A marzo 2016, ai democratici che lo accusavano di faziosità nel caso di Merrick Garland, il senatore repubblicano della South Carolina Lindsey Graham promise: «Voglio che usiate le mie parole contro di me: se nel 2016 sarà eletto un presidente repubblicano e ci sarà da assegnare un posto alla Corte Suprema nell’ultimo anno del suo mandato, ricordatevi che Lindsey Graham ha detto che sarà il presidente successivo, chiunque esso sia, a decidere». A ottobre 2018, intervenendo al festival della rivista The Atlantic, era ancora della stessa opinione: «Se ci dovesse essere un’apertura alla Corte Suprema nell’ultimo anno della presidenza Trump, con il processo delle primarie già iniziate, aspetteremo fino alle elezioni».

Poi però l’ipotesi è diventata realtà, e al senatore è bastata un’alba per cambiare idea. «Sosterrò il presidente Donald Trump nel suo tentativo di nominare un successore della giudice Ginsburg», ha twittato sabato mattina, poche ore dopo la morte della giudice, sostenendo che «il caso Kavanaugh ha cambiato le regole». Una posizione non marginale, la sua, essendo Graham a capo della commissione giustizia del Senato e, dunque, grande cerimoniere del processo di conferma. Per il senatore, però, è solo una questione di opportunità politica:

Graham è in corsa per la rielezione, ed è in vicolo cieco: a novembre se la vedrà con il democratico afroamericano Jaime Harrison, che gli ultimi sondaggi danno pericolosamente vicino nonostante la South Carolina sia un bastione conservatore. Graham non può voltare le spalle a Trump, che per vendetta lo affosserebbe, ma Harrison — con l’aiuto dei conservatori antitrumpiani del Lincoln Project — sta già denunciato l’iprocisia del rivale con una serie di spot. «Mio nonno diceva sempre che un uomo vale quanto la sua parola», ha twittato Harrison.

Secondo i commentatori, la giravolta di Graham è totalmente in linea con la sua parabola politica: da abile tessitore di accordi bipartisan e acerrimo rivale di Trump, che durante le primarie 2016 — in cui erano in corsa entrambi — definì «bigotto religioso, razzista e xenofobo», il senatore si è trasformato in un fedele alleato del presidente (nonché in compagno di golf). Una mutazione necessaria per la sua sopravvivenza politica, ma che ora gli sta costando il sostegno nelle aree suburbane della South Carolina, dove l’approvazione del presidente è in netto calo.

Corriere della Sera, 21 settembre 2020 (newsletter AmericaCina)

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