Netflix, i dipendenti scioperano contro il comico Dave Chappelle: «Serie transfobica»

C’è fermento nei corridoi di Netflix, dove mercoledì un centinaio di dipendenti ha lasciato la sede di Los Angeles in segno di protesta contro la serie di stand-up comedy di Dave Chappelle, che ha offeso un dipendente transgender della società di streaming, e per contestare la gestione della successiva crisi interna da parte dell’azienda. Uscita due settimane fa, The Closer ha avuto grande successo ma ha fatto infuriare alcuni dipendenti perché, fra le altre cose, Chappelle fa ironia sull’identità di genere e difende le dichiarazioni «transfobiche» di J.K. Rowling, la «mamma» di Harry Potter: quando hanno chiesto il ritiro della serie, però, il co-ceo della società Ted Sarandos si è opposto, ha espresso sostegno al comico garantendo la libertà di «espressione artistica», e ha spiegato con due memo interni che il cui contenuto «non si traduce in pericoli reali».

Le parole di Sarandos hanno inasprito il clima — «Il memo è stato irrispettoso», sostenevano gli organizzatori della protesta. «Non ha aperto a una discussione come succede di solito» — e Netflix aveva anche sospeso tre dipendenti colpevoli di essersi espressi contro la serie, poi reintegrati per schivare il contraccolpo negativo. I dipendenti solidali con il collega e alcuni attivisti hanno quindi inscenato il «walkout» mercoledì, uscendo dall’edificio di Netflix su Sunset Boulevard e cantando slogan come «Trans Live Matter».

La protesta è stata pacifica, ha spiegato Variety, a parte un acceso confronto «verbale» con i sostenitori di Chappelle arrivati a difendere la libertà di parola: «Le battute fanno ridere», sosteneva il cartello esposto da un contromanifestante, che è però stato strappato dalla folla. «Ho sbagliato», ha ammesso Sarandos nei giorni scorsi, ma lo ha fatto troppo tardi. «Apprezziamo che lo riconosca», ha spiegato a Reuters Ashlee Marie Preston, attivista transgender. «Vogliamo però vedere come intende riparare».

Corriere della Sera, 22 ottobre 2021 (pag 23)

America oggi: Facebook cambia nome

La commissione della Camera sul 6 gennaio ha votato per incriminare Steve Bannon. L’ex consigliere di Donald Trump è stato convocato per testimoniare davanti ai nove deputati ma, citando il privilegio dell’esecutivo invocato da Trump, il diritto del governo a mantenere segrete le proprie comunicazioni, ha annunciato che non si presenterà. La commissione ha votato all’unanimità raccomandando un’incriminazione criminale per non aver risposto al mandato di comparizione, una misura che dovrà essere approvata dalla Camera prima di passare nelle mani del dipartimento di Giustizia: come nota Politico, tuttavia, il contempt è l’unico strumento in mano alla Camera per punire i testimoni che non cooperano, ma richiede tempi molto lunghi e da decenni non produce una condanna.

L’amministrazione Trump voleva mandare 250 mila soldati al confine con il Messico. Continuano a emergere dettagli sui quattro anni di governo dell’ex presidente: stando alle ultime rivelazioni del New York Times, nella primavera del 2020 i vertici militari e del dipartimento per la Sicurezza del territorio – incoraggiati dal consigliere anti immigrazione Stephen Miller – volevano inviare 250 mila soldati lungo il confine, un sesto di tutte le forze armate americane, ma furono fermati dall’intervento del segretario alla Difesa Mark Esper. Sarebbe stato il più imponente uso dell’esercito all’interno dei confini americani dai tempi della Guerra Civile.

Nonostante questo, i repubblicani vogliono ancora Trump. Secondo un sondaggio Quinnipiac, il 78% dei repubblicani vorrebbe vedere di nuovo in campo l’ex presidente alle elezioni del 2024. Sono contrari il 94% dei democratici e il 58% degli americani.

Proseguono le trattative per il piano sul welfare di Biden. Ieri il presidente ha chiarito ai democratici che, per superare l’ostruzionismo dei moderati, il pacchetto dovrà scendere almeno fino a 1.900 miliardi dai 3.500 iniziali, e che quasi certamente non potrà includere i due anni di istruzione gratuita per i community college che voleva l’ala socialista del suo partito. Resteranno l’espansione del Medicare, ovvero l’assistenza sanitaria per gli anziani, l’introduzione degli asili per i bambini di 3 e 4 anni e i fondi per combattere il cambiamento climatico.

Facebook cambia nome. Dopo aver annunciato 10 mila assunzioni in Europa per la costruzione del Metaverso, Mark Zuckerberg ha deciso di legare indissolubilmente la sua società a questa impresa, distanziandosi dai social network: dovrebbe annunciare il nome della nuova parent company – la società a cui faranno capo le app di Facebook, Instagram, WhatsApp e tutto il resto – alla conferenza annuale del 28 ottobre, ma potrebbe essere svelato prima.

Il primo ufficiale transgender a 4 stelle. L’ammiraglio Rachel Levine, 63 anni, ha prestato giuramento ieri diventando il primo ufficiale transgender a 4 stelle nella storia degli Stati Uniti e il più alto in grado del Paese: in totale nelle forze armate americane sono in servizio 45 ufficiali a 4 stelle, il grado più alto. Nominata da Biden, Levine è assistente segretario alla Salute, ammiraglio della divisione incaricata di rispondere alle crisi sanitarie.

Un accordo per la famiglia di Elijah McClain. Mentre comincia il processo agli assassini di Ahmaud Arbery in Georgia, la famiglia del 23enne nero Elijah McClain, morto nel 2019 ad Aurora, in Colorado, mentre era in custodia della polizia, ha raggiunto un accordo di risarcimento con le autorità cittadine. L’importo non è stato reso noto.

La catena In-N-Out contro l’obbligo vaccinale. La celebre catena di hamburger libertaria della West Coast, con una storia molto particolare, si è schierata apertamente e bellicosamente contro l’obbligo vaccinale di San Francisco: lo scontro è nato dopo che il dipartimento alla Salute cittadina ha chiuso la location del Fisherman’s Wharf perché non controllava se i clienti erano vaccinati. «Non siamo la polizia del vaccino di alcun governo», hanno commentato. Sono però l’unico ristorante di San Francisco chiuso per questo motivo.

