Armi in Ucraina, Usa pronti a inviare bombe a lungo raggio che sono anche un messaggio politico

Gli Usa sono pronti a fornire all’Ucraina le Glsdb, bombe con un raggio di circa 150 chilometri. Un messaggio di sostegno al presidente Volodymyr Zelensky in vista di prove difficili al fronte, con la Russia pronta a nuove offensive e decisa a prendere Bakhmut.

Nel nuovo pacchetto di aiuti da 2 miliardi di dollari dovrebbero essere inserite le «Ground-launched small diameter bomb», lanciabili come razzi dagli Himars e simili. Una conferma di quanto trapelato alcune settimane fa. «Non cambieranno gli eventi» sul terreno, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov citato dall’agenzia Ria Novosti, ma contribuiranno solo ad aggravare l’escalation. L’equipaggiamento, però, può avere un grande impatto.

1) Allungano il «braccio» della resistenza creando le condizioni per colpire basi, linee logistiche, concentramenti di truppe in profondità. Dopo lo schieramento degli Himars (gittata di 80 chilometri) i generali di Mosca hanno arretrato le posizioni in modo che fossero meno esposte.

2) Sono ordigni molto precisi sviluppati dalla Boeing e dalla svedese Saab, con apparati di guida sofisticati, possono detonare al di sopra del bersaglio o nel terreno, hanno dotazioni per superare le contromisure elettroniche. Essendo a bordo di veicoli si abbassa il rischio del fuoco di risposta russo: gli artiglieri sparano e si allontanano rapidamente. Costo unitario di 40 mila dollari. Qualche interrogativo riguarda il tema ormai noto, quello delle scorte a disposizione rispetto all’alto consumo di «colpi».

3) La scelta della Casa Bianca rappresenta una via di mezzo. Kiev voleva i razzi Atacms in grado di raggiungere un target a 300 chilometri, ma Washington non «ci sente» in quanto teme che siano usati contro il territorio della Russia. Ecco quindi una soluzione intermedia, che serve anche a bilanciare sul piano «politico» il rifiuto di consegnare i caccia F16. Anche su questo punto gli osservatori non escludono che la posizione possa cambiare in futuro. Forse molto dipenderà dallo sviluppo delle operazioni. L’altalena sugli aiuti solleva le recriminazioni di quanti invocano passi decisi, senza esitazioni e condizioni, per evitare disastri. La Nato fa tanto — è la sintesi di questo «partito» — ma potrebbe fare ancora di più.

Le perdite

Il secondo aspetto bellico è rappresentato dalle perdite enormi. Difficile offrire dei numeri precisi, perché c’è naturalmente la guerra di propaganda dove ognuno cerca di enfatizzare le difficoltà dell’avversario e celare le proprie. Tuttavia i segnali dal terreno non sono distanti da questo quadro drammatico e va ricordato che i russi insistono da mesi negli attacchi di fanteria. Testimonianze ed analisti parlano, in questi giorni, delle tattiche impiegate dagli occupanti nel settore orientale attorno a Bakhmut. L’Armata ha mandato a morire falangi di soldati senza preoccuparsi dei caduti.

In una prima fase si è affidata alla carne da cannone, i mercenari della Wagner. Tra loro tanti ex detenuti che hanno accettato di arruolarsi in cambio della libertà. Successivamente sono tornati in campo i militari delle unità aerotrasportate, personale bene addestrato. Anche loro hanno visto aprirsi vuoti nei ranghi in modo sensibile. Alcune informazioni sostengono di una vera decimazione di soldati e mezzi, addirittura del 50 per cento. Prezzo pagato per avvicinarsi alla città e provare a circondarla. Gli annunci di successi limitati sono quotidiani.

È altrettanto dura per gli ucraini. Hanno deciso di resistere a Bakhmut sacrificando reparti importanti nella speranza di logorare gli invasori. Per contro, lo Stato maggiore di Putin sta inseguendo una vittoria in regioni che considera sue e vuole impegnare il più possibile la resistenza costringendola a impiegare forze nell’area piuttosto che in azioni al sud.

Corriere della Sera, 1 febbraio 2023

Nikki Haley si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti: sfiderà Trump alle primarie repubblicane del 2024

Da settimane lo confermava senza dirlo davvero, preparava il terreno, ora manca solo la formalità: Nikki Haley si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti e darà l’annuncio ufficiale il 15 febbraio a Charleston, in South Carolina. A rivelarlo è il Post and Courier, storico quotidiano locale che ha visto in anteprima l’invito rivolto ai suoi sostenitori: sarà inoltrato nei prossimi giorni e parla di un «annuncio speciale», ma potrebbe essere anticipato da un video già questa settimana. Nonostante avesse detto più volte, in passato, che non lo avrebbe sfidato, l’ex governatrice della South Carolina ed ex ambasciatrice americana alle Nazioni Unite sarà dunque la prima rivale di Donald Trump alle primarie repubblicane. «È arrivata l’ora di una nuova generazione», aveva scritto nei giorni scorsi su Twitter, ribadendo il concetto espresso la settimana scorsa durante un’intervista a Bret Baier di Fox News. «C’è bisogno di un nuovo leader», aveva detto, «e penso di poter essere io».

Nel weekend lo stesso Trump aveva fornito un indizio decisivo sulle intenzioni di Haley durante il suo primo tour elettorale, proprio in South Carolina. «Mi ha chiamato e mi ha detto che stava considerando di candidarsi, le ho risposto che doveva farlo», aveva rivelato. «Abbiamo parlato per un po’ e le ho detto di seguire il suo cuore, se voleva correre per la presidenza». Con l’ex presidente Haley ha avuto un rapporto di alti e bassi, cominciato male con qualche attacco pubblico e proseguito con reciproco rispetto anche una volta lasciata l’amministrazione Trump: Haley, dicono gli osservatori, ne ha navigato la presidenza con scaltrezza, riuscendo a uscire dalla morsa trumpiana con la reputazione — e la dignità — pressoché intatte.

Nata Nikki Randhawa, figlia di immigrati indiani di religione Sikh, cresciuta proprio in South Carolina e convertita al cristianesimo al momento del matrimonio con Michael Haley, dopo la laurea Haley cominciò a lavorare nella boutique di moda dei genitori prima di entrare in politica ispirata, disse, da Hillary Clinton. Si candidò la prima volta nel 2004 alla Camera statale, sconfisse il decano del parlamento e da allora — racconta — non ha più perso un’elezione: prima tre mandati alla Camera della South Carolina, fino al 2011; poi due da governatrice, spinta dal vento ultraconservatore dei Tea Party, fino al 2017, durante i quali fece rimuovere la bandiera confederata dal parlamento in seguito alla strage della Emanuel African Methodist Church di Charleston; infine la nomina ad ambasciatrice all’Onu voluta da Trump, carica ricoperta per due anni.

Nel 2019 è tornata a vivere in South Carolina, entrando nel board di Boeing senza mai nascondere le sue ambizioni presidenziali: già dal 2012 si parlava di lei come possibile vice di Mitt Romney, otto anni più tardi è stata in lizza per sostituire Pence come vice di Trump. Ora, dopo aver ottenuto la benedizione dell’ex presidente, Haley ha bruciato la concorrenza e si è buttata per prima nella vasca degli squali, che nei prossimi mesi potrebbe diventare particolarmente affollata. Oltre a Trump, fra i pretendenti ci sono infatti il suo ex vice Mike Pence, il governatore della Florida Ron DeSantis, l’ex deputata del Wyoming Liz Cheney e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, solo per citare i nomi più forti. Tutti hanno in un modo o nell’altro confermato le proprie intenzioni, e tutti puntano a prendere le redini di un partito che ha sbandato nell’ultimo decennio: un campo così allargato, però, disperderebbe i voti e favorirebbe proprio Trump, che può contare su un’inscalfibile base di fedeli sostenitori.

Corriere della Sera, 1 febbraio 2023

Guerra in Ucraina, caccia e carri armati: Kiev chiede di accelerare i rifornimenti, Mosca prepara l’offensiva

Da Kiev lanciano messaggi urgenti insistendo su due «note»: c’è il rischio di un’offensiva dei russi e abbiamo bisogno di armamenti senza altri ritardi. La Nato risponde, però ha i suoi tempi e non mancano segnali confusi.

