Le «sorprese» di Zaluzhny, il generale che ha inventato la resistenza ucraina

Nessuno, neppure gli alleati occidentali che hanno previsto ogni mossa del Cremlino e addestrato per anni le forze di Kiev, si aspettava che l’esercito ucraino avrebbe fermato — e poi respinto — l’Armata russa. La resistenza ha tenuto e, dopo sei mesi di combattimenti intensi, è riuscita a riconquistare circa 6 mila chilometri quadrati di territorio, tagliando le linee di rifornimento nemiche. A guidare l’esercito di Kiev in questo risultato sorprendente, che ha segnato una svolta nel conflitto, è stato il generale Valeriy Zaluzhny, l’uomo che a luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha messo a capo delle forze armate ucraine.

In quei giorni d’estate, mentre i russi ammassavano uomini e mezzi al confine, Zelensky non credeva ai rapporti dell’intelligence che prevedevano un’invasione imminente. Zaluzhny, insieme ad altri ufficiali, cominciò invece ad attuare cambiamenti sostanziali. «Quando verrà scritta la storia di questa guerra», ha affermato il settimanale americano Time, che gli ha dedicato la copertina di questa settimana, «Zaluzhny avrà un ruolo di primo piano».

Nato nel 1973 in una guarnigione militare nel nord dell’Ucraina, Zaluzhny fa parte di una generazione di alti ufficiali cresciuti in Unione Sovietica, ma che negli ultimi anni hanno lavorato per trasformare l’esercito ucraino, passato da un «goffo modello sovietico» a una struttura moderna. Se la dottrina militare russa si basa infatti sulle decisioni imposte dall’alto, Zaluzhny ha scelto una maggiore flessibilità, dando fiducia ai comandanti sul campo. «Sono cresciuto con la dottrina militare russa», ha spiegato a Time, dicendosi un grande ammiratore del suo rivale, il capo di Stato maggiore russo Valery Gerasimov. «Ho letto tutto quello che ha scritto».

Eppure, quando nel 2014 è diventato il comandante delle truppe che combattevano in Donbass, il generale Zaluzhny ha cominciato ad adottare le prime modifiche strutturali, richiamandosi al modello americano che aveva approfondito durante gli studi. Il percorso, tuttavia, è stato costellato di fallimenti: prima le esercitazioni militari del 2020, quando i Javelin — i missili anti-carro rivelatisi poi fondamentali nella prima fase del conflitto — fecero fiasco davanti al presidente Zelensky; poi, all’inizio di febbraio, una simulazione dell’offensiva russa mostrò le falle nelle difese ucraine.

Quelle esercitazioni erano al centro della strategia di difesa ucraina, ma i comandanti non le prendevano seriamente. «Ho urlato per un’ora», ha raccontato a Time. «Ho provato a far capire loro che, se non fossero riuscite, ci sarebbero costate non solo la vita, ma anche il nostro Paese». È stato allora che si è strutturata la campagna agile della resistenza. I generali hanno cominciato a spostare e camuffare il materiale, a muovere truppe e armi in giro per il Paese, a trasferire aerei, carri armati, blindati e batterie antiaeree. I dettagli della strategia, però, furono mantenuti segreti, per evitare di perdere l’effetto sorpresa.

«Ci serviva che gli avversari pensassero che fossimo nelle nostre basi a fumare erba, guardare la tv e fare post su Facebook». Quando il 24 febbraio le truppe russe hanno varcato i confini, gli ucraini invece erano pronti e avevano due obiettivi strategici. «Non potevamo perdere Kiev», spiega Zaluzhny. «Al tempo stesso, in tutti gli altri vettori, dovevamo fargli buttare sangue anche a costo di perdere territorio». Hanno quindi permesso ai russi di avanzare, per poi colpire la testa delle loro colonne e le linee di rifornimento nelle retrovie.

L’Armata, però, non ha cambiato approccio. «Continuavano a mandare i propri uomini al massacro e per me era lo scenario migliore», ha spiegato il generale, che ha cominciato a credere di poter vincere. Poi, in estate, ha puntato di nuovo sull’effetto sorpresa, «accecando» il nemico: ha annunciato una controffensiva a sud, spingendo i russi a riposizionare le truppe, poi ha attaccato a nordest.

Corriere della Sera, 27 settembre 2022 (pag 23 del 28 settembre)

Ucraina, la battaglia «nascosta» di Kherson: il fronte sud in cui si può decidere questa fase della guerra

La battaglia «nascosta» di Kherson cancella vite, mezzi, infrastrutture. Infatti tanti russi non vogliono morire per la città lontana e si oppongono alla mobilitazione. Altri combattono subendo perdite nei loro ranghi e infliggendone di pesanti agli ucraini che, non a caso, restano riservati su questa parte di offensiva.

Nel settore Nord Est-Est la resistenza avanza, consolida i successi nell’area di Lyman, respinge i contrattacchi degli invasori. Diverso il quadro a sud, dove incontra una dura opposizione: lo confermano le notizie scarne e i racconti degli inviati occidentali. Un reportage del New York Times riporta le voci dei militari di Kiev, sono loro stessi a descrivere senza reticenze l’alto numero di caduti, i tank distrutti e il consueto riferimento alla «mancanza di munizioni». Una carenza, quest’ultima, per certi aspetti sorprendente visto che lo Stato maggiore ha preparato la spallata e dunque avrebbe dovuto avere scorte. Allo stesso tempo attaccare è più dispendioso, ci si espone, si rischia.

Sono sempre narrazioni parziali — è difficile avere il quadro attendibile — che fotografano fasi temporanee. Anche se era noto che gli invasori aspettavano l’assalto nel quadrante meridionale. Infatti hanno preferito attestarsi su una seconda linea ben organizzata fatta di trincee, postazioni ben protette, sbarramenti e l’immancabile fuoco dell’artiglieria. L’esercito di Zelensky ha provato a scardinarla bombardano per giorni le retrovie, ha centrato depositi e ponti per minacciare la logistica. Tuttavia — se sono attendibili le ricostruzioni dal campo — i russi hanno mostrato grande tenacia rendendo costoso ogni singolo centimetro di progressione. L’esperto Tom Cooper, nel suo ultimo post, afferma che la situazione è più o meno la stessa da circa due settimane.

La tenuta dell’Armata nello scacchiere meridionale ha un valore politico per il Cremlino, la città di Kherson agli occhi del neo-zar è un trofeo di conquista, rientra nel programma di annessione. Conta meno per il cittadino russo o per chi si ritrova al fronte dopo un training accelerato. Infatti è stato detto che Vladimir Putin in persona ha ordinato ai suoi generali di non ripiegare e gli ufficiali, per settimane, si sono dedicati alla preparazione del «bastione», ricorrendo ad ogni mezzo disponibile nel loro arsenale. Qui sono arrivati rinforzi da Kharkiv, mossa che ha reso ancora più leggero il già debole dispositivo in quella zona ma ha puntellato i Battaglioni che dovevano fronteggiare la puntata avversaria in direzione di Kherson. Altri potrebbero aggiungersi man mano che Mosca prosegue nel rastrellare uomini nelle repubbliche lontane e forma nuovi plotoni. La maggior parte degli osservatori internazionali è sempre dell’idea che siano carne da cannone.