Corriere della Sera, 20 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

Covid in Brasile, «Bolsonaro dovrebbe essere incriminato per reati contro l’umanità»

Il presidente Jair Bolsonaro dovrebbe essere incriminato per reati contro l’umanità. Lo hanno stabilito gli 11 membri — 7 dei quali all’opposizione — della commissione del Congresso brasiliano incaricata di analizzare la risposta del governo alla pandemia. Secondo la commissione, il leader avrebbe intenzionalmente lasciato che il coronavirus si infiltrasse nel Paese nel tentativo di raggiungere un’immunità di gregge, ma finendo per uccidere centinaia di migliaia di persone: il panel attribuisce alla mancata risposta del governo oltre 300 mila vittime, metà del totale nazionale. «Molte di queste morti erano evitabili», ha spiegato Renan Calheiros, il senatore centrista a capo della commissione, uno dei più longevi dell’aula. «Sono personalmente convinto che il presidente sia responsabile di questa carneficina».

L’inchiesta, un rapporto di 1.200 pagine che dovrebbe essere reso pubblico oggi ma che potrebbe subire dei ritardi, raccomanda anche l’incriminazione di altre 69 persone, fra cui tre dei figli di Bolsonaro e numerosi ex o attuali ministri e funzionari del governo. Inizialmente la commissione — le cui udienze andate avanti per sei mesi e trasmesse dalle televisioni in prima serata sono state molto seguite in tutto il Paese — proponeva l’incriminazione per omicidio di massa e genocidio dei gruppi indigeni dell’Amazzonia ma, quando le prime indiscrezioni sono state diffuse dai media, molti senatori hanno chiesto di alleggerire le accuse. Per questo martedì sera, poche ore prima della data di pubblicazione del rapporto, prevista per oggi, la commissione ha deciso di ridimensionare le richieste eliminando l’omicidio di massa e il genocidio. L’inchiesta potrebbe non portare all’incriminazione di Bolsonaro, che l’anno prossimo dovrà affrontare nuove elezioni, ma riflette la rabbia diffusa nei confronti di un presidente che fin dall’inizio – e pur ammalandosi lui stesso – ha rifiutato di prendere seriamente la pandemia.

Corriere della Sera, 20 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

Il manager Nike Larry Miller e il segreto nascosto per una vita: «Uccisi un ragazzo»

Per oltre 50 anni, mentre scalava la dirigenza della Nike, Larry Miller ha tenuto nascosto un segreto, il suo segreto, quello che in tutto questo tempo se lo stava «mangiando dall’interno». Arrivato nel 1997 alla multinazionale di Beaverton, in Oregon, oggi ha 72 anni ed è il presidente del marchio Jordan, quello con la silhouette della leggenda dei Chicago Bulls, ma si occupa anche dell’intero settore pallacanestro e di Converse: è uno dei manager più apprezzati d’America, nel suo ufficio ha una palla da basket autografata da Barack Obama e foto con decine di celebrità, ma nel 1965, quando era poco più di un bambino, Miller uccise un ragazzo a colpi di pistola nelle strade di Philadelphia.

Aveva 13 anni quando si unì alla gang di Cedar Avenue, passando in poco tempo dall’essere uno studente modello al tracannare bevande alcoliche ogni giorno. Qualche anno dopo, ormai sedicenne, decise di vendicare l’omicidio di un compagno per mano di una gang rivale: si ubriacò con tre amici, impugnò una pistola calibro 38 che aveva comprato dalla sua fidanzata e cercò il colpevole, ma sparò alla prima persona che incontrò per strada, un 18enne di nome Edward White che morì immediatamente e che, in quella guerra fra bande, non c’entrava nulla. «Questo mi rende ancora più difficile accettare ciò che ho fatto, perché non c’era nessun motivo», ha raccontato nei giorni scorsi in un’intervista alla rivista Sports Illustrated, annunciando l’uscita, il prossimo anno, della sua autobiografia Jump: My Secret Journey from the Streets to the Boardroom, scritto con la figlia maggiore Laila Lacy, a cui svelò la storia nel 2003. «Non c’era nessuna ragione valida perché succedesse, penso a quello che ho fatto ogni giorno».

Quel 30 settembre 1965, quando incrociò la strada del 18enne White, la sua vita prese una direzione inaspettata: dopo essere entrato e uscito di prigione per anni, sempre per piccoli reati e brevi periodi, fu condannato per l’omicidio e scontò la sua pena con la società. Quando uscì, a 30 anni e con una laurea alla Temple University, era cambiato, e decise di tenere nascosto a tutti il suo passato: ai figli, agli amici, ai colleghi più stretti che incontrava man mano che la sua carriera decollava — alla Kraft, poi a Campbell Soups, infine alla Nike, ma è stato anche presidente dei Portland Trail Blazers, la locale squadra di basket — e che non hanno mai saputo nulla dell’omicidio. Non ha mai mentito, sostiene Miller, neanche ai colloqui di lavoro, però ha sempre mantenuto quel segreto che lo opprimeva.

«Per anni sono fuggito da questa storia, ho provato a nasconderla nella speranza che la gente non la scoprisse», ha raccontato alla rivista sportiva. Poi, stremato dagli effetti collaterali di quel silenzio sulla sua psiche — incubi ricorrenti ed emicranie così forti da spedirlo al pronto soccorso — ha deciso di liberarsi, raccontando il suo passato in un libro che ripercorre la sua vita dalle strade di Philadelphia ai consigli d’amministrazione di alcune delle aziende più importanti del Paese. «Un errore, anche il peggiore», dice oggi, «non può controllare quello che succederà nelle nostre vite».

È stata una decisione «molto difficile», sostiene, presa per fini terapeutici ma anche per dare un messaggio ai giovani a rischio e agli ex detenuti, ma che soprattutto lo ha costretto a rivelare il suo passato turbolento alle persone a lui più vicine: un po’ alla volta, negli ultimi mesi, ha informato i suoi capi alla Nike, Michael Jordan, il commissioner della Nba Adam Silver. «È una storia incredibile di seconde opportunità», ha dichiarato un portavoce della Nike, spiegando di sostenere le politiche che promuovono il reinserimento dei detenuti. «Siamo orgogliosi di Larry e della speranza che la sua vicenda può offrire».