Lo scenario

La Russia accumula uomini e mezzi, pronta a rilanciare la spinta mentre sacrifica plotoni su plotoni contro Bakhmut, sul fronte orientale. I parametri tenuti sott’occhio sono la cadenza accresciuta del fuoco d’artiglieria, le tattiche, l’impiego di unità scelte, la mobilitazione che ha portato a richiamare 9 mila soldati poi rimandati a casa. Avevano convocato anche chi non era idoneo, errore da imputare alla cattiva organizzazione e all’ordine di raggiungere le quote.

Spunti sono poi emersi da un’intervista del capo dell’intelligence ucraina, Kyrylo Budanov, al Washington Post: gli invasori hanno schierato in totale 326 mila soldati, puntano a conquistare territori nel Donetsk e Luhansk ma «noi siamo decisi a riprenderci la Crimea». Quindi ha rilanciato la tesi di un Putin in pessime condizioni di salute, costretto ad usare diversi sosia. Alta è l’attenzione sulla Bielorussia dove il Cremlino ha deciso di intensificare l’addestramento in comune, Budanov sostiene che si tratta al momento di un diversivo.

Lo scenario generale è quello descritto spesso in questi mesi, solo che la resistenza accentua la pressione, mette in guardia e, naturalmente, cerca di strappare altri aiuti. L’Occidente non si è sottratto, però parla con linguaggi diversi. C’è una Babele delle armi, con dispositivi di tipo diverso, ma c’è anche quella sui passi da fare, tra piroette e ripensamenti continui.

Gli aerei

Fonti ucraine hanno precisato di aver bisogno di almeno 200 nuovi caccia, servono a rimpiazzare i Mig perduti ed avere aerei moderni, come l’F16. Solo che gli Alleati, dopo qualche dichiarazione positiva, hanno frenato. Gli Usa, in teoria possibilisti, hanno innestato la marcia indietro con un no di Joe Biden in persona, posizione bilanciata dall’annuncio di contatti diretti con Zelensky per «nuove armi». Gran Bretagna e Germania sono contrarie. La Polonia che sembrava a favore ha fatto una mezza marcia indietro.

La Francia non ha escluso di dare dei velivoli ma a patto che non siano usati per colpire il territorio russo e che la fornitura non intacchi la propria sicurezza. Intanto ha rivelato di avere avuto contatti per l’addestramento dei piloti. Il «dossier aviazione» è comunque sul tavolo e, come scriveva Le Monde, il tabù dei caccia è stato violato. Lo sappiamo: la macchina della Nato è lenta, pesano la politica, la diplomazia, i richiami degli Stati maggiori sempre più preoccupati di mantenere intatti i propri arsenali.

I tank

L’Ucraina afferma che arriveranno con la prima spedizione 120-140 carri armati grazie al supporto di 12 Paesi. Non è ben chiaro quando. Ci saranno Leopard 2 europei, i Challenger 2 britannici, poi gli Abrams statunitensi. Quest’ultimi, però, dovranno essere acquistati dal Pentagono e poi esportati in quanto non ve ne sono di disponibili nelle riserve, il che allunga il loro dispiegamento in zona d’operazioni alla fine del 2023 o persino al 2024. Sono il modello M1A2, con un sistema di tiro sofisticato superiore a quello dei vecchi T72 «sovietici» mentre c’è riservatezza su altri dettagli.

Gli Stati Uniti non possono e non vogliono cedere mezzi dotati di tecnologia elevata per il timore che cada nelle mani del nemico. Dal porto di North Charleston, in Sud Carolina, è partito il cargo Arc Integrity con a bordo numerosi Bradley, blindati che servono ad aumentare le capacità della resistenza e la possibilità di manovre integrate. Non è stato rivelata lo scalo d’arrivo, può essere la Germania oppure la Romania: ragioni legittime di sicurezza legate al timore di sabotaggi e ostacoli frapposti dai russi.

Corriere della Sera, 31 gennaio 2023

Chi è Pompeyo Gonzalez Pasqual, il pensionato basco che ha spedito pacchi bomba in tutta la Spagna e diffuso video che esaltavano Putin

Per ora Pompeyo Gonzalez Pasqual è considerato un lupo solitario. In tutti i sensi. Ex dipendente di un cimitero, 74 anni, in pensione dal 2013, era riservato quanto cortese e viveva con poche distrazioni nel suo mondo di nostalgie sovietiche. Un piccolo appartamento a Miranda de Ebro, località a nord est di Burgos, un «santuario» con immagini e testi con Che Guevara, i baschi, Lenin, Dolores Ibarruri, la celebre Pasionaria. Insieme alle icone, la polizia ha trovato indizi che hanno permesso l’arresto: Pasqual è accusato di aver inviato alla fine di novembre sei pacchi bomba in tutta la Spagna, fra il 24 novembre e il 2 dicembre.

Uno degli ordigni è esploso ferendo un funzionario dell’ambasciata ucraina, altri sono stati spediti e scoperti prima che facessero danni all’ufficio del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, al ministero della Difesa, all’ambasciata americana, a una base dell’aeronautica e a un produttore di armi. Un primo attacco al quale ne sarebbe seguito un secondo con il ricorso all’arma del momento, un piccolo drone civile modificato per trasportare una carica. Tutto realizzato tra la cucina e il tinello di casa, al terzo piano di una palazzina in Calle del Clavel, con la pazienza del modellista, la passione del bricolage e la fede di uno che non si è mai rassegnato alla scomparsa dell’Urss. Tra poster e libri rivoluzionari gli strumenti da attentatore fai-da-te, gli attrezzi per realizzare le trappole, gli involucri. Componenti acquistate su Amazon da un uomo che ha deciso di partecipare alla lotta al fianco di Mosca contro Kiev.

Una persona tranquilla, un aspetto anonimo, rare puntate ad un bar senza mai parlare di politica con nessuno. Un sentiero che lo avrebbe aiutato a preparare la sua guerra personale: secondo gli inquirenti ha seguito un sentiero di radicalizzazione simile a quella di un jihadista ma colorato di rosso. Un comunista immerso nella propaganda mediatica del Cremlino, assiduo lettore di informazioni diffuse dai canali pro-Mosca, diffondeva video che esaltavano la figura di Vladimir Putin e i miliziani della Wagner ed era attento alle cause «parallele», come quella venezuelana. Cauto nel navigare sul web ricorrendo a sistemi protetti per non lasciare tracce, alla fine qualche impronta è rimasta. Campioni di Dna, il profilo composto dagli investigatori, i francobolli usati per plichi erano stati venduti nell’area di Burgos, verifiche incrociate. E chissà che non via sia dell’altro.

Un quadro abbastanza ristretto anche se la magistratura ha ordinato un controllo a vasto raggio per essere certa che non vi siano contatti con l’esterno, ovvero con referenti russi. E al momento non ne sono emersi ma siamo solo all’inizio. Inoltre si chiedono se fosse pronto a saltare il fossato, a scappare in Russia dove trovare rifugio ed asilo. Dettagli che si allontanano da quanto sostenuto qualche giorno fa dal New York Times: secondo fonti di intelligence c’era il sospetto che dietro la vicenda delle lettere bomba ci fosse una fazione estremista russa ispirata dai servizi segreti militari, il Gru. Il colpo — sempre in base a questa tesi — rappresentava un monito, un avviso su quello che sarebbe potuto accadere in futuro.

L’inchiesta, per rispondere a questa pista per ora remota, dovrà esaminare il traffico digitale dell’arrestato, il suo cellulare, il computer per trovare eventuali indizi di complicità. Tuttavia la realtà eversiva di questi anni — a prescindere dall’affiliazione di un militante — ha dimostrato che il terrorismo è relativamente «semplice», non richiede grande logistica. L’importante è crederci, e Pompeyo Gonzalez Pasqual non sembra mai avere avuto dubbi.