Corriere della Sera, 25 settembre 2022

Putin guarda oltre il 2023: «Vuole spingere l’Ucraina a restare senza proiettili prima che la Russia finisca i soldati»

«L’obiettivo è spingere l’Ucraina a restare senza proiettili prima che la Russia finisca i soldati a disposizione». L’affermazione è dell’esperto tedesco Gustav Gressel, schietto nel tracciare lo scenario futuro del conflitto dopo la mobilitazione decretata dal Cremlino.

Mosca avrà a disposizione centinaia di migliaia di uomini e dovrà prepararli. Molti non sono ritenuti di qualità, ma i reclutatori potrebbero non avere fretta. Il programma — come sottolinea anche un report dell’istituto britannico Rusi — è di arrivare all’inverno con un contingente riorganizzato. E la quantità incide. Gli ucraini hanno bisogno di più forze per condurre operazioni — i successi recenti sono stati conseguiti quando erano in vantaggio numerico — ; serviranno scorte e rincalzi a sufficienza; dovranno anche loro creare unità da lanciare sul campo (sono in corso i programmi multinazionali di training in Gran Bretagna e altrove). Sempre Gressel sottolinea che le armi più precise possono fermare le grandi «masse», però per la resistenza non sarà comunque facile. È un giudizio diretto, che invita a non cullarsi nella compiacenza dopo le recenti sconfitte sofferte dall’Armata. Stesso monito del Rusi e, se vogliamo, stesso consiglio del Pentagono.

Il neo zar — ribadiscono gli osservatori — vuole prolungare il conflitto ben oltre il prossimo inverno, superando il 2023. Punta sull’erosione del nemico, scommette sui problemi politici in Occidente, proverà a sfruttare tensioni diplomatiche e sociali nei Paesi donatori. Spera che il flusso di aiuti bellici incontri opposizione, infatti in queste ore i dirigenti moscoviti hanno ripetuto che l’impiego di sistemi Nato aumenta i rischi di uno scontro globale. C’è una buona dose di propaganda, che trova però sponda nell’estrema prudenza della Casa Bianca sull’invio di munizionamento con raggio d’azione di 300 chilometri, eventuali caccia e tank. Un’indecisione criticata da quanti a Washington spingono per dare a Zelensky ciò che chiede con insistenza. Qualche indicazione potrebbe uscire dal summit alleato previsto per il 28 a Bruxelles e dedicato proprio alla programmazione futura dell’assistenza (scorte, pezzi di ricambio, mezzi, produzione). La parola d’ordine è «lungo termine».

La falange di commentatori ed esperti naturalmente non dimentica l’elenco dei punti deboli per gli invasori. Mancanza di ufficiali e sottufficiali, comandi deficitari e rigidi, bassa coesione ed efficienza dei Battaglioni, materiale a disposizione, il morale di fanti costretti ad andare al fronte, capacità di nutrire un apparato gigantesco mentre le linee di rifornimento potrebbero non bastare o essere colpite. Nodi cronici, quasi storici, mescolati a quelli più recenti. A conferma dei quali è arrivato l’annuncio di un nuovo cambio: il generale Dmitry Bulgakov, viceministro della Difesa e massimo responsabile della logistica, lascia il comando al pari grado Mikhail Mizintsev. Che, a giudicare da quanto visto in questi mesi, avrà molto da lavorare per armare le reclute, far funzionare i corazzati, riparare i mezzi usurati dalle battaglie e rigenerare quelli tirati fuori dai depositi.

Soprattutto — se sono vere le indiscrezioni — dovrà rispettare le disposizioni dei vertici politici. Dopo le rivelazioni della Cnn, anticipate ieri, sono arrivati i dettagli del New York Times. Fonti statunitensi ribadiscono che Putin si è intromesso nella gestione della campagna opponendosi ad un ripiegamento nella regione di Kherson, decisione costata perdite e motivata dalla necessità di non subire l’umiliazione patita a Kharkiv. Il leader avrebbe poi stabilito contatti diretti con i comandanti regionali in quanto non si fidava dei rapporti inoltrati dal ministro della Difesa Sergei Shoigu e dal capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov. Nell’articolo si riparla dei dubbi dei gerarchi sull’offensiva su Kiev ma anche di rapporti poco fedeli sullo status della truppa. Un insieme di fattori che avrebbero creato tensioni in un apparato non pronto per la missione. Ora Putin ci riprova dispiegando il possibile.

Corriere della Sera, 24 settembre 2022 (pag 10 del 25 settembre)

Il primo effetto della mobilitazione: Putin torna a dettare l’agenda della guerra

Dopo settimane passate a incassare colpi e sconfitte, Vladimir Putin prova a riprendere l’iniziativa. Per ora a livello di messaggi, più avanti vedremo quali saranno le ripercussioni belliche. L’ordine di mobilitazione e le minacce sul nucleare (oggi negate) si impongono sull’agenda quotidiana della crisi. È il Cremlino a definire — almeno temporaneamente — di cosa si deve «parlare», mentre gli avversari rispondono direttamente o valutano la reazione. La Casa Bianca ammonisce Mosca sulle conseguenze di una scelta catastrofica e lascia trapelare che da mesi ha trasmesso segnali in questo senso attraverso i canali diplomatici. Gli analisti insistono su un tema «arato» in modo quotidiano: il gran numero di soldati difficilmente si tradurrà in qualità.

Ritorna poi anche una vecchia storia: il neo-zar in persona darebbe ordini diretti ai generali, intromettendosi nella gestione dell’operazione speciale. Interventi poco graditi dagli alti ufficiali, almeno questo emergerebbe da intercettazioni americane rivelate dalla Cnn. Può essere vero, ma anche una storia da prendere con la consueta cautela.

Sul terreno intanto c’è sempre grande attenzione ai fiumi. Nella regione di Kharkiv gli invasori hanno costituito le linee di difesa a est dell’Oskil, e notizie delle ultime ore sostengono che gli ucraini sarebbero riusciti ad avanzare ulteriormente. A sud c’è il Dnipro, i guadi che diventano trappole, le soluzioni provvisorie create dal Genio, i ponti. Poi c’è quello di Kerch, che collega la Crimea annessa militarmente da Putin nel 2014 alla «madre patria», e che la Difesa ucraina minaccia di colpire con gli Himars.

Due annotazioni. Analisti occidentali pro-Kiev invocano la fornitura da parte della Nato di munizionamento a lungo raggio in grado di fare danni maggiori sulle infrastrutture «fisse». L’ex generale Ben Hodges ha dichiarato, all’opposto, che il ponte di Crimea deve restare in piedi in quanto serve lasciare una via di fuga al nemico, siano civili o militari. La guerra di informazione dei due campi diffonde immagini di pontoni, di attraversamento dei corsi d’acqua, di blindati semi-affondati. È una lotta continua, costruiscono un passaggio e gli altri lo mettono fuori uso. Azione ripetuta molte volte su tutti i fronti, fintanto che non si riesce a creare posizioni difendibili, anche sotto il tiro d’artiglieria pesante.

