Joe Biden ha vinto le elezioni il 7 novembre, quattro giorni dopo il voto, ma diventerà il presidente eletto soltanto oggi. A portarlo ufficialmente alla Casa Bianca è il voto del collegio elettorale, il controverso meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione che sancisce di fatto l’elezione indiretta. Alle urne, infatti, gli americani non votano direttamente per il proprio candidato, ma per i 538 grandi elettori che formano il collegio elettorale: i membri sono scelti nei mesi precedenti all’elezione nei singoli Stati da entrambi i partiti, in base al candidato che sostengono e in numero pari alla propria delegazione congressuale (deputati e senatori). A formare il collegio elettorale saranno poi gli elettori del partito che ha vinto il voto popolare nei vari Stati, e che oggi voteranno due volte, ripetendo l’operazione sei volte: una per il presidente e una per il vicepresidente. La soglia per vincere è di 270: Biden dovrebbe ottenere 306 voti, mentre Trump dovrebbe arrivare a 232. È un processo di norma puramente formale, reso quest’anno straordinariamente importante dai tentativi di rovesciare il risultato elettorale da parte di Trump.

A formalizzare l’elezione di Biden, dunque, saranno i membri del collegio elettorale. La costituzione afferma soltanto che non possono farne parte i membri del Congresso e coloro che hanno una carica federale. Sono invece previsti: ex politici, come Bill Clinton che nel 2016 votò per la moglie Hillary; politici locali e statali, come il governatore di New York Andrew Cuomo, che quattro anni fa sostenne l’ex first lady; attivisti, lobbisti e personaggi pubblici a livello locale; altre figure vicine ai candidati, come ad esempio Donald Trump Jr, che alle scorse elezioni votò per il padre. Quest’anno, i più celebri sono a New York: ci saranno proprio Hillary Clinton – che in passato si era espressa per l’abolizione di questo meccanismo – e il marito Bill, insieme ad Andrew Cuomo e al procuratore generale statale Letitia James, ma anche l’ex candidata governatrice Stacey Abrams in Georgia, la governatrice repubblicana Kristi Noem in South Dakota, quello democratico del Wisconsin Tony Evers e la sindaca progressista di Chicago Lori Lightfoot in Illinois.

Ci saranno poi decine di figure celebri a livello locale, come ad esempio l’ex operaio di General Motors Bonnie Lauria, che a 79 anni è stato eletto più o meno a qualunque carica in Michigan, ma non era mai stato scelto per il collegio elettorale. «Sono grato sia arrivato il mio turno», ha dichiarato a Reuters. Oppure Blake Mazurek, professore di storia di 52 anni che voterà per Biden sempre in Michigan e ha spiegato invece di avere un messaggio: la democrazia funziona ancora, nonostante la retorica di Trump. Con loro oggi voteranno anche il 93enne Paul «Pete» McCloskey, ex deputato e candidato repubblicano alle primarie presidenziali contro Nixon, che sosterrà Biden in California; Floridian Maximo Alvarez, immigrato cubano che ha parlato alla convention repubblicana dicendosi preoccupato per l’arrivo di anarchia e comunismo in America; Muhammad Abdurrahman, uno dei cosiddetti elettori infedeli del 2016, che provò a votare Bernie Sanders invece di Clinton, ma fu sostituito dal partito.

Quattro anni fa, infatti, si è registrato anche un numero record di «elettori infedeli», invitati a far parte del collegio elettorale per sostenere un candidato, ma che poi hanno votato per l’altro: cinque sono rivoltati contro Clinton, due contro Trump. Era la prima volta dal 1948 che il collegio elettorale ne registrava più di uno: per questo molti Stati hanno deciso di adottare legislazioni più stringenti nei confronti del collegio elettorale e oggi 33 proibiscono espressamente la pratica. Quest’anno, sul collegio elettorale, si basava anche la strategia della disperazione di Trump, che ha provato a ritardare il più possibile la certificazione dei risultati negli Stati contestati per spingere i parlamenti locali, a maggioranza conservatrice, a nominare grandi elettori a lui favorevoli: la strategia, però, non ha avuto successo.

Dopo il voto del collegio elettorale, le schede saranno poi inviate al vicepresidente, che le riceverà nel suo ruolo di presidente del Senato: il 6 gennaio, il nuovo Congresso appena insediato conterà i voti in seduta comune e dichiarerà ufficialmente il vincitore, che il 20 gennaio presterà giuramento e si insedierà alla Casa Bianca. Proprio al nuovo Congresso Trump affida le sue speranze residue. Il 14 dicembre non è necessariamente la data finale», ha affermato su Twitter il suo consigliere oltranzista Jason Miller. Il presidente e i suoi sostenitori più accaniti, insomma, non si arrendono, spingono il traguardo un po’ più in là e sperano ancora in un rovesciamento dell’ultimo minuto. Non succederà.

Persino Byron York, rispettata e austera voce conservatrice del Washington Examiner, ha chiarito che per Trump è arrivato il momento di fermarsi, anche se potrebbero esserci stati problemi durante lo spoglio e il conteggio dei voti. «Il presidente ha tutto il diritto di presentare ricorsi: andare in tribunale non è un colpo di Stato o una minaccia per la democrazia», ha scritto nella sua newsletter di venerdì sera. «Le azioni legali non hanno però cambiato il risultato in nessuno degli Stati contestati, e doveva succedere in tre di questi: Biden vincerà con 306 voti, a meno che un paio di elettori infedeli non riducano leggermente il suo totale».

Corriere della Sera, 14 dicembre 2020

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