Corriere della Sera, 30 gennaio 2023

Guerra in Ucraina, i satelliti italiani che aiutano Kiev a seguire le mosse dell’Armata russa

Occhi elettronici in cielo: così l’Italia aiuta gli ucraini nel seguire le mosse dell’invasore russo. Nei pacchetti d’aiuti varati dal governo italiano fin dall’inizio del conflitto, del valore di circa un miliardo di euro ma coperti dal segreto di Stato, una voce importante è svolta dalla ricognizione satellitare combinata con quella svolta lungo i confini dell’Ucraina. Una missione condotta dalla nostra aeronautica militare e da altri partner occidentali con la creazione di un esteso reticolo. Le mappe diffuse sul web mostrano infatti i tracciati dei velivoli che ogni giorno accendono i loro apparati per monitorare gli sviluppi bellici, raccogliendo informazioni sul dispositivo russo che poi vengono messe a disposizione della resistenza. «Le operazioni che sta conducendo l’esercito di Kiev sono consentite anche, se non soprattutto, grazie al supporto intelligente fornito dal mondo occidentale, che spesso fa ricorso a sistemi satellitari o a sistemi aerei», spiega al Corriere il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa italiana.

Il rastrello

In questa cornice è rilevante l’attività di una «classe» di satelliti italiani che usano i radar per «rastrellare» il territorio. «Noi abbiamo un sistema che si chiama Cosmo-SkyMed e ottiene immagini radar della superficie del terreno con una definizione molto interessante», prosegue Camporini. «Il numero è chiaramente soggetto a norme di riservatezza, ma diciamo che si vedono molte cose, anche molto piccole». Il primo satellite della costellazione è stato lanciato a giugno 2007 dalla base di Vandenberg, in California. Da gennaio 2021, con il lancio di Cosmo-SkyMed Seconda generazione, i satelliti in orbita e operativi sono diventati cinque, come conferma sul proprio sito l’Agenzia spaziale italiana che lo gestisce e che lo ha sviluppato con il ministero della Difesa. La realizzazione è stata affidata a Thales Alenia Space, joint venture fra Thales (67%) e Leonardo (33%).

Sistemi efficaci

Cosmo-SkyMed è quindi un sistema duale, iniziato con un finanziamento in parte civile e in parte militare, e attualmente vende i suoi prodotti in tutto il mondo: ci sono molti Paesi che sono clienti di Cosmo-SkyMed per ottenere immagini che possono essere utilizzati per fini ambientali, agricoli e militari. «È un sistema nazionale particolarmente performante, migliore di altri sistemi europei, e devo dire che i risultati finora ottenuti sono stati molto efficaci», afferma Camporini. «Di satelliti da ricognizione in volo ce ne sono tanti, di vari Paesi, con varie capacità sia nel campo dell’ottico sia nel campo delle varie bande di frequenza. Un sistema come il nostro ha soprattutto la capacità di generare immagini di notte, e questo lo rende un sistema h24».

I radar

I satelliti Cosmo-SkyMed fotografano il terreno con una frequenza molto significativa, con le immagini che possono essere poi sfruttate per analisi del territorio, per riprendere le catastrofi ambientali o per la ricognizione militare: hanno un’ottima definizione, vedono bersagli di dimensioni ridotte, bucano l’eventuale schermo rappresentato dalle nuvole. «Vede attraverso le nuvole perché è un sistema Sar, cioè un radar ad apertura sintetica, una tecnologia non nuovissima, impiegata da tanti anni: ci sono immagini radar che si susseguono man mano che i satelliti si sposta e vengono integrate l’una con l’altra in modo tale da avere una visione globale», chiarisce il generale Camporini. «Invece di avere un’antenna da 50 centimetri, è come averne una da 500 chilometri: è una tecnologia molto smart che in Italia è stata sviluppata con molta attenzione».

Le mosse

L’insieme di questi dati raccolti sul territorio viene riversato dalla Nato a Kiev e permette di anticipare eventuali mosse nemiche, di analizzare cambiamenti sul terreno, di verificare «assetti» militari. Mosca ha risposto con la sua «flotta» di satelliti ed ha beneficiato dell’assistenza dei cinesi, come raccontato sulla newsletter AmericaCina di venerdì: gli Stati Uniti hanno accusato e sottoposto a sanzioni Spacety China, una società che sviluppa tecnologia spaziale e che avrebbe fornito ai combattenti della Wagner immagini satellitari del territorio ucraino, utilizzate per selezionare i bersagli nella guerra.

Lo snodo

La ricognizione è tanto più necessaria in questa fase dove l’Armata prova a strappare territori nel Donbass. Il cuore della battaglia è Vuhledar. I russi cercano di conquistare da settimane questa località un centinaio di chilometri a sud di Bakhmut perché è uno snodo importante. Da questa posizione gli ucraini possono minacciare la ferrovia utilizzata dagli invasori per i rifornimenti e quindi incidere sulle operazioni. Non solo su questa area, in quanto il centro lega la parte orientale al settore di Zaporizhzhia. Le perdite sono pesanti per tutti, le due parti si combattono anche con annunci di vittorie e sconfitte. Fin dal primo giorno della crisi i treni hanno assunto un ruolo insostituibile in entrambi gli schieramenti. Kiev li usa per ricevere gli aiuti occidentali e garantire gli spostamenti dei civili. Infatti ha creato un’organizzazione che mantiene in efficienza le linee nonostante i bombardamenti. Mosca — da sempre — impiega i convogli ferroviari, necessari a trasportare materiale, soldati scorte. La resistenza bersaglia i target con l’artiglieria a disposizione (cannoni, Himars) ma vuole i razzi a lungo raggio con un raggio d’azione di 300 chilometri così da poter ingaggiare gli avversari in condizioni di maggiore sicurezza e da distante. Una richiesta pressante rinnovata in queste ore dal presidente Zelensky.

Corriere della Sera, 29 gennaio 2023 (pag 2 del 30 gennaio)

Così i meccanici della Nato aggiustano armi e mezzi ucraini in remoto dal sud della Polonia

Le notizie, spesso confuse e avvolte dalla nebbia di guerra, segnalano preparativi degli occupanti in più direzioni. Pressione continua su Bakhmut (dove i difensori sarebbero in difficoltà), operazioni sul fronte meridionale per cercare di proteggere le linee di rifornimento ferroviarie che alimentano Melitopol, creazione di nuove trincee/postazioni lunghe decine di chilometri, diversivi per impegnare gli ucraini, aumento della cadenza di tiro dell’artiglieria. L’esercito di Zelensky peraltro cerca di avanzare nella regione di Kremmina per tagliare vie di rifornimento.

Gli scenari sono sempre due: il primo prevede un assalto della Russia in tempi ravvicinati usando i mobilitati e reparti scelti; il secondo si allunga alla primavera e riguarda una possibile iniziativa dell’Ucraina rinforzata dai nuovi equipaggiamenti inviati dai donatori. Qualche esperto sottolinea come non solo i tank — che richiedono comunque del tempo prima di essere operativi — ma anche i blindati da combattimento (tipo i Marders tedeschi e gli americani Stryker e Bradley) migliorino le capacità della resistenza. Garantiscono maggiore protezione alla fanteria, aumentano il volume di fuoco, affiancano i corazzati pesanti in tattiche dove la mobilità conta.

Aiuti in remoto

La logistica è il nodo più duro, lo segnalavamo nel «taccuino» di ieri.

Un articolo dell’Associated Press racconta come la Nato abbia costituito un gruppo di tecnici in una base nel sud della Polonia collegata in remoto con i colleghi ucraini. Usando tablet, comunicazioni protette e altri canali i meccanici possono fornire dettagli su come «mantenere» i «pezzi» forniti dall’Alleanza, in particolare i cannoni sottoposti ad una lunga usura.

I lunghi calibri — rivelano le fonti all’Ap — sono usati oltre ogni limite, con un rate non previsto dalle tabelle. Il team era composto all’inizio da una piccola pattuglia ed ora è cresciuto man mano che l’arsenale occidentale è aumentato. Ne fanno parte elementi delle forze armate e privati a contratto.

