Las Vegas, Romney piglia tutto

Las Vegas. Il Nevada per Mitt Romney è stato una passeggiata. Dopo il sostegno ricevuto da Donald Trump, palazzinaro newyorkese la cui parola a Las Vegas ha un certo valore, Romney nella giornata di ieri si è aggiudicato senza difficoltà i caucus del Nevada. Quando questo giornale è andato in stampa i risultati non erano ancora stati resi noti, ma l’ex governatore del Massachusetts aveva un vantaggio su Gingrich fra il 20% e il 25% in tutti i sondaggi. Eppure a Las Vegas l’ex speaker poteva contare sul suo grande amico e principale finanziatore Sheldon Adelson, magnate dei casinò e ottavo uomo più ricco d’America. Oltre alla disoccupazione e alla crisi immobiliare abbattutasi sulla città, dove tutti conoscono qualcuno che ha subito un pignoramento, c’è stata quindi anche una battaglia degli alberghi. Quelli di Adelson e Trump sono distanti poche centinaia di metri sulla strip e si osservano minacciosi, ravvivando un duello impari fra i due sfidanti. In Nevada infatti erano solo Romney e Gingrich a essere in partita, tanto che Rick Santorum neanche si è presentato, mentre Ron Paul già ieri era in Minnesota. Ai rally del deputato texano tuttavia si è notato come sempre il maggior entusiasmo. All’incontro con i possessori di armi da American Shooters, un poligono con annesso negozio, centinaia di persone lo hanno accolto scandendo in coro “President Paul”. Il deputato ha stretto mani e firmato autografi nella calca, fra striscioni e cartelli di ogni tipo. Il suo pubblico è il più omogeneo, giovani e anziani uniti nella rivendicazione della costituzione e contro la Federal Reserve. “Paul è l’unico in grado di rimettere a posto il paese, non solo economicamente, ma socialmente”, assicura al Manifesto David, un atletico ventenne afroamericano. Molti i veterani presenti, attirati dalla promessa di ritirare le truppe di stanza all’estero. “Nessuno ci verrà ad attaccare”, ha assicurato più tardi Paul fra gli applausi all’incontro con i veterani filippini della seconda guerra mondiale. Il rally di Gingrich da Stoney’s Rockin’ Country, ristorante alla periferia di Las Vegas con la segatura in terra, è stato invece più profondamente americano e populista. Lo speaker ha attaccato Obama più volte, promettendo l’abrogazione della riforma sanitaria e “di tutte quelle leggi che questo presidente ha fatto contro la chiesa”. Mentendo sulla disoccupazione, Gingrich ha anche annunciato che il suo primo atto da presidente sarà firmare un ordine esecutivo per dare il via alla costruzione dell’oleodotto TransCanada. “Voto per lui perchè è un vero americano”, ha spiegato al Manifesto Sherise, trent’anni e in mano una bandiera a stella e strisce. “E poi è un vero conservatore”, ha voluto precisare Raymond, medico sessantenne di Ucla. “Ne sa più di tutti gli altri, in politica interna e estera”, ha aggiunto Tony, un italoamericano di settanta anni con un cappello da cowboy calato sulla fronte e la voce profonda, che si vanta di essere il cugino dell’attore Paul Sorvino. Alla fine, però, alla Spring Valley High School, dove abbiamo assistito al voto di venti distretti e non più di cento persone, è stato proprio il metodico e ragionevole Mitt Romney a prevalere, il candidato che non entusiasma, ma pur sempre l’unico affidabile.

Il Manifesto, 5 febbraio 2012

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