Farmaci: da una parte ci curano, dall’altra ammalano pesci, animali e piante

I farmaci curano le malattie, ma quando il corpo li smaltisce, continuano a vivere nell’ambiente e l’effetto non è per nulla «curativo». Negli ultimi trent’anni, la produzione di farmaci è passata da 63 a 217,5 miliardi di euro e oggi sul mercato sono presenti oltre 3.000 principi attivi farmaceutici che, una volta assunti, devono essere smaltiti. Esseri umani e animali lo fanno nello stesso modo, attraverso urine e feci, ma la diffusione nell’ambiente è diversa: nel primo caso la contaminazione arriva attraverso le acque reflue, cioè quelle di scarico, nel secondo direttamente nel terreno.

La Commissione europea a marzo ha inviato un’analisi all’Europarlamento, specificando che la diffusione dei farmaci avviene principalmente attraverso:

1) lo scarico degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane, contenenti anche farmaci inutilizzati gettati nei lavandini e nei servizi igienici;

2) lo spargimento di liquami animali nei campi;

3) l’acquacoltura;

4) lo scarico degli effluenti provenienti da impianti di produzione;

5) il bestiame da pascolo;

6) la cura degli animali domestici;

7) lo smaltimento improprio dei farmaci in discarica. Continua a leggere “Farmaci: da una parte ci curano, dall’altra ammalano pesci, animali e piante”

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John Freeman: «La mente umana batte gli algoritmi»

Oltre a essere un produttivo critico letterario, intervistatore, poeta e scrittore, John Freeman è soprattutto un editor instancabile. Ha diretto per quattro anni la rivista britannica Granta, ha pubblicato due antologie sulla diseguaglianza — Tales of Two Cities, dedicata a New York, e Tales of Two Americas, al suo Paese — ispirate entrambe dall’esperienza di homeless del fratello minore e ha fondato una rivista letteraria che porta il suo nome, Freeman’s. Ogni numero affronta un tema specifico e l’ultimo, pubblicato in Italia in primavera da Edizioni Black Coffee, è dedicato al potere, osservato attraverso 26 racconti, saggi o poesie di autori come Aleksander Hemon, Margaret Atwood, Etgar Keret ed Édouard Louis: questi testi, scrive, «sono un tentativo di analizzare i vari modi in cui il potere agisce nel mondo». In un racconto breve dello scrittore pechinese A Yi, per esempio, un contadino cinese, vedendosi filmato, viene colto da confusione e paura perché all’improvviso deve decidere come comportarsi davanti agli occhi di un gruppo di persone che neanche vede. È uno sdoppiamento che, secondo Freeman, rappresenta un esempio del potere dei media sulla nostra vita. «La tecnologia moderna, analizzata con gli occhi di molti scrittori presenti in questo numero, non contribuisce a creare un ambiente pubblico fondato sull’uguaglianza e neppure ridistribuisce con equità il potere», scrive nel saggio introduttivo della rivista. Negli anni Dieci, insomma, il sogno di una tecnologia democratica che aveva caratterizzato gli albori della rivoluzione digitale sembra essere svanito sotto i colpi della realtà.

«Oggi c’è troppo rumore nell’ambiente mediatico, troppe informazioni: abbiamo bisogno di storie che tengano insieme la complessità del mondo, e una selezione personale svolge questo ruolo meglio di un algoritmo», spiega a 7 Freeman, 45 anni. «La lettura non è un’esperienza di volume, ma necessità di silenzio, elisione, pause e imprevisti. Un algoritmo invece vuole sempre darti qualcosa in più: clicchi su una storia e vuole subito dartene un’altra uguale, quando magari vorresti qualcosa di diverso, una rottura, oppure qualcosa di più leggero. Siamo trattati come dati, perché i dati ormai valgono più del petrolio, ma se credi nell’umanità allora credi anche che ci siano misteri e profondità in ognuno di noi che non sono immediatamente evidenti. Questa è la definizione di vita interiore».

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Vivere di notte (o all’alba) contro il surriscaldamento globale

La gente della notte fa lavori strani, cantava Jovanotti all’inizio degli anni Novanta, ma la Terra si sta surriscaldando e di notte ormai non si vede più soltanto «gente in cerca di guai». Se prima le ore più buie erano popolate per lo più da padroni di locali, spogliarelliste, camionisti, metronotte, ladri e giornalisti, ora – nelle città più calde del globo – sono parecchie le attività che si sono spostate al tramonto, o all’alba. «Mentre Phoenix si surriscalda, la notte si ravviva. E succederà a molte altre città nel prossimo decennio», racconta il New York Times con un lungo articolo interattivo, e se il titolo chiarisce già dal principio il contenuto, l’effetto del riscaldamento globale sulla vita quotidiana della Valle del Sole resta decisamente impressionante. Lo scorso anno nella capitale dell’Arizona si sono registrati 128 giorni con una temperatura dai 37° in su e 182 persone – in maggioranza anziani – sono morte a causa del caldo. È una delle città americane in cui la temperatura sta aumentando più rapidamente e, per questo, «il lavoro e le attività ludiche» si sono spostate nelle ore più fresche della giornata. Continua a leggere “Vivere di notte (o all’alba) contro il surriscaldamento globale”

