Dio, patria e battaglia (legale)

Due storie diverse, ma ugualmente e profondamente americane, ci raccontano gli Stati Uniti degli anni Venti: una viene dal Kentucky, l’altra dall’Oregon. O forse dal Grande Idaho?

In Kentucky un ottantenne di nome Ben Hart ha vinto una lunga battaglia legale contro l’assessorato ai Trasporti e avrà il diritto di scrivere I’m God – Io sono Dio – sulla targa della sua auto. Prima di trasferirsi in Kentucky Hart, che è ateo, aveva già utilizzato la pretenziosa affermazione sulla targa della sua auto in Ohio e voleva l’autorizzazione a farlo anche nel suo nuovo Stato, che però è molto più conservatore e religioso: glielo ha accordato un giudice distrettuale, spiegando che il rifiuto dell’assessorato violava il suo diritto di espressione sancito dalla costituzione. Quello del signor Hart non è un caso isolato: i cosiddetti vanity license plate – le targhe personalizzate – sono stati adottati da diversi Stati a partire dagli anni Trenta per arrotondare il bilancio, ma si sono ben presto trasformati in un campo di battaglia per la libertà di espressione. Nel 2014, per esempio, la Corte Suprema del New Hampshire autorizzò un uomo a scrivere COPSLIE sulla propria targa (i poliziotti mentono), mentre in Vermont una donna sta combattendo da anni per poter scrivere SHTHPNS: letteralmente Shit Happens, un modo un po’ colorito di dire «cose che capitano».

In Oregon, invece, un istruttore di armi settantenne e conservatore ritiene che il governo Statale sia diventato troppo liberal, e così ha fondato un gruppo che vuole istituire un «Grande Idaho», spostando i confini dello Stato verso Ovest e trasferendo così le aree più rurali e conservatrici dello Stato sotto l’autorità del vicino – e tradizionalista – Idaho. L’uomo, Mike McCarter, ha lanciato così una petizione per chiedere a 18 contee di cominciare il processo: per ottenere un referendum a novembre, deve raccogliere le firme del 6% della popolazione in ogni contea. Se il referendum dovesse poi essere approvato, sia i due parlamenti statali che il Congresso di Washington dovrebbero ratificare le modifiche dei confini. Insomma, possiamo archiviare la storia fra le cose che non capiteranno. Ma che vale comunque la pena raccontare.

Corriere della Sera, 19 febbraio 2020 (Newsletter AmericaCina)

Tornano i comici alla Casa Bianca

Donald Trump è un presidente che ha demolito le tradizioni, come quella della Cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, in cui storicamente giornalisti e membri dell’amministrazione siedono gomito a gomito lasciandoci prendere in giro dai comici del momento. Da quando è stato eletto, infatti, il presidente – che ai media tradizionali ha dichiarato guerra bollandoli come «fake news» – ha disertato il gala e mandato in crisi l’organizzazione, che ha faticato a trovare tono e presentatori adatti alla serata. Per questo nel 2019 avevano optato per un’atmosfera più compassata, affidandosi allo storico Ron Chernow. Per la cena del prossimo 25 aprile, invece, hanno deciso di rinnovare la tradizione: il presentatore sarà Kenan Thompson, celebre volto del Saturday Night Live, nonché uno dei comici più amati d’America, a cui si affiancherà il collega Hasan Minhaj, apprezzato emergente che conduce su Netflix lo show Patriot Act.

Corriere della Sera, 19 febbraio 2020 (Newsletter AmericaCina)

La campagna in campagna dei candidati dem in California

Spostando da fine giugno al 3 marzo la data delle proprie primarie, la California è improvvisamente diventata un fattore nella contesa democratica: a fine corsa i suoi 415 delegati sarebbero stati ininfluenti, ma assegnati durante il Super Tuesday hanno il potere di indirizzare la nomination. Non è un caso, infatti, che i miliardari Michael Bloomberg e Tom Steyer abbiano investito ingenti risorse nella West Coast, ma non sono stati gli unici: come racconta Politico, a due settimane dal Super Martedì tutti i candidati si stanno facendo vedere da queste parti, non solo nelle grandi città, ma soprattutto nelle aree rurali del «flyover country». Quello su cui, in genere, al massimo si vola sopra.