Crescono, infine, segnalazioni sull’impiego di droni kamikaze iraniani Shahed 136. Uno di questi velivoli ha colpito un’area di Odessa, in Mar Nero. Teheran — secondo l’intelligence — ne avrebbe forniti alcune centinaia: sono mezzi che permettono azioni in profondità avendo un raggio d’azione superiore ai 1.800 chilometri; affiancano l’uso dei missili; è difficile contrastarli; creano pressione. Pochi giorni fa sono stati gli stessi ucraini ad ammettere l’efficacia di queste armi responsabili della distruzione di cannoni semoventi. E Kiev, in queste ore, ha annunciato di averne abbattuti alcuni. Sviluppi accompagnati dalla decisione del governo Zelensky di ritirare l’accredito all’ambasciatore dell’Iran, mossa di protesta unita all’ordine di ridurre il numero di diplomatici della Repubblica islamica.

Corriere della Sera, 23 settembre 2022 (pag 13 del 24 settembre)

Putin e la mobilitazione parziale: quando si vedranno gli effetti sul campo, in Ucraina?

La mobilitazione parziale ordinata mercoledì da Vladimir Putin ha effetto immediato, ma potrebbero volerci mesi per vederne le conseguenze — se mai se ne avranno — sui combattimenti in Ucraina.

Questo, in sintesi, è il pensiero degli analisti che da mesi stanno studiando il comportamento dell’Armata sul campo e che ritengono la chiamata alle armi del presidente russo soprattutto una mossa per alzare la tensione e uscire dalla situazione di difficoltà in cui i suoi soldati si sono ritrovati dopo la controffensiva russa. Secondo alcuni è possibile anche che questa massa umana — 300 mila riservisti, che si dovrebbero aggiungere ai 150/190 mila già in Ucraina — serva a creare un nuovo stallo in vista dell’inverno, rallentando l’avanzata della resistenza. Mosca sa di non poter capovolgere la situazione, è la tesi, ma di poterla cristallizzare.

Il decreto firmato mercoledì dal Putin mira infatti a risolvere il problema principale dell’esercito russo, ovvero la carenza di soldati addestrati e motivati, in particolare dopo le gravi perdite — decine di migliaia di vittime secondo le intelligence occidentali — subite in battaglia.

Sui numeri girano molte versioni: un quotidiano russo ha sostenuto che in realtà il neo-zar punta a coinvolgere un milione di individui, ipotesi però smentita. Secondo Michael Kofman, direttore degli studi russi al Cna di Washington, la mobilitazione permetterebbe di prendere di petto la questione, anche perché impedirebbe ai soldati a contratto di lasciare la divisa. Restano tuttavia dubbi sulle effettive capacità di coloro che saranno chiamati alle armi, anche se al momento si parla soltanto di persone che hanno effettuato il servizio militare: dopo la leva, infatti, i riservisti russi non vengono più richiamati per periodi di addestramento.

A Mosca, alcuni uomini in età da combattimento hanno raccontato al Washington Post di essere stati convocati per un training di 15 giorni, quindi molto breve. Lo stesso si è verificato in almeno altre tre città. Questo confermerebbe un problema cronico, rilevato nei giorni scorsi da un rapporto dell’istituto britannico Rusi: la debolezza dell’Armata in Ucraina dipende proprio dall’addestramento, considerato insufficiente, effettuato per unità e limitato a compiti specifici.

L’esercito russo si affida a una dottrina militare elegante e avanzata, ma è concepito per combattere guerre brevi e ad alta intensità: senza una piena mobilitazione nazionale non ha abbastanza uomini né una struttura logistica adeguata.

La leadership, nota inoltre il rapporto, è dittatoriale e basata sulla paura: questo genera truppe poco motivate, soldati che per timore di punizioni continuano a eseguire gli ordini anche quando le priorità sono cambiate, uno scarso attaccamento alla divisa che obbliga l’Armata a ricorrere alle giovani reclute, quelle che nella battaglia ucraina si sono trasformata in carne da cannone. Per questo, sostiene l’autore del rapporto Jack Waitling, la mobilitazione non sarà sufficiente a cambiare l’andamento del conflitto.

Gli effetti, in ogni caso, non saranno immediati
. Per vedere questi 300 mila riservisti sul campo potrebbero volerci settimane, se non mesi: devono essere individuati, addestrati, equipaggiati e inviati in Ucraina. L’esercito russo, come detto, non ha inoltre una riserva come quelle occidentali, che ricevono un addestramento regolare e possono essere inviate in battaglia con uno sforzo relativo basso: preparare questi uomini alla battaglia richiederà quindi un tempo maggiore.

Intanto sull’Ucraina hanno ricominciato a cadere i missili, la strategia adottata dall’Armata nei momenti di difficoltà. Giovedì è stata colpita la regione di Zaporizhzhia, dove si trova la centrale nucleare più grande d’Europa, una delle quattro aree in cui nel weekend si terrà il referendum per l’annessione alla Federazione. Una ventina di missili hanno centrato anche la città di Nikopol, nell’oblast di Dnipro, sull’altra sponda dell’omonimo fiume ma distante appena dieci chilometri dai reattori. La resistenza, invece, avrebbe ripreso la spinta nel settore di Lyman, guadagnando porzioni di territorio.

Corriere della Sera, 22 settembre 2022 (pag 6 del 23 settembre)

I referendum e l’ombra dell’atomica: così Putin usa la minaccia estrema contro l’Occidente

Nel discorso televisivo alla nazione con cui ha annunciato la mobilitazione parziale e segnato il passaggio dall’operazione militare «speciale» alla guerra reale, Vladimir Putin ha denunciato la «retorica nucleare pericolosa e sconsiderata» della Nato, che vuole «indebolire, dividere e distruggere la Russia». Gli alleati occidentali si affidano alla «minaccia nucleare», ha detto, ma «se la sua integrità territoriale sarà minacciata, la Russia userà tutti i mezzi a disposizione per difendere il Paese e la popolazione»: parole che lasciano presupporre un ricorso alle armi nucleari nel caso la Russia dovesse sentirsi minacciata. «Questo — ha aggiunto — non è un bluff».

Se finora l’uso di armi nucleari era stato considerato possibile ma poco probabile dalle intelligence occidentali, le stesse che hanno predetto con largo anticipo ogni mossa del neo-zar in questo conflitto, la situazione potrebbe essere improvvisamente cambiata con i referendum indetti dalle autorità filorusse nei territori occupati dell’Ucraina che, anche se probabilmente caratterizzati da brogli e non riconosciuti dal diritto internazionale, permetteranno al Cremlino di dichiarare le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia parti integranti della Federazione russa. E, di conseguenza, sotto attacco da parte delle forze ucraine, per di più con le armi fornite dagli alleati.