Corriere della Sera, 19 ottobre 2021 (pagina 25)

Colin Powell è morto: l’ex segretario di Stato americano aveva 84 anni

Colin Powell, ex segretario di Stato americano nell’amministrazione di George W. Bush, è morto lunedì mattina per complicazioni dovute al Covid. Generale in pensione dell’esercito degli Stati Uniti, 84 anni, Powell era stato vaccinato con doppia dose, ha confermato la famiglia in un comunicato su Facebook, ma il suo sistema immunitario era stato indebolito da un mieloma multiplo, un tumore delle cellule del plasma per il quale era stato curato ma che lo aveva reso più fragile. «Il generale Colin Powell ci ha lasciati questa mattina per complicazioni dovute al Covid. Abbiamo perso uno straordinario e amorevole marito, padre, nonno e grande americano», hanno scritto la moglie Alma e le tre figlie, ringraziando per le cure il personale del Walter Reed National Medical Center di Bethesda, in Maryland, il più grande centro medico militare degli Stati Uniti dove si curano i presidenti americani.

Per oltre quarant’anni, Powell è stato un perno della democrazia americana, influenzando la politica estera del Paese sotto diversi presidenti. Oltre a diventare il primo segretario di Stato afroamericano dal 2001 al 2005, aveva combattuto in Vietnam e lavorato come diplomatico, consigliere per la sicurezza nazionale e presidente del Joint Chiefs of Staff, l’organo che riunisce i vertici delle forze armate americane e che aveva guidato dal 1989 al 1993. Negli anni Novanta è stato considerato un possibile candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato il primo presidente nero, ma preferì rinunciare.

La sua carriera straordinaria è stata macchiata dal discorso tenuto alle Nazioni Unite nel 2003, che spianò la strada all’invasione americana dell’Iraq. Inizialmente contrario a un conflitto armato contro le truppe di Saddam Hussein, il 5 febbraio — cambiando posizione con quel celebre intervento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu — denunciò l’Iraq come produttore di antrace e di armi biologiche, presentando «le prove» dell’attività pericolosa di Saddam. «Non posso dirvi tutto ciò che sappiamo», affermò. «Ma posso dirvi che l’insieme delle cose venute alla luce nel corso degli anni è molto preoccupante. I fatti e i comportamenti dimostrano come Saddam Hussein e il suo regime nascondano i loro tentativi di produrre più armi di distruzione di massa». Le sue affermazioni risultarono in seguito completamente false.

Anni dopo Powell, che si dimise da segretario di Stato nel 2004, dopo la rielezione di Bush, riconobbe che quel discorso sarebbe rimasto per sempre una macchia nella sua carriera. «Avrebbe consigliato l’invasione dell’Iraq se avesse saputo che Saddam non possedeva quelle armi?», chiese nel 2004 il Washington Post all’allora capo della diplomazia statunitense, che fu costretto a rispondere: «Non lo so, la presenza degli arsenali costituì l’ultimo tassello che lo rese un pericolo reale e immediato per la regione e per il mondo. L’assenza degli arsenali cambia il calcolo politico, cambia la risposta che si dà».

Nel 2008, ormai allontanatosi dal partito repubblicano, appoggiò la candidatura di Barack Obama alla Casa Bianca, poi fu uno dei pochi conservatori ad opporsi all’ascesa di Trump, criticando i leader del partito che si erano schierati con l’allora tycoon newyorkese: nel 2016 sostenne Hillary Clinton e nel 2020 votò per Joe Biden. «Non posso più definirmi un repubblicano», disse a Fareed Zakaria su Cnn dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso. «Sono solo un cittadino che ha votato repubblicano e democratico. Ora guardo al Paese e non penso ai partiti».

Nato a Harlem, New York, il 5 aprile del 1937, figlio di immigrati giamaicani, Colin Powell era cresciuto nel Bronx e, dopo la laurea al locale City College, si era arruolato nell’esercito nel 1958. Dopo essere stato inviato per due volte in Vietnam negli anni Sessanta, venendo ferito in entrambe le occasioni e sopravvivendo a un incidente in elicottero, era tornato negli Stati Uniti per frequentare il National War College, dopo il quale aveva cominciato a far carriera nell’esercito. Nel 1987 Ronald Regan lo aveva nominato consigliere per la sicurezza nazionale, due anni dopo George H.W. Bush lo aveva scelto come capo del Joint Chiefs of Staff, chiamato a supervisionare le operazioni a Panama del 1989, la Guerra del Golfo del 1991 e la crisi umanitaria in Somalia.

Nel corso della sua carriera militare ha ricevuto la Congressional Gold Medal e la Presidential Medal of Freedom, le due più alte onoreficenze americane, entrambe nel 1991 dopo la liberazione del Kuwait, nonché due Bronze Star e due Purple Heart. Alle elezioni del 1996 era considerato uno dei favoriti nella corta alla presidenza, ma decise di non candidarsi denunciando una «scarsa passione» per la politica. «Questa vita necessità di una chiamata che non ho sentito», disse ai giornalisti nel 1995. «Fingere altrimenti non sarebbe onesto per me e per il popolo americano». Il suo nome spuntò anche nel 2000, ma preferì offrire il suo sostegno a George W. Bush, di cui sarebbe diventato segretario di Stato.

«L’America perde un grande servitore dello Stato», ha detto l’ex presidente dopo aver saputo della morte di Powell. «Era un uomo che amava il suo Paese e l’ha servito bene e a lungo», ha affermato Dick Cheney, che di Bush era vicepresidente quando Powell era segretario di Stato. «Il mondo ha perso uno dei più grandi leader che abbiamo mai visto. Alma ha perso un ottimo marito e la famiglia ha perso un padre fantastico. E io ho perso uno straordinario amico personale e un mentore», ha commentato l’attuale segretario alla Difesa Lloyd Austin. «Un vero patriota, il suo coraggio e la sua integrità saranno di ispirazione per le generazioni future», ha dichiarato l’ex presidente Jimmy Carter, che aveva assistito alla sua ascesa «Siamo stati onorati di lavorare insieme a lui nel rafforzare le comunità in America, risolverei i conflitti ad Haiti e monitorare le elezioni in Giamaica».

