Perugia Social Fest, il cinema dell’accoglienza

A proclamare i vincitori della quarta edizione del Perugia Social Film Festival – in programma nel capoluogo umbro dal 20 al 30 settembre – saranno (anche) due giurie inconsuete: quella di detenute e detenuti del carcere di Perugia-Capanne e quella dei rifugiati politici e dei migranti, che si uniranno a quella tradizionale composta dal pubblico e a quelle ufficiali in cui figurano il cineasta portoghese Sérgio Tréfaut, Federica Di Giacomo (Premio Orizzonti a Venezia 2016 con Liberami), Luciano Barisone (ex direttore artistico del Festival dei Popoli e di Visions du Réel) e Irene Dionisio (regista e direttrice artistica del Lovers Film Festival di Torino).

Per un festival nato con l’obiettivo “di raccontare il mondo del sociale attraverso il cinema reale con un’attenzione ai linguaggi innovativi della documentaristica”, dunque, la scelta di coinvolgere per undici giorni persone e pezzi di comunità non sempre integrati riassume – assieme allo slogan “Differente, non indifferente” – lo spirito di un evento che con le prime tre edizioni si è ritagliato un ruolo importante nel panorama dei concorsi italiano e internazionale. “La volontà”, spiegano gli organizzatori, “è quella di affiancare due diversi modi di osservare e valutare la realtà, realizzando un avvicinamento tra mondi marginalizzati e la società culturale in cui viviamo”. Continua a leggere

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Chi è Reade Brower, l’anti-Murdoch d’America: «Trump? Fa bene al giornalismo»

ROCKLAND, MAINE — «Vedi quel negozio di ciambelle laggiù? È una multinazionale, ma se regalasse a tutti i clienti una tazza di caffè sperando che poi si comprino una ciambella, andrebbe di sicuro in bancarotta». Per provare a spiegare il peccato originale che ha minato la stabilità economica dell’editoria, Reade Brower, magnate dei media del Maine, si appoggia a un paragone quotidiano. «Offrire i siti internet dei giornali gratuitamente, all’inizio dell’era digitale, è stato uno degli errori più stupidi mai commessi in questo Paese», dice al Corriere della Sera mentre divora un sandwich al tavolo di Home Kitchen Café, il locale a gestione familiare di fronte al suo ufficio di Rockland, in cui consuma gran parte dei pasti. «In questo modo le persone, in particolare i millennial, hanno sempre pensato che le notizie fossero gratis e che non bisognasse pagarle. Ora è molto difficile fargli cambiare idea».

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Il miglior hot dog del mondo esiste. E si mangia a Reykjavik

REYKJAVIK, ISLANDA – Il miglior hot dog del mondo non si mangia a New York, ma in baracchino nascosto nelle stradine del centro di Reykjavik. Bæjarins beztu pylsur – che in islandese significa “il miglior hot dog in città” – è stato fondato nel 1937 dal nonno dell’attuale proprietaria Gudrun Kristmundottir e da allora ha aggiunto altri quattro punti vendita. A dargli fama globale è stata nel 2004 una visita di Bill Clinton, che fece in tempo ad assaggiare il miglior hot dog di Reykjavik prima di diventare vegano. “Fu incredibile, non ho mai capito tutto questo clamore per un singolo hot dog”, ha ammesso Kristmundottir, ricordando la casualità di quell’incontro: l’ex presidente americano passava di là, una dipendente gli urlò semplicemente “i migliori hot dog del mondo” e luì si avvicinò con un sorriso, ordinandone uno. Continua a leggere

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Noi assomigliamo ai nostri nomi

 

scritto con Andrea Federica de Cesco, illustrazione di Alessandra De Cristofaro

(AFdC) Mi chiamo Andrea e sono una donna italiana. Puntualmente, quando mi presento a una persona nuova quella ridacchia, per poi aggiungere fra l’imbarazzato e l’ammiccante: «Ma non è un nome da maschio?». E io attacco con la mia solita tiritera: «In realtà in Spagna, in Germania e in molti altri Paesi è un nome femminile. I miei erano spesso all’estero per lavoro…». Ogni volta mi sento in dovere di giustificarmi, manco fosse colpa mia se i miei genitori hanno deciso che il loro primogenito, a prescindere dal sesso, si sarebbe chiamato Andrea. Pigrizia pura, penso io, anche se loro insistono sul fatto che volevano l’effetto sorpresa (e infatti hanno saputo che ero una bambina solo il giorno del parto). Le vecchiette non si facevano alcun problema ad ammonire mia mamma per quella scelta in apparenza eccentrica: «L’è ona tosa, la pò minga ‘vegh on nòmm de mas’c!» («È una femmina, non può avere un nome da maschio!»). A dirla tutta, per evitare che a causa di qualche fraintendimento una volta adulta mi fossi dovuta sottoporre alla visita di leva (allora il servizio militare era obbligatorio per gli uomini), ad Andrea i miei avevano aggiunto Federica. Ma l’ufficiale di stato civile incaricato di iscrivermi all’anagrafe ribaltò le cose, rifiutandosi di registrare una femmina con quello che per molti anni (fino a una sentenza della Corte di Cassazione del 2012) a livello anche legale è stato ritenuto un nome maschile. E così secondo la carta di identità sono Federica Andrea.