Putin del resto ha ricordato più volte che, già ai tempi della Guerra fredda, l’Unione Sovietica prevedeva la possibilità di ricorrere all’atomica nel caso in cui il territorio nazionale fosse minacciato dal nemico. Le sue parole sono state interpretate come un segno di debolezza, ma anche come un tentativo di alzare la tensione. «Ha fatto una minaccia nucleare all’Europa», ha sintetizzato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden rivolgendosi all’Assemblea generale dell’Onu. «Non è una novità, lo ha già fatto in passato», ha replicato il segretario della Nato Jens Stoltenberg. «Sa perfettamente che una guerra nucleare non deve essere combattuta e non può essere vinta. Ha fatto un grande errore strategico e si ritrova a questo punto».

La minaccia nucleare potrebbe essere soprattutto un deterrente, un modo per intimorire l’opinione pubblica internazionale e frenare i rifornimenti a Kiev, ma — notano le stesse fonti che hanno letto con precisione le mosse russe — è difficile interpretare il pensiero di Putin ora che si ritrova con le spalle al muro. Secondo i dati della Federazione degli scienziati americani, la Russia dovrebbe avere 5.977 testate nucleari, 1.500 delle quali sono però in via di smantellamento: delle restanti 4.500, gran parte sono «strategiche», ovvero missili balistici intercontinentali o razzi a lunga gittata, mentre il resto sono armi «tattiche», ovvero ordigni con raggio limitato ma effetti comunque devastanti, che il neo-zar potrebbe utilizzare in caso di sconfitta, magari come gesto dimostrativo.

Il Cremlino, tuttavia, ha giocato spesso con le dichiarazioni alludendo a una escalation in modo nebuloso, per poi negare. Il 27 febbraio Putin aveva annunciato ad esempio la messa in stato d’allerta delle forze di deterrenza nucleare, quindi il ministro della Difesa Shoigu aveva ridimensionato la misura. Erano state però notate esercitazioni dei sottomarini atomici. Nelle settimane successive il capo della diplomazia Sergei Lavrov aveva sostenuto che un’eventuale Terza guerra mondiale sarebbe stata nucleare, sortita corretta in seguito. A metà agosto, poi, Shoigu aveva affermato che il suo Paese «non ha bisogno» di ricorrere all’arsenale nucleare in Ucraina, spiegando che quelle armi servono per garantire la sicurezza nazionale, nel caso di un’aggressione contro la madrepatria. Esattamente il concetto ribadito ieri da Putin.

Corriere della Sera, 22 settembre 2022 (pag 5)

Cos’è la mobilitazione parziale ordinata da Putin in Russia (e perché è una dichiarazione di guerra)

Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione parziale, la prima della Russia dal secondo conflitto mondiale, segnando dunque il passaggio dalla cosiddetta operazione militare «speciale» a una dichiarazione di guerra formale, come richiesto dalla legge russa. Gli obiettivi in Ucraina non sono cambiati, ha detto il presidente della Federazione, ma la mobilitazione si è resa necessaria perché l’Occidente ha «superato tutte le linee» fornendo armi sofisticate all’Ucraina, vuole «indebolire, dividere e distruggere la Russia». Le condizioni sul campo sono «difficili», ha aggiunto il ministro della Difesa Sergei Shoigu intervenendo subito dopo il presidente: «Non stiamo combattendo contro l’Ucraina, ma contro l’Occidente».

L’annuncio di Putin — che finora aveva resistito a indire una mobilitazione — non ha fornito numeri né dettagli, ma parlava di quote per ogni regione della Federazione: il presidente ha già firmato il decreto con effetto immediato, i cittadini mobilitati saranno trattati come truppe a contratto, con salari superiori alla media e durata indefinita, saranno esentati soltanto per motivi di età o salute, oppure se in carcere o impiegati nell’industria bellica. Shoigu ha spiegato invece che la mobilitazione riguarderà 300 mila riservisti: andranno a rimpolpare un’Armata devastata dalle perdite — 5.937 secondo il ministro della Difesa, nell’ordine delle decine di migliaia stando ai conteggi occidentali — e reduce da una cocente sconfitta sul fronte di Kharkiv.

Al fronte — ora lungo oltre 1.000 chilometri — saranno inviati quindi soltanto riservisti con esperienza militare e di combattimento, ha specificato Shoigu: il bacino a cui attingere è di quasi 25 milioni di persone, ha aggiunto, la mobilitazione riguarderà soltanto l’1/1,1% di loro, che comunque affronteranno un nuovo addestramento. Studenti e coscritti resteranno invece sul territorio della Federazione. Resta da vedere cosa succederà dopo i referendum indetti nelle aree occupate dell’Ucraina, nota l’analista Dmitri Alperovitch, che permetteranno al Cremlino di dichiarare le regioni di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia parte della Russia e quindi sotto attacco delle forze ucraine. Per questo la minaccia nucleare evocata da Putin non è da considerare soltanto «un bluff», come anche il presidente ha specificato.

Lo stesso Alperovitch contesta anche i numeri forniti da Shoigu: i 25 milioni di riservisti con esperienza militare, spiega, sarebbero pari al 18% dell’intera popolazione. Secondo molti osservatori, inoltre, il rastrellamento ordinato da Putin nelle province russe richiede tempo e non risolverebbe i problemi dell’Armata: al fronte saranno inviati per lo più uomini — e mezzi — inadeguati alla guerra, un problema che ha segnato le truppe russe fin dai primi giorni dell’invasione, che si aggiunge a una catena di comando finora carente e alle ben note difficoltà logistiche.

Come nota un rapporto dell’istituto britannico Rusi, l’esercito russo si affida a una dottrina militare elegante e avanzata, è straordinariamente potente, ma è costruito per combattere guerre brevi e ad alta intensità: senza una piena mobilitazione nazionale non ha abbastanza uomini né una struttura logistica adeguata. Il problema principale, scrive inoltre l’autore Jack Watling, riguarda la leadership, dittatoriale e basata sulla paura: questo genera truppe poco motivate, soldati che per timore di punizioni continuano a eseguire gli ordini anche quando le priorità sono cambiate, uno scarso attaccamento alla divisa che obbliga l’Armata a ricorrere alle giovani leve.

La debolezza maggiore dipende poi dall’addestramento, insufficiente, effettuato per unità e limitato a compiti specifici: per questo la mobilitazione, sostiene Watling, non sarà sufficiente a cambiare l’andamento del conflitto. Già durante la Guerra Fredda, era stato appurato che i piloti del blocco occidentale venivano dichiarati pronti al combattimento con 180 ore di volo all’anno, mentre quelli sovietici oscillavano fra le 70 e le 90: un’attività non ritenuta sufficiente per imparare tecniche di combattimento raffinate. Si tratta dunque di problemi strutturali, che si sono intensificati man mano che le vittime sono aumentate e che l’operazione militare «speciale» si è trasformata in una guerra formale, oltre che — come ha chiarito Shoigu — «difficile».