I collegamenti non sono agevoli, il segnale può essere debole, tuttavia il sistema rappresenta una soluzione d’emergenza in una fase critica. In questo modo Kiev cerca di ridurre il numero di mezzi da inviare all’estero per le riparazioni, un trasferimento che richiede giorni e sottrae equipaggiamenti. Restano poi gli interrogativi sulle condizioni dei tank promessi dai paesi europei: la Difesa portoghese, dopo una prima verifica sui suoi 37 Leopard, ha affermato sono operativi appena 10, un numero basso che impedirebbe un trasferimento in Ucraina perché sarebbe compromessa la sicurezza nazionale.

Gli aerei

La Nato non ha ancora deciso se fornire dei caccia a Zelensky, al momento il tema è oggetto di discussione.

I negoziati, ha affermato il consigliere presidenziale Mykhailo Podoliak, «stanno accelerando» così come procedono sui missili a lungo raggio (300 km) sui quali Joe Biden frena.

Nell’attesa l’Ucraina si porta avanti e e modifica alcune delle sue piste per ospitarli. Secondo il sito War Zone, i velivoli occidentali richiedono strutture d’appoggio più sofisticate rispetto a quelle riservate a Mig e Sukhoi in dotazione all’aeronautica locale che è riuscita a restare «in volo» nonostante la relativa supremazia degli invasori.

Ha disperso i suoi aerei e adottato contromisure per sottrarli agli strike missilistici russi, tattiche che hanno solo in parte contenuto perdite significative causate dai sistemi avversari.

Corriere della Sera, 28 gennaio 2023

Carri armati all’Ucraina, i tre fattori delle forniture occidentali: rotte, manutenzione, integrazione

Logistica, logistica, logistica. Parola ripetuta tre volte dagli esperti per rammentare quanto sia importante in qualsiasi conflitto, a maggior ragione se l’esercito ucraino è «riempito» di mezzi d’origine diversa. La Babele delle armi è di nuovo al centro delle discussioni con i nuovi equipaggiamenti, ma non riguarda solo i carri armati ma l’insieme del materiale. Dai cannoni ai veicoli.

Fattorie 1: le rotte

I tank dovranno essere trasportati lungo «rotte» sicure partendo da alcuni snodi noti, come Polonia, Slovacchia e Germania. E probabilmente ne saranno create altre nel timore che i russi vogliano ostacolare i convogli, anche se ad oggi non sono emersi episodi gravi e gli invasori non hanno un’abbondanza di missili di precisione che preferiscono lanciare sulle infrastrutture. Però potrebbero provarci, anche per dare concretezza alla promessa di incenerirli. Mosca ha sempre scelto di colpire depositi e caserme dove sono concentrati gli equipaggiamenti piuttosto che andare in cerca di bersagli in movimento su un territorio immenso. Due le opzioni per il trasporto: le linee ferroviarie, ben organizzate, veloci, ma che sono un target con coordinate definite; i grandi camion con pianale, più flessibili.

Fattore 2: la manutenzione

Oltre a preparare gli equipaggi, servono meccanici e team di supporto con relativi «veicoli». I tecnici avranno sotto i loro «ferri» Leopard di varie versioni, Challenger 2 britannici, Amx 10 francesi, PT polacchi (copie ammodernate dei T72, Varsavia ne manderà altri 60), i «sovietici», gli M55 sloveni, un domani gli Abrams statunitensi e magari qualche altro modello. Per ognuno servono pezzi di ricambio, assistenza, da svolgere se possibile in Ucraina, per evitare la complicazione di eseguirla — cosa avvenuta — all’estero in officine polacche e ceche. Sui media americani erano apparse mesi fa notizie sulla difficoltà per i meccanici ucraini persino nell’aggiustare le centinaia di mezzi russi catturati, nonostante alcuni siano simili a quelli in dotazione a Kiev, per mancanza di componenti. I vertici del Pentagono hanno insistito su un aspetto: la resistenza deve poter «mantenere» il suo arsenale nel lungo termine. Si era anche detto — sempre in passato — che la coalizione dei donatori avrebbe stabilito un miglior coordinamento a Ramstein, in Germania, proprio per evitare doppioni o peggio. Ma le esigenze diplomatiche e politiche hanno portato a decisioni più contorte. In una crisi che coinvolge protagonisti non sempre allineati sulla medesima posizione esistono gli annunci, le richieste, gli auspici e la realtà. L’ambasciatore ucraino in Francia ha dichiarato in una intervista a BMF TV che vi è un impegno per un totale di 312 tank, cifra che corrisponde a quanto chiesto dal suo paese.

Fattore 3: l’integrazione

L’adozione dei corazzati tedeschi riduce in parte il problema del reperimento di munizioni, i paesi Nato possono garantirle. Alcuni Leopard presentano delle differenze a seconda delle versioni, il che significa piccoli e grandi impegni per chi ci «lavora» sopra. E, una volta in mano agli ucraini, avranno il compito di inserirli nel loro dispositivo per condurre operazioni complesse. Gli esperti ribadiscono che nessuna arma da sola cambia gli equilibri della sfida, sono cauti su quanti potranno essere pronti per la primavera. Prudenze, realismo e variabili da considerare per ogni piano. Intanto gli occupanti proseguono nella costruzione di difese, lunghe trincee, posizioni. Parliamo di linee lunghe chilometri per rendere costosa ogni avanzata. Le ultime battaglie ci dicono che, per quanto possano apparire «bastioni» di vecchio stile, dissanguano gli eserciti.

Corriere della Sera, 27 gennaio 2023

Quali armi forniscono all’Ucraina i Paesi alleati?

Ciò che sembrava difficile, all’improvviso è diventato realtà: tutti — o quasi — promettono carri armati per Kiev. La Germania ha messo fine alle titubanze annunciando l’invio di una compagnia» di Leopard 2, 14 mezzi che saranno consegnati entro tre mesi e che si aggiungono ai 14 promessi dalla Polonia e ai 14 Challenger 2 della Gran Bretagna. L’obiettivo europeo è di formare due battaglioni di Leopard da destinare a Kiev, circa 80 tank che dovrebbero arrivare da Spagna, Portogallo, Norvegia, Finlandia, Danimarca e Paesi Bassi.

Il via libera di Berlino — necessario per i Paesi intenzionati a cedere i carri di produzione tedesca — è arrivato solo dopo che gli Stati Uniti hanno promesso la fornitura di 31 tank Abrams: questa era la condizione posta dal cancelliere Olaf Scholz, che non voleva essere il primo né l’unico a fare il passo.

Per vedere sul campo i carri americani, però, ci vorranno parecchi mesi, forse un anno: Washington non invierà gli Abrams a disposizione — ne ha 4.400, molti già in Europa — perché non vuole condividere la tecnologia, ma ne ordinerà una versione meno performante a General Dynamics.

Questo dettaglio confermerebbe che quella presa da Joe Biden è una decisione di «facciata», necessaria per convincere la Germania a inviare i tank che la Nato considerava più adatti alla guerra in Ucraina: i Leopard 2 sono relativamente semplici, richiedono un addestramento di 4-6 settimane, sono in dotazione a 13 Paesi europei e hanno scorte di munizioni. Seppur riluttante, spiega il New York Times, Biden si è deciso a offrire a Scholz la copertura politica perché è diminuito il timore che Mosca usi armi nucleari, ma anche perché voleva mostrare solidarietà all’Europa.

I tank non sono ancora arrivati, ma Zelensky già pensa ai caccia. Il presidente ucraino ha inoltrato la richiesta in pubblico, i Paesi Bassi hanno offerto i propri F16 ma non sono state prese decisioni: Washington è contraria, Londra restia. L’invio di velivoli è considerato una linea rossa, ma spesso i «confini» sono scritti sulla sabbia.

Usa

Ci vorranno mesi (probabilmente almeno un anno) perché i 31 Abrams arrivino a Kiev ma annunciarne l’invio ha un duplice scopo: sbloccare nel breve periodo l’invio dei tank tedeschi e confermare nel lungo periodo l’aiuto militare Usa giunto a $27 miliardi in 11 mesi e fattosi gradualmente più sofisticato, inclusi lanciarazzi Himars, blindati Bradley e Stryker. Non succederà a breve ma i tank sono intesi come aiuti non solo alla difesa ma alla riconquista dei territori ucraini e dicono a Putin che la minaccia di escalation non funziona.