Corriere della Sera, 18 ottobre 2021

Il processo per l’omicidio di Ahmaud Arbery

Comincia oggi il processo ai tre uomini accusati dell’omicidio di Ahmaud Arbery, il 25enne nero ucciso in Georgia a febbraio dello scorso anno mentre faceva jogging per le strade di Brunswick. Per la sua morte, che aveva scatenato enormi proteste in tutti gli Stati Uniti, saranno giudicati l’ex poliziotto Gregory McMichael, il figlio Travis e l’amico William Bryan, i tre uomini bianchi (foto sotto) che la mattina del 23 febbraio lo inseguirono con un pickup e lo uccisero con due colpi di pistola, sostenendo che fosse un ladro che si aggirava fra le case vittoriane della loro cittadina. Per quasi tre mesi la giustizia aveva temporeggiato, finché non era emerso un video girato con il telefono da un anonimo testimone che mostrava la dinamica dell’omicidio.

A quel punto, era ormai maggio, le proteste di familiari, amici e attivisti si intensificarono e i tre uomini – che tuttora si dichiarano innocenti – furono portati davanti al grand jury per l’incriminazione, arrivata infine a giugno: passarono 74 giorni fra l’omicidio e l’arresto dei responsabili. Troppi, al punto che il mese scorso è stata rinviata a giudizio anche laprocuratrice distrettuale Jackie Johnson che per prima si occupò del caso, e che è accusata – ma lei nega categoricamente – di aver protetto i tre accusati: Greg McMichael aveva lavorato nel suo ufficio prima di andare in pensione nel 2019, e quella mattina la chiamò dicendo di essere rimasto coinvolto in una sparatoria insieme al figlio e di aver bisogno di un consiglio.

Oggi si comincerà con la selezione della giuria, che secondo il giudice potrebbe richiedere almeno due settimane: la cartolina della jury duty è stata inviata a mille residenti della contea di Glynn per assicurare la selezione di 12 giurati e 4 sostituti imparziali, un’impresa complicata dal fatto che vittima e imputati vivevano in un raggio di due miglia. «In molti conoscevano gli uni o l’altro», ha spiegato all’Associated Press il cancelliere del tribunale di Glynn, Ronald Adams.«“Non volevamo ritrovarci con pochi giurati qualificati». Oggi sono stati convocati circa 600 cittadini che hanno ricevuto la cartolina, mentre gli altri resteranno in attesa per una settimana.

Corriere della Sera, 18 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

America oggi: da Trump ai camionisti

L’ex presidente Bill Clinton è stato dimesso dall’ospedale dell’Università della California a Irvine, dove era ricoverato da martedì per una sepsi seguita a un’infezione urinaria. «La febbre e i globuli bianchi si sono normalizzati, tornerà a New York per proseguire la cura antibiotica», ha affermato il direttore del dipartimento di medicina di Irvine, il dottor Alpesh Amin.

È stato evitato lo sciopero di Hollywood. I produttori e i sindacati che rappresentano circa 60 mila lavoratori di cinema e televisione – fra gli altri operatori di ripresa, truccatori, tecnici del suono – hanno trovato un accordo all’ultimo minuto sabato, a 48 ore dalla scadenza di oggi, firmando un contratto di tre anni che ha permesso allo show di andare avanti: ai lavoratori sarà riconosciuta la festività di Martin Luther King e assicurate 10 ore di riposo fra un turno e l’altro.

Ha parlato in tv per la prima volta Christopher Steele, l’ex spia britannica che nel 2016 aveva realizzato l’omonimo dossier su Donald Trump e i suoi rapporti con la Russia. «Penso che i problemi che identificammo nel 2016 non sono spariti e forse sono peggiorati, dovevo chiarirlo», ha detto a George Stephanopoulos di Abc che gli chiedeva perché avesse deciso di parlare dopo cinque anni. Steele ha confermato tutto, compreso il famoso video di Trump in hotel con prostitute russe. «Probabilmente esiste, ma non posso esserne certo al 100%».

A proposito di Trump: da presidente fece di tutto per mettere la figlia Ivanka a capo della Banca mondiale, e ci arrivò vicinissimo. Solo il segretario al Tesoro Steve Mnuchin, fedelissimo trumpiano, riuscì a evitare la nomina, sostiene The Intercept.

Liceali camionisti: per sopperire alla crisi della logistica, alimentata fra le altre cose dalla carenza di camionisti, un liceo della California ha deciso di inserire nel programma un corso di guida di autocarri per gli studenti dell’ultimo anno. In America servono 68 mila camionisti, dato che il 25% dell’attuale forza lavoro si è avvicinato all’età pensionabile, e serve convincere i giovani finora poco attratti da un lavoro che considerano usurante, mal pagato e con pessimi orari.

Tensioni con il Venezuela: gli Stati Uniti hanno ottenuto l’estradizione di Alex Saab, un uomo d’affari colombiano molto vicino al presidente venezuelano Nicolás Maduro e accusato di riciclaggio. Saab era detenuto a Capo Verde da un anno ed è stato trasferito negli Stati Uniti. Mentre era in volo, Maduro ha fatto arrestare sei dirigenti petroliferi, cinque dei quali di nazionalità americana. Poi ha bloccato i negoziati del governo con l’opposizione appoggiata dagli Stati Uniti.

Corriere della Sera, 18 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

Pete Buttigieg sotto attacco dei repubblicani: in paternità durante la crisi della logistica

La pandemia ha fatto collassare la catena logistica globale, rallentando il trasporto di merci e materie prime in tutto il mondo, ma i repubblicani stanno accusando l’amministrazione Biden di voler sabotare le festività americane e ora hanno individuato un responsabile a cui addossare le colpe: il ministro dei Trasporti Pete Buttigieg. L’ex candidato alle primarie democratiche — nonché ex sindaco di South Bend, in Indiana — sarebbe colpevole di essersi preso un periodo di paternità nel pieno della crisi, dopo la nascita dei due gemelli adottati insieme al marito Chasten il 4 settembre. «È in congedo da agosto», ha sibilato giovedì sera Tucker Carlson, megafono delle più radicali idee conservatrici, nel corso del suo show televisivo su Fox News. «Congedo di paternità, lo chiamano: provano a capire come allattare al seno. Non c’è bisogno che vi dica come è andata».