Corriere della Sera, 21 settembre 2022

Spie, agenti e molti segreti

Leggendo questa newsletter avrete imparato a conoscere i racconti e le passioni di Guido Olimpio, che per il Corriere da oltre trent’anni segue il Medio Oriente e il West americano, il terrorismo e le attività di spionaggio internazionale, e poi conflitti armati, padrini messicani, barchini cubani, tunnel di ogni tipo e tanto altro. Ogni giorno Guido legge e annota, raccoglie migliaia di piccoli tasselli che poi lo aiutano a ricostruire il «grande gioco», il mosaico geopolitico globale. Ora ha scavato nel suo archivio leggendario, dando vita a La danza delle ombre, il libro che ha appena pubblicato per La nave di Teseo e che ripercorre le storie di una manciata di spie e agenti con molti segreti, personaggi di cui ha incrociato la strada durante una carriera che lo ha visto fra le altre cose corrispondente a Gerusalemme e inviato con sede a Washington.

Guido non si limita però a ricostruirne le esistenze oscure, ma mette insieme i pezzi, rivela dettagli inediti e prova a capire — e spiegare — cosa li ha spinti a tradire il Paese o, magari, a sterminare la propria famiglia: a dominare, come ci ricorda ogni giorno e scrive lui stesso nel libro, è sempre il fattore umano, che è imperfetto, imprevedibile, ricco di sorprese. Tutti questi personaggi — da Bernard Nut, agente dei servizi segreti francesi ritrovato cadavere una mattina del 1983, a William Bradford Bishop, svanito nel nulla il 2 marzo del 1976, dalla «regina di Cuba» Ana Montes, «tutta casa-lavoro-spionaggio», a Mariam Taha Thomson, che per bisogno d’amore «regalò» otto spie americane agli iraniani — attraversano gli ultimi quattro decenni e hanno una sola cosa in comune: l’ombra in cui si sono mossi e in cui, in parte, sono rimasti. Perché le loro storie, anche quelle concluse con una condanna o con la morte, restano aperte, in attesa di un nuovo file da aggiungere all’archivio di Guido.

Corriere della Sera, 21 settembre 2022 (newsletter AmericaCina)

Guerra in Ucraina, gli Usa valutano l’invio dei carri armati alla resistenza

La possibilità di fornire tank all’Ucraina è «sul tavolo» ma per ora non c’è alcuna decisione ed è prematuro dire se accadrà. La frase delle fonti ufficiose americane è un modo per aprire la strada.

Gli Stati Uniti — dicono le indiscrezioni — hanno studiato l’opzione carri armati, un equipaggiamento che potrebbe aumentare le possibilità della resistenza. Un aiuto ancora più importante in una fase in cui Kiev ha riportato successi. Dal Pentagono, però, sottolineano ostacoli temporanei: alcuni dei mezzi valutati richiedono un addestramento impegnativo, una manutenzione complessa e sono piuttosto costosi in fatto di «consumi». Una volta che li hai li devi mantenere. Gli ucraini hanno dimostrato grandi capacità e adeguamento a situazioni difficili, però la questione logistica si fa sentire. E per i difensori ancora di più, vista la «varietà» per ogni tipo di arma. Le cautele pratiche non escludono — insinua qualcuno — che in realtà qualche forma di training (magari virtuale) sia iniziata. Mesi fa un alto ufficiale di Kiev disse apertamente che grazie al programma Lend and Lease approvato dalla Casa Bianca sarebbe stato possibile iniziare l’addestramento anche per mezzi non ancora consegnati.

Nei depositi

Nel caso Washington decida per il sì, potrebbe attingere ai depositi dove «riposano» le scorte. Ci sono gli Abrams M1 oppure gli M60 ammodernati, in alternativa blindati Stryker dotati di cannone da 105 mm, una soluzione quest’ultima indicata come più adatta alle esigenze dei «difensori»: ruotati e veloci, richiedono un’assistenza tecnica minore rispetto ai tank. Si è poi spesso ipotizzato (o auspicato) l’invio di Leopard tedeschi, anche se è ben nota la contrarietà di Berlino. Sulle pagine di Le Monde, un ricercatore ha invitato il governo a mandare alcuni Leclerq, segnale di supporto netto e un modo per ritagliarsi uno spazio di influenza. Siamo sempre in un’area in cui si mescolano ipotesi, suggerimenti, segmenti di realtà. In attesa del domani si guarda all’oggi. La Slovenia invierà 28 carri armati M55S in Ucraina, vecchi corazzati T55 dotati però di nuova tecnologia. In cambio riceverà dai tedeschi 40 camion per il trasporto di mezzi pesanti. È la solita formula di assistenza «circolare» che permette ad alcuni Paesi di ottenere materiale migliore. I tecnici ucraini, invece, si dedicano al recupero di ciò che è stato abbandonato dagli invasori nella regione di Kharkiv, con un buon numero di carri armati e blindo aggiustati e rispediti al fronte.

Corriere della Sera, 20 settembre 2022

La Russia minaccia i satelliti di Elon Musk che tengono l’Ucraina connessa (ma sono difficili da neutralizzare)

Le infrastrutture «semi civili» potrebbero diventare un obiettivo legittimo per le rappresaglie, ha affermato nei giorni scorsi Konstantin Vorontsov, capo della delegazione russa all’Ufficio per gli affari del disarmo delle Nazioni Uniti. Sebbene non vengano nominati apertamente, le sue parole sono risuonate come una minaccia diretta ai satelliti Starlink forniti da Elon Musk e dalla sua società SpaceX, diventati essenziali per le comunicazioni ucraine nella parte orientale del Paese. «Vorremmo sottolineare una tendenza estremamente pericolosa che va oltre l’uso innocuo delle tecnologie spaziali ed è emersa durante gli eventi in Ucraina: l’uso da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di infrastrutture civili nello spazio, comprese quelle commerciali, per scopi militari», ha sostenuto il capodelegazione russo Vorontsov. «Sembra che i nostri colleghi non si rendano conto che tali azioni costituiscono un coinvolgimento indiretto nei conflitti militari».

All’inizio del conflitto, quando l’Armata aveva scollegato l’Ucraina dalla rete internet con degli strike mirati, solo i satelliti inviati dall’uomo più ricco del mondo avevano permesso di ripristinare una connessione stabile per scopi civili, ma anche militari. Il network di SpaceX viene ora utilizzato per permettere ai cittadini di parlare con i propri cari, per diffondere i discorsi quotidiani del presidente Volodymyr Zelensky, ma anche per assistere i bombardamenti dei droni contro le posizioni russe. Già a maggio Musk era stato accusato dal capo dell’Agenzia spaziale russa di «sostenere le forze fasciste in Ucraina con le comunicazioni militari».

