«Penso semplicemente latinos o ispanici, anche se non significano neanche la stessa cosa: i secondi semplicemente parlano spagnolo, non sono necessariamente parte di una minoranza etnica».

Pensa che il voto latino possa davvero aiutare i democratici a conquistare il Texas, lo Stato che — assieme ai progressisti California e New York — porta più voti elettorali?

«Sarebbe incredibile, ed è possibile: ci sono parecchi attivisti che stanno lavorando sul territorio per farcela».

Come si sente a pochi giorni dalle elezioni?

«Io sono molto rumorosa, parlo veloce e mi dicono che sono molto americana. Ne sono orgogliosa, perché amo il mio Paese e mi piace guidare da una parte all’altra, ammirarne la bellezza. Penso però che l’America si sia rotta, che l’esperimento americano sia fallito e che l’eccezionalismo su cui si fondava – che era una follia dal principio – sia profondamente sbagliato. È doloroso, e non so come possiamo aggiustare tutto: vorrei farlo votando, partecipando al sistema elettorale, ma non so neanche se funzionerà».

Pensa che, dovesse vincere Biden il 3 novembre, ci sarà un cambiamento radicale?

«Biden non è il mio candidato, avrei preferito Elizabeth Warren o Bernie Sanders, ma è la migliore delle due opzioni: sarà utile averlo come presidente, ma non potrà aggiustare il Paese. Credo che gli ultimi 4 anni, così come il Covid-19, non se ne andranno all’improvviso. Mi chiedo solo se potremo recuperare dal danno che abbiamo ricevuto».

Sette, 28 ottobre 2020 (7 XXL, pag 20)

Un diluvio d’amore e ordini per la libreria più famosa (e in crisi) di New York

Strand non è solo la più grande libreria indipendente di New York, un colosso che si vanta di avere 18 miglia di libri nuovi, usati e rari: è un simbolo della città. È apparsa in film come Julie & Julia (scritto e diretto da un’altra icona newyorkese, Nora Ephron) e Remember Me, in episodi di Sex & the City, in un racconto di Joyce Carol Oates; fra gli altri ci hanno lavorato Patti Smith (che non ha ricordi positivi dell’esperienza), il chitarrista dei Television Tom Verlaine, lo scrittore e sceneggiatore – e tante altre cose – Sam Shepard.

Soprattutto, Strand è amata dai suoi clienti — newyorkesi da generazioni, acquisiti, o di passaggio — che in quel palazzo all’angolo fra Broadway e la 12esima strada trovano da 93 anni un po’ di quiete nel caos cittadino. Per questo, quando venerdì sera la proprietaria Nancy Bass Wyden — che fra gli scaffali della libreria ha visto lavorare il nonno e poi il padre — ha annunciato sui social network che il fatturato era calato del 70% rispetto all’anno scorso e che, nonostante numerose iniziative, la gestione era divenuta insostenibile, la città si è mobilitata.

«Per la prima volta in 93 anni di storia abbiamo bisogno di aiuto, comprate da noi e permetteteci di tenere aperte le porte finché non ci sarà un vaccino», ha scritto in un messaggio sull’account Twitter di Strand che, come tutte le grandi librerie indipendenti, ha faticato più degli altri a coprire i costi di locali e dipendenti durante la pandemia. La risposta è stata immediata. Nel weekend, davanti allo storico negozio di Broadway e a quello nuovo dell’Upper West Side si sono formate lunghe file e, soltanto nella giornata di sabato, Strand ha ricevuto 10 mila ordini online che hanno mandato in tilt il sistema.

Dopo 48 ore gli ordini online sono diventati 25 mila (in genere sono 600 nell’arco di due giorni), con una signora del Bronx che ne aveva effettuato uno da 197 libri. «Le dovrò mandare un biglietto di ringraziamento», ha spiegato al New York Times Wyden, la cui gestione è stata spesso criticata soprattutto dal sindacato interno dei dipendenti: questa estate, ad esempio, ha licenziato gran parte dello staff dopo aver ottenuto aiuti federali per 212 posti di lavoro. «È strano. La proprietà non è un granché, ma questo posto è un’istituzione. Ci venivano già i miei genitori», ha spiegato domenica al Times un cliente in fila.

La verità, in fondo, l’ha svelata la tanto detestata signora Wyden: tutti a New York hanno una storia su Strand. «Tutti mi dicono di continuo che questo è il loro luogo preferito», ha raccontato la proprietaria. «Una volta a un cocktail party ho conosciuto una persona, e mi ha detto che aveva accettato una proposta di matrimonio nella sezione dei libri rari». Più New York – e Nora Ephron – di così…

Corriere della Sera, 27 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Coronavirus, la Norvegia e la strategia dei piccoli passi per non dover arrivare a «misure drastiche più avanti»

Mentre l’Europa è travolta dalla seconda ondata, la Norvegia emerge fra gli esempi virtuosi nella gestione della pandemia. Nonostante abbia uno dei tassi d’infezione più bassi d’Europa, lunedì 26 ottobre il Paese scandinavo ha annunciato nuove restrizioni dopo aver registrato un aumento dei contagi nell’ultima settimana: il numero di partecipanti a eventi privati all’aperto è stato ridotto da 200 a 50, mentre in casa potranno essere ospitate massimo 5 persone non appartenenti al nucleo familiare (finora erano 20). «Dobbiamo fare di più. Possiamo fare piccoli aggiustamenti oggi, oppure prendere misure importanti più avanti», ha affermato la prima ministra conservatrice Erna Solberg in conferenza stampa, riassumendo la strategia di un Paese che — secondo i dati Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie — ha registrato nelle ultime due settimane appena 37,7 nuovi casi ogni 100 mila abitanti, il dato più basso fra i 31 Paesi seguiti dall’agenzia comunitaria: anche per questo l’Istituto nazionale per la Sanità pubblica rifiuta la definizione di «seconda ondata», stando a quanto riportato dalla televisione nazionale Nrk.