Germania

I 14 Leopard 2 annunciati dal cancelliere Scholz dopo che anche gli Usa hanno detto sì all’invio degli Abrams si aggiungono alla lunga lista di armi consegnate dalla Germania. Che comprende: 40 carri leggeri Marder, 1 sistema di difesa antiaerea IRIS-T SLM, 30 semoventi antiaerei Gepard, 14 obici tipo Panzerhaubitze 2000, 500 missili terra-aria Stinger, 16 carri armati Biber per la posa di ponti corazzati, 900 bazooka, 5 lanciarazzi Mars II, 50 veicoli da trasporto coraz-zati AFT Dingo e un sistema radar.

Gran Bretagna

londra è seconda solo agli Stati Uniti per livello di assistenza militare all’Ucraina: ha finora speso oltre 2,5 miliardi di euro, più di ogni altro Paese europeo. Già prima dell’invasione russa, i britannici avevano fornito 2 mila missili anti-carro, cui poi si sono aggiunti sistemi di difesa aerea, blindati e tre sistemi lanciarazzi di lunga gittata. Il governo Sunak ha appena annunciato l’invio di 14 carri armati Challenger 2. Truppe ucraine vengono addestrate in Gran Bretagna. L’obiettivo di Londra è esplicito: «La vittoria dell’Ucraina».

Francia

La Francia è stato il primo Paese a fornire all’Ucraina carri armati di concezione occidentale, con i tank leggeri AMX-10RC di vecchia generazione ma rapidamente operativi. Le esitazioni sull’invio dei più potenti Leclerc si trovano più da parte ucraina: pieni di elettronica, i Leclerc hanno bisogno di una formazione ancora maggiore rispetto ai tedeschi Leopard 2. Macron ha fissato tre criteri: cercare di evitare l’escalation, fornire strumenti realmente efficaci sul campo di battaglia, e non sguarnire la difesa nazionale francese.

Italia

All’ombra del segreto di Stato, l’Italia ha inviato a Kiev aiuti per circa un miliardo di euro. Durante il governo Draghi sono stati donati i moderni obici semoventi Mlrs e Pzh2000, i blindati Lince, missili contraerei Stinger portatili, elicotteri militari per spostamenti logistici. Il governo Meloni si appresta a consegnare batterie di missili Aspide e in sinergia con la Francia il sistema terra-aria Samp-T. Dall’inizio del conflitto Roma offre anche un appoggio satellitare per contrastare i russi sul campo. Truppe ucraine vengono addestrate sul territorio nazionale.

spagna

La Spagna è uno dei Paesi più forniti di Leopard in Europa, ne ha a disposizione 347. Mercoledì, la ministra della Difesa Margarita Robles ha detto che Madrid è pronta ad inviarne alcuni in Ucraina oltre a operare con gli alleati occidentali per addestrare i soldati di Kiev e a fornire parti di ricambio. Dei 347 Leopard, 239 sono 2A5E di nuova produzione, mentre 108 sono modelli 2A4 di seconda mano, che erano tedeschi. Sarebbero questi ultimi a essere forniti, ma perché siano operativi saranno necessari almeno due mesi.

Polonia

La Polonia è stato il primo Paese a offrire l’invio di Leopard 2 all’Ucraina (era l’11 gennaio) e anche quello più apertamente critico verso Berlino per la sua esitazione a rifornire Kiev dei potenti carri armati di fabbricazione tedesca. Il pressing ha toccato l’apice nei giorni scorsi quando Varsavia si è detta pronta ad inviare i tank anche senza l’ok di Berlino. Quando poi si è diffusa la notizia dell’imminente via libera tedesco, Varsavia lo ha considerato un suo successo diplomatico e ha chiesto la licenza di esportare 14 Leopard 2 dei 247 in dotazione.

Finlandia

La Finlandia è stata fra gli alleati più attivi di Kiev fin dall’inizio della guerra, anche perché con la Russia ha una frontiera di 1.340 chilometri. Già a inizio gennaio, insieme alla Polonia, si era detta disponibile a inviare i Leopard nonostante mancasse l’ok di Scholz. Ora a Helsinki discutono sul numero di tank da fornire. «Il contributo non sarà enorme», ha detto il ministro della Difesa Mikko Savola, spiegando che la Finlandia ne ha una scorta limitata. Si parla di 14 tank, mentre la Norvegia dovrebbe inviarne 8 e la Danimarca 18.

Corriere della Sera, 27 gennaio 2023 (pag 3) con Samuele Finetti, Luigi Ippolito, Viviana Mazza, Stefano Montefiori, Alessandra Muglia, Guido Olimpio, Paolo Valentino, Francesco Verderami

Zelensky non ha ancora ricevuto i tank ma già chiede i caccia agli alleati

Volodymyr Zelensky non ha ancora ricevuto i tank e già pensa ai caccia. Il presidente ucraino ha già inoltrato la richiesta in pubblico, con uno dei suoi interventi, sperando che la Nato la possa accogliere in futuro. Desideri che si incrociano con un dibattito aperto in campo politico e tra esperti.

Gli ucraini — secondo alcuni — dovrebbero essere dotati di F16, velivolo presente in numerose aviazioni occidentali. E l’Olanda ha offerto i suoi, anche se non c’è alcuna decisione. Washington, è contraria, Londra restia, l’invio di velivoli da combattimento è una linea rossa. Però è noto che spesso questi «confini» sono scritti sulla sabbia: oggi vale il no, domani potrebbe essere sì. Lo abbiamo visto con i carri armati, resiste il veto sui razzi a lungo raggio. Ma intanto nei corridoi se ne parla, si esaminano pro e contro.

Il sito Politico sostiene che la questione è sul tavolo della politica. Tornano, come per gli Abrams, i pareri dei tecnici: gli F16 richiedono manutenzione elevata, ci sono sempre nodi logistici da superare e personale da preparare. Altri affermano — non a torto — che Kiev, prima dei velivoli, deve costruire con l’aiuto esterno uno scudo anti-aereo degno di questo nome, è questa la necessità primaria. Replica di chi è a favore: tra pochi mesi la resistenza si troverà quasi senza caccia, deve trovare i rimpiazzi. I pochi Mig e Sukhoi di seconda mano ricevuti da Paesi dell’Est hanno appena tamponato qualche perdita.

La linea della Casa Bianca è di grande prudenza ma questo non impedisce di «portarsi avanti». È stato approvato un programma per addestrare comunque un centinaio di piloti ucraini e, mesi fa, erano stati pubblicati articoli sul supporto americano per abituare sempre gli ucraini all’uso degli F15.

I tank

Quanto tempo serve per il training sui Leopard? Le risposte degli analisti variano. Dalle 4 alle 6 settimane di corso intensivo per l’equipaggio, dalle 2 alle 4 settimane in più per il comandante di un plotone carri. Una tabella considerata da alcuni troppo «rosea», forse Kiev potrebbe avere militari pronti nell’arco di due mesi abbondanti.

I più attenti vanno però oltre i numeri e la qualità dei mezzi preferendo insistere sul quadro di insieme. Sarà decisiva la capacità di muovere i nuovi reparti corazzati in manovre complesse e coordinate con le altre componenti delle forze armate, solo così i carri armati incideranno veramente. Devono essere una forza d’urto compatta e non dei «cannoni su cingoli»: non di rado i tank sono stati usati in modo improprio ed esposti ad armi letali. Infatti ne sono stati distrutti a centinaia in entrambi gli schieramenti.

Corriere della Sera, 26 gennaio 2023

Guerra in Ucraina, 14 Leopard dalla Germania e 31 Abrams dagli Usa: ma per vederli sul campo ci vorranno mesi

Quello che fino a ieri sembrava difficile, ora può diventare realtà: tutti — o quasi — promettono carri armati per Kiev. La Germania ha messo fine alle titubanze annunciando questa mattina la consegna di una «compagnia» di Leopard 2, un totale iniziale di 14 mezzi che saranno consegnati entro 3 mesi e si aggiungono ai 14 promessi dalla Polonia e ai 14 Challenger 2 della Gran Bretagna. L’obietttivo europeo, ha precisato il governo tedesco, è di assemblare prima possibile due battaglioni di Leopard da destinare a Kiev , che equivalgono all’incirca a 70 tank. Volodymyr Zelensky dovrebbe ricevere fra 20 e 53 Leopard 2 dalla Spagna, 4 dal Portogallo, 8 dalla Norvegia e 14 dalla Finlandia. Danimarca e Paesi Bassi stanno invece ancora discutendo l’invio rispettivamente di 18 e 6 tank di produzione tedesca. Quella di Berlino era una decisione attesa, dopo che gli Stati Uniti si erano detti pronti a inviare 30 carri armati Abrams: poi oggi pomeriggio Joe Biden ne ha promessi 31, del valore di 400 milioni di dollari.