Poco dopo, lo stesso Musk aveva denunciato un cyber attacco contro il sistema, una «costellazione» di satelliti che fluttuano a bassa quota nei cieli ucraini, a circa 200 chilometri d’altezza, e permettono di navigare ad alta velocità: proprio il funzionamento «in gruppo» rende inoltre difficile neutralizzarli, perché i russi dovrebbero colpirli tutti per far saltare la connessione. «Abbiamo oltre 11 mila stazioni e ci aiutano nella nostra battaglia quotidiana, su tutti i fronti», aveva quantificato a giugno il vicepremier ucraino Mykhailo Fedorov, il ministro del digitale che due giorni dopo l’invasione aveva sollecitato l’invio dei satelliti con un tweet diretto proprio a Musk, il quale aveva provveduto immediatamente con l’aiuto di finanziamenti privati e governativi.

I droni

L’utilizzo di droni d’attacco iraniani da parte degli invasori è fatto noto. Solo che adesso Kiev fa «pubblicità» al nemico rivelando che questi velivoli ribattezzati Geranium 2 (in realtà sono gli Shahed 136) hanno distrutto 4 sistemi d’artiglieria pesante e un blindato nella regione di Kharkiv. Dunque target preziosi. I mezzi forniti da Teheran sono temuti in quanto la resistenza non ha uno scudo sufficiente per contrastarli. Infatti gli ucraini, oltre a dare i particolari sui raid, hanno subito chiesto all’Occidente apparati in grado di abbatterli, equipaggiamenti in aggiunta a quelli garantiti nelle ultime settimane. Secondo l’intelligence americana gli ayatollah avrebbero messo a disposizione degli occupanti alcune centinaia di questi velivoli. È stato escluso dalle fonti Usa, invece, un supporto bellico diretto da parte della Cina.

Pragmatismo

Il pragmatismo domina i vertici del Pentagono. Visitando le truppe statunitensi presenti in Polonia, il capo di Stato Maggiore Mark Milley ha invitato a stare sempre in guardia: «In un conflitto non hai mai un’assoluta certezza su quello che verrà dopo». I richiami, diventati quasi una cantilena, sono in parallelo a valanghe di analisi che «inchiodano» le truppe di Putin: i suoi generali faticano a mettere insieme nuovi reparti, il Terzo Corpo appena formato non ha permesso di cambiare il quadro, si ipotizza la nascita di un Quarto ma con elementi che non darebbero garanzie, gli ucraini avrebbero preso possesso del fiume Oskil, nel nordest, segnando un altro punto importante nella controffensiva.

Corriere della Sera, 19 settembre 2022

Armi atomiche, è difficile (ma non impossibile) che Putin le usi: ecco perché

L’avvertimento di Joe Biden a Vladimir Putin — non pensare di usare le armi atomiche o chimiche — è parte della sfida in cui ognuno traccia delle linee rosse ipotetiche. Ci sono le affermazioni, le posizioni contrapposte poi, eventualmente, i fatti. Non è detto che tutto si svolga in modo automatico.

Mosca minaccia reazioni pesanti se Washington dovesse fornire all’Ucraina munizioni a lungo raggio (300 chilometri) lanciabili dagli Himars. E, in passato, è stato ipotizzato che in caso di sconfitta il neo-zar avrebbe potuto ricorrere ad armi nucleari tattiche, con un impiego limitato o un gesto dimostrativo in un’area deserta: uno scenario indicato sia da osservatori che, in aprile, dalla stessa intelligence statunitense. Ma, allora come oggi, lo spionaggio — scrive il New York Times — non ha raccolto su questo fronte elementi che indichino un cambio del quadro. Gli Usa, intanto, proseguono nell’assistenza massiccia a Kiev (oltre 15 miliardi di dollari), ma escludono al momento l’invio dei razzi a lungo raggio. I continui no della Casa Bianca davanti alla pressione di Kiev e di parte del Congresso sono fatti trapelare ripetutamente sui media per mandare un segnale all’avversario: non cerchiamo provocazioni.

Il Cremlino ha giocato spesso con le dichiarazioni alludendo ad una escalation in modo nebuloso, per poi negare. Il 27 febbraio il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva annunciato la messa in stato d’allerta delle forze di deterrenza nucleare, quindi aveva ridimensionato la misura. Però erano state notate esercitazioni dei sottomarini atomici. Settimane dopo era stato il capo della diplomazia Sergei Lavrov a sostenere che in caso di terza guerra mondiale sarebbe stata nucleare, sortita in seguito corretta. A metà agosto è Shoigu ad affermare che il suo Paese «non ha bisogno» di ricorrere all’arsenale nucleare in Ucraina spiegando che serve per garantire la sicurezza nazionale, nel caso di un’aggressione contro la madrepatria. Concetto ribadito adesso, in replica alle dichiarazioni di Biden.

I riferimenti (ambigui) russi del passato sono stati interpretati come un modo per tenere alta la tensione, per ribadire la propria potenza bellica e per contrastare il sostegno alleato a Zelensky intimorendo le opinioni pubbliche al fine che chiedano lo stop agli aiuti bellici. In questa cornice rientrano anche i ripetuti annunci sulle super-armi in sviluppo da parte di Mosca (sarebbe imminente test del missile a propulsione nucleare Burevestnik/Skyfall nell’Artico), una tendenza peraltro iniziata nel 2018. I sospetti americani sono serviti a denunciare, con maggiore vigore, l’aggressione in atto nei confronti degli ucraini. Nel mezzo c’è chi segue questioni di strategia: l’opinione prevalente è che l’eventualità di un uso di armi tattiche atomiche resti bassa. E ci auguriamo che abbiano ragione.

Le parole del presidente statunitense — racchiuse comunque in un’intervista dedicata a temi generali — sono parte di un duello propagandistico duro, rappresentano una messa in guardia e, al tempo stesso, tradiscono il timore di errori di valutazione. La crisi ha dimostrato, fin dal primo giorno, tre aspetti: Putin era convinto di cancellare l’Ucraina in poche settimane; ha sottostimato le capacità dei difensori e la reazione Nato; non si è fermato neppure quando gli Stati Uniti hanno smascherato il suo piano con largo anticipo inviando persino il direttore della Cia a Mosca per ribadirlo. A Washington, nonostante l’intelligence, non nascondono le difficoltà nel comprendere le mosse del leader, hanno paura di sorprese e questo li porta a considerare ogni ipotesi.

Corriere della Sera, 18 settembre 2022

I funzionari filorussi uccisi e i nuovi aiuti militari americani: l’aggiornamento sulla guerra in Ucraina

L’azione ucraina va in profondità sul terreno «convenzionale» con le proprie unità, e colpisce alle spalle il nemico usando le operazioni coperte.

Le uccisioni

In poche ore ci sono stati due attacchi pesanti. Un ordigno ha ucciso il procuratore generale dell’autoproclamata repubblica del Lugansk mentre era nel suo ufficio, insieme alla sua vice. Qualche ora dopo sono stati eliminati due funzionari, marito e moglie, a Berdyansk: ricoprivano ruoli amministrativi nelle zone occupate, la donna dirigeva la commissione elettorale incarica di preparare il referendum per l’annessione. Sono incursioni condotte da sabotatori e partigiani, parte di una strategia pianificata per destabilizzare le zone tenute dagli invasori. Gli episodi sono molti, con modus operandi differenti, a sottolineare l’esistenza di rete clandestina in cui muovono team delle forze speciali, resistenti civili, elementi capaci di sorprendere. E l’effetto psicologico aumenta perché si aggiunge alla pressione bellica tradizionale (manovre, bombardamenti).