La fiera della verità è in Iowa

IMG_1407IMG_1408Una volta ogni quattro anni, la fiera dello Stato dell’Iowa diventa l’epicentro politico d’America. Ai circa 90 mila visitatori che in genere, per dieci giorni in agosto, raggiungono la capitale Des Moines per ammirare animali da competizione e macchinari agricoli, oppure per mangiare 75 varietà diverse di cibo fritto compresa la torta di mele, si mescolano infatti tutti i candidati alla presidenza e il loro carrozzone itinerante fatto di consiglieri, analisti, cameraman e reporter. È un’orda rumorosa in cerca di voti e sicurezze in mezzo all’America, in quel pezzo del Paese che la maggior parte dei cittadini vede soltanto dai finestrini dell’aereo quando vola da una costa all’altra. La strada che porta alla Casa Bianca, però, passa obbligatoriamente per l’Iowa, dove cominciano le primarie presidenziali: qui, il 3 febbraio, si tengono i caucus, riunioni di quartiere che somigliano ad assemblee di condominio, in cui gli elettori discutono per ore e poi emettono il primo verdetto su chi arriverà in fondo alla gara più importante del mondo.

“First in the Nation”, si definiscono: i primi della nazione a scegliere, dal 1972, pronti a lanciare figure minori – uno su tutti Barack Obama, il giovane senatore dell’Illinois che nel 2008 vinse con il 37% dei voti – o a deludere le aspettative dei grandi nomi della politica. Gli ultimi sono stati Hillary Clinton nel 2008 e Jeb Bush nel 2016, che alla fiera venne apostrofato in malo modo da un elettore arrabbiato con il fratello.

E così, quando in agosto arriva il momento dell’Iowa State Fair, nessun candidato si lascia scappare l’opportunità di stringere più mani possibili, scattare un selfie con futuri elettori o farsi vedere con in mano un pork chop, carne di maiale alla griglia infilata in un bastoncino, e un bicchiere di limonata, come fece Hillary Clinton quattro anni fa. Donald Trump, invece, arrivò in elicottero e promise un giro ai sostenitori: portò a spasso dei ragazzini, arrivò secondo dopo Ted Cruz alle primarie ma a novembre sconfisse di 9 punti l’ex first lady, incassando voti fondamentali per la vittoria finale.

Si dice che l’Iowa contribuisca a lanciare o spezzare le ambizioni dei politici e che tutto cominci proprio alla fiera statale. “Tutti i candidati sono i benvenuti”, chiarisce il regolamento poco dopo aver vietato qualsiasi arma da fuoco, “basta comprare un normale biglietto da 8 dollari”. Il primo fu Dwight Eisenhower, nel 1954: gli organizzatori offrirono un biglietto omaggio a tutti i visitatori che volevano incontrare il presidente e il suo predecessore Herbert Hoover. Accorsero 25 mila persone, fra le proteste del governatore democratico Clyde Herring. “Questo evento ha tutto l’aspetto di un comizio repubblicano pagato con i soldi degli elettori”, dichiarò. Continua a leggere “La fiera della verità è in Iowa”

Echi di provincia degli attacchi di Trump

I deplorevoli contro i quattro cavalieri dell’apocalisse: non è il titolo di un b-movie anni Ottanta, ma il cartellone pubblicitario di un negozio di armi del North Carolina che prende di mira «la squadra», le quattro deputate democratiche che Donald Trump aveva invitato a tornarsene nei loro Paesi. Sposando la retorica del presidente, il manifesto eretto nel weekend dal negozio Cherokee Guns ha definito Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ilhan Omar e Ayanna Pressley «idiote», le ha paragonate ai quattro cavalieri dell’apocalisse e si è firmato «i deplorabili», come Hillary Clinton definì gli elettori di Trump nel 2016. La foto è stata postata sulla pagina Facebook del negozio e nel giro di qualche ora è diventata virale. Da un lato le deputate hanno definito il cartellone — che mostra i loro volti — retorica violenta: «Come è possibile che questo non sia incitamento alla violenza?», ha chiesto mercoledì con un tweet Rashida Tlaib. Dall’altro il proprietario, Doc Wacholz, sostiene di essere stato «inondato di richieste» e ha promesso ai clienti un adesivo del manifesto da attaccare sul paraurti: «Basta venire nel negozio, mangiare un pezzo di bacon e dirci che voterai Trump nel 2020». Già in passato Wacholz aveva esposto cartelloni controversi, racconta il Washington Post, in particolare islamofobici. Continua a leggere “Echi di provincia degli attacchi di Trump”