Questa, infatti, era la condizione posta per sbloccare la fornitura da parte del cancelliere tedesco Olaf Scholz, che non voleva essere il primo né l’unico a fare il passo. Secondo gli esperti, tuttavia, gli Stati Uniti non hanno intenzione di spedire gli Abrams già in uso, neanche quelli dei Marines — dove è in corso una riorganizzazione — destinati alla Polonia: la corazzatura degli Abrams è molto innovativa e contiene amianto, spiega Lorenzo Nannetti del Caffè geopolitico, e gli Stati Uniti non vogliono condividere tecnologia militare. A Washington produrrebbero quindi nuovi modelli meno performanti e questo confermerebbe che si tratta di una mossa «di facciata» per convincere la Germania. Anche perché gli Abrams sono mezzi complicati e costosi, necessitano di manutenzione, mentre i Leopard 2 sono stati progettati per essere operati da un esercito costituito principalmente da coscritti: bastano fra le 4 e le 6 settimane per addestrare un equipaggio.

Alcune fonti sostengono che ci vorranno mesi — se non anni — prima che i tank siano in mano agli ucraini. Vanno riattivati, modificati, gli equipaggi addestrati e i meccanici formati: sia i Leopard che gli Abrams hanno 4 membri di equipaggio e un loader, a differenza di quelli in uso alla resistenza — i T-72 di progettazione sovietica — che necessitano di tre persone e ha un sistema di caricamento automatico. Le dichiarazioni del momento tradiscono anche l’avversione da parte del Pentagono alla fornitura: i generali hanno accettato però la volontà politica, dato gli Abrams erano la «molla» per convincere Berlino a dare i Leopard e autorizzare i Paesi occidentali che li hanno in dotazione a fare lo stesso. Sempre con la solita «clausola»: dobbiamo verificare il loro stato.

La guerra, intanto, consuma munizioni a volontà: le scorte non bastano e il Pentagono non vuole restare con depositi vuoti in caso vi siano altre crisi, dalla Corea del Nord a Taiwan. È stato quindi confermato il progetto per aumentare la produzione di proiettili da artiglieria, che passerà da 14 mila al mese a 90 mila: un incremento del 500% che dovrà essere raggiunto nell’arco di due anni. Fonti israeliane hanno inoltre rivelato ad Axios che gli Stati Uniti avrebbero anche chiesto a Gerusalemme i vecchi missili anti-aerei Hawk — acquistati negli anni Sessanta per difendersi dagli attacchi di Egitto e Siria — da trasferire poi all’Ucraina.

Corriere della Sera, 25 gennaio 2023

Carri armati Abrams, Usa pronti a inviarli in Ucraina: cosa cambia nella guerra?

Gli Usa sono pronti a fornire i carri armati Abrams all’Ucraina. Un’ipotesi prima considerata, poi raffreddata con scuse, ora vicina a concretizzarsi per accontentare una pre-condizione tedesca. La Germania era pronta a dire sì all’invio dei Leopard, a patto che gli americani facessero una mossa analoga. Ad anticipare la probabile svolta è un articolo del Wall Street Journal , sempre bene informato sui retroscena della crisi. Cosa comporta?

1) Kiev ottiene un altro mezzo superiore per qualità alle «macchine» in dotazione. Parliamo di precisione nel tiro (se l’equipaggio è bene addestrato), cannone da 120 millimetri, sistemi ottici.

2) Cresce il numero di corazzati moderni in mano a Kiev che attende i Challenger 2 britannici, gli Amx 10 francesi (senza escludere anche il Leclerc) e i Leopard europei. L’esercito di Zelensky punta ad avere oltre 300 carri di generazione più recente da affiancare ai T-72, logori da mesi di battaglia, persi a centinaia. È un equipaggiamento necessario per tentare un’offensiva nei prossimi mesi — ma anche per contrastare la manovra degli invasori che continuano a inviare truppe. Ovviamente i carri contano ma hanno bisogno di essere integrati in un dispositivo complesso e i soldati devono essere preparati a manovre coordinate.

3) C’è l’aspetto «diplomatico». Berlino ha sempre subordinato il suo eventuale sì ai Leopard a un’iniziativa collettiva, ossia gli alleati devono contribuire ad un piano comune. E ora sembra prendere forma: la fornitura di Abrams elimina un alibi per la Germania finora titubante nella decisione, ma rischia anche di scatenare una reazione russa. «La guerra con l’Occidente ormai non è più ibrida, ma quasi reale», ha detto lunedì il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, riferendosi all’invio di armi da parte degli alleati.

4) Nelle scorse settimane fonti statunitensi spiegavano che gli Abrams sono complicati, richiedono una manutenzione costante e un «treno» di supporto importante — e consumano troppo. Inoltre aggiungere un altro tipo di corazzato rende dura la vita alla logistica. La rete Nbc aveva riportato indiscrezioni sul parere contrario dato dal segretario alla Difesa Lloyd Austin e dal capo di Stato Maggiore Mark Milley: non è quello di cui hanno bisogno a Kiev. Da qui l’opzione Leopard, che essendo in dotazione a 13 Paesi europei hanno una riserva consistente e scorte di munizioni. Ma altri esperti hanno ribattuto: è un falso problema, gli ucraini hanno le capacità tecniche. Resta comunque il tema di un arsenale troppo diversificato. Ed è strano perché più volte proprio gli strateghi statunitensi avevano auspicato una maggiore uniformità di modelli e, di conseguenza, anche una catena di assistenza concentrata su un tipo.

Le notizie sugli Abrams arrivano mentre la Polonia ha annunciato di aver chiesto alla cancelleria tedesca il permesso di dare i suoi Leopard. Una nota che la Germania aveva sollecitato per avere tutti i «timbri» formali e per prendere tempo. Varsavia ora ha accelerato, ha precisato che il training sarebbe partito comunque e ha poi indirizzato all’Unione Europea una sorta di sollecito: vuole essere risarcita per la «spesa».

Corriere della Sera, 24 gennaio 2023

Corruzione e collaborazionisti: il secondo fronte della resistenza ucraina

È il secondo fronte ucraino. Infido, pieno di ombre e rischi, minacce. Animato da spie, corruzione, pericoli che arrivano dall’esterno.

Un episodio brutale nei giorni seguenti all’invasione. Denys Kirieiev, uomo d’affari e negoziatore diplomatico, è ucciso da agenti del controspionaggio Sbu su uno dei loro mezzi. L’imprenditore era stato arrestato perché sospettato di aver passato informazioni a Mosca. Una versione ribaltata — come ha rammentato il Wall Street Journal di recente —, racconta una vicenda in cui la vittima non ha colpito alle spalle il suo paese ma lo ha aiutato in modo decisivo. Questo ribadiscono a Kiev. Se la capitale non è caduta in mano agli occupanti è anche merito suo, perché ha svelato a Zelensky dettagli importanti sul piano d’attacco. Particolari acquisiti attraverso le sue relazioni sull’altra barricata, in campo russo. Infatti sarà poi sepolto con tutti gli onori nonostante voci e notizie che lo dipingevano come una «talpa».