I nuovi aiuti americani

Washington, intanto, vara altri aiuti ma non include i razzi a lungo raggio. Nel pacchetto ci sono missili per gli Himars, proiettili di precisione da 155 millimetri (gittata 24-70 chilometri), 35 mila munizioni per cannoni da 105 (12 chilometri), equipaggiamento invernale, mine, mezzi per la logistica, sistemi anti-drone, visori notturni, mine. È materiale che deve garantire fuoco e agilità alla resistenza, tattica usata per sfondare nel settore di Kharkiv. I generali di Zelensky vorrebbero gli Atacms, ordigni lanciabili dagli Himars e in grado di centrare target a 300 chilometri di distanza. La Casa Bianca, però, continua ad essere contraria. Almeno per il momento. Due le ragioni: la prima è che il Cremlino considera tale scenario come un atto di guerra, un coinvolgimento diretto statunitense; la seconda è che l’Ucraina — spiega chi giustifica la scelta moderata — non ne avrebbe bisogno, gli sviluppi sul terreno hanno dimostrato che l’arsenale a disposizione è sufficiente. Non sono d’accordo alcuni esperti che da mesi ne sollecitano l’invio ritenendo che potrebbero davvero incidere. Kiev, nella speranza di convincere la Nato, ha più volte promesso che non avrebbe usato armi a lungo raggio sul territorio russo (situazione temuta), tuttavia in un conflitto è difficile mantenere gli impegni. Specie se l’Armata dovesse continuare a distruggere infrastrutture civili, come dighe e centrali elettriche.

Le scorte

Il Pentagono ha messo a punto un piano per creare scorte dopo che ha spedito quantità massicce di armamenti all’Ucraina. Dalla fine di febbraio ha garantito agli ucraini circa 807 mila proiettili da 155 mm e 144 mila per i pezzi da 105 mm, a questi si aggiungono gli ordigni degli Himars. Uno sforzo che ha messo in allarme il Congresso e i generali che vedono assottigliarsi le riserve nei depositi. Da qui fondi, aumento di produzione e pianificazione per duplicare o triplicare le scorte. Rientra nell’agenda un contratto per 1.800 Javelin anti-tank, sempre destinati alle esigenze «nazionali». In questo gigantesco mercato sembra realizzarsi, dopo tanti annunci, l’intesa tra Germania e Grecia: i tedeschi danno ad Atene i blindati Marders e i greci consegnano una quarantina di mezzi più vecchi (Bmp1) all’Ucraina. I lituani assicurano a loro volta la manutenzione di lunghi calibri mentre i finlandesi hanno spedito dei loro corazzati.

Avvisi

L’assistenza poderosa — siamo a oltre 15 miliardi di dollari — in favore dell’esercito di Zelensky è bilanciata dai continui richiami alla realtà. Gli ufficiali americani non sminuiscono le vittorie dell’Ucraina, concordano sui problemi degli invasori, tuttavia si attendono combattimenti feroci in un futuro vicino e lo dichiarano ai media in modo martellante. Perché tutti comprendano.

Corriere della Sera, 16 settembre 2022

Yevgeny Prigozhin al centro della guerra: lo chef di Putin arruola detenuti e (forse) gestirà le operazioni in Ucraina

Generali e ammiragli russi silurati, continui mutamenti. I nomi degli ufficiali si sono intrecciati alle speculazioni, e ora emerge uno scenario che mette al centro Yevgeny Prigozhin, il responsabile della Wagner.

Gli analisti di Institute for the Study of War ipotizzano che l’alto funzionario, definito spesso come «lo chef di Putin» per via delle sue attività nel settore della ristorazione, possa diventare il gestore della campagna in Ucraina. A suo favore ha tre punti: è legatissimo al leader, ha creato la compagnia di sicurezza militare trasformandola in uno strumento prezioso per le missioni all’estero, vanta dei successi nell’operazione speciale. In questo modo diventa lo scudo che para le critiche, risponde solo agli ordini del neo-zar, è parte del cerchio magico. Secondo Institute of War c’è persino chi sfiora l’idea di metterlo al posto del ministro della Difesa Shoigu. Un Mister Wolf che risolve problemi in un modo o nell’altro, al di fuori di una catena di comando che non è mai stata realmente «unificata» — da qui le disfunzioni —, il boss di un’organizzazione che dispone del materiale umano e tecnico migliore, dai tank all’aviazione. In quanto professionisti, i «wagneriti» — neologismo usato in un report dall’esperto Ian Matveev — hanno già la supremazia sui miliziani del Donbass e persino sui regolari, sono autorizzati a prelevare ciò di cui hanno bisogno: un centro di potere autonomo trasferito al fronte.

Durante questi mesi si è spesso parlato di avvicendamenti e distribuzione di responsabilità. Nei primi giorni dell’invasione Putin si era affidato agli agenti dell’Fsb, garantendo risorse importanti. Poi, in seguito al mancato crollo di Kiev e agli errori di valutazione, ha trasferito il carico sulle spalle dell’amato servizio segreto militare, abituato a obbedire e a inseguire qualsiasi target, senza preoccuparsi del costo: basta pensare alla serie di casi scoperti in Europa, con tracce evidenti. Successivamente qualcuno ha chiamato in causa Ramzan Kadyrov, il dittatore ceceno vanitoso e in cerca di gloria, tornato nell’arena con dichiarazioni roboanti a sottolineare che lui saprebbe come fare: per dare maggiore vigore alle sortite, ha annunciato l’invio di rinforzi con il consueto mix di propaganda, coreografia e voglia di dimostrare la propria rilevanza. Mercoledì sul web è apparso, invece, un video in cui Prigozhin cercava di arruolare dei detenuti promettendo la cancellazione di pena e accuse, buona paga, 6 mesi di impegno e punizione estrema per chi diserta: uno show di spregiudicatezza, ma anche un segnale di disperazione. Facile reclutare chi è già all’inferno.

C’è, infine, un parallelo interessante. Nel 2017 l’ex fondatore della Blackwater, Erik Prince, aveva proposto a Donald Trump un suo progetto per l’Afghanistan: sostituire le truppe americane con un contingente formato da contractor — dunque soldati privati — e da team di forze speciali. Prince sognava di diventare una sorta di proconsole a Kabul, un vice re che doveva tenere a bada la guerriglia talebana usando un mini-esercito parallelo a quello locale. Una soluzione offerta alla Casa Bianca decisa a mettere fine alla missione. Il piano venne però stoppato dalla coppia di generali di ferro, il consigliere per la sicurezza H.R. McMaster, e il segretario alla Difesa Jim Mattis, detto «il monaco guerriero». Il Pentagono non voleva e non poteva fare a meno dei dipendenti a contratto — sia in campo civile che bellico — però era ostile alla privatizzazione delle operazioni, per giunta con una figura spericolata come quella di Erik Prince, affezionato a The Donald per scelta politica e senso degli affari.