In totale, dall’inizio della pandemia, la Norvegia — che ha 5,4 milioni di abitanti — ha registrato 17.908 casi di coronavirus e 279 morti: le persone attualmente positive sono 5.767. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, tuttavia, i contagi sarebbero aumentati del 20 per cento negli ultimi sette giorni, quando la Norvegia ha riportato 1.290 nuovi casi: la settimana precedente erano 941, mentre a luglio erano scesi fino a 53. In ospedale sono ricoverate 54 persone, il massimo dal 15 maggio, 7 sono in terapia intensiva e 3 hanno bisogno di un respiratore. Un terzo dei contagi, spiega un rapporto dell’Instituto di Sanità pubblica, sarebbe concentrato nell’area di Oslo, che ha circa 700 mila abitanti: a settembre i nuovi casi erano circa 300 a settimana, mentre la settimana scorsa sono saliti a 425.

«I numeri dicono che l’infezione sta aumentando, nonostante in città ci siano le misure più restrittive di tutta la Norvegia. Questo mi preoccupa», ha affermato lunedì il sindaco laburista Raymond Johansen in conferenza stampa, che a partire da mezzogiorno di giovedì ha esteso l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso, dove non è possibile mantenere il distanziamento sociale: finora, invece, era limitato soltanto ai mezzi pubblici. Nella capitale i bar, che fino a questo weekend potevano servire alcolici fino a mezzanotte, non potranno ammettere nuovi clienti dopo le 22, mentre il numero di partecipanti ad eventi pubblici al chiuso è stato fissato a 20, ma soltanto se seduti.

Secondo le autorità, scrive il sito The Local.no, l’incremento dei contagi sarebbe dovuto principalmente ai lavoratori stranieri arrivati dai Paesi maggiormente colpiti, come la Polonia: per questo motivo, a partire dal 31 ottobre, i lavoratori in arrivo dalle «zone rosse» d’Europa — che finora dovevano mostrare un test negativo alla partenza e al ritorno in Norvegia — dovranno restare in quarantena per dieci giorni una volta arrivati nel Paese scandinavo.

Il ministero degli Esteri norvegese anche invitato i cittadini norvegesi ad evitare viaggi non essenziali nella regione svedese di Kalmar, passata da zona gialla a rossa come tutto il resto del Paese: a partire dal 24 ottobre, chiunque arrivi dalla Svezia deve restare dieci giorni in quarantena. Della zona rossa europea, i Paesi in cui il ministero degli Esteri raccomanda di evitare viaggi, fa parte anche l’Italia, oltre ad Andorra, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Francia, Grecia, Irlanda, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Monaco e Paesi Bassi. Un’esenzione, però, è prevista per il Natale, quando i familiari dei cittadini norvegesi potranno arrivare nel Paese anche se vivono nelle zone rosse sottoposte a restrizioni.

Corriere della Sera, 27 ottobre 2020

La settimana più lunga: dove scommettono Joe e Donald (e i loro vice)

È rimasta soltanto una settimana di questa campagna elettorale deragliata a causa della pandemia, e la strada che i candidati – e i loro vice – percorreranno da qui al 3 novembre ci può aiutare a capire ambizioni e paure dei due sfidanti.Donald Trump e Joe Biden proveranno a giocarsi le ultime carte soprattutto negli Stati in bilico, quelli che sperano di conquistare o temono di perdere, come hanno fatto nel weekend in Florida, dove il presidente ha votato e ha provato a stimolare il voto anticipato con eventi in tutto lo Stato, mentre lo sfidante ha mandato Barack Obama (che è andato a Miami e martedì sarà a Orlando).

Oggi Trump sarà in Pennsylvania, Stato vitale per le ambizioni dei due candidati. Terrà comizi ad Allentown, Litiz e Martinsburg, ma tornerà anche nei prossimi giorni. Il programma del presidente prevede infatti diversi viaggi nei tre Stati della «Rust Belt» (la cosiddetta «cintura di ruggine) – gli altri sono Michigan e Wisconsin – che nel 2016 gli permisero di arrivare alla Casa Bianca per 77.744 voti totali: un segno, dunque, che secondo il suo staff la partita si deciderà di nuovo lungo la dorsale industriale del Paese. Durante la settimana, però, il presidente si recherà anche in Nebraska, dove ha un buon vantaggio, Arizona e Nevada, dove invece è indietro di poco.

Sembrerebbe una strategia conservativa: Nevada a parte, sono tutti Stati che vinse nel 2016. Biden, invece, oggi rimarrà a casa, in Delaware, come ha fatto spesso durante questa campagna elettorale: un po’ per timore del contagio, un po’ per strategia. Sebbene il partito lo volesse più presente nel dibattito, l’ex vicepresidente ha preferito infatti appoggiarsi a una vecchia regola delle campagne elettorali, come ci aveva spiegato il professor Allan Lichtman: «Mai interrompere il tuo avversario quando sta facendo errori».

Domani l’ex vicepresidente si recherà in Georgia, Stato dalla lunga tradizione repubblicana – non vota un democratico dal 1992 – su cui scommette: gli ultimi sondaggi danno i due sfidanti in parità, e Biden visiterà Warm Springs, cittadina di 400 abitanti dove morì Franklin Roosevelt nel 1945.

In campo democratico, gli indizi più efficaci arrivano seguendo il tragitto di Kamala Harris, che negli ultimi giorni è stata in Florida, Georgia, North Carolina, Ohio e Michigan. Martedì l’aspirante vicepresidente sarà in Nevada, e venerdì volerà in Texas, Stato che i repubblicani non perdono dal 1976. Qui si gioca la grande scommessa progressista: con 38 voti elettorali il Texas è il secondo Stato più pesante (dopo la California che ne conta 55) e, dovesse passare di mano, i giochi sarebbero chiusi. Nevada a parte, anche qui, sono tutti Stati vinti da Trump nel 2016.