La questione — già piuttosto divisiva negli Stati Uniti, che non prevedono un congedo parentale per i neogenitori: i democratici ne propongono uno di 12 settimane – era stata sollevata da una newsletter di Politico, che proprio giovedì mattina aveva definito il ministro solitamente onnipresente «Mia», missing in action, ovvero disperso in combattimento, fornendo un’arma ai conservatori. Il primo a cogliere la provocazione era stato il senatore dell’Arkanas Tom Cotton, per il quale Buttigieg «non sarebbe neanche in grado di organizzare un corteo funebre con una sola auto», ma i commenti omofobi del conduttore, noto per le sue dichiarazioni costantemente sopra le righe, hanno scatenato la dura reazione degli attivisti per i diritti Lgbtq: «Lo attaccano perché è un padre gay», dicono. Dalla sua parte si è schierata anche la Casa Bianca che, attraverso un tweet della portavoce Jen Psaki, ha definito Buttigieg «un modello, una conferma che è importante offrire un congedo parentale retribuito».

Il diretto interessato si è difeso definendo l’attacco «strano» e proveniente da «quel lato del Congresso che si vanta di essere a favore della famiglia», come ha chiarito in un’intervista a Msnbc. «Penso che semplicemente non capisca il concetto di allattamento con il biberon, per non parlare del congedo di paternità», ha detto di Carlson. «Questa amministrazione è davvero a favore della famiglia, sono felice di avere la flessibilità per prendermi cura dei nostri bambini. Che, vorrei ricordarlo, è un lavoro: bello, ma pur sempre un lavoro». Come ha notato il Washington Post, il dipartimento non ha mai comunicato ufficialmente che il ministro avrebbe preso un congedo, ma lo stesso Buttigieg aveva confermato con un retweet la scorsa settimana di aver preso una pausa, di essere tornato al lavoro e, come ha detto nell’intervista a Nicole Wallace di Msnbc, «di essere sempre stato disponibile 24 ore al giorno per le questioni che non potevano aspettare», a cominciare dalla crisi della logistica. «Il ministro è stato per lo più offline nelle prime quattro settimane di congedo, a parte per le decisioni più importanti che non potevano essere delegate», ha confermato una portavoce del dipartimento per i Trasporti. «Ora sta riprendendo l’attività ma continuerà a prendersi del tempo nelle prossime settimane per sostenere il marito e i suoi due bambini».

Corriere della Sera, 18 ottobre 2021 (pagina 15)

New York, incastrato il serial killer che uccideva i vicini nella residenza per anziani

Per sei anni un serial killer ha terrorizzato gli inquilini di Woodson Houses, un condominio per anziani che si trova fra Brownsville ed East New York, uccidendone tre senza che le autorità di New York abbiano realmente provato a fermarlo. Per i 450 residenti l’edificio — che occupa quasi un intero isolato fra due dei quartieri più pericolosi di Brooklyn — era sempre stato un rifugio, un «luogo di pace» dove poter vivere tranquillamente in comunità, finché non sono cominciati gli omicidi. La prima vittima, nel 2015, è stata Myrtle McKinney, una donna di 82 anni che abitava nell’appartamento 6M e fu uccisa con una coltellata alla gola; poi, nel 2019, toccò a Jacolia James, un’altra donna di 83 anni che abitava nell’unità 11C e fu strangolata nel corridoio del palazzo; infine, il 15 gennaio di quest’anno, è stato il turno di Juanita Caballero, che tutti conoscevano come Jenny, una 78enne che risiedeva nell’appartamento 6A ed è stata ritrovata morta con il filo del telefono stretto attorno al collo.

Proprio questo terzo omicidio ha permesso alla polizia di individuare il killer, un uomo di 66 anni di nome Kevin Gavin che abitava anche lui nella residenza di Powell Street, nell’appartamento 6E, allo stesso piano di due delle vittime: gli agenti avevano avuto dei sospetti già nel 2015, ma non aveva trovato prove sufficienti per arrestarlo. Secondo gli agenti Gavin, che aveva diversi precedenti per droga, potrebbe aver ucciso le sue vittime perché non gli avevano pagato i lavoretti di riparazione che aveva effettuato per loro: sistemava le antenne della tv, portava la spesa oppure raccoglieva bottiglie e spazzatura. Gavin si è dichiarato non colpevole e rischia l’ergastolo ma, a distanza di nove mesi dall’ultimo omicidio, un’inchiesta del New York Magazine ha ricostruito la catena di errori che gli hanno permesso di uccidere le tre vicine di casa — e forse altri inquilini come Henry Higgins, un 80enne in ottima salute trovato morto nel 2019 con dei lividi sulle costole — facendola franca per sei anni.

Jacolia James, uccisa nel 2019, abitava all’11CInnanzitutto la negligenza nelle indagini, che nel caso di McKinney hanno inizialmente determinato una morte per cause naturali malgrado la donna avesse una coltellata sul collo e nonostante mancassero le chiavi dell’appartamento e 800 dollari dal suo conto in banca, ritirati proprio nel weekend della sua morte. C’è voluto un mese per capire che si trattava in realtà di omicidio: ad accorgersi della ferita da arma da taglio sul retro del collo non fu un agente, ma il direttore dell’agenzia di pompe funebri che la stava preparando per il funerale. C’è stata poi un’evidente falla nella sicurezza da parte della New York City Housing Authority, l’ente che fornisce appartamenti popolari ai cittadini bisognosi e che avrebbe potuto prevenire almeno gli altri due decessi: i residenti e le famiglie delle vittime hanno a lungo chiesto l’installazione di telecamere — completamente assenti nell’edificio — e di aumentare la sorveglianza, visto che gli agenti (di una società privata) pattugliavano l’ingresso soltanto dalle 17 a mezzanotte, mentre il resto del tempo la lobby era affidata al controllo degli stessi inquilini.