Corriere della Sera, 15 settembre 2022

Così l’Ucraina ha battuto i russi allo sbando, a Kharkiv (ma l’euforia può essere rischiosa)

Si dirada leggermente la nebbia di guerra ed emergono dettagli (sempre incompleti) su quanto è avvenuto negli ultimi giorni, specie nell’area di Karkhiv.
Sul taccuino una sintesi di annotazioni di esperti.

La scarsa qualità delle truppe di Putin
La qualità delle truppe russe si è rivelata bassa. Unità di miliziani, quindi reparti non preparati per uno scontro di questo tipo, hanno affiancato quelli con maggiore tradizione, come la Prima Divisione tank della Guardia e l’11esimo Corpo. Il problema è che i loro ranghi erano ridotti e logori a causa del lungo impegno. Inoltre non hanno creato un’ulteriore linea di difesa che potesse rallentare l’avanzata. Pesante il deficit di intelligence: eppure c’erano segnali.

Ai problemi cronici/noti si sono sommati ostacoli contingenti. Gli invasori hanno perso due snodi stradali/ferroviari – Kupiansk e Izyum – che rappresentavano un asse logistico fondamentale per l’intera regione. Inoltre i comandanti agli ordini di Putin hanno mostrato la solita lentezza nell’approntare una risposta, impacciati anche nel dare una versione credibile.

La manovra messa in atto dagli ucraini
L’esperto tedesco Gustav Gressel ha parlato di «Bewegungskrieg»: penetrazione in profondità, superamento dei punti di forza nemici e quindi distruzione dei concentramenti. Gli ucraini sono stati rapidi nell’esecuzione, agili nei movimenti. I tank e l’artiglieria hanno aperto il varco – segnala Rob Lee -, qui si sono infilate forze speciali e colonne a bordo di veicoli ruotati che hanno seminato il caos in un dispositivo allo sbando. Le immagini – al netto della propaganda – hanno mostrato fuoristrada Humvee armati di mitragliatrici e anti-carro, blindati, anche soldati a cavallo di moto e in spalla anti-tank. Quest’azione ha sbilanciato uno schieramento che poggiava su «pilastri» insufficienti mentre i fanti – non numerosi rispetto alle necessità – non avevano più riferimenti.

Testimonianze raccolte dalla stampa nei villaggi dove si erano installati gli invasori raccontano di militari tesi, poco sicuri della situazione. Del resto una parte dello schieramento era stato dirottato verso sud, nella regione di Kherson.

Ma l’euforia è rischiosa
L’euforia per i successi è rischiosa. L’ex generale americano Hertling, oltre a ribadire i pericoli rappresentati da avere linee troppo lunghe, rammenta che dopo 5-6 giorni le truppe impegnate in un attacco devono poter fare una pausa. Non è statistica, bensì una necessità. Altrettanto cruciali le «riserve» da poter mobilitare in caso di contro-attacco.

E poi c’è sempre il fattore dell’imprevedibilità. Le spinte su Kharkiv e Kherson (più lenta e complessa) sono state pianificate in modo minuzioso con l’aiuto occidentale, possibile che – come dicono molti – gli ucraini siano stati a loro volta sorpresi dalla ritirata dell’Armata e questo abbia concesso loro maggiore spazio. A Lyman le milizie pro-russe invece stanno facendo muro, in altre è sempre intenso il fuoco dell’artiglieria. Dipende sempre dagli uomini, dalla loro motivazione. Grande incertezza sui caduti: l’abbondanza di immagini dei corazzati intatti o quasi finiti nelle mani di Kiev potrebbero indicare – osserva Henry Schlottman – che gli equipaggi li abbiano abbandonati per mettersi in salvo (girano persino voci inverificabili di fughe «concordate»).

Dunque perdite di materiale considerevoli – a centinaia , difficile valutare quelle umane. Entrambi i campi attendono rimpiazzi: 5 mila ucraini hanno appena terminato il training in Gran Bretagna, programma che coinvolge otto paesi e si allunga nel futuro.

Il fronte marittimo
La Flotta del Mar Nero ha spostato la base d’appoggio dei suoi sottomarini Kilo da Sebastopoli a Novorossiysk. Un trasferimento – rivela HI Sutton – dettato dal timore dei missili in dotazione agli avversari (Harpoon, Neptune e altri). I «battelli» svolgono una funzione primaria grazie ai cruise Kalibr lanciati contro target terrestri.

Se l’indiscrezione sarà confermata è un ulteriore prova di come Kiev abbia creato un principio di deterrenza sul fronte marittimo pur non disponendo di una Marina.

Corriere della Sera, 14 settembre 2022

Il bottino di guerra degli ucraini «quantifica» la sconfitta russa nel nordest

C’è una «cifra» che spiega il rovescio russo a nordest: la grande quantità di materiale abbandonato davanti all’avanzata nemica.

Kiev (e gli americani) sottolineano il grande bottino di guerra. Girano molti numeri che vanno trattati con la solita cautela. In questi giorni i successi della resistenza sono accompagnati da una campagna propagandistica che può rendere meno solidi i dati. Su una fonte di parte — il Kyiv Independent — è apparso un articolo dedicato a questi aspetti. I russi avrebbero perso nel periodo 7-11 settembre quasi 336 mezzi da combattimento. Nell’elenco figurano 18 tank T-72 e una dozzina di M-80, poi molti blindati usati per il trasporto truppe. Numerosi i cannoni a lunga gittata e grandi quantità di munizioni (che ai due contendenti non bastano mai). Quindi qualche apparato elettronico.

Alcuni dei mezzi erano danneggiati dalla battaglia, altri fermati dalla consueta cattiva manutenzione. Per gli esperti i «resti» della ritirata rappresentano un segnale ulteriore della sorpresa degli occupanti davanti all’assalto dell’Ucraina. Invece di ripiegare con ordine sono stati costretti a partire di gran fretta. L’analista Rob Lee, peraltro, ha segnalato come su canali Telegram dei filorussi fossero apparse a fine agosto informazioni sul concentramento di unità ucraine, allarmi inascoltati. Altre informazioni spiegano che le milizie non avrebbero ottenuto il supporto decisivo da parte dei regolari dell’Armata, in particolare i rifornimenti di proiettili e la copertura non sarebbero stati adeguati.

L’esercito di Zelensky, dovendo rimediare a un arsenale inferiore, ha creato delle officine in grado di rimettere insieme corazzati, veicoli, qualsiasi equipaggiamento recuperato sul terreno. Lavoro faticoso ma possibile anche perché i due dispositivi hanno materiale simile: come si dice in gergo, si cannibalizzano le componenti, utilizzate per riattivarne altri. I video della propaganda hanno mostrato spesso i trattori dei contadini che trainavano le prede, però gli ucraini hanno ricevuto dagli Usa e da altri Paesi mezzi speciali per questo tipo di interventi o il trasporto di carichi pesanti.

Corriere della Sera, 13 settembre 2022