L’incredibile discorso di Trump ai Boy Scout americani

Nel quartier generale di Donald Trump, lungo tutta la campagna presidenziale, campeggiava un cartello che dettava la linea allo staff: «Lasciate che Trump faccia Trump». Ovvero: lasciate che sia se stesso, senza un copione da seguire, e ci porterà alla Casa Bianca. Ha funzionato, e il suo messaggio è arrivato dritto nella pancia di un Paese a pezzi. Solo che, una volta arrivato a Washington, Trump ha continuato a seguire la stessa linea, violando più di una volta il rigido protocollo presidenziale con tweet e discorsi pubblici. È così che lunedì sera, invitato a parlare al 19esimo Jamboree nazionale dei Boy Scout americani a Glean Jean, in West Virginia, Trump ha deragliato ancora una volta dal discorso che gli era stato preparato, affrontando alcuni dei suoi argomenti preferiti: le fake news, i media disonesti, la politica e, soprattutto, «la gente più figa di New York». Il tutto è avvenuto davanti a una platea di scout minorenni, di cui gli inquilini della Casa Bianca sono presidenti onorari, causando ovviamente la rabbia dei genitori — che hanno definito inappropriate e contrarie ai valori dello scoutismo le parole di Trump davanti a un pubblico di ragazzini delle medie e adolescenti — e l’imbarazzo dell’associazione. «Il presidente degli Stati Uniti in carica è il presidente onorario dei Boy Scouts of America. È nostra tradizione di lunga data invitarlo al raduno nazionale», hanno risposto con una dichiarazione ufficiale subito dopo l’evento, prendendo pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni di Trump e specificando che l’associazione non lo appoggia e non sostiene nessuna «posizione, prodotto, servizio, candidato politico o filosofia». Questi sono alcuni estratti del discorso di Trump.

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Russiagate, la difesa di Kushner: «Con la Russia 4 contatti innocui»

Oggi e domani Jared Kushner testimonierà a porte chiuse davanti alle commissioni intelligence di Camera e Senato, avviando una settimana intensa che potrebbe segnare una svolta nel Russiagate che da mesi turba Donald Trump. Nel frattempo, il genero del presidente americano — uno dei consiglieri più influenti dell’amministrazione — ha presentato una dichiarazione scritta di undici pagine in cui parla per la prima volta dei contatti — che definisce «innocui» — avuti con funzionari russi durante la campagna elettorale e nei due mesi di transizione, quelli in cui Trump si preparava a prendere i mano il Paese. Nella lettera, Kushner ha anche negato decisamente di aver discusso con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak della possibilità di instaurare un «canale segreto» con il Cremlino per evitare eventuali intercettazioni. «Non ho proposto alcun canale segreto, né ho suggerito forme di comunicazione riservate con l’amministrazione», ha affermato Kushner. «Non ho neanche avanzato la possibilità di usare l’ambasciata o qualsiasi altro edificio russo per alcun proposito, al di là di quell’unico confronto durante il periodo di transizione». Continua a leggere

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Usa, il senatore John McCain ha un grave tumore al cervello

Soltanto pochi giorni fa, i problemi di salute di John McCain sembravano soprattutto una questione politica: l’operazione a cui il senatore dell’Arizona si era sottoposto alla Mayo Clinic di Phoenix per rimuovere un coagulo di sangue dall’occhio sinistro aveva costretto i repubblicani a rimandare il voto in Senato sulla riforma sanitaria che avrebbe dovuto sostituire l’Obamacare, naufragata poi a causa delle defezioni che hanno fatto mancare la maggioranza al testo voluto dalla Casa Bianca. Dagli esami successivi all’operazione, invece, è emerso che il popolare senatore ottantenne — che sfidò Barack Obama per la presidenza nel 2008 e che ha guidato la resistenza repubblicana contro Donald Trump — ha una «grave e aggressiva» forma di tumore al cervello, un glioblastoma evidenziato da alcuni test effettuati su campioni di tessuto. Lo stesso che ha ucciso il senatore Ted Kennedy nel 2009. Continua a leggere

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Trump e Putin hanno avuto un incontro segreto al G20 di Amburgo

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un incontro segreto di un’ora con il collega russo Vladimir Putin a margine del G20 di Amburgo del 7 e 8 luglio: quello stesso giorno i due avevano già avuto un altro colloquio pubblico di oltre due ore, il primo — atteso — bilaterale che fu ampiamente raccontato dai media. Secondo quanto ha raccontato un anonimo funzionario dell’amministrazione americana al Washington Post, l’incontro privato è avvenuto durante la cena dei leader del G20 in riva al fiume Elba: al momento dei dessert, Trump ha lasciato il proprio posto per sederci accanto a Putin. Entrambi i leader erano soli, fatta eccezione per l’interprete del presidente russo che sarebbe stato l’unico tramite fra i due leader: alla cena, infatti, Trump era seduto vicino al primo ministro giapponese Shinzo Abe e per questo aveva portato soltanto un traduttore dal giapponese all’inglese. Un dettaglio, quello dell’interprete, che ha immediatamente rinvigorito le polemiche sui rapporti con la Russia, e che si somma al fatto che i giornalisti al seguito della Casa Bianca non furono informati del colloquio come normalmente avviene: l’univa versione esistente di quella conversazione, infatti, è quella riportata dallo stesso Trump al proprio staff. Continua a leggere