Corriere della Sera, 26 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Chi è Hunter, il figlio di Joe Biden che Trump usa per sconfiggere il padre

A pochi giorni dalle elezioni, Donald Trump continua a puntare su Hunter Biden, figlio scapestrato del suo rivale che il presidente americano sta cercando di usare come prova della corruzione del candidato democratico. Il «giovane» Biden, 50 anni, è il protagonista di una trama «oscura» che, secondo un articolo pubblicato a metà ottobre dal New York Post, legherebbe l’ex vice di Obama all’Ucraina e alla Cina: l’unica prova fornita, però, è un vecchio portatile che Hunter Biden ha dimenticato ad aprile 2019 in un centro di assistenza del Delaware, da cui sono emerse migliaia di email e messaggi privati, oltre a foto e video compromettenti in cui fa sesso con alcune donne o fuma crack. Che Hunter Biden fosse una minaccia per le ambizioni presidenziali del padre, d’altronde, si sapeva da tempo. Già a luglio 2019, prima ancora che questa storia diventasse la più cliccata sui siti conservatori, il New Yorker gli aveva dedicato un lungo ritratto: «Hunter Biden metterà a rischio la campagna di suo padre?», si chiedeva il magazine newyorkese.

Del resto, non era difficile immaginarlo. Appena due mesi prima, ad esempio, una donna dell’Arkansas si era rivolta al tribunale chiedendo che Hunter Biden riconoscesse — e mantenesse — il figlio nato da una loro relazione ad agosto 2018. La paternità è stata confermata da un test del Dna a novembre 2019, ma il dettaglio più significativo è che al tempo Biden — che nel 2017 aveva divorziato dopo oltre 20 anni di matrimonio dalla moglie Kathleen, che lo accusava di spendere tutti i soldi in droga e strip club — era fidanzato con la moglie del fratello Beau, morto per un tumore al cervello nel 2015, a 46 anni. La storia con la cognata Hallie è naufragata insieme a quella causa di paternità, ma nel frattempo, a maggio 2020, Hunter ha deciso di sposarsi con una modella sudafricana, Melissa Cohen, appena dieci giorni dopo averla conosciuta.

Non si tratta semplici pettegolezzi. La storia sentimentale di Hunter Biden aiuta infatti a ricostruire i travagli personali di un uomo che ha cominciato a vivere in salita. Quando aveva appena due anni rimase vittima con la madre e i due fratelli di un terribile incidente stradale a pochi giorni da Natale: la madre e la sorella Naomi morirono sul colpo, lui e Beau rimasero gravemente feriti. Il padre Joe, che era appena stato eletto in Congresso, non aveva neanche trent’anni: penso di dimettersi subito, fu convinto a resistere e prestò giuramento nella stanza d’ospedale dei figli. Da allora, ogni giorno e per 36 anni, il futuro vicepresidente degli Stati Uniti avrebbe fatto avanti e indietro fra Washington e Wilmington, in Delaware, per non lasciare soli i Beau e Hunter, guadagnandosi su quella tratta di novanta minuti percorsa oltre diecimila volte il soprannome di «Amtrak Joe».

I guai personali, ha raccontato lo stesso Hunter al New Yorker lo scorso anno, sono cominciati all’università di Georgetown, dove si è laureato in storia nel 1992. Mentre il padre saliva rapidamente le gerarchie del Congresso, Hunter scendeva agli inferi: aveva cominciato a bere — al punto che nel 2001 Beau lo accompagnerà alle riunioni degli alcolisti anonimi — e a fumare Marlboro rosse, a fare «uso occasionale» di cocaina. Dopo la specializzazione in legge a Yale, nel 1997 torna a Wilmington e già sul suo primo lavoro emergono dubbi e possibili conflitti di interesse: venne assunto dalla Mbna Bank, che negli anni aveva fatto generose donazioni alle campagne elettorali del padre. Poi passò al dipartimento del Commercio durante la presidenza Clinton, lavorando dal 1998 al 2001 per un altro amico del padre, William Daley, discendente di una dinastia politica di Chicago, e poi, fino al 2008, è stato alle dipendenze di William Oldaker, un lobbista di Washington con cui interruppe i rapporti quando Obama chiese al padre di essere il suo vice.

È a questo punto che, sostengono gli accusatori, Hunter Biden cerca di trarre benefici dalla carriera politica del padre: a settembre 2008 lancia la società di consulenza Seneca Global Advisors e a giugno 2009 contribuisce a fondare il fondo di private equity Rosemont Seneca Partner, attraverso i quali — spiega il New Yorker — comincia a crearsi legami in Cina e Russia. Ma è in Ucraina, dove nel 2014 entra del colosso energetico Burisma, che gli affari internazionali di Hunter cominciano a intrecciarsi con le decisioni politiche del padre. Secondo uno scoop pubblicato dal New York Times a maggio 2019, infatti, Joe Biden a dicembre 2015 avrebbe chiesto e ottenuto la rimozione di un pubblico ministero ucraino, forse proprio per proteggere il figlio.

L’ossessione di Trump per l’Ucraina, che lo porterà fino all’impeachment, comincia così. Nel frattempo, è il 2014, la marina — dove si era arruolato come riservista nel 2012 — lo congeda dopo un test in cui risulta positivo alla cocaina, come il presidente non ha mancato di ricordare durante il primo dibattito. Lui, con imbarazzo, conferma la notizia. È a questo punto, e nel giro di pochi mesi, che si incontrano tutti i suoi demoni: la morte del fratello, il divorzio, le droghe e gli strip club in cui la moglie lo accusa di spendere tutti i soldi, le relazioni sentimentali e, infine, gli attacchi di Trump, che, per colpire il padre, non perde occasione di ricordare al Paese tutti gli errori di Hunter Biden.

Corriere della Sera, 25 ottobre 2020

Trenta milioni per un seggio alla Camera: quella di Ocasio-Cortez è la seconda campagna più cara d’America

È una gara scontata, eppure quella per la rielezione di Alexandria Ocasio-Cortez è quest’anno la seconda campagna più cara fra le 435 per la Camera. I due candidati in corsa per il 14esimo distretto di New York, che comprende parte del Bronx e del Queens, hanno raccolto oltre 31 milioni di dollari e ne hanno spesi 26: se AOC è però una giovane icona del partito democratico, il suo sfidante — il 60enne John Cummings, ex poliziotto e insegnante nel Bronx — è un «signor nessuno». Eppure, negli ultimi tre mesi, ha raccolto più soldi della celebre rivale: Alexandria Ocasio-Cortez 4 milioni in 90 giorni, per un totale di 17,3 milioni provenienti per lo più da piccoli donatori; Cummings 5,5 milioni, su un totale di 9,6 milioni raccolti in questa sua prima campagna elettorale e arrivati soprattutto da fuori New York. Solo il deputato della Louisiana Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera, ha raccolto (da solo!) più di loro: quasi 34 milioni, e ne ha spesi 29.