Intervista ad Andrew Yang, l’outsider democratico che sfida Joe Biden con il reddito di cittadinanza

«Se avete mai sentito qualcosa su di me, probabilmente è che c’è un uomo asiatico candidato alla presidenza che vuole dare a tutti 1.000 dollari al mese. E sono tutte cose vere», ama ripetere Andrew Yang, in corsa alle primarie democratiche negli Stati Uniti. I numeri dicono che è sesto fra i democratici in lotta per la nomination, subito dietro i grandi nomi (al 2,3% secondo la media nazionale di Real Clear Politics). Di Yang però non contano tanto i sondaggi, quanto le idee: le sue proposte potrebbero influenzare il dibattito interno al partito come successe con Bernie Sanders nel 2016. L’allora sfidante di Hillary Clinton non vinse la nomination, ma contribuì a spostare l’agenda del suo partito a sinistra con proposte progressiste come alzare lo stipendio minimo a 15 dollari all’ora o estendere l’assistenza sanitaria gratuita per tutti.

Figlio di immigrati taiwanesi, 44 anni, Yang si è laureato nelle università della Ivy League — Brown e Columbia — e ha guadagnato una «modesta fortuna» come imprenditore tecnologico: ha venduto al colosso Kaplan una società che aiuta nella preparazione ai test standardizzati e poi ha fondato (senza successo) la no profit Venture for America, che prova a creare posti di lavoro in provincia. Non ha mai avuto ruoli pubblici, ma si è qualificato per il primo dibattito presidenziale di giugno a Miami (dove non è andato benissimo, ma parlò solo 3 minuti) grazie al sostegno di 100 mila donatori. La notte del 31 luglio, nel secondo confronto fra i democratici a Detroit, sfiderà il grande favorito Joe Biden, Kamala Harris, Cory Booker, Julian Castro, Kirsten Gillibrand e Bill de Blasio. «Mi sono candidato alla presidenza come atto di patriottismo: voglio far capire agli americani che non sono gli immigrati a causare problemi economici, ma la tecnologia e l’automazione», spiega al Corriere della Sera in collegamento video dal suo quartier generale di New York, mentre beve bubble tea, una bevanda tipica taiwanese. «La preferita degli aspiranti presidenti», scherza.

«L’America sta attraversando la più grande trasformazione della sua storia soprattutto a causa della quarta rivoluzione industriale che sta spazzando via milioni di posti di lavoro», afferma Yang. «La tecnologia sta cambiando le nostre vite: più la capiamo e più siamo preoccupati dagli effetti. Il sistema politico americano, però, non è al passo con i tempi: gran parte dei politici capisce poco di tecnologia e di come funziona l’economia. A Washington nessuno vuole avere nulla a che fare con questa fase di trasformazione, soprattutto perché non hanno risposte o politiche soddisfacenti: spesso sentiamo che dobbiamo preparare i lavoratori americani per i nuovi lavori del futuro, ma purtroppo i dati dimostrano che questi programmi non funzionano e che hanno successo al massimo nel 15% dei casi».

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Yang, l’outsider che sfida Biden con il reddito di cittadinanza

IMG_1398Nella notte è cominciato il secondo dibattito fra i candidati democratici: a Detroit sono saliti sul palco Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Pete Buttigieg. Questa notte toccherà al favorito Joe Biden. L’ex vice di Obama se la vedrà con Kamala Harris, che lo ha messo in difficoltà il mese scorso a Miami, Cory Booker e l’outsider Andrew Yang. A Miami Yang — un imprenditore tecnologico di origini taiwanesi — aveva avuto poco spazio, ma si è qualificato per il secondo dibattito grazie al sostegno di 100 mila donatori e ai sondaggi.

Nell’ultimo mese è cresciuto fino al 2,3% ed è sesto fra i democratici. Di Yang però non contano i numeri, quanto le idee: propone un «dividendo sulla libertà» con cui punta a distribuire 1.000 dollari al mese a ogni americano.

«Sono curioso di vedere i dati del vostro reddito di cittadinanza», ha detto Yang in un’intervista al Corriere (disponibile online). «Voglio far capire agli americani che non sono gli immigrati a causare problemi economici, ma tecnologia e automazione che stanno spazzando via milioni di posti di lavoro».

Corriere della Sera, 31 luglio 2019 (pagina 10)