(Andrea Marinelli) Oggi c’è un libro di cui dobbiamo parlarvi, se non altro perché lo stiamo leggendo — e apprezzando — in due. È Le civette impossibili (Adelphi, 318 pagine, 20 euro), una raccolta di lunghi reportage sul confine del letterario scritto dal giornalista americano Brian Phillips. Ha co-fondato il sito Grantland, scritto per Mtv News e per il New Yorker, ma di lui voglio ricordare soprattutto una cosa: un decennio fa, più o meno, tenne migliaia di appassionati incollati allo schermo del pc raccontando per un anno la sua epopea alla guida della Pro Vercelli in Football Manager, un gioco manageriale di calcio.

Ci vuole una grande destrezza per riuscirci, la stessa con cui ci trascina — a bordo di un piccolo aereo a due posti guidato da un esperto pilota in lotta con il destino — in Alaska, all’inseguimento dell’Iditarod, una corsa estrema di cani da slitta che parte da Anchorage ogni marzo e arriva entro un paio di settimane a Nome, cittadina affacciata sullo stretto di Bering: sono 1.600 chilometri fra ghiacci, tempeste e venti gelidi, lungo un percorso impervio che, per Google Maps, è impossibile da calcolare sia in auto che a piedi. L’ha vinta per tre volte anche un bresciano: Roberto Ghidoni, noto anche con il soprannome di «Lupo che corre».

Quello al seguito dell’Iditarod — Nella grande solitudine — è uno degli otto reportage che compongono il libro, ed è invadente come la natura dell’Alaska. Phillips descrive i musher (i conducenti delle slitte), le cime innevate delle montagne contro cui lui e il pilota Jay Baldwin rischiano di schiantarsi nel mezzo delle tempeste di neve, i checkpoint dove si fermano a rifocillarsi, dove «l’aria è piena del canto delle mute di cani a riposo» e dove – scrive – «si sente un fragile calore umano circondato da una tristezza quasi insopportabile».

Non si limita però a raccontare una semplice, per quanto unica, corsa fra i ghiacci. Va oltre, e c’è una frase che forse chiarisce bene cosa aspettarsi da lui e da questo libro: «Quando sei in una spedizione artica e il destino ti chiama su un mare ghiacciato alle porte della Čukotka, come puoi dire di no?».

(Irene Soave) A guardare la nuova stagione di The Crown, incentrata su fatti troppo recenti per lasciare davvero spazio all’immaginazione — dalla Thatcher a Lady Diana — si direbbe che non è possibile amare contemporaneamente le storie sui reali inglesi e l’ellissi. Nessun dettaglio, fino all’iperrealismo del vestito nuziale di Lady Diana ricostruito identico all’originale, è fatto per passare inosservato; forse per prevenire agguati da parte dei feticisti della Royal Family, che sul web abbondano. Avvincente. Ma quasi petulante.

Più rarefatte, e insieme più nitide, le figure di Elisabetta II e Kate Middleton dipinte dal giornalista Brian Phillips nel suo Regina e futura regina, settimo degli otto reportage che compongono l’indice di Le civette impossibili. Anche lui procede per accumulo di dettagli. Elisabetta è nominata una sola volta, e poi descritta senza mai ripeterne il nome o i titoli nobiliari, a capitoli. «La sua città» (una Londra che è «un impero di pioggia in declino»); «La sua borsetta», di cui a fine del pezzo arriveremo a sapere il marchio (Launer) e quanto denaro contiene (5 sterline per la questua a Messa, massimo 10) ma sempre senza l’impressione di guardare un documentario; «Il suo stendardo»; «Le sue mises».

Delle sue mises tutti sappiamo ormai che sono sempre colorate, perché la sicurezza possa individuarla nella folla; il reportage di Phillips aggiunge anche scene meno déja-vu, come quelle dei regicidi a cui è scampata, rimanendo sempre «calma e vigile». «Il suo erede»; «I suoi castelli»; «Suo marito»; l’economia di parole è massima nel titolo del capitolo dedicato a Diana, «Sua nuora (che è morta)». Riposante, dopo la sbornia di The Crown.

Analoga grazia nella seconda parte del lungo pezzo, dedicato a un ritratto di Kate Middleton in una sua visita ai nativi americani nello Yukon. Anche qui non c’è l’ansia di dire tutto, eppure alla fine del reportage, quando Kate risale accanto al marito William sull’aereo che poi si stacca da terra, e «gli abitanti si guardano tra loro come a dire: è appena successo qualcosa, ma cosa?», abbiamo quasi la sensazione di averla intravista davvero.

Corriere della Sera, 18 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

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