I dollari spesi probabilmente non faranno la differenza — secondo il sito FiveThirtyEight, Cummings ha una possibilità su 100 di vincere il 3 novembre — ma in questo caso raccontano un’altra storia, che ha a che fare con la profonda polarizzazione politica di questi tempi: i candidati repubblicani riescono a raccogliere grandi somme di denaro basandosi semplicemente sul risentimento nei confronti della giovane stella liberal. «Vi posso assicurare che il 75% di coloro che hanno donato a Cummings non sa nulla di lui», ha spiegato al New York Times Tom Doherty, stratega repubblicano. «Anche io di lui so soltanto che corre contro AOC: le persone che donano lo fanno contro di lei».

E così, per riuscire nell’impresa impossibile, Cummings ha investito pesantemente in spot digitali e televisivi, andati in onda anche fuori dal distretto, in cui — a differenza della rivale, che ritiene «un’outsider» che ha studiato nella contea di Westchester — si presenta come un uomo del Queens. Si propone come un’alternativa moderata alla «socialista» che ha sconfitto a sorpresa il deputato Joe Crowley due anni fa, e che critica per la sua opposizione alla nuova sede di Amazon nel Queens, un piano a cui Jeff Bezos ha infine rinunciato. «Ha fatto un grande lavoro per crearsi un personaggio nazionale, ma si è dimenticata del suo distretto», ha spiegato in un’intervista il candidato repubblicano, che è un sostenitore del presidente Donald Trump.

Cummings ha puntato poi centinaia di migliaia di dollari sulla pubblicità via posta, ha assoldato una celebre società di consulenza dell’Arizona e pure una della Virginia vicina al comitato dei senatori repubblicani. In totale, negli ultimi tre mesi, la sua campagna ha speso 560 mila dollari soltanto in spot pubblicati su Facebook. Nello stesso periodo, Ocasio-Cortez — che pure è molto critica nei confronti del social network, colpevole a suo dire di non fare fact-checking agli spot politici — ha investito 1,6 milioni di dollari sulla piattaforma di Zuckerberg. «Non è una campagna che vinceremo, ma ci dice a che punto siamo nella politica americana», spiega sempre Doherty al quotidiano newyorkese.

Corriere della Sera, 25 ottobre 2020

Perché si parla tanto del computer di Hunter Biden (e dei suoi affari in Ucraina)?

A poco più di una settimana dalle elezioni, gli Stati Uniti sono — ancora una volta — divisi a metà. L’America progressista è concentrata sulla pandemia e sui primi, positivi dati in arrivo dal voto anticipato; quella conservatrice è ossessionata dal computer di Hunter Biden. Quattro anni fa, il ritrovamento a pochi giorni dalle elezioni delle email di Hillary Clinton sul computer dell’ex deputato Anthony Weiner — marito della sua stretta consigliera Huma Abedin, poi condannato per reati sessuali — contribuirono a portare Donald Trump alla Casa Bianca. Questa volta al centro del contendere ci sono gli affari che Hunter, figlio scapestrato dell’ex vicepresidente, avrebbe condotto all’estero, in particolare in Ucraina e in Cina, spendendo il nome del padre. «È un aspirapolvere», ha attaccato Trump durante il secondo dibattito, dopo il quale gli articoli su Hunter e il suo socio in affari Tony Bobulinski sono stati di gran lunga i più letti sui social network: addirittura il doppio del secondo argomento (le dichiarazioni di Biden sull’industria petrolifera).

Alla base delle accuse c’è una storia pubblicata a metà ottobre dal New York Post, tabloid di proprietà di Rupert Murdoch, che ha ottenuto un vecchio computer Apple che Hunter aveva dimenticato in un centro di assistenza del Delaware ad aprile 2019. Il titolare, John Paul Mac Isaac, avrebbe prima fatto una copia dell’hard disk, poi lo avrebbe consegnato all’Fbi che lo ha sequestrato a dicembre 2019 e, infine, a settembre avrebbe consegnato i dati a Rudy Giuliani, avvocato e consigliere del presidente, per conto del quale scava da tempo negli affari ucraini del figlio di Biden. Isaac, che è cieco, sostiene di non aver immediatamente riconosciuto Hunter , ma di averlo scoperto attraverso un modulo e di essersi poi deciso a consegnare il computer all’Fbi perché sapeva «cosa conteneva» e aveva paura per la propria sicurezza. A Giuliani, afferma Isaac, lo avrebbe consegnato perché, durante l’impeachment di Trump che ruotava proprio attorno all’Ucraina, nessuno aveva menzionato il computer di Hunter, e «non sembrava giusto».

All’interno dell’hard disk c’erano migliaia di email, oltre a foto e video del «giovane» Biden che fa sesso con alcune donne e che fa uso di sostanze stupefacenti, immagini caricate anche su un sito di streaming cinese fondato da Steve Bannon e dal miliardario cinese Guo Wengui (a bordo del cui yacht Bannon è stato arrestato ad agosto). Proprio una delle email sarebbe la prova, secondo il New York Post, della corruzione della famiglia Biden. L’articolo sosteneva infatti che, quando era vicepresidente, Joe Biden abbia incontrato un consigliere della società energetica ucraina Burisma, nel sui consiglio di amministrazione sedeva il figlio Hunter: la prova sarebbe un’email che il consigliere, Vadym Pozharskyi, avrebbe inviato a Hunter per ringraziarlo di «avergli dato un’opportunità di incontrare» suo padre e di aver passato del tempo insieme.

Si tratta di accuse che Trump porta avanti da tempo e che hanno anche condotto al suo impeachment, ma che il candidato democratico nega vigorosamente: «Non ho mai ricevuto un penny dall’estero in vita mia», sostiene Biden, ma intanto il mondo conservatore grida allo scandalo e lo accusa di corruzione. Anche perché, poche ore dopo la pubblicazione della storia, i principali social network hanno bloccato la diffusione della notizia, lasciando che i repubblicani urlassero alla censura: Facebook ne ha limitato la condivisione per fare un fact-checking delle accuse, Twitter lo ha bloccato perché l’articolo conteneva email e numeri di telefono personali e per questo violava il regolamento sulla privacy e sul materiale hackerato.