Kirieiev, con la passione per il mondo dell’intelligence e contatti trasversali, si è trasformato in un personaggio di influenza. Ha conosciuto negli anni generali dell’Armata nemica, ha allargato la propria rete dentro e fuori il Paese, è infine diventato uno dei membri della commissione mandata a trattare. Il suo lavoro — secondo quanto ribadiscono i dirigenti della resistenza — gli ha permesso di avere accesso a dati cruciali su come si sarebbe svolto il primo assalto. Merito condiviso con la Cia, il cui direttore era corso a Kiev per mettere in guardia l’alleato. Una ricostruzione preceduta da un’altra presentava Kirieiev come un agente doppio, in grado di agire per due committenti. Il più classico dei classici. Da qui la cattura e l’epilogo tragico attribuito alla «cattiva comunicazione» tra apparati. A seguire la mossa riparatrice del governo che lo considera un eroe. Un caso dalle tante «letture», con manovre e ambiguità, ipotesi di faide, realtà mutanti, buoni e cattivi a seconda del momento.

Durante la crisi l’Sbu ha dato la caccia ai collaborazionisti, a individui che trasmettevano con cellulari coordinate di bersagli e notizie sugli spostamenti di truppe. Mosca ha pagato molti amici, ha infiltrato elementi, ha dedicato risorse per individuare i depositi più importanti, ha cercato di scoprire il più possibile sugli Himars, sui cannoni a lungo raggio ma anche su Zelensky e i suoi collaboratori. Dozzine le persone fermate dopo indagini di reparto speciale, mentre Kiev ha trovato una sponda nelle intelligence occidentali per contrastare l’attività dei russi fuori dai confini. Il servizio segreto militare Gru, ben prima della guerra, ha provato a contrastare i rifornimenti bellici con sabotaggi e pressioni sui fornitori dell’Ucraina. Intensa l’azione in Stati produttori di munizioni, in quelli diventati punti di transito nella filiera di rifornimento sostenuta dalla Nato.

Proprio il gigantesco flusso di denaro e aiuti d’ogni tipo, dai blindati ai generatori, ha creato condizioni favorevoli per chi vuole guadagnarci in modo illecito. È la situazione perfetta, aumentano le tentazioni, l’emergenza bellica favorisce le scorciatoie, facile che qualcuno colga l’attimo e non solo quello. Ecco i prezzi gonfiati, possibili traffici, soldi finiti chissà dove, equipaggiamenti dirottati. Le dimissioni in queste ore di quattro vice ministri, del numero due dello staff presidenziale Kyrylo Tymochenko e di diversi governatori lasciano spazio ai timori paventati più volte dai donatori sull’utilizzo finale dei fondi. Nei mesi scorsi, soprattutto l’ala repubblicana del Congresso Usa, ha sollecitato la Casa Bianca a pretendere trasparenza da parte di Kiev e ha minacciato una riduzione del budget al grido «vogliamo sapere dove finiscono i nostri dollari». Tanti. In alcune occasioni sono trapelate lamentele sulla difficoltà di tracciamento del materiale, segnali di una questione «mani pulite», non certo inedita per l’Ucraina, accompagnati dagli annunci sulla creazione di una commissione ad hoc incaricata di vegliare.

Corriere della Sera, 24 gennaio 2023

Ucraina, la babele dei tank: aspettando i Leopard la resistenza si adatta con mezzi «sovietici», francesi, britannici

Appena qualche mese fa c’era chi azzardava una profezia bellica sostenendo il declino dei tank, scardinati da missili e droni. Oggi non si parla d’altro che di carri, da Rabat fino ad Helsinki, passando per Berlino per finire a Kiev. E non ci sono solo i Leopard.

Dopo qualche anticipazione sui media, arrivano delle conferme. Il Marocco ha consegnato all’Ucraina venti T-72B, mezzi riammodernati nella Repubblica Ceca. Sono vecchi corazzati acquistati di seconda mano in Bielorussia dal Paese nordafricano che tornano utili con le richieste pressanti da parte della resistenza. La Finlandia, dopo aver varato un nuovo pacchetto da 400 milioni di dollari, si è detta pronta da offrire i suoi Leopard o come dice una campagna di mobilitazione «a liberare i Leopardi». Dalla Spagna rimbalzano informazioni sulle verifiche ordinate dal governo sui corazzati tedeschi «in deposito»: i tecnici potrebbero intervenire su una quarantina di esemplari, restano sempre da valutare le condizioni. L’Estonia, invece, ha annunciato che spedirà in Ucraina tutti i suoi pezzi da 155 millimetri, gesto di grande solidarietà che imita quello della Danimarca che ha ceduto i 19 Caesar in dotazione.

Gli annunci a ripetizione sono richiami rivolti a Berlino affinché si decida a dare l’autorizzazione allo sblocco dei panzer. Gli esperti, intanto, dedicano tempo alla catalogazione di quanti Paesi — una dozzina — possono mettere a disposizione dei Leopard. Altri insistono sulle necessità di evitare duplicazioni, ovvero la Babele degli armamenti offerti a Zelensky. Per i tank, oltre ai T-72 di vario tipo, ci saranno in futuro i francesi Amx 10 e forse i «pesanti» Leclerc, poi i Challenger 2 britannici e non manca chi invoca l’arrivo degli Abrams americani respingendo le riserve su manutenzione, consumo, training.

Questa massa si aggiunge a blindati d’ogni specie e origine, stessa cosa per l’artiglieria con cannoni inglesi, francesi, est europei, canadesi, svedesi, statunitensi… Solo per citarne alcuni. L’Ucraina accetta tutto, il personale si adegua (non ha scelta) ma è facile immaginare cosa sia la gestione dei ricambi o le riparazioni. Ecco perché si spera in un’azione comune, in particolare europea, che con l’adozione dei Leopard possa assistere Kiev sul piano logistico. Proprio lunedì l’Ue ha sbloccato aiuti militari per 500 milioni di euro dopo che l’Ungheria ha rimosso il veto.

Le torsioni occidentali aprono spazi per Mosca che usa la propaganda e attività coperte. Il New York Times riporta un’indiscrezione intrigante. C’è il sospetto che dietro la serie di pacchi bomba inviati a personalità e istituzioni in Spagna tra novembre e dicembre possa esserci la mano del servizio segreto militare russo, il Gru. Gli agenti avrebbero ispirato gli attacchi condotti da una fazione estremista, il Movimento imperiale russo. L’azione rientrerebbe nella campagna di destabilizzazione in Europa condotta, attraverso elementi di fiducia, da un paio di apparati, come l’unità 29155 e il 161esimo centro per compiti speciali. Per l’intelligence i plichi esplosivi sono una sorta di avviso, una minaccia su quanto potrebbe accadere in caso di una escalation.

Corriere della Sera, 23 gennaio 2023 (pag 6 del 24 gennaio)

Ucraina, ucciso un ex Navy Seal americano: che fine hanno fatto i volontari della legione straniera?

Padre giovanissimo, ex Navy Seal, poi disertore. Infine la morte in Ucraina. È questa la storia ufficiale di Daniel Swift, un volontario americano ucciso nei combattimenti contro i russi il 18 gennaio. Il sesto cittadino statunitense caduto sul fronte di guerra, uno dei tanti occidentali entrati nella Legione dei volontari al fianco di Kiev.

Originario dell’Oregon, Swift si arruola nel 2005 e inizia una lunga carriera nel prestigioso corpo d’élite, un’unità chiamata a missioni difficili, dalla lotta ai terroristi alla caccia a Osama bin Laden. Il militare è assegnato prima alle Hawaii, quindi partecipa alle operazioni in Iraq e in Afghanistan. Passaggi raccontati in un ebook, The Fall Man, dove descrive un percorso personale difficile rilanciato in queste ore dai media americani. Il divorzio dei genitori incide sul suo carattere, ha un’infanzia turbolenta, si allontana dalla famiglia ma forma subito la sua in parallelo all’impegno in divisa. Si sposa, diventa padre a 20 anni e mette al mondo 4 figli. Sotto le armi incontra soddisfazioni, prove ardue, momenti complicati, medaglie.

Non ha un buon ricordo del periodo iracheno, non si fida delle truppe locali, afferma che i commandos sapevano dove erano i nemici ma gli impedivano di eliminarli. È coinvolto nel ribaltamento di un mezzo, un paio di commilitoni riportano fratture, ne ha visto morire un altro durante un periodo di training sulla costa occidentale. L’insieme di esperienze può aver inciso sui passi successivi. Dopo aver lasciato la Marina nel 2014, scrive il Washington Post, rientra l’anno successivo. Un ritorno seguito nel 2019 dall’abbandono dei Seals: Swift se ne va, la Navy lo considera a tutti gli effetti un disertore. Una svolta improvvisa, di lui si perdono le tracce. Fino a venerdì quando è stato annunciato il decesso.

