Sono passati 100 giorni da quella mattina del 24 febbraio, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina da Nord, da Est e da Sud dando avvio a quella che Vladimir Putin ha definito operazione militare «speciale». In realtà, si trattava di una guerra vera e propria, che nella prima fase puntava a decapitare il governo di Kiev e a conquistare tutto il territorio a Est del fiume Dnipro: il piano è però deragliato già nelle prime 48 ore, quando Volodymyr Zelensky si è rifiutato di lasciare il Paese e la resistenza ucraina ha tenuto testa all’invasore, infliggendo perdite severe all’Armata. Incapace di portare a termine risultati, a parte nel Sud, lo Stato maggiore russo ha dichiarato gli obiettivi raggiunti il 25 marzo, poi il 29 ha annunciato che le truppe si sarebbero ritirate da Kiev e concentrate sulla «liberazione» del Donbass.

Al 54esimo giorno, dopo tre settimane di riorganizzazione, il 18 aprile è cominciata la seconda fase del conflitto, con i russi che si sono focalizzati sulle regioni contese di Donetsk e Lugansk: l’Armata ha cominciato a martellare con l’artiglieria — in particolare la città simbolo di Mariupol, caduta infine dopo tre mesi — e ha provato un grande accerchiamento delle truppe ucraine che però è fallito a causa dell’estensione del fronte, che ha costretto a disperdere le forze. Mosca ha quindi aggiustato ulteriormente i piani: ha ristretto gli obiettivi, proceduto con piccoli accerchiamenti e proseguito con i bombardamenti. La terza fase della guerra, cominciata il 1° giugno, è quella più difficile per gli ucraini, sotto pressione.

Sul fronte marittimo, i russi hanno occupato nelle prime ore dell’invasione l’isola dei Serpenti, avamposto strategico al largo di Odessa che ha permesso loro di imporre un blocco delle rotte commerciali. Il 14 aprile, con l’affondamento del Moskva colpito da due missili Neptune ucraini, è cambiato il vento della battaglia navale e la resistenza ha tentato — per ora invano — di riconquistare l’isolotto. In questi 100 giorni, i due schieramenti hanno nascosto le proprie perdite ed enfatizzato quelle nemiche: una stima di Le Monde, molto equilibrata, parla però di circa 15 mila uomini per parte, oltre a migliaia di mezzi.

Le armi

Dominano armi tradizionali: corazzati e soprattutto l’artiglieria pesante. Ecco i cannoni semoventi, i pezzi da 155 millimetri, gli ordigni termobarici, i super mortai, i razzi a lungo raggio. Ma anche i missili da crociera e ipersonici. Un arsenale che vede in vantaggio gli invasori e che la Nato cerca di bilanciare. I resistenti hanno meno mezzi e munizioni contate, sperano sui rifornimenti occidentali. I sistemi anti-tank — come il Javelin — hanno fatto strage di carri armati: sono obsoleti? No, restano validi a patto di usarli insieme a fanteria e copertura aerea. Senza dimenticare l’impatto del training. Minore invece l’impiego dell’aviazione, in particolare da parte di Mosca. Motivo: scarsa capacità, poco addestramento ad agire in modo integrato, timore di perdite e priorità alla componente terrestre. Sul campo accanto a mezzi moderni — è il caso del blindo armato Terminatorsono apparsi «pezzi» di vecchia concezione, lo sono anche alcuni forniti dagli alleati a Kiev.

Le trincee

Sembra di essere nel primo conflitto mondiale, con le trincee a fare da schermo. Ci sono state quelle tradizionali, scavate dalla resistenza e rinforzate con cemento/legno/terra; quelle naturali, come i fiumi, sfruttati dai due eserciti per rallentare le avanzate e coprire i ripiegamenti, lungo i quali si sono combattute battaglie sanguinose come quella di Bilohorivka; quelle urbane, come i tunnel dell’acciaieria di Mariupol in cui gli ucraini hanno resistito per oltre tre mesi. La pioggia di bombe ha aperto vuoti e scosso il morale dei fanti. I video hanno mostrato scontri, quasi corpo a corpo, per ripulire i camminamenti. Attorno i crateri delle esplosioni.

I droni

I russi hanno spostato in Ucraina oltre 100 mila uomini, pensando a una campagna rapida. Oltre il confine hanno trovato però un nemico preparato — addestrato per anni dagli americani — e soprattutto tecnologicamente avanzato. Importante i droni, di diverse categorie. I turchi Bayraktar TB2, diventati un simbolo della resistenza al punto da avere una ballata di guerra a loro intitolata per celebrare i successi sull’Armata: hanno permesso di scavalcare le linee, colpire l’avversario — ad esempio il convoglio che nella prima fase incombeva su Kiev — senza esporsi, supplire alle carenze dell’aviazione. Poi ci sono quelli kamikaze, gli Switchblade inviati da Washington, armi piccole ma letali che permettono di colpire veicoli in movimento, esplodendo all’impatto. Infine il ricorso ai mini-velivoli, dotati di telecamere, che lanciano ordigni modificati.

La logistica

Quella dei russi si è rivelata carente soprattutto nelle prime settimane in quanto ha dovuto rinunciare alla sua «linfa» preferita, la linea ferroviaria e c’era da coprire un tratto lungo. Molti veicoli sono andati in avaria, carburante scarso, «macchine» non proprio efficienti per manutenzione non adeguata. Centinaia di tank sono stati abbandonati per guasti o perché a secco. Nell’est va meglio proprio grazie alla ferrovia che alimenta più agevolmente le truppe. E questo pesa in quanto è in corso il duello di cannoni che consuma proiettili ad alto ritmo. Gli ucraini hanno il problema di far arrivare i rifornimenti — compresi quelli della Nato — dalla zona occidentale sempre via treno o camion. Sforzo immenso.

L’intelligence

Cruciale. Gli Usa hanno previsto l’invasione in modo millimetrico, avevano ottime fonti. Quindi hanno fornito un supporto tattico e strategico ai difensori, anticipando mosse e permettendo colpi precisi per eliminare alti gradi. Hanno però sbagliato quando hanno ipotizzato un crollo repentino dell’Ucraina. Lo stesso errore di lettura compiuto da Mosca. I suoi servizi nonostante le sponde interne hanno pensato ad una missione più agevole fornendo ai generali, sempre piuttosto rigidi, un quadro errato. I comandanti dell’Armata hanno mostrato limiti a gestire manovre multiple, su più teatri. I loro ufficiali sono meno preparati, per anni non hanno affrontato missioni impegnative come questa, hanno ai loro ordini numeri di soldati insufficienti.

Corriere della Sera, 2 giugno 2022

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