Se il New York Post porta avanti una campagna contro la censura, però, all’interno della redazione c’erano parecchi dubbi sull’articolo: fonti del New York Times sostengono infatti che lo stesso autore abbia preferito non firmare la storia, temendo che la sua credibilità giornalistica ne avrebbe risentito. Mentre i giornali progressisti cercano però di smontare le accuseNbc lo definisce un nuovo Pizzagate — con un solido fact checking, lasciando intuire che alle spalle potrebbe esserci anche una campagna di disinformazione russa, quelli conservatori continuano invece a scavare nei documenti di Hunter Biden, pubblicando chat di WhatsApp, messaggi, email che fanno aumentare i sospetti sui suoi affari all’estero e su come avrebbe sfruttato il padre per guadagnare soldi.

Corriere della Sera, 25 ottobre 2020

Trump: «Sacha Baron Cohen? Un impostore e un verme»

«Non sono un fan di Sacha Baron Cohen, anni fa aveva tentato di raggirarmi, è un impostore, non lo trovo divertente, per me è un verme». Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha attaccato così il celebre attore e comico britannico, rispondendo a una domanda su un episodio del sequel di Borat, uscito venerdì, in cui l’attrice che interpreta sua figlia riesce a entrare all’interno della Casa Bianca violando i controlli di sicurezza. Nella scena, che sarebbe stata girata il 20 settembre, la (finta) giornalista kazaka viene accompagnata all’interno della dimora presidenziale dalla collega Chanel Rion della rete conservatrice One American News, che Borat definisce — con ironia — «la fonte giornalistica più rigoroso d’America». La stessa attrice — Maria Bakalova, 24 anni, che interpreta la figlia giornalista e quindicenne di Borat, Tutar Sagdiyev — è la protagonista della scena in cui Rudy Giuliani viene pizzicato con le mani nei pantaloni disteso sul letto di una camera d’albergo.

«Non so cosa sia successo», ha affermato il presidente, mentre Borat ha continuato a prenderlo in giro: «Trump sta molto attento a chi fa entrare agli eventi e in casa sua», ha scritto il (finto) giornalista kazako su Twitter, aggiungendo: «Non era necessario il test per il Covid: dammi il cinque». Trump non ha fornito dettagli sul suo primo incontro con Cohen, ma nel 2003 era stato intervistato dall’attore nei panni di Ali G., un (finto) rapper britannico che presentava il progetto «pionieristico» di un guanto che serve a mangiare il gelato. «Spero che farai un sacco di soldi», gli disse Trump all’epoca, prima di andarsene.

Quanto a Giuliani, l’ex sindaco di New York ha difeso il proprio comportamento. «Stavo sistemando la camicia nei pantaloni dopo aver rimosso l’attrezzatura usata per la registrazione», ha scritto su Twitter. «Mai prima, durante o dopo l’intervista mi sono comportato in modo inappropriato. Se Sacha Baron Cohen sottintende il contrario, sta mentendo spudoratamente», ha aggiunto il consigliere e avvocato del presidente. Intervistato da Good Morning America, Baron Cohen ha ribattuto: «Se l’avvocato del presidente ritiene che fosse un comportamento appropriato», ha spiegato, «Dio solo sa cosa ha fatto con altre giornaliste donne nelle stanze d’albergo».

Corriere della Sera, 24 ottobre 2020

Trump già alle urne (come 56 milioni di americani): affluenza record, democratici avanti

Con una scheda elettorale depositata in anticipo a Palm Beach, in Florida, Donald Trump ha provato a dare la scossa ai repubblicani in vista delle presidenziali del 3 novembre. Il presidente degli Stati Uniti ha votato sabato mattina in un seggio allestito nella biblioteca pubblica di West Palm Beach, non distante dal golf club di Mar-a-Lago dove lo scorso anno ha trasferito la residenza. Ad attendere la limousine presidenziale c’era una discreta folla che inneggiava a un secondo mandato scandendo lo slogan «Four More Years», altri quattro anni. Quello di Palm Beach era l’evento principale, ma la campagna elettorale ne aveva organizzati altri in tutto lo Stato per spingere il voto anticipato dei repubblicani che, stando ai primi dati, sarebbero piuttosto indietro: il governatore Ron DeSantis, stretto alleato di Trump, è sceso in campo a Naples, il deputato ed ex giocatore di football John Rutherford era a Jacksonville, l’ex marine Mark Geist — divenuto un simbolo conservatore per aver combattuto nella «battaglia di Bengasi» in cui morì l’ambasciatore americano Chris Stevens — è intervenuto a Pensacola, il deputato Michael Waltz si è recato a Ormond Beach.

I democratici hanno risposto schierando l’artiglieria: nel weekend è arrivato a Miami l’ex presidente Barack Obama, ma la spinta di Trump, almeno in parte, ha mobilitato i conservatori. In Florida — terzo Stato per affluenza anticipata alle urne: sabato mattina avevano già votato 5,2 milioni di persone su una popolazione elettorale di 17 milioni circa — il vantaggio dei democratici si è ridotto, ma resta sempre ampio: fra coloro che hanno già espresso la propria preferenza nel Sunshine State, 2,3 milioni sono registrati nelle liste elettorali come democratici, 1,9 milioni come repubblicani, mentre 1 milione non ha affiliazioni. Al momento, in Florida, Biden avrebbe dunque un vantaggio di circa 400 mila voti, attestandosi al 43,3% contro il 36% del presidente.