Negli ultimi giorni Pete Buttigieg ha tenuto un comizio a Turlock, nella Central Valley, dove da decenni non vedevano un candidato alla presidenza, e sempre nella sterminata e solitaria valle di mezzo – che John Steinbeck definì «il cestino del pane dell’America», perché sfama il Paese con la sua florida produzione agricola – hanno tenuto comizi Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Steyer ha anche aperto uffici ai margini del deserto del Mojave e del confine messicano, mentre Bloomberg ha ricevuto l’appoggio dei sindaci di piccole cittadine sparse per lo Stato e punta forte sul voto ispanico.

«Abbiamo qualcosa da offrire», ha spiegato a Politico Jessica Self, che dirige una sezione locale del partito. «I nostri elettori non incontrano spesso candidati alla presidenza, e in più assegniamo i delegati col metodo proporzionale». I delegati – «i punti» necessari per vincere la nomination: ne servono 1.990 – vengono assegnati cioè in proporzione ai risultati ottenuti nei 53 distretti elettorali della California, come se i candidati corressero in 53 piccoli Stati diversi. E così, come in una corsa all’oro, gli aspiranti presidenti si sono lanciati alla conquista di piccole cittadine da poche migliaia di abitanti, dove gli spazi pubblicitari in radio e tv costano molto meno che a San Francisco o Los Angeles ed è più facile raggiungere gli elettori. E che, in termini di delegati, possono portare un bottino maggiore di Iowa e New Hampshire.

Corriere della Sera, 19 febbraio 2020 (Rassegna Stampa)

Michael Bloomberg alla prova video

Michael Bloomberg si è qualificato per il suo primo dibattito presidenziale e nella notte americana, le 3 di domattina in Italia, salirà sul palco di Las Vegas per affrontare i suoi principali rivali in queste primarie democratiche: Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Joe Biden, Amy Klobuchar e Pete Buttigieg.

# A permetterglielo non è stata solo la sorprendente ascesa nei sondaggi – aveva bisogno di quattro rilevamenti che lo dessero sopra al 10% a livello nazionale e ieri è arrivato l’ultimo, che lo piazza dopo Sanders al 19% – ma soprattutto il fatto che il partito democratico ha cambiato le regole per qualificarsi. A partire da questo dibattito non è più necessario raccogliere soldi da migliaia di finanziatori per dimostrare di avere un seguito: Bloomberg (nella foto Ap a un incontro elettorale in una fabbrica di birra a Richmond, in Virginia), che non accetta donazioni e si autofinanzia, non avrebbe mai soddisfatto il criterio.

# Nei caucus del Nevada, tuttavia, l’ex sindaco di New York non sarà ancora in gara: entrato nella contesa con un anno di ritardo rispetto agli altri, è stato costretto a saltare le prime quattro primarie ed entrerà in gioco solo a partire dal Super Tuesday del 3 marzo. L’ultimo ad adottare una strategia simile fu Rudy Giuliani nel 2008 e fu un fallimento, ma la confusione di queste primarie democratiche e la sua capacità di spesa praticamente illimitata hanno dato una grossa mano a Bloomberg, al punto che i rivali ora cominciano a temerlo davvero. Per questo stanotte sarà importante vederlo all’opera: una prestazione soddisfacente potrebbe consacrarlo in queste sconclusionate primarie democratiche. (Qui l’analisi di Alberto Alesina)

Corriere della Sera, 19 febbraio 2020 (Prima Ora)

Gli amori «chiusi» alla Casa Bianca

A partire da novembre 2017, Stephen Miller e Katie Waldman si erano parlati più volte al telefono, ma non si erano mai incontrati: lei era portavoce del Dipartimento per la sicurezza del territorio, lui consigliere di Donald Trump nonché responsabile delle politiche sull’immigrazione. Si sono conosciuti la primavera successiva grazie ad amici comuni e domenica si sono sposati al Trump International Hotel di Washington confermando un trend piuttosto diffuso in questa amministrazione così diffidente verso l’esterno: in una capitale politicizzata e liberal, per i giovani collaboratori di questa Casa Bianca è molto difficile trovare l’amore fuori dal bunker trumpiano.