Le fonti sostengono di non sapere quale sia il sentiero che ha portato il militare fino in Ucraina, la spiegazione più semplice — non è detto che sia l’unica — è che abbia deciso di aggregarsi ai tanti occidentali pronti a battersi nei ranghi della resistenza. Scelta individuale o una copertura per un impiego segreto? Può essere tutto. L’uomo che affronta l’ennesima curva di un’esistenza oscillante abbracciando la causa dell’Ucraina. Oppure la diserzione è una scorciatoia creata per favorire il suo impiego non ufficiale, parte dell’assistenza neppure troppo riservata della Nato.

Forse però bastava dimettersi — cosa che aveva già fatto una volta — senza avere il marchio del disertore, una soluzione semplice quanto antica. Non sei più organico ad una forza armata ma di fatto continui a servirla con una nuova mimetica. Senza trascurare un aspetto legale: per molti governi è vietato andare a combattere all’estero. C’è però una crisi in corso, la peggiore, gli Stati elaborano vie alternative. Mosca si affida ai mercenari, ad apparati clandestini per colpire gli esuli. Quali che siano le ragioni Swifts è entrato nel «fiume» di volontari arrivati in massa nelle settimane successive all’invasione.

Secondo alcune informazioni il loro numero ha raggiunto i 17-20 mila, cifra non sempre verificabile. Le autorità locali dopo aver aperto le porte le hanno socchiuse creando un setaccio per filtrare il personale, verificare chi fosse adeguato, evitare infiltrazioni, rimandare a casa tipi con precedenti gravi. C’erano e ci sono elementi esperti, reduci di eserciti occidentali, dei professionisti. Una presenza dichiarata e multiforme, dal singolo individuo agli specialisti della Mozart, la società nata per rispondere alla Wagner russa. Non diverso è il ruolo di nuclei composti da georgiani, bielorussi, ceceni pronti a battersi contro Mosca.

Ma accanto a coloro che «sanno» sono apparse persone in cerca di avventura, non sempre pronte per un conflitto brutale, tanto più se nel loro bagaglio c’era solo buona volontà o neppure quella. In qualche caso sono emerse denunce sulla cattiva organizzazione, su ufficiali inadatti, su abusi. Un recente articolo del Washington Post ha indagato sulla Legione sostenendo che il contingente degli stranieri si è assottigliato a poche migliaia, inseriti in tre battaglioni. Il ricercatore Kacper Rekawek — citato dal quotidiano — ha stimato che ne siano morti un centinaio mentre mille sono rimasti feriti. Molti sarebbero tornati nei rispettivi Paesi alla fine dell’estate. Alcuni provati dalla guerra, altri perché non pronti, altri ancora in una bara.

Corriere della Sera, 21 gennaio 2023 (pag 4 del 22 gennaio)

La Cia, i piani russi, le armi: chi sfonderà in primavera?

Sembra di rivivere l’inverno 2022. Il capo della Cia William Burns è in piena azione, vola a Kiev e presenta a Zelensky i possibili piani russi come successe un anno fa. Intanto i generali americani discutono le opzioni e assistono la resistenza con contatti diretti, mentre gli alleati lanciano una nuova iniziativa di supporto. L’intelligence, ieri come oggi, è cruciale nella «prevenzione» delle mosse e nell’individuazione dei lati deboli avversari.

Se però l’aiuto della coalizione era iniziato con l’obiettivo di evitare la sconfitta dell’Ucraina, ora il target dei Paesi che assistono la resistenza è quello di favorire la liberazione dei territori, un progetto ambizioso e costoso. Il Pentagono, insieme ai partner presenti ieri al vertice di Ramstein, ha calibrato con chiarezza l’obiettivo della nuova assistenza: l’esercito di Zelensky va dotato di equipaggiamenti e dell’addestramento per condurre azioni su larga scala con contingenti ampi. È ciò che i soldati stanno imparando a fare in queste settimane. Serve comunque tempo, come servono i sistemi anti-aerei. Per alcuni la Casa Bianca deve sbloccare i razzi a lungo raggio per stabilire un equilibrio e per incalzare gli occupanti nelle retrovie distanti. Kiev li ha chiesti, lo stesso vale per i caccia che alcuni Stati sarebbero pronti a dare. L’Olanda, ad esempio, ha offerto gli F16.

Forniture e arsenali

Il nodo centrale sono però i tank pesanti. L’Ucraina ha sempre dichiarato di avere bisogno di un «parco» di 300-500 carri armati. Quando la Nato discute l’invio di mezzi adeguati, la scelta cade sul Leopard tedesco perché il modello è disponibile in numerosi Paesi europei. La Germania però ha fermato il «processo» con il veto sulla riesportazione dei tank di produzione tedesca. Quanto alla consegna, oltre all’ok di Berlino, molto dipenderà dalle condizioni dei mezzi, dal lavoro necessario per riattivarli e dal training. Per smuovere le acque, Washington intanto avrebbe chiesto alla Grecia di consegnare 2-3 Leopard a Kiev nella speranza che questo induca il cancelliere Olaf Scholz a cambiare idea, non essendo lui ad avere infranto il tabù. Sono scorciatoie non incoraggianti se paragonate alla posta in gioco, ma gli esperti si domandano se i carri armati cambierebbero davvero il quadro. Mosca, nelle sue reazioni minacciose, afferma di no. Qualche analista sottolinea l’importanza dei corazzati (inclusi i blindati in arrivo) ma avverte anche che al massimo riusciranno a creare un paio di brigate. Ancora poche rispetto agli impegni.

La guerra, del resto, è logistica, logistica, logistica. Gli ucraini devono preoccuparsi della manutenzione, dei rifornimenti, dell’appoggio, della gestione di un arsenale imponente. È un impegno gravoso che cresce e introduce difficoltà per la disparità di veicoli, cannoni e blindati. Ne arrivano decine di tipi, ognuno con le sue caratteristiche. È indispensabile uniformare, ma i fornitori attingono a depositi diversi. Gli ottimisti confidano quindi nella determinazione e nell’arte d’arrangiarsi messa in mostra dai «difensori» nei mesi passati.

Avvertimenti

Un esperto, Tyler Rogoway, insiste intanto su un aspetto: le spedizioni di armamenti servono da deterrenza, rappresentano un messaggio lanciato verso il Cremlino per ribadire che non potrà vincere. Vladimir Putin, invece, è convinto di farcela e lo dichiara. Si affida alla quantità da gettare sul campo di battaglia, conta sulla tradizione di un’Armata che — nonostante tutto — tiene il colpo, spera che gli «altri» si stanchino. La strategia di logoramento, nella sua visione, sfinisce gli sponsor stranieri, consuma gli ucraini. Fonti dell’intelligence tedesca hanno fatto trapelare sullo Spiegel indiscrezioni allarmate sull’alto numero di perdite patito dagli ucraini a Bakhmut. La soffiata conferma, allo stesso tempo, la tattica suicida degli invasori mandati all’assalto senza preoccuparsi delle conseguenze. Per il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin gli occupanti, oltre ai morti a centinaia, starebbero esaurendo le munizioni. Lo Stato Maggiore esegue gli ordini del neo-zar, raccogliendo tutte le forze possibili: oltre ai regolari e ai mercenari della Wagner, è in pressing sulla Bielorussia perché «entri» con le sue unità. È una mobilitazione strisciante. I «sovietologi», in base alla loro esperienza, sono scettici, ritengono che emergeranno i nodi mai sciolti, le carenze, i «freni» di una struttura mai riformata. La Russia, però, non mostra segni di cedimento.

Scenari

Ora l’attenzione è concentrata sulla primavera, quando i due schieramenti proveranno a rompere lo stallo. Tuttavia a Washington invitano a guardare oltre: i generali americani avvisano che sarà arduo cacciare via gli invasori nel 2023, gli scenari sono di medio e lungo termine. E su questo sono d’accordo con Putin.

Corriere della Sera, 21 gennaio 2023 (prima pagina, pag. 4)