Per capire se davvero il 6 novembre si avrà una blue wave, l’ondata democratica necessaria per riconquistare la Camera, gli esperti sostengono che serva guardare al Sesto distretto del Colorado, l’area metropolitana a Est di Denver: da quando fu creato nel 1983 il distretto è sempre stato in mano ai repubblicani, ma alle ultime due tornate presidenziali il candidato democratico ha vinto agilmente. Consapevoli di questa apertura, i leader del partito democratico negli ultimi sei anni hanno investito milioni di dollari per strappare il seggio al repubblicano Mike Coffman, in carica dal 2009, ma non ce l’hanno mai fatta. L’ultima volta, due anni fa, mentre Hillary Clinton vinceva con un distacco di 9 punti, Coffman si confermava con un margine di 8.

Il Sesto distretto del Colorado è quindi uno dei 23 campi di battaglia vinti da Clinton ma che alla Camera sono rimasti in mano conservatrice, il numero esatto che basterebbe ai democratici per riconquistare la maggioranza e il percorso da cui passa la riconquista della Camera. Quest’anno, per riuscire nell’impresa, i democratici hanno schierato quello che Cnn ha definito un «candidato poster»: Jason Crow, avvocato con due figli biondissimi e un sorriso all american, veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan, che si arruolò dopo gli attacchi dell’11 settembre per spirito patriottico. I democrati considerano i sobborghi orientali di Denver un bellwether, un indicatore a livello nazionale di quello che succederà il 6 novembre, mentre per i repubblicani la sfida sarà un test: può un apprezzato deputato in carica sopravvivere a un distretto sempre più multietnico, in particolare ispanico, e all’entusiasmo dei rivali?

La contesa elettorale è stata una delle più costose del Paese, con oltre 14 milioni arrivati da fuori dello Stato. Gli ultimi sondaggi danno Crow in vantaggio di 9 e 11 punti, ma Coffman, un repubblicano moderato, fa affidamento sulle sue doti di sopravvivenza politica che gli hanno permesso di vincere in passato contro ogni pronostico: ogni domenica studia spagnolo per due ore con una tutor per comunicare con messicani o salvadoregni, incontra la comunità cinese e prende parte alle celebrazioni etiopi, dove viene trattato con grande rispetto per il suo impegno nel combattere le violazioni dei diritti umani nel Paese africano. «Con questo presidente, le elezioni di metà mandato saranno difficili per i repubblicani», ha ammesso Coffman a Cnn, chiarendo di non aver votato per Trump. «Qua però non mi vedono come un repubblicano, ma come un semplice deputato».

Ad associarlo a Trump ci pensa però Crow, che non perde occasione per ricordare agli elettori le parole del presidente sull’immigrazione, frasi che lo rendono impopolare in un distretto etnicamente variegato, ed è convinto di vincere proprio grazie all’involontaria spinta del grande polarizzatore che siede alla Casa Bianca. Entrambi sostengono un percorso verso la cittadinanza per i bambini entrati nel Paesi illegalmente e hanno posizioni simili sull’immigrazione, ma Crow, che è alla prima campagna elettorale, si presenta come una novità in contrapposizione al vecchio congressman in carica da un decennio, che negli spot raffigura sgranato e in bianco e nero. Rifiuta i soldi dei Pac, i comitati di azione politica, e prende le distanze da Washington e dal suo stesso partito: non sostiene Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera che è diventata un bersaglio anche all’interno dello schieramento, e vuole portare nella capitale una nuova generazione di leader.

«Questa è una battaglia per l’anima dell’America, tra due visioni molto diverse di quello che l’America è e diventerà: io l’ho imparata a conoscere quando sono stato in Iraq e Afghanistan con i miei compagni», ripete Crow durante i comizi, giocandosi spesso la carta militare. Anche Coffman è un veterano – è l’unico membro del Congresso ad aver preso parte a entrambe le guerre in Iraq – e ogni mattina fa cinquecento flessioni per tenersi in forma, ma evita di parlare del suo passato agli elettori: spera che l’esperienza gli darà una mano ed è convinto, come del resto il suo partito, di aver fatto il possibile per vincere. Anche se quest’anno potrebbe non bastare.

Corriere della Sera, 4 novembre 2018

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