Così la soluzione è guardare all’interno. Oltre a Miller, 34 anni, e Waldman, 28, da un anno portavoce di Mike Pence, le coppie sono parecchie: la portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham è fidanzata con il direttore dell’advance office Max Miller; l’assistente del presidente Nick Luna con quella di Jared Kushner, Cassidy Dumbauld; il nipote del vicepresidente, John Pence, ha sposato l’assistente Giovanna Coia, cugina di Kellyanne Conway; i due assistenti della Casa Bianca Zach Bauer e Meghan Patenaude si sono sposati a novembre sempre al Trump Hotel.

E quando c’era Obama? Anche i giovani collaboratori di Obama, nota il New York Times, avevano un’attività intensa, ma non si limitavano a cercare fra i colleghi. La Casa Bianca di Trump, invece, ha scelto di essere isolata, e questo si riflette anche nella vita sentimentale dei dipendenti. Un contributo, però, lo ha dato anche la tecnologia. In tempi di polarizzazione assoluta, infatti, le app di dating hanno inserito un nuovo filtro: le preferenze politiche, che limitano – e non poco – le relazioni bipartisan. Anche per questo sono nati siti rivolti ai repubblicani single, a cominciare dall’app DonaldDaters: per iscriversi, però, bisogna credere «nel matrimonio tradizionale fra un uomo e una donna, come lo ha definito Dio nella Bibbia».

Corriere della Sera, 18 febbraio 2020 (Newsletter AmericaCina)

I dilemmi di Bloomberg

L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg cresce nei sondaggi, domani parteciperà al suo primo dibattito democratico e ora i suoi rivali lo temono davvero: le inchieste giornalistiche contro di lui aumentano, e stargli dietro – soprattutto economicamente – è difficile. La cosa da tenere d’occhio, però, è la strategia: nessuno ha mai vinto le primarie dopo aver saltato i primi Stati, ma la confusione di quest’anno sembra aver giocato in favore di Bloomberg, permettendogli di definirsi da solo senza subire attacchi. Domani, nel dibattito di Las Vegas, capiremo meglio dove potrà arrivare.

Un dilemma, però, lo ha anche Bloomberg News: come coprire la candidatura alla presidenza del capo? Il direttore John Micklethwait ha istruito i suoi giornalisti: «Sapevamo che sarebbe stata dura», ha detto, «ma abbiamo stiamo dimostrando di essere indipendenti». Il discorso, però, sembra un mezzo passo indietro, fatto per placare la preoccupazione dei giornalisti: quando l’ex sindaco aveva annunciato la sua candidatura, infatti, Micklethwait aveva affermato che Bloomberg News si sarebbe astenuta dal fare inchieste sul suo fondatore e sugli altri democratici. Secondo il direttore, però, il team investigativo e quello politico sono indipendenti l’uno dall’altro, e solo il primo starà alla larga dai candidati.

Corriere della Sera, 18 febbraio 2020 (Newsletter AmericaCina)

La resistenza del disertore Mitt Romney

Fox News lo accusa ogni giorno di essere un traditore, Donald Trump lo ha definito una disgrazia, i conservatori di tutto il Paese lo detestano per essere stato l’unico senatore repubblicano a votare contro il presidente nell’impeachment. Anche nello Utah – lo stato conservatore e mormone in cui è stato eletto – i repubblicani sono rimasti spiazzati dal voto di Mitt Romney, eppure il suo consenso si è allargato: i democratici che ora lo stimano sono più dei repubblicani rimasti delusi. E così, racconta il Washington Post, Romney sembra essere un’eccezione nell’era di Trump: è l’unico repubblicano che ha attaccato il presidente ed è sopravvissuto (per ora) politicamente.

Corriere della Sera, 18 febbraio 2020 (Newsletter AmericaCina)