(AM) Mi chiamo Andrea e sono un uomo italiano che ha vissuto negli Stati Uniti, e non di rado sono stato scambiato per una donna. Una volta, anni fa, sbarcai da un autobus Greyhound a Topeka, in Kansas, per un reportage sulla Westboro Baptist Church, che più che una chiesa è un gruppo di odiatori con il culto dell’omofobia. Per due giorni avevo parlato al telefono con Fred Phelps Jr, il leader della congregazione, uno degli uomini più disprezzati d’America, che aveva promesso di venirmi a prendere alla stazione. Quando lo vidi arrivare sul marciapiede di Topeka gli andai incontro, ma prima che potessi presentarmi lui mi anticipò. «C’era per caso una signora anziana sull’autobus?», mi chiese. Confuso, risposi di no. Lui mi ringraziò educatamente, si diresse dall’autista dell’autobus e poco dopo tirò il telefono fuori dalla tasca. Squillò il mio. «Andrea, dove sei?», mi chiese, perplesso. «Sono qui davanti a te, ci siamo appena parlati». Lui scoppiò a ridere, mi venne incontro e per giustificarsi disse soltanto: «Scusami, ma ero certo che fossi una donna. E, a giudicare dalla voce bassa, avevo dedotto che fossi una donna anziana». Abbozzai. Come del resto ho fatto decine – o forse centinaia – di volte via email, ogni volta che ho ricevuto una risposta che iniziava con «Dear Mrs. Marinelli». Spesso ho persino evitato di correggere l’interlocutore, giudicando la questione superflua o non necessaria. Altre volte, quando ci tenevo davvero a scongiurare equivoci, mi sono firmato Andrew o Andreas. Eppure Andrea significa «uomo», non dovrebbero esserci grossi dubbi, mi sono continuato a dire per anni. Continua a leggere

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Recensione di The Invention of Ana, di Mikkel Rosengaard

A New York, un giovane stagista danese senza nome ma con l’ambizione di diventare scrittore incontra su un tetto di Brooklyn Ana Ivan, artista romena cresciuta sotto il comunismo che si dichiara “viaggiatrice nel tempo”. Quello stagista acerbo trova una voce nei racconti familiari di Ana, su cui Rosengaard – che stagista a New York lo è stato davvero e un po’ si ispira a incontri ed esperienze personali – costruisce un libro a strati, di storie che si incrociano creando un groviglio e una continua sovrapposizione fra la vecchia e chiusa Romania di Ceausescu e la New York internazionale di oggi.

Sette, 26 luglio 2018

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Recensione di War on Peace, di Ronan Farrow

Ronan Farrow ha solo trent’anni e nel 2018 ha conquistato il Pulitzer per l’articolo, pubblicato sul New Yorker, con cui ha svelato le accuse di molestie contro il produttore Harvey Weinstein facendo deflagrare il movimento #MeToo. Figlio di Mia Farrow e Woody Allen, che detesta, talento precoce che si è laureato a 15 anni, ha lavorato al dipartimento di Stato negli anni di Hillary Clinton e nel suo primo libro traccia una critica feroce, basata su esperienze personali – in Afghanistan e Pakistan, per lo più – e interviste, della diplomazia americana del Ventunesimo secolo.

Sette, 12 luglio 2018

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Dieci anni di iPhone in Italia: quanto ha cambiato le nostre abitudini (in meglio e in peggio)

Dieci anni fa, l’11 luglio 2008, l’iPhone arrivava per la prima volta nei negozi italiani. Dieci anni dopo, il 69,7% degli italiani (quasi 42 milioni di persone) possiede uno smartphone, un oggetto che fino a quel momento non esisteva. Solo nel nostro Paese, 18 milioni di persone lo utilizzano per collegarsi alla propria banca, e nel 2017 lo abbiamo usato per fare 8,3 miliardi di euro di acquisti online. C’è un dato che riassume questa rivoluzione: quando Steve Jobs presentò il primo modello, il 9 gennaio 2007, il valore di Apple in borsa al Nasdaq di New York era di 72 miliardi di dollari. Oggi ha superato i 900 miliardi, ed è l’azienda con la maggior capitalizzazione di mercato al mondo e la prima, secondo molti analisti, a poter sfondare il muro dei mille miliardi. Continua a leggere

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