Quelli che arrivano dallo Stato in bilico per eccellenza, seppure preliminari, sono tuttavia dati in linea con il resto del Paese. Secondo il sito U.S. Elections Project, a 10 giorni dalle elezioni hanno già votato 56 milioni di americani, di persona (17,4 milioni) o via posta (38,5 milioni): nel 2016 furono 47 milioni quelli che votarono in anticipo, mentre in totale si recarono alle urne 136 milioni di persone. A guidare la classifica sono il Texas con 6,8 milioni di voti già espressi su una popolazione elettorale di 21 milioni, la California con 6,1 milioni su 30 milioni e, appunto, la Florida. Si tratta dunque di un’affluenza record che, dalle prime indicazioni, sarebbe molto favorevole ai democratici. Finora sono disponibili soltanto i dati dei 19 Stati che prevedono la registrazione a un partito, dove hanno votato in anticipo 25,6 milioni di cittadini: 12,7 milioni sono democratici, 7 milioni sono repubblicani e 5,7 non sono affiliati a un partito.

Fra i 19 Stati che forniscono dati c’è sì la California progressista, dove i democratici hanno già un vantaggio di 2,1 milioni di voti (3,4 milioni contro 1,3 milioni dei repubblicani sui 6,1 totali), ma anche Stati in bilico — e vitati per i due candidati — come la North Carolina (2,9 milioni di voti anticipati, democratici in vantaggio di oltre 300 mila schede) e la Pennsylvania (hanno votato 1,4 milioni di persone, i democratici sono in vantaggio di oltre 700 mila). Sono dati preliminari e parziali, ma Biden sarebbe avanti praticamente ovunque: il 49,6% di chi ha votato in anticipo è registrato con i democratici, il 27,5% con i repubblicani.

Corriere della Sera, 24 ottobre 2020

Richard Sennett: «Avere uno scopo conta più che avere soldi»

A 77 anni Richard Sennett ha un ultimo obiettivo che intende raggiungere nella vita, per poi tornare a dedicarsi a tempo pieno al suo primo amore, la musica: aveva davanti un brillante avvenire da violoncellista prima che, 19 anni, un intervento sbagliato per risolvere la sindrome del tunnel carpale lo obbligasse a cambiare rotta, stroncandogli la carriera di musicista ma regalando al mondo dell’accademia uno dei massimi studiosi moderni del rapporto fra centri urbani, società e classi sociali. Ha insegnato in tutti i migliori atenei del mondo – Yale, New York University, Columbia, Mit e, dal 1999, London School of Economics – ma recentemente le Nazioni Unite lo hanno nominato senior advisor sul cambiamento climatico e le città, grazie anche al suo lavoro con la fondazione di ricerca sulla cultura urbana Theatrum Mundi, che ha creato cinque anni fa.

«Le Nazioni Unite vogliono focalizzarsi molto di più sulle questioni economi e sociali e meno della risoluzione dei conflitti fra Stati, su cui il Consiglio di sicurezza spende gran parte del suo tempo», racconta Sennett, collegato via Skype da Londra. «Io li sto aiutando a capire come possono spostare il focus sulle città. Hanno capito che è arrivato il momento di ridefinire la propria missione: non potevano essere più soltanto un broker fra diverse potenze», spiega il professore. «Ora vogliono capire come affrontare il cambiamento climatico, soffermandosi sul rapporto con le città “verdi e sane” e su che tipo di trasformazione vogliono ottenere. Solo che non è semplice, perché l’attuale presidente americano non crede al cambiamento climatico e si è ritirato dall’Organizzazione mondiale della Sanità: speriamo che perda le elezioni, in modo da poter ristabilire una presenza americana, anche perché gli Stati Uniti sono il principale finanziatore delle Nazioni Unite».

Se invece dovesse essere rieletto – prosegue – allora «dovremo riequilibrare il funzionamento economico dell’Onu, dividendo gli oneri più equamente. Io mi sto occupando di questo: da americano vorrei vedere gli Stati Uniti tornare nella Nazioni Unite, ma a nuove condizioni per tutti. Focalizzandoci sulle questioni sociali, economiche e ambientali». Sennett, insomma, non nasconde le sue speranze per le elezioni presidenziali del 3 novembre: «La vittoria di Biden darebbe alle Nazioni Unite una maggiore opportunità di effettuare un cambio di prospettiva che tutte le organizzazioni dovrebbero fare», spiega. «Il mio ruolo muta ogni giorno, ma ruota attorno alle iniziative urbane: l’unica cosa certa è che lo lascerò dopo la Cop-26, la prossima conferenza sul clima che si terrà in Gran Bretagna (a novembre 2021, ndr). Dopodiché voglio scrivere. Un tempo ero un musicista professionista e sto lavorando a un libro sulla musica. Ho sempre desiderato farlo: ho 77 anni e mi sono dedicato abbastanza al servizio pubblico».

Nato a Chicago il 1° gennaio 1943, Sennett era figlio di genitori ebrei emigrati dalla Russia: madre sindacalista, padre comunista che aveva combattuto il fascismo durante la guerra civile spagnola e che abbandonò la famiglia poco dopo la sua nascita per amore di una donna conosciuta al fronte. Sennett non lo ha mai incontrato, è cresciuto con la madre Dorothy nelle case popolari di Chicago dedicate a suor Frances Cabrini, che al tempo erano abitate da italiani e bianchi emarginati, neri spiantati, reduci di guerra e pazzi. «Era una comunità che chiariva in modo tangibile cosa significasse essere lasciati indietro durante il boom del dopoguerra», scrisse una volta nel suo saggio Socialism: An Essay On Honour And Dishonour.

«Il suo lavoro può essere anche letto come il tentativo lungo una vita di accettare la sua eredità radicale», spiegava il Guardian in un intimo profilo di inizio millennio. Al tempo Sennett era da poco diventato professore di teoria sociale e culturale alla London School of Economics, ed era considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici del pianeta: «Uno di quella razza speciale di scrittori e pensatori che coprono un’ampia gamma dei cosiddetti specialismi, ai quali viene chiesto soprattutto di dire a noi, come società, chi siamo e da dove veniamo», scriveva il quotidiano britannico.

Sennett è anche membro del comitato scientifico della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e, a fine settembre, ha partecipato a un laboratorio con quindici adolescenti della periferia milanese, quella Sudovest attraversata dal tram 15 che dal centro arriva fino a Gratosoglio e Rozzano: curato dalla fondazione insieme a Codici Ricerche e Che Fare, con il contributo della Fondazione comunità di Milano, è stato tenuto a margine del progetto About a City – A Human Place, una serie di incontri sulle trasformazioni urbane. I ragazzi erano stati invitati a interrogare amici e familiari su come ripensare gli immaginari, come reinventare le città e le periferie per creare inclusione sociale.