Infine, ha giocato un ruolo anche la pandemia. L’omicida si era trasferito a Woodson Houses nel 2015 perché ci abitava il fratello Leon Gavin, che spesso veniva intervistato dai giornali dopo gli omicidi, un uomo benvoluto da tutti e conosciuto come «Music Man», perché organizzava piccole feste suonando musica dalle casse del suo scooter elettrico per disabili. Leon permetteva al fratello di dormire su un materasso adagiato sul pavimento ma alla sua morte, fu trovato senza vita nel suo appartamento ad aprile 2020, Kevin Gavin — ormai noto ai residenti come «Point» perché girava con un punteruolo da ghiaccio, ma anche per il suo occhio di vetro e l’abitudine di chiedere soldi per comprare crack — era riuscito a restare nell’appartamento da abusivo grazie alla moratoria sugli sfratti, voluta dall’ormai ex governatore Andrew Cuomo per salvaguardare i cittadini più deboli che non riuscivano a lavorare e quindi pagare l’affitto durante l’emergenza sanitaria: Kevin si rifiutò di restituire le chiavi sostenendo di non aver alcun posto dove andare, e la New York City Housing Authority non poteva portarlo in tribunale.

A gennaio la notizia dell’arresto di Kevin Gavin è stata accolta con sollievo dai parenti delle vittime, che tuttavia si sono detti furiosi per il ritardo con cui i detective hanno trattato i primi due casi come omicidio. «Mia madre è stata uccisa brutalmente, uccisa brutalmente», aveva dichiarato commosso al New York Times Steven Caballero, chiedendo giustizia per la madre Jenny e protezione per i suoi amici che ancora vivono nell’edificio. «Questo, ancora una volta, è un caso di razzismo sistemico, in cui le vite dei neri non hanno ricevuto l’attenzione, il tempo e le risorse necessarie. Crediamo che il New York Police Department sia stato negligente, c’è bisogno di un cambiamento sistemico», aveva dichiarato a febbraio la consigliera comunale Inez Barron, il cui distretto comprende il quartiere di Brownsville. «Se fossero stati anziani cittadini bianchi — ha rincarato il marito Charles Barron, parlamentare statale — avrebbero preso il caso più seriamente fin dall’inizio».

Corriere della Sera, 17 ottobre 2021

David Amess, l’assassino è il 25enne Ali Harbi Ali, figlio di un ex consigliere del premier della Somalia

L’assassino del deputato britannico David Amess si chiama Ali Harbi Ali, ha 25 anni ed è un cittadino britannico di origine somala. Suo padre Harbi Ali Kullane era un membro del governo di Mogadiscio, un ex consigliere delle comunicazioni del locale primo ministro che ha confermato ai reporter inglesi l’arresto del figlio. «Sono molto traumatizzato», ha detto al Sunday Times. «Non me lo sarei mai immaginato». Secondo il Mail on Sunday, il giovane — in custodia da venerdì, ma non ancora incriminato: gli inquirenti di Scotland Yard lo stanno interrogando per capire eventuali legami con gruppi islamici radicali e possono trattenerlo fino al 22 ottobre grazie al Terrorism Act — avrebbe pianificato l’attacco per oltre una settimana, prenotando un appuntamento all’incontro del 15 ottobre con gli elettori, dove si è recato in treno ha poi accoltellato il deputato conservatore per 17 volte. L’attentatore si è messo in fila assieme agli altri elettori, ma quando è giunto di fronte ad Amess ha sguainato un coltello e lo ha colpito ripetutamente. Dopo di che, il giovane non ha tentato di assalire nessun altro, ma è rimasto all’interno della chiesa in silenzio, aspettando che venissero ad arrestarlo.

In passato Ali Harbi Ali avrebbe vissuto proprio nel collegio elettorale di Amess, a Southend West, nell’Essex, ma si era trasferito nel Nord di Londra, in una strada esclusiva non distante dalla casa del leader laburista Keir Starmer. La famiglia vive invece in una casa vittoriana di Camden, dove affitta gli ultimi due piani e dove il killer è cresciuto insieme ai fratelli. «Viviamo qua da vent’anni e loro ci sono sempre stati, da quando i ragazzi erano molto piccoli», ha raccontato un vicino al Daily Mail. «Per quanto ne so erano una bella famiglia. Tanto tempo fa c’era stato un incidente che aveva coinvolto uno dei fratelli e la polizia, ma niente di recente. Poi ieri abbiamo visto gli agenti entrare e uscire tutto il giorno, hanno perquisito la casa approfonditamente e sono anche andati nel giardino sul retro nel caso qualcosa fosse stato tirato dalle finestre». Secondo fonti dei quotidiani britannici, Ali non era mai stato un «soggetto d’interesse» per i servizi del Mi5, ma in passato era stato indirizzato a «Prevent», il programma governativo di prevenzione dell’estremismo, quindi era considerato un soggetto a rischio di radicalizzazione.

Corriere della Sera, 17 ottobre 2021

Etica ed eccessi: da Cristoforo Colombo a Kevin Spacey, storie di cancellazioni

C’è stato un momento in cui Kevin Spacey era l’attore più ricercato d’America: Frank Underwood, il personaggio che interpretava nella serie tv House of Cards, era arrivato alla presidenza, lui vinceva premi e veniva scritturato per film di primo piano. Poi, il 29 ottobre 2017, l’attore Anthony Rapp raccontò di essere stato molestato a 14 anni da Spacey, che all’epoca di anni ne aveva 26: Spacey disse di non ricordare, si scusò, ma altri quindici giovani uomini lo accusarono di comportamenti impropri e lui venne cancellato. Da allora non si è visto più in giro, diventando una delle vittime più note della cancel culture, la pratica di non supportare più persone, aziende o istituzioni che sono considerate inaccettabili dal punto di vista etico.