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Matrimonio da favola, ma senza invitati: in America dilaga l’«elopement»

La pressione di un matrimonio tradizionale può essere spesso difficile da gestire per una coppia: le imposizioni o l’opposizione delle famiglie di origine, la scelta degli invitati, la spesa ingente, la cura dei dettagli e, perché no, la paura del confronto con altre cerimonie. Per questo, ma non solo, si è diffusa negli anni la cultura dell’elopement, il matrimonio celebrato di nascosto e da soli, o al massimo con un pugno di invitati chiamati a condividere il grande giorno con gli sposi. Ma i tempi cambiano e, scrive il New York Times, «sono passati i giorni in cui elopement significava quasi sempre una corsa improvvisa al municipio cittadino. Oggi il matrimonio segreto è molto spesso pianificato nei dettagli dalle coppie, che organizzano cerimonie costose con mesi di anticipo: cercano scenari da sogno, il vestito perfetto, un fioraio in grado di realizzare il bouquet giusto e un fotografo che scatti una foto da condividere». Continua a leggere

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L’America ritrova la strada

Cinque anni fa, percorrendo le strade della grande provincia americana, non era difficile imbattersi nella rabbia dei pensionati che avevano aspettato tutta la vita il momento di mettersi in macchina e scoprire il continente ma che, a causa del prezzo della benzina, non potevano più permettersi di realizzare il proprio sogno. «Non vedevo l’ora di andare in pensione per girare il Paese», ci raccontava all’epoca Bob, un neo pensionato sessantenne di Birmingham, Alabama, intento ad appendere alla recinzione della sua casa un cartello elettorale del repubblicano Newt Gingrich, che sperava di diventare presidente promettendo carburante a 2,50 dollari al gallone. «Ora ci sono arrivato, ma con la benzina così cara non posso più permettermelo. Ho persino messo in vendita il camper». Era il 2012 e Bob addossava a Obama – che si opponeva all’oleodotto Keystone che avrebbe dovuto pompare greggio dai giacimenti del Canada fino alle raffinerie del Texas – la responsabilità di quel sogno infrantosi alla pompa di benzina dietro casa. Quell’anno il prezzo medio di un gallone a livello nazionale arrivò a 3,60 dollari, un record assoluto che ebbe conseguenze trasversali su generazioni e classi sociali e che, soprattutto nelle aree rurali, spinse l’elettorato repubblicano a giurare fedeltà a qualsiasi candidato avesse promesso di trivellare ogni angolo del Paese alla ricerca di un’indipendenza energetica che avrebbe restituito alla strada quegli aspiranti viaggiatori disillusi. Continua a leggere

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Donald Trump visto dagli altri

Sebbene sia entrato alla Casa Bianca soltanto da cinque mesi, la presidenza di Donald Trump ha già avuto un impatto rilevante nella visione che il resto del mondo ha degli Stati Uniti. È quanto rileva una ricerca del Pew Research Center pubblicata lunedì, che evidenzia come le politiche e le promesse elettorali del presidente americano siano ampiamente impopolari in tutto il pianeta e abbiano influenzato negativamente (e in tempi rapidi) l’opinione che 37 Paesi in tutto il mondo hanno nei confronti degli Stati Uniti. Secondo l’analisi del think thank indipendente con sede a Washington – che ha intervistato oltre 40 mila persone – a livello globale soltanto il 22 per cento degli intervistati ritiene che Trump sarà in grado di prendere le giuste decisioni in politica estera mentre, sul finire della sua presidenza, Barack Obama si attestava invece al 64 per cento. Oltre ai Paesi africani, che in generale hanno fiducia in Trump, picchi di approvazione si registrano solamente in Russia (53 per cento), Filippine (69 per cento), Vietnam (58 per cento) e Israele (56 per cento). La fiducia è invece molto bassa in Medio Oriente, dove – nonostante l’approvazione di Israele – la mediana si attesta al 15 per cento; in Centro e Sud America, dove la mediana è al 14 per cento trainata dal 5 per cento messicano; e in Europa, dove la fiducia mediana è al 18 per cento. Se però Spagna, Svezia, Germania e Francia si attestano fra il 7 e il 14 per cento, in Italia il 25 per cento degli intervistati ha fiducia in Trump: un dato che la avvicina alle posizioni dei Paesi dell’Est Europa interpellati, Ungheria e Polonia, che sono rispettivamente al 23 e al 29 per cento. Continua a leggere

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