«Avevano cominciato pensando di offrire spazi culturali in città», racconta Sennett. «Dopo un po’ che discutevamo è venuto fuori che ciò di cui c’era bisogno, in realtà, era creare lavoro». Per gli adolescenti, infatti, la scoperta più sorprendente della ricerca condotta sotto la guida di Stefano Laffi di Codici Ricerche era la «totale assenza di energia che spingesse verso il cambiamento»: come possiamo tornare a immaginare, hanno chiesto a Sennett, se le persone non sanno cosa desiderano per la propria città? Insieme, però, sono giunti alla conclusione che – più che sui desideri – la comunità va interpellata su un piano di necessità e servizio: per abbattere il divario di classe non serve chiedere cosa vorresti, ma cosa ti serve.

«A Milano le divisioni di classe sono enormi. Come a Londra, la classe operaia è lontanissima dalla borghesia: fisicamente sono vicini, ma poi vivono su un altro pianeta», spiega Sennett. «La pandemia è stato un segnale di cosa significa non essere in grado di lavorare, come potrebbe essere in futuro perché gli effetti della tecnologia sui posti di lavoro potrebbero comportare una società molto produttiva senza tuttavia impiegare nessuno», afferma il professore, secondo cui in il risultato è che molte persone cominceranno a sentirsi inutili, senza progetti per la propria vita. «Per me il lockdown è stato una specie di anticipazione di cosa succederà con il capitalismo, se continuerà a essere organizzato così», chiarisce. «Per questo sto scrivendo i miei libri su come ripensare il lavoro come progetto sociale: è più importante che le persone abbiano qualcosa da fare, anche se non guadagnano molti soldi. Devono avere uno scopo, sapere perché si alzano la mattina: questo è molto importante. Più dei soldi».

Sette, 23 ottobre 2020 (pag 38, pag 39)

Giuliani sedotto in una gag di Borat

Ripreso da una telecamera nascosta, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani — uno dei principali consiglieri di Donald Trump — compare in una sequenza imbarazzante di Borat Subsequent Moviefilm, in uscita oggi, mentre si tocca i genitali steso sul letto di un albergo. Davanti a lui un’avvenente (e finta) giornalista televisiva che lo aveva invitato a seguirla in camera in seguito a un’intervista. Quando la donna — l’attrice Maria Bakalova, 24 anni, che interpreta la figlia di Borat, Tutar Sagdiyev — gli sfila il microfono, Giuliani si infila le mani nei pantaloni. Poi lo interrompe Borat, che fa irruzione in scena: «Ha 15 anni, è troppo vecchia per te». L’ex sindaco ora si difende: «Quando ho tolto il microfono è uscita la camicia. Allora mi sono steso per rimetterla nei pantaloni», ha spiegato in un’intervista. Ma «se un comico può incastrarlo così », twitta il giornalista Seth Abramson, chissà i servizi segreti russi.

Corriere della Sera, 23 ottobre 2020 (pag 19)

La pista dei soldi: Trump costretto a spendere anche negli Stati sicuri

Donald Trump ha già speso oltre un miliardo di dollari per assicurarsi la rielezione, sostiene l’Associated Press. Arrivati all’ultimo mese della contesa, però, il presidente è rimasto a secco e ha dovuto tagliare sugli spot pubblicitari, arma molto utile soprattutto negli stati in bilico. Mentre le casse repubblicane sono quasi vuote, lo sfidante democratico Joe Biden sta raccogliendo invece grandi somme, che investe proprio in radio e tv: la settimana scorsa la campagna elettorale dell’ex vicepresidente ha annunciato di aver ricevuto donazioni per 383 milioni di dollari a settembre, 135 milioni in più di Trump, sul quale a fine settembre aveva un vantaggio di oltre 100 milioni.

Secondo i calcoli di Cnn, la campagna di Biden sta spendendo più del presidente in Florida, Arizona, North Carolina, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Nevada, Colorado e New Hampshire, tutti Stati che saranno decisivi il 3 novembre: in Florida (29 milioni in più) e in Pennsylvania (33), in particolare, il margine è anche piuttosto ampio.

La campagna repubblicana, invece, sta investendo più dei rivali in quattro Stati – Georgia, Iowa, Ohio e Texas – che nel 2016 Trump vinse di almeno 5 punti percentuali e che nessuno, soltanto un anno fa, avrebbe ritenuto in bilico. Ora, invece, i sondaggi danno i due sfidanti impegnati in un testa a testa.

Non saranno i soldi a stabilire chi vincerà le elezioni, nota l’analista politico di Cnn Chris Cillizza, altrimenti Hillary Clinton sarebbe presidente. Tuttavia, spiega, ci indicano dove le due campagne vedono opportunità e vulnerabilità: il fatto che Trump sia costretto a spendere molto denaro in Stati storicamente conservatori come il Texas e la Georgia, insomma, ci dice molto di questa campagna elettorale.

Corriere della Sera, 22 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

Borat incastra Rudy Giuliani: filmato con le mani nei pantaloni

Il nuovo film di Sacha Baron Cohen ha pizzicato Rudy Giuliani con le mani nei pantaloni. Ripreso da una telecamera nascosta, l’ex sindaco di New York — uno dei principali consiglieri di Donald Trump — compare in un’imbarazzante sequenza di Borat Subsequent Moviefilm, nuovo film del comico britannico in uscita venerdì 23 ottobre, mentre si tocca i genitali steso sul letto di un albergo, davanti a un’avvenente (e finta) giornalista televisiva di destra che lo aveva invitato a seguirla in camera per un drink in seguito a un’intervista. Quando la donna — l’attrice Maria Bakalova, 24 anni, che interpreta la figlia di Borat, Tutar Sagdiyev — gli sfila il microfono, Giuliani si infila le mani nei pantaloni, ma viene interrotto dallo stesso Borat. «Ha 15 anni, è troppo vecchia per te», gli dice il (falso) reporter kazako entrando nella stanza.