Questa cultura della cancellazione nasce spesso fra i giovani o nei campus universitari, e decolla attraverso i social network colpendo indistintamente colpevoli e innocenti, cancellando storia, letteratura, musica, e persino facendo cadere le statue. Ad esempio quelle confederate, abbattute in tutti gli Stati Uniti in quanto simbolo del suprematismo bianco e del razzismo sistemico, quello insito nelle istituzioni che hanno sempre avvantaggiato i bianchi rispetto ai neri, ma anche quelle di Cristoforo Colombo — che, a seconda dei punti di vista, ha scoperto l’America o si è reso colpevole di genocidio dei nativi — o di Italo Balbo, semplicemente fascista. Ma anche quelle di Abraham Lincoln o Thomas Jefferson, i padri di una patria che — giudicata secondo gli standard moderni — è stata fondata sulla schiavitù. La battaglia era cominciata proprio da un simbolo confederato in South Carolina, nel 2015, dopo la strage in una chiesa afroamericana di Charleston: la governatrice repubblicana Nikki Haley accettò di rimuovere la bandiera Dixie dei secessionisti, simbolo di odio e segregazione, che dagli Anni Sessanta sventolava dalla cupola del parlamento statale.

Da lì in poi, i casi sono stati centinaia, celebri e meno noti: un manager tech bianco che aveva insultato una famiglia filippina in un ristorante della California e che fu costretto a dimettersi; il batterista dei Police, Stewart Copeland, accusato di essere figlio di una spia e quindi complice di colonialismo e genocidio; il direttore delle opinioni del New York Times costretto a lasciare il proprio lavoro per aver pubblicato un intervento controverso (di un senatore) e così via. La cancel culture non è un movimento, non ha leader e non c’è un’ideologia di fondo, ma spesso viene associata all’estrema sinistra e alla “cultura woke”, quella di chi è in stato di allerta contro le micro-aggressioni subite dalle minoranze.

Ed è così divisiva che persino la rivista Harper’s, decisamente progressista, ha pubblicato lo scorso anno un appello firmato da 153 intellettuali che denunciavano l’atmosfera “soffocante” che ha prodotto. «Il modo di sconfiggere le idee sbagliate è mettendole in luce, discutendone, criticandole e convincendo gli altri, non cercando di metterle a tacere», avevano scritto fra gli altri Margaret Atwood, Salman Rushdie, Noam Chomsky, Francis Fukuyama, Gloria Steinem e Garry Kasparov. «Rifiutiamo di dover scegliere tra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra».

Sette, 15 ottobre 2021 (pag 29)

Assalto al Congresso: l’omertà dei trumpiani e il pugno duro della commissione

La commissione bipartisan della Camera che indaga sul 6 gennaio si sta scontrando con l’omertà dei trumpiani ed è costretta a usare il pugno duro per ottenere la cooperazione degli ex funzionari dell’amministrazione. Ieri l’organo selezionato dalla speaker Nancy Pelosi ha diramato un mandato di comparizione per Jeffrey Clark, un ex funzionario del dipartimento di Giustizia che provò a usare risorse del suo ministero per sostenere la teoria delle frodi elettorali sbandierata dall’ex presidente ed è considerato un testimone chiave, ma non ha ottenuto risposte dal suo avvocato. «La commissione vuole capire tutti i dettagli riguardanti i tentativi all’interno della precedente amministrazione di ritardare la certificazione delle elezioni 2020 e di amplificare la disinformazione sul risultato», ha affermato in un comunicato il presidente della commissione, il democratico del Mississippi Bennie Thompson. «Dobbiamo comprendere il ruolo di Mr. Clark in questo piano e capire chi fosse coinvolto all’interno dell’amministrazione. Ci aspettiamo che Mr. Clark cooperi con l’indagine».

La difficoltà principale della commissione, che ieri ha ascoltato per otto ore l’allora ministro di Giustizia ad interim Jeffrey Rosen, è però proprio di ottenere la cooperazione dei lealisti trumpiani, che si rifiutano di presentarsi davanti alla commissione, composta da sette democratici e due repubblicani. I nove deputati vorrebbero mantenere un ritmo di deposizioni serrato e ascoltare questa settimana l’ex consigliere Steve Bannon, l’ex capo dello staff Mark Meadows, il suo vice Dan Scavino e il capo dello staff del ministero della Difesa Kash Patel, ma tutti sono stati invitati al silenzio da Trump citando il privilegio dell’esecutivo, il diritto del governo a mantenere segrete le comunicazioni.

Appellandosi a questa immunità, ieri l’avvocato di Bannon ha inviato una lettera alla commissione informando i membri che l’ex consigliere non fornirà documenti né testimonianze. L’ex consigliere — ha spiegato l’avvocato Robert Costello — potrebbe cambiare idea se la questione del privilegio dell’esecutivo sarà risolta dal tribunale. La commissione è quindi messa alle strette, e minaccia di perseguire legalmente chi non dovesse presentarsi. «Siamo tutti d’accordo — ha spiegato il deputato democratico della California Adam Schiff, che rappresentava l’accusa durante il primo impeachment di Trump — che chi non dovesse rispondere alle nostre domande senza giustificazione sarà citato per oltraggio alla corte e rinviato al dipartimento di Giustizia».

Corriere della Sera, 14 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

Razzismo, vaccini (e proteste dei fan): non è più lo stesso country

La musica country sta avendo una crisi d’identità, o quanto meno soffre di un disturbo bipolare. Da un lato persiste lo stereotipo che ritiene tutti i fan del genere ardenti conservatori che vivono in cittadine del Sud o del Midwest, scrive il Washington Post, ma dall’altro cominciano a emergere appassionati in tutto il resto del Paese, in particolare sulle coste, che hanno background differenti e che provano un po’ di disagio per il mondo «troppo bianco del country» o per le focose dichiarazioni partigiane di alcuni musicisti. L’ultimo è stato Jason Aldean, superstar sopravvissuta alla strage dell’Harvest Festival nel 2017, che nelle ultime settimane ha aizzato i suoi 3,5 milioni di fan su Instagram contro il presidente Joe Biden e contro l’obbligo vaccinale imposto nelle scuole dal governatore democratico della California Gavin Newsom. «La gente dovrebbe far sentire la propria voce», ha scritto Aldean, rifiutando di scusarsi «per le mie convinzioni, per l’amore per la mia famiglia e il mio Paese».

Questa retorica divisiva ha spiazzato molti fan moderati, che ora si domandano se valga la pena «sostenere gente che fa più male che bene», come ha sintetizzato al quotidiano Gina Maria Urizar, una donna di San Jose che segue la musica country da trent’anni e che si definisce «al centro dello spettro politico»: in un’epoca segnata da una invalicabile barricata ideologica, del resto, i fan cominciano a chiedersi se valga la pena associarsi a performer di cui non sostengono i principi morali, e alcuni hanno preso le distanze dal genere dopo le elezioni del 2016 che hanno scavato un solco profondo nel Paese. «Mi manca la musica», ha spiegato Jackie, una donna di San Diego che preferisce restare anonima, «ma cerco di scegliere responsabilmente i media a cui lascio spazio nel mio cervello».

Se alcune star come i Brothers Osborne, Tim McGraw e Faith Hill non hanno nascosto le proprie idee liberal o il fatto di aver effettuato donazioni per la campagna di Biden, della maggior parte dei musicisti è spiccato il silenzio durante le proteste che hanno seguito l’omicidio di George Floyd lo scorso anno, ma anche le violazioni dei protocolli sanitari durante la pandemia o gli scandali, come quello che ha coinvolto la stella Morgan Wallen, registrato in video mentre usava la famigerata parola che comincia per «N» e che ha subito soltanto leggere conseguenze. Un raro tentativo di incentivare la diversità è stato portato avanti dal network Cmt, che ieri sera durante lo speciale Artists of the Year ha reso omaggio a Kane Brown e Mickey Guyton, due dei pochi artisti di colore che firmati con le case discografiche di Nashville.

Corriere della Sera, 14 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

Dave Chappelle offende i trans? A Netflix si sciopera

C’è fermento nei corridoi di Netflix, a causa della popolare serie di stand-up comedy di Dave Chappelle che ha offeso un dipendente transgender della società di streaming. Uscita una settimana fa, The Closer ha avuto grande successo ma ha causato una rivolta interna, scatenata in particolare dalle dichiarazioni del co-ceo della società Ted Sarandos, che ha espresso pubblico sostegno per il comico garantendo la libertà di «espressione artistica» e ha confermato con due memo interni che Netflix non ritirerà la serie, il cui contenuto, ha spiegato, «non si traduce in pericoli reali».

E così, in tutta risposta, mercoledì prossimo un migliaio di dipendenti solidali con il collega transgender che si è sentito offeso dalle battute di Chappelle — fra le altre cose ironizza sull’identità di genere e difende le dichiarazioni «transfobiche» di J.K. Rowling, la «mamma» di Harry Potter — insceneranno un walkout, una sorta di sciopero uscendo dal quartier generale di Netflix.

«Il memo è stato irrispettoso», sostiene anonimamente il dipendente che ha dato avvio alla rivolta. «Non ha aperto a una discussione sull’argomento, come succede di solito». Anzi, all’inizio della settimana Netflix aveva anche sospeso tre dipendenti — fra cui un ingegnere transgender, non è chiaro se lo stesso che ha aperto la contesa — colpevoli di aver preso parte a una riunione sull’argomento e di essersi espressi contro la serie di Chappelle, ma sono poi stati reintegrati per schivare il contraccolpo negativo della decisione.

Corriere della Sera, 14 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

America 2021: l’anno delle dimissioni

Ad agosto 4,3 milioni di americani hanno rassegnato le dimissioni, il 2,9% della forza lavoro, un record assoluto che supera il precedente primato stabilito ad aprile, quando furono 4 milioni, il 2,7% del totale. Che la pandemia abbia avuto un effetto dirompente sul mondo del lavoro era noto da tempo, ma questi dati mensili pubblicati ieri nel rapporto Jolts del dipartimento del Lavoro rendono bene le dimensioni del terremoto che ha colpito l’economia americana e soprattutto indicano la direzione in cui si sta sviluppando: rispetto all’inizio dell’emergenza sanitaria, quando oltre 20 milioni di persone hanno perso il lavoro all’improvviso perché le loro aziende avevano chiuso, ora sono gli stessi dipendenti a lasciare il posto, spesso senza avere niente in mano, per cercare opportunità o stipendi migliori, ma anche maggiore flessibilità. «Se non sei felice del tuo lavoro o vuoi un aumento, in questa situazione è piuttosto facile trovarne uno nuovo», sintetizza a Cnn Gus Faucher, capo economista di Pnc.

Rispetto alla primavera 2020 il tasso di disoccupazione è calato ma il potere non è più in mano al datore di lavoro, bensì ai dipendenti stufi di impieghi mal pagati, senza alcun benefit, che richiedono lunghi spostamenti oppure orari faticosi. In quasi tutti i settori tracciati dal Bureau of Labor Statistics, infatti, i lavoratori stanno lasciando in numero record, ai massimi dal 2001, quando è cominciata la raccolta dei dati: ad agosto quello alberghiero e della ristorazione ha perso 892 mila dipendenti, nel retail sono 721 mila, in quello dei servizi professionali sono 706 mila e altri 534 mila nel settore sanitario. «Si parla molto di “grandi dimissioni” e di “storica carenza del lavoro nel 2021”, e non sono iperboli», ha spiegato al Washington Post Julia Pollack, economista di ZipRecruiter.

Di norma sarebbe un segno di fiducia nell’economia, notano gli analisti, ma ora si è aggiunto un elemento di imprevedibilità. «C’è grande domanda, e le persone lasciano il proprio lavoro in cerca di opportunità migliori», spiega al Post l’economista Nick Bunker. Nonostante manchino ancora 5 milioni di posti rispetto ai livelli precedenti alla pandemia, infatti, le offerte di lavoro sono tantissime, i dipendenti hanno più scelta e i datori fatto fatica ad assumere in molti settori — in particolare quello alberghiero, della ristorazione e dell’edilizia — se non aumentando gli stipendi. In alcuni Stati i funzionari repubblicani hanno pensato di risolvere il problema durante l’estate tagliando i sussidi federali per la disoccupazione, ma gli effetti sono stati pressoché impercettibili: nonostante la quantità record di lavori disponibili, 10,4 milioni alla fine di agosto, il mese successivo l’economia ha guadagnato soltanto 194 mila posti di lavoro.

Corriere della Sera, 13 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)