I primi dettagli dell’incidente erano emersi a luglio, quando Giuliani, 76 anni, aveva chiamato la polizia di New York denunciando l’irruzione in camera di un uomo che indossava un «outfit transgender rosa». Solo in seguito, aveva ammesso in un’intervista al New York Post, aveva capito che poteva trattarsi di Baron Cohen. «Ho pensato a tutte le persone che aveva fregato ed ero fiero di me per non essermi fatto beccare», aveva spiegato. Tuttavia, sostiene il Guardian, che per primo ha dato notizia della sequenza, gli spettatori potrebbero pensarla diversamente.

Abituato a scavare nel fango per Trump alla ricerca di dettagli compromettenti su Joe e Hunter Biden, in particolare in Ucraina, ora l’ex sindaco si difende sostenendo che stesse soltanto togliendo il microfono e aggiustando la camicia. «Quando ho tolto il microfono è uscita la camicia. Allora mi sono steso per rimetterla nei pantaloni, e loro hanno potuto filmare quell’immagine. Vi assicuro che non stavo facendo altro», ha spiegato ieri in un’intervista radiofonica a Wabc, aggiungendo di aver pregato con la giornalista che gli aveva confidato problemi personali. «È tutta una montatura», ha poi spiegato su Twitter, dando a Baron Cohen del bugiardo.

«Se un comico può incastrarlo così facilmente, riprendendolo in una stanza d’albergo mentre beve alcol con una donna proveniente da un’ex repubblica sovietica», sostiene però il giornalista Seth Abramson in un lungo thread su Twitter, significa che anche i servizi segreti russi possono incastrarlo senza sforzi. «Chissà a cosa pensava Rudy in quella stanza».

Corriere della Sera, 22 ottobre 2020

Uber, la storia più pazza del tech che racconta la parabola della Silicon Valley

Letto dall’Italia, Uber. La storia più pazza della Silicon Valley (Piemme, 2020) sembra un libro di fantascienza. In pochi, da qui, hanno avuto la percezione della vertiginosa crescita dell’azienda fondata nel 2009 da Travis Kalanick e di come ha stravolto il modo di spostarsi in automobile e l’inquadramento di una nuova categoria di lavoratori non dipendenti. Tutti, o quasi, godranno però della ricostruzione che l’autore e giornalista del New York Times Mike Isaac fa del vero inizio della rivoluzione: la nascita dell’App Store di Apple, immaginato da Steve Jobs e dal venture capital John Doerr durante una passeggiata a Palo Alto, nel Nord della California. Nel 2008 il negozio di applicazioni, poi ricalcato anche dai dispositivi Android, ha trasformato completamente il modello dello sviluppo del software. Tutto quello di cui aveva bisogno un programmatore era «un’idea e dimestichezza con il linguaggio di programmazione. Chiunque poteva costruire e distribuire le sue app e proporle in vendita simultaneamente a milioni di persone». Servivano, quindi, «imprenditori giovani e affamati, che avevano trasformato le loro idee in ossessioni» ed erano disposti «a spingersi e (e a spingere le regole) al limite».

Ecco Kalanick, costretto a uscire di scena nel 2017, e il suo socio Garrett Camp ed ecco fin dove si è spinta Uber tendendo al limite e arrivando a valere 50 miliardi di dollari: una cultura aziendale tossica, orchestrata dagli arroganti tech bro, smanettoni dall’atteggiamento «goliardico e maschilista»; scandali e sentenze e reazioni avverse in mezzo mondo. L’autore cita anche l’Italia e il modo in cui venne minacciata dai tassisti la prima direttrice generale nostrana, Benedetta Arese Lucini. E non lesina altri esempi: dipendenti costrette con la forza a sniffare cocaina, software per depistare i controlli delle autorità e miliardi (e miliardi) di dollari per persuadere guidatori e clienti potenziali a usare e a non abbandonare il servizio.

Niente può mettersi in mezzo fra Kalanick e i suoi obiettivi di crescita, neanche la legge, e si capisce già dal prologo di questo libro incredibilmente dettagliato che ne segue ascesa e caduta. Quando nel 2014 la società decise di sbarcare a Portland, Oregon, mandò in avanscoperta David Plouffe, manager della straordinaria campagna elettorale di Barack Obama nel 2008. Da un lato c’era uno degli uomini più influenti d’America, pagato appunto da Uber, dall’altro i funzionari cittadini: l’affabile sindaco Hales e il commissario ai trasporti Steve Novick, un «lottatore» alto un metro e cinquanta, nato senza la mano sinistra e senza i peroni, che non si lasciava intimorire dalle tattiche sofisticate della controparte. «Signor Plouffe, annunciare che intendete violare la legge non è molto educato» sbottò Novick nel mezzo delle trattative, piantando il suo uncino nella scrivania del sindaco.

È facile immaginare chi abbia vinto, ma i personaggi sono straordinari ed è interessante, soprattutto, capire la strategia. Le «squadre d’assalto» di Kalanick accerchiarono Portland, come avrebbero fatto poi in decine di altre città, elusero i controlli della polizia grazie al Greyball — un software elaborato dagli ingegneri di San Francisco che riconosceva gli agenti e impediva loro di richiedere corse — e, di fatto, imposero il servizio in città aggirando la legge. Per i dirigenti di Uber, però, non c’era niente di male: il Greyball rientrava in uno dei valori aziendali, quello degli «scontri per principio» che era giusto portare avanti per sconfiggere la «corrotta» industria dei taxi.

In realtà, spiega Isaac, Kalanick non era solo alla guida di un gruppo di giovani smanettoni arroganti come credevano i funzionari di Portland ma, «reclutando ex dipendenti della Cia, della Nsa e dell’Fbi aveva messo insieme una forza di spionaggio industriale potentissima: gli esperti della sicurezza spiavano funzionari pubblici, scavano a fondo nella loro vita online e in certi casi li pedinavano addirittura fino a casa». Uber, insomma, non è fantascienza, ma racchiude la parabola dell’intera Silicon Valley e della sua corsa senza remore verso il futuro: una corsa che l’ha portata in collisione con «i sistemi di lavoro consolidati» e a travolgere l’economia. Senza mai guardarsi indietro.

di Andrea Marinelli e Martina Pennisi

Corriere della Sera, 20 ottobre 2020